Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale

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Ecco il corpo centrale del mio intervento all’incontro dei Vescovi responsabili per la comunicazione sociale delle Conferenze episcopali in Europa (CCEE), che si tiene ad Atene dal 3 al 5 novembre e dal titolo Communication as encounter, between authenticity and pragmatism.

Aquí, la versión en Español
* Here below you will also find an abstract in English

Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana: non una opzione, ma un dato di fatto. La rete oggi si presenta come un tessuto connettivo delle esperienze umane. Non uno strumento. Le tecnologie della comunicazione stanno dunque creando un ambiente digitale nel quale l’uomo impara a informarsi, a conoscere il mondo, a stringere e mantenere in vita le relazioni, contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo, guidando e ispirando i comportamenti individuali, familiari, sociali. Per cui «l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (Benedetto XVI). L’evangelizzazione non può non considerare questa realtà.

Vorrei, dunque, qui esporre 6 sfide importanti che la comunicazione digitale pone alla nostra pastorale, considerando, come aveva scritto Benedetto XVI, che «le reti sociali sono alimentate da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo».

1. Dalla pastorale della risposta alla pastorale della domanda

Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione, la cosiddetta information overload. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, cioè riconoscerlo per me importante, significativo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo.

Al tempo dei motori di ricerca, le risposte sono a portata di mano, sono dovunque. Per questo è importante oggi non tanto dare risposte. Tutti danno risposte! “The teacher doesn’t need to give any answers because answers are everywhere” (Sugata Mitra, professore di Educational Technology alla Newcastle University). Oggi è importante riconoscere le domande importanti, quelle fondamentali. E così fare in modo che nella nostra vita resti aperta, che Dio ci possa ancora parlare.

L’annuncio cristiano oggi corre il  rischio di presentare un messaggio accanto agli altri, una risposta tra le tante. Più che presentare il Vangelo come il libro che contiene tutte le risposte, bisognerebbe imparare a presentarlo come il libro che contiene tutte le domande giuste.

La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento spirituale che significa riconoscere tra le tante risposte che oggi riceviamo quali sono le domande importanti, quelle vere e fondamentali. E’ un lavoro complesso, che richiede una grande sensibilità spirituale.

“Non bisogna mai rispondere a domande che nessuno si pone” (Evangelii Gaudium, 155).

La Chiesa sa coinvolgersi con le domande e i dubbi degli uomini? Sa risvegliare i quesiti insopprimibili del cuore, sul senso dell’esistenza? Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze», dunque.

Mi ha colpito il fatto che Papa Francesco, rispondendo a una domanda posta da un giornalista sul volo che da Tel Aviv lo riportava a Roma abbia detto: “

“Non so se mi sono avvicinato un po’ alla sua inquietudine…”

2. Dalla pastorale centrata sui contenuti alla pastorale centrata sulle persone

Oggi sta cambiando anche la modalità di fruizione dei contenuti.

Stiamo assistendo al crollo delle programmazioni… Fino a qualche tempo fa MTV (Music Television) tra i giovani era considerata una emittente di «culto». Adesso sta subendo una crisi o, se vogliamo, una sua trasformazione da quel che era – cioè emittente di una notevole quantità di video musicali introdotti da VJ – in emittente di reality show e serie televisive indirizzate soprattutto al target adolescenziale e ai giovani adulti.

I giovani, infatti, ormai fruiscono la musica da internet e non ci sono più ragioni perché la fruiscano dalla Tv. La Tv è un rumore di fondo, il brusio del mondo. La si lascia parlare… Raramente oggi trova posto nelle camere dei ragazzi. Oggi, inoltre, il vedere implica la selezione, e la possibilità del commento e dell’interazione. E questa possibilità è data da un social network come YouTube.

La fede sembra partecipare di questa logica. Le programmazioni sono sostituite dalle ricerche personali e dai contenuti accessibili sempre in rete.

Il catechismo era una forma per presentare in maniera ordinata, coerente e scandita i contenuti della fede. In un tempo in cui i palinsesti sono in crisi, questa modalità di presentare la fede è in crisi.

Quali sfide tutto questo pone alla fede e alla sua comunicazione? Come far sì che la Chiesa non diventi un container da tenere accesso come un televisore che «parla» senza comunicare?

Una direzione di risposta a questa domanda la troviamo in un passaggio di mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, nel suo intervento al Sinodo dei vescovi sulla Nuova Evangelizzazione: «la gerarchia ecclesiastica, come anche quella politica e sociale, deve trovare nuove forme per elaborare la propria comunicazione, affinché il suo contributo a questo forum riceva un’attenzione adeguata. Stiamo imparando a superare il modello del pulpito e dell’assemblea che ascolta per il rispetto della nostra posizione. Siamo obbligati a esprimere noi stessi in modo da coinvolgere e convincere gli altri che a loro volta condividono le nostre idee con i loro amici, “followers” e partners di dialogo».

La vita della Chiesa è chiamata ad assumere una forma sempre più comunicativa e partecipativa.

3. Dalla pastorale della trasmissione alla pastorale della testimonianza

La vera novità dell’ambiente digitale è la sua natura di social network, cioè il fatto che permette di far emergere non solo le relazioni tra me e te, ma le mie relazioni e le tue relazioni. Cioè in rete emergono non solo le persone e i contenuti, ma emergono le relazioni.

Comunicare dunque non significa più trasmettere ma condividere.

La società digitale non è più pensabile e comprensibile solamente attraverso i contenuti. Non ci sono innanzitutto le cose, ma le «persone». Ci sono soprattutto le relazioni: lo scambio dei contenuti che avviene all’interno delle relazioni tra persone. La base relazionale della conoscenza in Rete è radicale.

Si capisce bene dunque quanto sia importante la testimonianza. È questo un aspetto determinante. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. Pensiamo alle librerie digitali o agli store musicali. Ma gli esempi si possono moltiplicare: si tratta sempre e comunque di quegli user generated contents che hanno fatto la «fortuna» e il significato dei social network.

La logica delle reti sociali ci fa comprendere meglio di prima che il contenuto condiviso è sempre strettamente legato alla persona che lo offre. Non c’è, infatti, in queste reti nessuna informazione «neutra»: l’uomo è sempre coinvolto direttamente in ciò che comunica.

In questo senso il cristiano che vive immerso nelle reti sociali è chiamato a un’autenticità di vita molto impegnativa: essa tocca direttamente il valore della sua capacità di comunicazione. Infatti, ha scritto Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni del 2011, «quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali».

Il documento di Aparecida al n. 145 affermava chiaramente: “La missione non si limita a un programma e a un progetto; no, essa significa condividere l’esperienza dell’avvenimento dell’incontro con Cristo, testimoniarlo e annunciarlo da persona a persona, da comunità a comunità, e dalla Chiesa fino ai confini della terra (cf. At 1,8)”

La fede quindi non solo si «trasmette», ma soprattutto può essere suscitata nell’incontro personale, nelle relazioni autentiche.

Sempre il documento di Aparecida al n. 489, pur essendo stato scritto prima della nascita dei social networks, già affermava: «i siti Internet possono rinforzare e stimolare un interscambio di esperienze e informazioni che intensificano l’esperienza religiosa, fornendo accompagnamento e orientamento”

4. Dalla pastorale della propaganda alla pastorale della prossimità

Evangelizzare, dunque, non significa affatto fare «propaganda» del vangelo. La Chiesa in Rete è chiamata dunque non a una «emittenza» di contenuti religiosi, ma a una «condivisione» del Vangelo.

E per Papa Francesco questa condivisione è larga. Scrive chiaramente: «internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio». Il Papa sembra leggere nella rete il segno di un dono e di una vocazione dell’umanità ad essere unita, connessa.

Rivive, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, «la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (Evangelii Gaudium, 87).

Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014, Papa Francesco ha definito il potere dei «media» come «prossimità.

Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Papa Francesco, parlando ai comunicatori nel 2002, aveva scelto la parabola del buon samaritano, come immagine di riferimento del comunicatore.

5. Dalla pastorale delle idee alla pastorale della narrazione

– Le foto «taggate», «geolocalizzate», collocate nel tempo esatto in cui sono state condivise sono l’album fotografico live della nostra vita.

– I nostri tweets o gli updates dello stato su Facebook e i post dei nostri blog conservano i nostri pensieri, ma anche i nostri stati emotivi.

Le librerie on line e gli altri negozi tengono traccia dei nostri gusti, delle nostre scelte, dei nostri acquisti e a volte anche dei commenti.

I video su YouTube costruiscono per frammenti il film della nostra vita fatto dai nostri video e da quelli che ci piacciono.

Infatti lo streaming della nostra vita non è fatto solo di ciò che immettiamo in Rete ma anche di ciò che «gradiamo», da ciò che ci piace, e che segnaliamo agli altri anche grazie al pulsante like ai nostri followers e ai nostri friends.

L’esperienza condivisa sui social networks è l’opposto di ciò che accadeva ai tempi di Robert Musil che scriveva: «la probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente».

Oggi invece i social networks offrono l’opportunità di rendere più significativa l’esperienza vissuta soggettivamente proprio grazie alla pubblicazione e alla condivisione in una rete di relazioni. Le notizie dei giornali sono invece irrelate a me e dunque, in un certo senso, finiscono per essere percepite come meno «straordinarie» o comunque meno interessanti.

La rete è una opportunità perché narrare in ogni caso è restituire i soggetti della conoscenza alla densità simbolica ed esperienziale del mondo. E oggi è molto alimentato il bisogno di narrazione all’interno di legami e relazioni. La narrazione di rete può essere, sì, individualistica e autoreferenziale, ma può essere anche polifonica e aperta.

Interessante a questo proposito la possibilità di aggregare materiali condivisi su differenti social networks su una piattaforma come Storify che permette l’interconnessione con Twitter, Facebook, Flickr, Youtube,…  e le apre alla condivisione. Alla base è la consapevolezza che ciascuno di noi è un living link. L’interattività è la cifra radicale di questo lifestreaming.

6. Una pastorale attenta all’interiorità e all’interattività

La vita spirituale dell’uomo contemporaneo è certamente toccata dal mondo in cui le persone scoprono e vivono le dinamiche proprie della Rete, che sono interattive e immersive. L’uomo che ha una certa abitudine all’esperienza di internet infatti appare più pronto all’interazione che all’interiorizzazione.

E generalmente «interiorità» è sinonimo di profondità, mentre «interattività» è spesso sinonimo di superficialità. Saremo condannati alla superficialità? E’ possibile coniugare profondità e interattività? La sfida è di grande portata.

Sostanzialmente possiamo constatare che l’uomo di oggi, abituato all’interattività, interiorizza le esperienze se è in grado di tessere con esse una relazione viva e non puramente passiva, recettiva. L’uomo di oggi ritiene valide le esperienze nelle quali è richiesta la sua «partecipazione» e il suo coinvolgimento.

Oggi la profondità si coniuga con una immersione in una vera e propria «realtà virtuale»

Nel web inteso come luogo antropologico non ci sono «profondità» da esplorare ma «nodi» da navigare e connettere tra di loro in maniera fitta. Ciò che appare «superficiale» è solamente il procedere in modo, magari inatteso e non previsto, da un nodo all’altro. La spiritualità dell’uomo contemporaneo è molto sensibile a queste esperienze…

«la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione».

Quale sarà dunque la spiritualità di quelle persone il cui modus cogitandi è in fase di «mutazione» a causa del loro abitare nell’ambiente digitale? Una via per evitare questa perdita consiste nell’evitare di opporre troppo velocemente profondità a interazione, superficialità a interiorizzazione.

La rete non è certo priva di ambiguità e utopie. In ogni caso la società fondata sulle reti di connessione comincia a porre sfide davvero significative sia alla pastorale sia alla comprensione stessa della fede cristiana, a partire dal suo linguaggio di espressione. Le sfide sono esigenti. Il nostro compito lo è altrettanto.

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Summary in English

(by the Communication Office of the Council of European Bishops’ Conferences – CCEE)

logoccee“It is not possible to speak of pastoral issues and communication without understanding the spiritual value of communications technology”, according to Fr Antonio Spadaro SJ, director of the Jesuit journal La civiltà cattolica, speaking at the meeting of European bishops responsible for social communications gathered in Athens.

Spadaro said that the internet “is not a tool” but “an environment and an experience” which “in varying ways is increasingly becoming an integral part of daily life”. It is “a connective web of human experiences” which influences the human person’s modus cogitandi. In fact, in the society of information overload in which we live, “the problem today is not finding the meaningful message but de-coding it, that is, recognising its importance for me, its significance on the basis of the many responses I receive”. At the same time, the internet, also being experience, “is becoming one of the ordinary ways available to humanity to express its spiritual nature”. Hence, the Jesuit said, humankind’s effort “to instill ‘the effect of spiritual functions’ in ‘mechanical instruments’”. And to the sceptics of the digital world, Spadaro responded that “as long as it is said there is need to get away from internet relationships in order to experience real relationships, the schizophrenia will be confirmed of a generation which experiences the digital environment as a purely recreational environment in which a second self is called upon, a dual identity which lives on fleeting banalities, as in a bubble devoid of any physical realism, real contact with the world and with others”. Instead the director of La civiltà cattolica recalled that increasingly part of our life is digital: “we exist on the internet”, hence the idea that “part of our life of faith, too, is digital”.

Therefore it seems legitimate to ask if in the time of search engines where answers are at your fingertips, can the internet be a dimension where it is possible to proclaim and live the Gospel? And, at a time when planning has been replaced by personal research and accessible content again on the internet, is the manner of presentation of the traditional catechism which proposed the content of faith in an ordered and coherent manner, still valid on the internet? According to Spadaro “the Christian proclamation today runs the risk of presenting a message alongside others, a response among so many. More than presenting the Gospel as the book containing all the answers, one has to learn to present it as the book which contains all the right questions”. The real challenge for the Church, Spadaro said, is that of “assuming an evermore communicative and participatory form”, because “to communicate therefore no longer means transmitting but sharing”. In fact, what emerges in the internet “is not just people and content, but relations”. So “today the internet person trusts opinions in the form of witness”. In fact, for Spadaro “the logic of social networks makes us understand better than before that shared content is always strictly linked to the person offering it. In fact, in these networks there is no ‘neutral’ information: the human person is always involved directly in what he or she communicates”. Hence the responsibility of the Christian who lives immersed in social networks to “a very commited authenticity of life”. Summing up, Spadaro said that the Church on the internet “is therefore called not to ‘broadcasting’ of religious content, but to a ‘sharing’ of the Gospel” and the Christian, also a “living link”, is called above all to narrate their own faith “within bonds and relationships” and in a polyphonic and open manner. In fact, Sapdaro concluded, “the human person today believes the experiences in which his or her participation and involvement is required to be valid”.

Digital diplomacy, Social Networks and the Holy See. Interview with Ambassador Nigel Baker

Digital_Diplomacy___Flickr_-_Photo_Sharing_The Social Media Week, an international event dedicated to web, technology, innovation and social media, is underway. A week of encounters and experiences which, from 22 to 26 September, take place simultaneously in 11 cities in the world: London, Berlin, Johannesburg, Los Angeles, Sao Paulo, Sydney, Mumbai, Miami, Rotterdam, Chicago and Rome. A global and a local event, then. The theme is fascinating: Re-imagining human connectivity. At the same time, the Foreign & Commonwealth Office in London is organising a week of events around its global network, as part of a wider programme building the capability of its staff in using digital in communications, service delivery and policy-making.
Furthermore, from 22 to 24 September, the Committee for a reform of Vatican media will be meeting. The commission, which includes also members who are not internal to the Vatican itself , is drawing up a planning and a work method.
In this framework of events, I asked the British Ambassador to the Holy See Nigel Baker some questions, knowing his attention to digital diplomacy.

When and why the British Embassy to the Holy See has decided to establish a significant presence on social media? How did you came up with the idea, and what exactly this presence is made of?

As British Ambassador in Bolivia (2007-11) I had already seen the potential of social media. I had a blog in English and Spanish, mainly aimed at a Bolivian audience but which had readers from right around the world. I realised then that for an embassy with limited resources, social media was an excellent way of getting our messages out to a wider audience, as well as hearing what that interested audience had to say, and responding to it.

Isn’t some discretion linked to diplomatic work? How do you match digital communication and discretion?

Although discretion is still very much a part of any diplomat’s life and work, we must also be communicators, and ensure that what we do is relevant to the changing, dynamic world around us. For example, the British public, which pays for the embassy through its taxes, has a right to know what the British Embassy to the Holy See is doing on its behalf. What I realized in Rome, from the outset, was that there was a real challenge in demonstrating that this was an embassy not just focused on the internal business of the Vatican, but accredited and engaged with the most extensive global network in the world; the Holy See network.

Social media certainly does not respect national boundaries…

Certainly not, it is the tool par excellence of the networked world, is therefore an ideal instrument for communicating with the Holy See globally, breaking down the hierarchies and mystique that unnecessarily surround the Holy See, and setting out our stall on the many issues with which Her Majesty’s Government is concerned in its dealing with the Holy See: from international development to the death penalty, the situation in the Middle East to our mutual concerns in Africa. My colleague in Beirut, Ambassador Tom Fletcher, sets it out very well in his own digital blog, The Naked Diplomat.

Has feedback from the public been positive so far? What did you learn from the replies received?

My initial conviction has certainly been confirmed by the response. My blog, carried on Foreign Office and commercial platforms, is I know read by many people in the Vatican and beyond. We have readers from the Philippines and Australia, India and the United States, as well as the United Kingdom; not an audience I could otherwise have reached. Since 2011, we have worked to make our Twitter account live, dynamic and interesting, and have used it to run a number of events from Q&A sessions to competitions – more than 6,300 followers suggest that it is working.

You talk about texts and readers, what about images? Aren’t they more powerful than a thousand words?

Image is vital to people’s understanding of the Holy See, and so both Twitter and Flickr are wonderful tools for visual communication.

I imagine the digtial platforms are helping you to develop your network of contacts…

We use LinkedIn both as a platform for the blog, as well as for developing a wider range of contacts. None of this is particularly revolutionary, and I have noticed that more embassies to the Holy See have started to follow our lead. It requires some effort, and resource, but I think is well worth it. My whole embassy team is involved.

Nowadays, we start to talk about Digital Diplomacy or eDiplomacy. The Foreign and Commonwealth Office has a strategy in this respect, and defines it as “solving foreign policy problems using the internet”. Could you please tell us a little bit more about this concept?

Some examples, if I may, The Foreign Office (FCO) keeps British nationals informed of essential travel advice updates and crisis information across all its digital channels – monitoring those channels, especially in crisis situations where social media allows us proactively provide those affected with real-time information, and responding to major queries. Ambassadors use social media to explain their work, to extend UK influence and to set the record straight when necessary. The FCO uses digital channels to help reinforce the objectives of major conferences, events and visits, for example carrying out extensive engagement with the Somali Diaspora in the run-up to a Somalia conference hosted by the UK, or the extensive digital engagement around the world during the recent conference on Ending Sexual Violence in Conflict. We have moved our human rights reporting online, allowing us to move to more frequent reporting and to invite comments from the public. The FCO funds projects to promote internet freedom. And last year we hosted a major conference to push forward international work on the future of cyberspace.

An intense activity, which we could define as a wide involvement of people at various levels, from interested citizens to experts…

Indeed. Internet gives us increasing access to people affected – directly and indirectly – by key international issues, and those who are influential in key debates. By listening and engaging with them we get a better understanding of what the issues are and how we can help solve them. We can also involve people more directly in our policy work, for example by crowdsourcing feedback on our Human Rights report. We can reach out to local subject experts via platforms like Twitter and LinkedIn to get a more nuanced view of how (say) trade, energy or social issues impact people differently in different countries. And as I have already mentioned, we can also use the internet to communicate our policy work better so that people can understand why we are doing what we do and how it is helping to deal with those issues. For me, the main question to be asked by any foreign service should not be: do we need to be digital? It should be: can we afford not to be in the digital space? For the UK, the answer is a resounding no.

What are the main advantages you could experience? Did you notice also problems or aspects to improve?

I think the main advantages include access to people with whom traditionally diplomats have not had contact (which can also be a challenge, because inevitably digital engagement means we expose ourselves to a wider world than the once closed “corridors of power”). It gives us a more nuanced understanding of the places, people and issues we are dealing with. An ability to target our messages more accurately, and therefore convey information in more appropriate ways to different audiences. Communication is now a two-way street: we listen as well as we talk, and this helps us to test policy ideas quickly and easily with wide variety of groups. An ability to respond more rapidly to changing events – particularly in a crisis. Again, something that can also be a challenge.

I suppose that listening has an impact on the services offered by your Government. Listening means paying attention to real requirements…

By listening, we can give British Nationals better access to services and transactions delivered by government. This is especially helpful when they are abroad. And it also means we can also use our extensive global network of embassies and other missions in a genuinely universal way. For example, when our team in London working on the death penalty wishes to get a message out to multiple audiences, they know that my embassy is plugging in to a broad, largely Catholic audience. At the same time, they can reach, through our other missions and their digital followers, completely different publics elsewhere. Perhaps for the first time, in this way, diplomacy – if digital is used well – becomes truly global.

I reckon it wasn’t easy to learn a new language, to inhabit the digital environment…

The challenges are real. The FCO is a massive organisation and this is a fast moving and evolving landscape so there will always be areas to improve. It has not always been easy to adapt to a new and more open way of talking about what we do, learning a new language to suit the platforms we are using, understanding better how to engage with people rather than simply broadcast messages. What I learned about my profession when I became a diplomat in 1989 remains relevant, but digital requires also that we do things differently and need to develop new skills – the secrecy and exclusivity of the diplomatic bag no longer applies! We need to develop a distinctive voice on an internet crowded with opinions.

And you need to understand when it is time to write, and the time to remain silent…

Indeed, we need to understand when not to write. Once out, our opinions can never be erased.

The Holy See has also a strong digital footprint and the Holy Father has a presence on Twitter. How do you value this presence?

Pope Francis was very clear in Evangelii Gaudium. If the Church cannot communicate its message, it is moribund. Its raison d’etre is tied up with the Gospel, the Good News, and I emphasise here the “News”. It, too, has to operate across a global network of multiple languages, cultures, ideas and opinions. One of the key difficulties for the Holy See before digital was that, too often, its voice was being interpreted, filtered and sometimes mistranslated by others – the global media – which as intermediaries were often heard more clearly than the original information source. Engaging in digital allows the Holy See to get its voice across directly. For a diplomat accredited to the Holy See, getting the unfiltered message, quickly and succinctly, is invaluable also for us.

Which were your thoughts when Benedict XVI decided to have a presence on twitter?

I was therefore delighted to see the Holy See Twitter experiment begin, and it has clearly been a success. Critics have said that complex messages cannot be transmitted in 140 characters. I think Benedict XVI and now Pope Francis have proved those critics wrong. First of all, the message does not need to be over-complicated. The discipline of paring down what we want to say to its essence is a valuable one – who was it who said that Jesus would have been very at home with Twitter? Secondly, the reach is truly extraordinary. Several languages, millions of followers, and with every tweet re-tweeted the Pope can reach 60 million people in seconds. We were delighted when Pope Francis decided totweet his support for my government’s efforts to end sexual violence in conflict with a tweet that had huge impact with all those involved, from governments to human rights defenders. As a great teacher, Pope Benedict saw the need. As a great communicator, Pope Francis has taken it to another dimension. That will surely continue. There is no going back.

Antonio Spadaro

Diplomazia, Network sociali, Vaticano. Intervista all’Ambasciatore Nigel Baker

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È in corso la Social Media Week, evento internazionale dedicato al Web, alla Tecnologia, all’Innovazione e ai Social Media. Una settimana di incontri ed esperienze che, dal 22 al 26 settembre, si svolge in contemporanea in 11 città del mondo: Londra, Berlino, Johannesburg, Los Angeles, Sao Paulo, Sydney, Mumbai, Miami, Rotterdam, Chicago e Roma. Dunque un evento globale e locale. Il tema è affascinante: Re-immaginare la connettività umana. In contemporanea il  Foreign & Commonwealth Office a Londra sta organizzando una settimana di eventi in tutto il suo network globale, come parte di un programma più ampio per sviluppare la capacità del suo staff di implementare il digitale nella comunicazione, nella fornitura di servizi, nella costruzione di politiche. Inoltre, dal 22 al 24 settembre, in Vaticano si riunisce il Comitato per proporre una riforma dei Media Vaticani. La Commissione, che comprende anche membri non interni al Vaticano stesso, sta elaborando un piano e un metodo di lavoro.

In questo contesto di eventi ho rivolto all’Ambasciatore del Regno Unito presso la Santa Sede Nigel Baker alcune domande, conoscendo la sua attenzione per la diplomazia digitale.

Quando e perché l’Ambasciata britannica presso la Santa Sede ha deciso di avere una presenza significativa nei network sociali? Come è nata l’idea e in che cosa consiste esattamente questa presenza?

Come Ambasciatore britannico in Bolivia (2007-11), avevo già visto il potenziale dei social network. Scrivevo un blog in inglese e spagnolo, maggiormente diretto ad un pubblico boliviano, ma che aveva lettori in tutto il mondo. Mi sono quindi reso conto come, per un’Ambasciata che ha risorse limitate, i social media fossero un modo eccellente di far arrivare i nostri messaggi ad un pubblico più vasto; per ascoltare l’opinione di questo nostro pubblico interessato, e rispondere a loro.

Ma al lavoro diplomatico non è legata anche una certa discrezione? Come si coniuga comunicazione digitale e discrezione?

Nonostante la discrezione faccia ancora molto parte della vita e del lavoro di ogni diplomatico, dobbiamo anche essere dei comunicatori, ed assicurarci che quello che facciamo abbia rilevanza con il mondo in cambiamento e dinamico intorno a noi. Per esempio, il pubblico britannico, che paga per questa Ambasciata attraverso le tasse, ha il diritto di sapere cosa l’Ambasciata Britannica presso la Santa Sede stia facendo per loro conto. Quello che ho capito a Roma fin dall’inizio, era l’esistenza di una sfida reale nel dimostrare che questa era un’Ambasciata focalizzata non solo sugli affari interni del Vaticano, ma accreditata ed impegnata con iI network globale più esteso al mondo: il network della Santa Sede.

E i social network certo non rispettano i confini nazionali…

No, certo, e sono il mezzo par excellence del mondo interconnesso. Proprio per questo sono uno strumento ideale per comunicare con la Santa Sede a livello globale, abbattendo le gerarchie e l’aureola di mistero che inutilmente circonda la Santa Sede; e per delineare il nostro posto sulle molte questioni di interesse al Governo di Sua Maestà nel suo operare con la Santa Sede: dallo sviluppo Internazionale alla pena di morte, dalla situazione in Medio Oriente alla preoccupazione in Africa. Il mio collega a Beirut, l’Ambasciatore Tom Fletcher, lo delinea molto bene nel suo blog, “The Naked Diplomat”.

I feedback del “pubblico” sono stati buoni? Cosa può dedurre dalle risposte che riceve?

La mia convinzione iniziale è stata sicuramente confermata dalla risposta. Il mio blog, pubblicato sulle piattaforme del Foreign Office ed anche commerciali, so che è letto da molte persone in Vaticano ed oltre. Abbiamo lettori dalle Filippine ed Australia, India e Stati Uniti d’America, come anche dal Regno Unito; pubblico che altrimenti non avrei mai raggiunto. Dal 2011, abbiamo lavorato per rendere il nostro canale Twitter vivo, dinamico ed interessante, e lo abbiamo usato per svolgere molti eventi, da sessioni di Q&A a concorsi – più di 6,300 follower suggeriscono che stia funzionando.

Lei parla di testi e di lettori, ma le immagini? Non sono più potenti di molte parole?

Un’immagine è essenziale per una migliore comprensione della Santa Sede alle persone, così sia Twitter che Flickr sono strumenti meravigliosi di comunicazione visuale.

E poi immagino che le piattaforme digitali incrementino i vostri contatti…

Usiamo anche LinkedIn, sia come piattaforma per il blog, ma anche per sviluppare una serie più vasta di contatti. Niente di questo è particolarmente rivoluzionario, ed ho notato che sempre più Ambasciate presso la Santa Sede hanno iniziato a seguire la nostra strada. C’è bisogno di qualche sforzo, di risorse, ma credo ne valga la pena. Tutto il mio team dell’Ambasciata ne è coinvolto.

Oggi si comincia a parlare di “Digital diplomacy” o eDiplomacy. The Foreign and Commonwealth Office ha una strategia al riguardo, e la definisce come “solving foreign policy problems using the internet”. Potrebbe spiegarci meglio questo concetto?

Vorrei fare qualche esempio, se posso. Il Foreign Office tiene i cittadini britannici informati sugli aggiornamenti essenziali per viaggiare all’estero sicuri attraverso i suoi canali digitali. Svolge una azione di monitoraggio di quei canali, specialmente nelle situazioni di crisi, in cui i social media ci permettono di dare informazioni in tempo reale a coloro i quali ne sono coinvolti; rispondendo alle richieste più importanti. Gli Ambasciatori usano i social network per raccontare del loro lavoro, per estendere l’influenza del Regno Unito, per rettificare false informazioni direttamente, se necessario. Il Foreign Office usa i canali digitali per aiutare a rafforzare gli obiettivi di importanti conferenze, eventi, visite, per esempio realizzando un ampio impegno con la Diaspora Somala prima della Conferenza sulla Somalia organizzata dal Regno Unito, oppure la grande partecipazione digitale nel mondo durante il recente Summit globale sulla Fine della Violenza Sessuale nei Conflitti. Abbiamo trasferito online il nostro Rapporto sui Diritti Umani, cosa che ci ha permesso di passare a pubblicare Relazioni più di frequente ed invitare il pubblico a commentare. Il Foreign Office finanzia progetti per la promozione della libertà di internet. Lo scorso anno abbiamo organizzato un’importante conferenza per dare impulso ad un lavoro internazionale sul futuro del cyberspazio.

Una attività intensa che si potrebbe definire di coinvolgimento ampio di persone a vari livelli: dal cittadino interessato fino all’esperto…

Sì, infatti. Internet ci offre crescente accesso alle persone interessate, direttamente e indirettamente, alle questioni principali internazionali, e a coloro i quali sono influenti nei dibattiti che contano. Ascoltando e impegnandosi con loro, abbiamo una comprensione migliore di quale siano le questioni e come possiamo aiutare per risolverle. Possiamo anche coinvolgere le persone più direttamente nel nostro lavoro politico, per esempio assegnando a gruppi esterni il compito di raccogliere reazioni sul nostro Rapporto sui Diritti Umani. Possiamo raggiungere gli esperti di questioni locali attraverso Twitter e LinkedIn, per avere un punto di vista più sfumato su come (ad esempio) commercio, energia o affari sociali possano avere un impatto diverso su persone in paesi differenti. E come ho già accennato, in Rete possiamo comunicare meglio il nostro lavoro politico, così che le persone possano capire perché stiamo facendo ciò che facciamo, e come questo possa aiutare ad affrontare quelle questioni. Per me, la domanda principale che un qualunque servizio estero si deve porre non dovrebbe essere: “Abbiamo bisogno di essere digitali?”. Dovrebbe essere: “Ci possiamo permettere di non essere presenti nello spazio digitale?” Per il Regno Unito , la risposta è un sonoro “no”.

Quali sono i vantaggi principali che avete potuto verificare? Avete notaio anche qualche problema o qualche aspetto da migliorare?

Credo che i vantaggi principali comprendano il raggiungere persone con cui i diplomatici tradizionalmente non avevano contatti. Questa può essere anche una sfida, perché inevitabilmente la presenza digitale implica che ci esponiamo ad un mondo più ampio dei chiusi “corridoi di potere” di una volta. Ci offre una comprensione più sfumata dei luoghi, persone e questioni con cui abbiamo a che fare. La capacità di rivolgere i nostri i messaggi in maniera più accurata. Di conseguenza è possibile trasmettere le informazioni in modo più appropriato a diverse platee. La comunicazione è una strada a due corsie: ascoltiamo oltre che parlare. È proprio l’ascolto che ci aiuta a testare idee politiche più velocemente e facilmente. L’ascolto inoltre ci abilita di rispondere più rapidamente ad eventi che cambiano, particolarmente nelle situazioni di crisi. Di nuovo qualcosa che può anche costituire una sfida.

Questo ascolto ha un effetto sui servizi che offrite, immagino. Ascoltare significa essere attenti alle esigenze reali…

Ascoltando le esigenze, possiamo offrire ai cittadini britannici un accesso migliore ai servizi e transazioni fornite dal governo. E questo è particolarmente utile quando si trovano all’estero. Significa anche che possiamo utilizzare la nostra estesa rete globale di ambasciate ed altre missioni in maniera relamente universale. Per esempio, quando il nostro team di Londra che lavora sul tema della pena di morte vuole inviare un messaggio ad una pubblico variegato, sa che la mia Ambasciata ha accesso ad un vasto pubblico, in larga parte cattolico. Allo stesso tempo, possono raggiungere, attraverso le altre missioni ed i loro follower, platee completamente differenti, ovunque. Forse per la prima volta, in questo modo, la diplomazia diventa realmente globale.

Immagino che non sia stato semplice imparare un nuovo linguaggio, vivere nell’ambiente digitale…

Le sfide sono reali. Il Foreign Office è una solida organizzazione e questo è uno scenario che si muove ed evolve rapidamente; pertanto ci saranno sempre aspetti da migliorare. Non è stato sempre semplice adattarsi ad una nuova e più aperta maniera di parlare di cosa facciamo, imparare un nuovo linguaggio che si addica alle piattaforme sulle quali siamo presenti, capire meglio come coinvolgere le persone invece di trasmettere semplicemente messaggi. Quello che ho imparato sulla mia professione quando sono diventato diplomatico nel 1989 rimane pertinente, ma il digitale richiede anche di fare le cose in modo differente e la necessità di sviluppare nuove abilità – la segretezza ed esclusività della valigia diplomatica non è più in uso! Dobbiamo sviluppare una voce peculiare in una rete internet affollata di opinioni.

E si deve capire quando è il tempo di scrivere e quando è il tempo di tacere…

Certamente, dobbiamo comprendere quando sia meglio non scrivere. Una volta uscite, le nostre opinioni non potranno essere mai cancellate.

Anche la Santa Sede ha una forte presenza digitale e il Santo Padre è presente su Twitter. Come valuta questa presenza? 

Papa Francesco è stato molto chiaro nell’Evangelii Gaudium. Se la Chiesa non riesce a comunicare il suo messaggio, è moribonda. La sua raison d’etre è legata al Vangelo, alla Buona Novella, e sottolineo qui la “Novella”. Allo stesso tempo, deve operare attraverso un network globale di molteplici lingue, culture, idee ed opinioni. Una delle difficoltà principali della Santa Sede prima dell’era digitale è stata che, troppo spesso, la sua voce è stata interpretata, filtrata, e qualche volta tradotta male da altri – i media globali – che, come intermediari, venivano spesso sentiti più chiaramente della fonte originale d’informazione. Impegnarsi nel digitale permette alla Santa Sede di far sentire la sua voce direttamente. Per un diplomatico accreditato alla Santa Sede, ricevere il messaggio non filtrato, rapidamente e in maniera succinta, ha un valore enorme.

Che cosa ha pensato quando Benedetto XVI ha deciso di essere presente su Twitter?

Sono stato quindi lietissimo di vedere l’inizio dell’esperimento della Santa Sede su Twitter. È stato chiaramente un successo. I critici avevano detto che messaggi complessi non possono essere trasmessi in 140 caratteri. Credo che Benedetto XVI e adesso Papa Francesco abbiano dimostrato che le critiche fossero sbagliate. Per prima cosa, il messaggio non deve essere troppo complicato. La disciplina di ridurre ciò che vogliamo dire alla sua essenza è preziosa – chi è stato a dire che Gesù si sarebbe trovato a suo agio su Twitter? In secondo luogo, la portata è realmente straordinaria. Molte lingue, milioni di follower, e con ogni tweet che viene ritwittato, il Papa può raggiungere milioni di persone nel giro di qualche secondo. Siamo stati lietissimi quando Papa Francesco ha deciso di inviare il suo supporto agli sforzi del mio governo di porre fine alla violenza sessuale nei conflitti, con un tweet che ha avuto un enorme impatto su tutti coloro che ne sono coinvolti, dai governi ai difensori dei diritti umani. Come un grande insegnante, Papa Benedetto ha visto il bisogno. Come un grande comunicatore, Papa Francesco lo ha portato su un’altra dimensione. Questo continuerà di sicuro. Non c’è ritorno.

(Antonio Spadaro SJ)

 

 

 

 

 

I TRE PILASTRI DEL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA 47a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (2013) Commento a

Quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni («Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione») ha raccolto una serie di indicazioni già date nei precedenti messaggi, e puntando su 3 “pilastri” o temi-chiave che sembrano essere ormai le fondamenta della prospettiva ecclesiale sulla comunicazione.

1) L’AMBIENTE DIGITALE È UNO SPAZIO DI ESPERIENZA REALE

Scrive Benedetto XVI che i social networks non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione. La Rete non è da «usare», ma da abitare perché la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. «L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (corsivo nostro). Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire che cosa la rete ci insegna sul modo di pensare la fede oggi. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza: «sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie.

2) IN RETE SI PENSA INSIEME E SI CONDIVIDE LA RICERCA

Nel suo Messaggio il Papa afferma che lo sviluppo delle reti sta «contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso.

3) IN RETE SI VIVE UN COINVOLGIMENTO INTERATTIVO CON LE DOMANDE DEGLI UOMINI 

Il Pontefice indica il rischio più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece – scrive – «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi . Al contrario il Papa ribadisce la necessità ad essere disponibili «nel coinvolgerci pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede, ci deve far sentire la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio come pure la nostra carità operosa». Se il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai network sociali.

– È CHIARO, DUNQUE CHE la riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’ambiente digitale ha impatto sulla nostra percezione della realtà, di noi stessi e sulle nostre relazioni.

Ricordiamo  che l’Anno della fede è stato inaugurato da una Lettera Apostolica dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, solamente per citare i più noti.

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The Gospel and social media

Published on http://usccbmedia.blogspot.fr and http://www.pccs.va  by Sr. Mary Ann

Two caveats for evangelizers, that is, those who spread the Gospel today: 1. Use social media and 2. Follow its rules. It’s a new day in church work: the computer has replaced the pen, 15 minutes seems like eternity, and if you don’t get your message out fast, the audience disappears.Here are some rules for social media evangelization:

1.  Translate church teaching. If you pour out documents or list a series of them online, you’re not spreading the Gospel, you’re simply creating an electronic file box. A document drop might help someone with his dissertation but it won’t help us follow the command to go forth and teach all nations. Teachers have to translate church teaching into popular speech. The evangelizer is a translator.

2.  Avoid church speak. Some phrases create barriers to communications. “Intrinsically evil,” for example, may earn an A on a theology paper but can merit an F in human discourse. Which drives home the message: “Abortion is wrong because it snuffs out innocent life” or “abortion is intrinsically evil”? One tells you what really happened. A second example of church speak is the word “presbyterate,” which emphasizes the distance between priests and people. There’s more warmth in speaking about “our priests.” “Presbyterate” sounds pejorative, as in “Listen, you presbyterate!”

3.  Use images, as Jesus did. God’s love is a freebie; you can’t earn it, you just have to accept it. Which sentence conveys that? “God’s love is infinite and you have inherent value” or “You’re more important than the sparrows who only have to exist for God to feed them”? The image gives you something to hold on to, even if you don’t like worms.

4.  Understand that social media is social. It’s like going to a party. You can’t sit in a corner and not converse. If you want to make a statement to which no one can reply, buy a billboard. Social media is electronic conversation. To engage in it you need to be willing to listen to others and converse with them.

5.  Social media sometimes calls for a suit of armor. Its anonymity lets incivility into the living room. Wearing emotional armor, you can handle disagreement, not take it personally, and learn from it. Social media is not for the thin-skinned.

6.  Use the delete button if comments cross the line of decency, but, hopefully, not often. Sometimes for your own sake you just have to say “So long.” You don’t need to be imprisoned on a social media site. But don’t walk away too Leggi tutto “The Gospel and social media”

Social Media e Chiesa: intervista al TG1

Pio XI: il Papa che aveva intuito la dinamica dei social network

Abbiamo festeggiato quest’anno gli 80 anni della Radio Vaticana. Una cosa che sembra balzare evidente in questa storia è l’atteggiamento del papa Pio XI nel momento in cui firma i Patti Lateranensi l’11 febbraio del ’29. Ben poco a questo Papa interessava il territorio vero e proprio. La Città del Vaticano è grande 0,44 km quadrati. Il motivo per averlo era semplice e lo esplicitò lo stesso 11 febbraio in un discorso ai parroci di Roma dicendo che la sovranità territoriale era necessaria «non conoscendosi nel mondo, almeno fino ad oggi, altra forma di sovranità vera e propria se non appunto territoriale». Se ce ne fosse stata un’altra credo che l’avrebbe scelta.

Ciò che però il Papa desiderava davvero era la ferrovia e la Radio. Soprattutto la Radio, comprendo che il territorio della Chiesa è il mondo e che solo i media potenti e globali – allora la Radio – avrebbero dato la vera «sovranità» alla Chiesa. E per questo chiamò Marconi, l’inventore. Lo Stato può essere anche piccolissimo, ma serve perché attraverso di esso è possibile avere una stazione e una radio indipendenti.

E’ necessario soprattutto prestare attenzione alle parole con le quali Pio XI benedisse gli strumenti della Radio. Eccole: benedic hanc machinarum seriem ad etheris undas ciendas ut apostolica verba cum longinquis etiam gentibus communicantes, in unam tecum familiam congregemur. E cioè: «Benedici questa serie di macchine che servono a trasmettere nelle onde dell’etere affinché comunicando le parole apostoliche anche ai popoli lontani siamo riuniti con te in un’unica famiglia». Che cosa si intuisce “dentro” queste parole? Che Pio XI aveva già in mente le comunità virtuali mediate dalla tecnologia… Infatti mentre poi il fascismo intenderà la Radio come l’espansione delle adunate di ascolto del duce, la Radio Vaticana pretende, diciamo così, di parlare al cuore, alle persone immaginando «un’unica famiglia», appunto. E dunque mettendo un medium globale a servizio delle relazioni e non della propaganda, cioè dei contenuti. In questa benedizione i contenuti sono finalizzati alla relazione. E questa oggi è la logica dei social networks che, comunicando contenuti, saldano relazioni. Pio XI, pensando alla radio aveva in mente un network sociale probabilmente perché considerava un modello di relazioni reali più che il modello del mero broadcasting radiofonico. E in questo modo ha, tra l’altro, indicato una strada per comprendere il senso di una radio ai nostri giorni..

Il 12 febbraio 1931, quindi, Pio XI lanciava il suo primo radiomessaggio Qui arcano Dei. Lo fece in latino perché, come ricorda il card. Confalonieri, «il latino era lingua universale della Chiesa». Dunque non un motivo formale, ma un motivo di universalità, di globalità. Si tratta di un messaggio bellissimo che si rivolge prima «a tutto il creato» (e innanzitutto alle cose!), poi «a Dio» (cioè: sta usando la radio per rivolgersi a Dio, per pregare!), poi «ai cattolici» e poi a tutti gli uomini per categorie… E così disse:

A tutto il Creato

«Essendo, per arcano disegno di Dio, Successori del Principe degli Apostoli, di coloro cioè la cui dottrina e predicazione per divino comando è destinata a tutte le genti e ad ogni creatura (Mt., 28, 19; Mc., 16, 15), e potendo pei primi valerci da questo luogo della mirabile invenzione marconiana, Ci rivolgiamo primieramente a tutte le cose e a tutti gli uomini, loro dicendo, qui e in seguito, con le parole stesse della Sacra Scrittura: «Udite, o cieli, quello che sto per dire, ascolti la terra le parole della mia bocca (Deut., 32, 1). Udite, o genti tutte, tendete l’orecchio, o voi tutti che abitate il globo, uniti in un medesimo intento, il ricco e il povero (Ps – XLVIII, 1) – Udite, o isole, ed ascoltate, o popoli lontani » (Is., 49, 1).

A Dio

E sia la Nostra prima parola: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà (Lc., 2, 14). Gloria a Dio, che diede ai nostri giorni tale potere agli uomini (Mt., 9, 8) da fare giungere le loro parole veramente sino ai confini della terra (Ps. XVIII, 5; Rom., 10, 18); e pace in terra, dove siamo i Rappresentanti di quel divino Redentore Gesù (2 Cor., 5, 20), che venendo annunziò la pace, la pace ai lontani e la pace ai vicini (Ef., 2, 17), pacificando nel Sangue della Sua Croce, sia le cose che stanno sulla terra, come quelle che sono nei cieli (Col., 1, 20).

E’ possibile leggere in messaggio per intero nel sito vatican.va

 

Il vescovo e i night club: la comunicazione della verità non è una materia opzionale per parlare al mondo

Pubblico la traduzione di un articolo scritto dal teologo gesuita Avery Dulles, creato cardinale da Giovanni Paolo II,  apparso nell’ottobre 1994 sulla rivista «America».

Essendomi scontrato con i giornalisti della carta stampata varie volte, mi diverte sempre apprendere che anche i vescovi, a volte, cadono nelle trappole. Il gesuita Peter Henrici, prima di divenire vescovo in Svizzera, ha raccontato una storia istruttiva (e spero autentica) su un vescovo europeo arrivato a New York. Alla domanda di un giornalista aggressivo: «Quando viene a New York frequenta i locali notturni?», il vescovo rispose con finta ingenuità: «Ci sono locali notturni a New York?». L’indomani rimase sconvolto nel leggere su un giornale il titolo La prima domanda del vescovo: «Ci sono locali notturni a New York?». Il titolo era veritiero, ma così come tante altre notizie, non comunicava la verità.

La comunicazione della verità non è una questione opzionale per la Chiesa. Dal suo divino fondatore la Chiesa ha ricevuto il mandato di diffondere in tutto il mondo la buona novella, inclusa la verità, che Cristo ha insegnato, su chi era ed è. In ogni epoca, la Chiesa ha fatto uso dei mezzi di comunicazione a disposizione, divulgazione orale, lettere, manoscritti, stampa, messaggi radiofonici e trasmissioni televisive. Parlando di nuovi mezzi di comunicazione sociale di massa, nel 1975, Paolo VI dichiarò: «La Chiesa si sentirebbe in colpa davanti al Signore se non utilizzasse questi potenti strumenti di comunicazione che l’abilità umana sta oggi rendendo sempre più perfetti». Giovanni Paolo II ha spesso richiamato l’attenzione sul potere immenso dei mezzi di comunicazione e sull’importanza di metterli al servizio della verità, della giustizia e del decoro morale. È particolare responsabilità dei fedeli laici, afferma, impedire l’uso di questi per manipolare e disinformare.

La Chiesa non ha utilizzato bene i suoi rapporti con la stampa. Leggi tutto “Il vescovo e i night club: la comunicazione della verità non è una materia opzionale per parlare al mondo”

Un tweet storico. Monsignor Celli spiega www.news.va

articolo di Mario Ponzi. Tratto da L’Osservatore Romano del 29 giugno 2011

Dear friends, I have just launched http://www.news.va . Praised be Our Lord Jesus Christ. With my prayers and blessing. Benedictus XVI (“Cari amici, ho appena lanciato http://www.news.va . Sia lodato Nostro Signore Signore Gesù Cristo. Con le mie preghiere e benedizioni. Benedetto XVI”). È il testo del primo tweet in assoluto di un Pontefice. Il tweet è uno di quei brevi messaggi che i frequentatori della rete si scambiano quotidianamente attraverso i social network – twitter in questo caso – nell’era digitale. Nel lanciare martedì pomeriggio, 28 giugno, nei vespri della solennità dei santi Pietro e Paolo, il nuovo portale della Santa Sede news.va

Benedetto XVI ha anche accolto la proposta di rivolgere la sua benedizione al popolo della rete. L’idea è stata dell’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali: “ma devo dire – ci ha confidato – che il Papa ha accettato immediatamente e di buon grado. Del resto, tiene moltissimo alla comunicazione e soprattutto tiene a che la Chiesa sia presente là dove l’uomo vive e si incontra”. Quando ieri, durante la presentazione del nuovo portale nella Sala Stampa della Santa Sede, l’arcivescovo ha dato la notizia che sarebbe stato il Papa personalmente a lanciarlo, è stato anche ricordato quel lontano 12 febbraio 1931, giorno in cui Pio XI, inaugurando la Radio Vaticana, pronunciò in latino dai suoi microfoni il primo radiomessaggio: “Udite o cieli, quello che sto per dire; ascolti la terra le parole della mia bocca. Udite e ascoltate o popoli lontani”. Da allora sono trascorsi più di ottant’anni e di strada ne è stata percorsa tanta, soprattutto in campo tecnologico. Sono cambiati i tempi, ma certamente non è cambiato l’annuncio. Ne abbiamo parlato con l’arcivescovo Celli in questa Leggi tutto “Un tweet storico. Monsignor Celli spiega www.news.va”

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