I TRE PILASTRI DEL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA 47a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (2013) Commento a

Quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni («Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione») ha raccolto una serie di indicazioni già date nei precedenti messaggi, e puntando su 3 “pilastri” o temi-chiave che sembrano essere ormai le fondamenta della prospettiva ecclesiale sulla comunicazione.

1) L’AMBIENTE DIGITALE È UNO SPAZIO DI ESPERIENZA REALE

Scrive Benedetto XVI che i social networks non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione. La Rete non è da «usare», ma da abitare perché la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. «L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (corsivo nostro). Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire che cosa la rete ci insegna sul modo di pensare la fede oggi. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza: «sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie.

2) IN RETE SI PENSA INSIEME E SI CONDIVIDE LA RICERCA

Nel suo Messaggio il Papa afferma che lo sviluppo delle reti sta «contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso.

3) IN RETE SI VIVE UN COINVOLGIMENTO INTERATTIVO CON LE DOMANDE DEGLI UOMINI 

Il Pontefice indica il rischio più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece – scrive – «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi . Al contrario il Papa ribadisce la necessità ad essere disponibili «nel coinvolgerci pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede, ci deve far sentire la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio come pure la nostra carità operosa». Se il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai network sociali.

– È CHIARO, DUNQUE CHE la riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’ambiente digitale ha impatto sulla nostra percezione della realtà, di noi stessi e sulle nostre relazioni.

Ricordiamo  che l’Anno della fede è stato inaugurato da una Lettera Apostolica dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, solamente per citare i più noti.

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PRIMO COMMENTO al Messaggio del Papa per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2013): “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Nel contesto dell’Anno della Fede, Benedetto XVI quest’anno, formulando il tema della 47.a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali invita a riflettere sui networks sociali, usando le splendide metafore della “porta” e dello “spazio” e collegando ad esse la verità, la fede e l’evangelizzazione. Il gesto è sorprendente. Il tema infatti è: “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Perché? Qual è il significato profondo di questo messaggio?

La domanda ha accompagnato questi ultimi anni sembra essere la seguente: le “reti sociali” su Internet sono forme di comunicazione e condivisione che contribuiscono alla crescita umana degli individui, o piuttosto un insidioso pericolo che può far aumentare il loro senso di solitudine e di spaesamento?

Ecco il punto: scegliendo il tema della 47.a Giornata delle Comunicazioni Benedetto XVI ha saltato a piè pari l’approccio di tipo moralistico andando al “sodo”, al significato profondo delle reti sociali. E’ come se dicesse: la prima cosa da fare sia capire cosa succede, di cosa stiamo parlando. Il social network è un ambiente di relazione, di conoscenza e l’ambiente in quanto tale fornisce delle grandi opportunità: è porta, è spazio.

Aggiungo io: il criterio di “bontà” è sostanzialmente esterno al social network perché è l’etica della persona, la sua capacità di integrare la presenza in quest’ambiente virtuale con la propria vita di relazione. Chi nella vita reale tende a isolarsi e a preferire relazioni poco coinvolgenti e significative, in cui ci si compromette poco, può trovare nei social network un luogo ideale di espressione, anche del proprio narcisismo. Una persona che vive invece delle relazioni sostanzialmente sane, può trovare in essi una grande opportunità per dare continuità a rapporti che altrimenti sarebbero eccessivamente frammentati.

Dunque il Papa è interessato al fatto che, in un tempo in cui la tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza, è necessario chiedersi: può essa aiutare gli uomini a incontrare Cristo nella fede? Non basta più il superficiale adeguamento di un linguaggio o di pensare la Rete come un “mezzo” di evangelizzazione. E’ invece indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come risposta alle domande di senso e di fede, che anche dalla rete emergono e nella rete si fanno strada.

E ciò che rende peculiare i social networks è l’emergere delle relazioni e l’accentuazione di uno stile dialogico ed interattivo nella comunicazione e nella relazione. Che cosa significherà tutto ciò per l’evangelizzazione e per la tensione inesausta dell’uomo alla verità? Il testo del Messaggio, che uscirà come tradizione il 24 gennaio, ci dirà di più.

Certo è che la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. Il Papa sembra far crollare le pareti del dualismo digitale. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale.

Se il Pontefice indica che le reti sociali possono essere «porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione» allora una delle sfide maggiori oggi consiste nel  non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita.  Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni. La sfida, dunque, non deve essere quella di come usare bene la Rete, come spesso si crede, ma di come vivere bene al tempo della Rete, di come un uomo possa incontrare Cristo nella fede, vivendo la sua vita anche nel contesto delle reti sociali.

 

Cyberteologia: l’indice del LIBRO

Ecco di seguito l’indice del libro:

 

  • Premessa 9
  • Internet tra teologia e tecnologia 15 Internet e la vita quotidiana 16 La leggerezza dei dispositivi 17 Una ri-forma mentis 19 La spiritualità della tecnologia 23 Linguaggio informatico e intelligenza della fede 28 Salvare, convertire, giustificare, condividere… 29 Che cos’è la cyberteologia? 32
  • L’uomo decoder e il motore di ricerca di Dio 37 La capacità di ascolto della musica come ambiente 37 Il mixaggio dell’obbedienza 39 Il supermarket della fede 40 L’uomo decoder e i contenuti ‘orbitali’ 41 Il vangelo e le merci 43 La ricerca di senso non è motorizzata 44
  • Corpo mistico e connettivo 49 La rete è un luogo ‘caldo’ 49 Chi è il mio ‘prossimo’? 51 Dov’è il mio ‘prossimo’? 53 Una Chiesa ‘liquida’? 55 Una Chiesa ‘hub’? 57 Tralci di vite o fili di rete? 61 L’apertura di un’«isola di senso» 63 Autorità, gerarchia e network 66 I contenuti passano dentro le relazioni 69
  • Etica hacker e visione cristiana 73 Chi sono gli hacker? 73 Lo sforzo giocoso della creazione 75 Il surplus cognitivo e la questione dell’autorità 78 La cattedrale e il bazar 80 La Rivelazione nel bazar 83 Il dono al tempo della rete: peer-to-peer o face-to-face? 85 Il dono dato gratis 88 Il surplus della grazia e il surplus cognitivo 91
  • Liturgia, sacramenti e presenza virtuale 95 Dal microfono sull’altare alla preghiera dell’avatar 95 Ci sono sacramenti in internet? 97 Il networking è esperienza di comunione? 100 La liturgia e la sua ‘riproducibilità tecnica’ 101 L’evento liturgico: tra presenza virtuale e interfaccia grafica 105 La logica dello schermo 109 Il testo ‘galleggiante’ e la resistenza liturgica 110 Realtà ‘aumentata’ e sacramento 113 I problemi e le sfide: l’uomo in rete desidera pregare 115
  • Le sfide teologiche dell’‘intelligenza collettiva’ 119 Pierre Lévy: come pensare l’‘intelletto collettivo’? 120 «Ciò che fu teologico diventa tecnologico» 121 Pierre Teilhard de Chardin e il cammino verso la noosfera 123 Un sistema nervoso planetario 126 Un «Centro distinto irradiante nel cuore di un sistema di centri» 128 Una rete ‘eucaristica’ 130 Un’intelligenza convergente 132
  • Bibliografia133
  • Indice dei nomi 145

Cyberteologia: IL LIBRO

Cari amici, oggi è uscito Cyberteologia. Pensare la fede al tempo della rete (Milano, Vita e pensiero, 2012, pp. 150, euro 14). Ecco di seguito la presentazione editoriale:

Motori di ricerca, smartphone, applicazioni, social network: le recenti tecnologie digitali sono entrate prepotentemente nella nostra vita quotidiana. Ma non solo come strumenti esterni, da usare per semplificare la comunicazione e il rapporto con il mondo: esse piuttosto disegnano uno spazio antropologico nuovo che sta cambiando il nostro modo di pensare, di conoscere la realtà e di intrattenere le relazioni umane. A questo punto, la domanda che Antonio Spadaro si pone e ci pone è: la rivoluzione digitale tocca in qualche modo la fede? Non si deve forse cominciare a riflettere su come il cristianesimo deve pensarsi e dirsi in questo nuovo paesaggio umano? Forse, egli risponde, è giunto il momento di considerare la possibilità di una ‘cyberteologia’, intesa come intelligenza della fede (intellectus fidei) al tempo della rete. Non si tratta però, semplicemente, di cercare nella rete nuovi strumenti per l’evangelizzazione o di intraprendere una riflessione sociologica sulla religiosità in internet. Si tratta piuttosto – e qui sta la pionieristica novità di Spadaro – di trovare i punti di contatto e di feconda interazione tra la rete e il pensiero cristiano. La logica della rete, con le sue potenti metafore, offre spunti inediti alla nostra capacità di parlare di comunione, di dono, di trascendenza. E, dal canto suo, il pensiero teologico può aiutare l’uomo in rete a trovare nuovi sentieri nel suo cammino verso Dio. È un territorio ancora inesplorato, nel quale Spadaro entra con indiscusso background teologico e grande competenza tecnica, ma soprattutto con spirito di fiducia nella capacità del cristianesimo e della Chiesa di essere presenti là dove l’uomo sviluppa la sua capacità di conoscenza e relazione. La rete è un contesto in cui la fede è chiamata a esprimersi non per una mera ‘volontà di presenza’, ma per una connaturalità del cristianesimo con la vita degli uomini. La sfida, dunque, non è come ‘usare’ bene la rete, ma come ‘vivere’ bene al tempo della rete.

Quanta voglia di eternità in un tweet! Ben oltre il narcisismo…

Il 20 dicembre scorso ho letto su L’Osservatore Romano la seguente riflessione di Cristian Martini Grimaldi. Penso che oggi servano riflessioni si questo tipo, capaci di oltrepassare la lettura superficiale o tecnica dei gesti che compiamo nell’ambiente digitale, e di valutarli nella loro profondità. Il titolo già dice molto: Quanta voglia di eternità in un tweet! Il bisogno di parlare di se stessi in internet non è solo sintomo di narcisismo. Aggiungo solamente che nel luglio del 2010 su La Civiltà Cattolica e poi su questo blog affrontato il tema di twitter e la sapienza spirituale. La riflessione prosegue…

L’uomo ha bisogno di eternità e ogni altra speranza per lui è troppo breve, troppo limitata, ha detto il Papa rivolto ai capi di Stato e di Governo partecipanti al G20 di Cannes, ma sembra dar voce ai milioni di giovani (e non) che hanno trovato nell’uso delle piattaforme comunicative del web l’altare da cui con altri mezzi e altre parole rendere concreta la speranza di eternizzarsi attraverso un costante update delle loro esistenze.

Un vero e proprio atto di fede che crea l’illusione della “vita eterna” è infatti implicito proprio nell’utilizzo copioso degli strumenti di “eternizzazione dell’Io” quali i vari Facebook, Twitter e blog personali. L’io costantemente aggiornato su supporti effimeri ed eterei come quelli del web, vagabondo in un mondo virtuale, sembra la perfetta immagine di quell’anima che molti in preda ai conformismi omologanti della deriva secolarizzatrice misconoscono quando non addirittura sbeffeggiano come il frutto di pura e datata superstizione.

Invece queste anime moderne che si dannano per un barlume di spazio pubblico alla costante ricerca di attenzione e visibilità credono di seguire semplicemente lo spirito dei tempi declinato con narcisismo e autoreferenzialità.

Eppure in tutto questo auto-display non richiesto di biografie e privacy non si può non scorgere un disagio interiore nei confronti di una società che ha messo in sordina qualunque personale ricerca di verità ultraterrena, in ultimo la ricerca del connubio con Dio. Sono foto, post, video personalissimi ma non sono altro che scelte obbligate al fine di trascendere spazio e tempo ed eternizzare il proprio ricordo agli altri, perché il contesto culturale in cui sono cresciuti ha trascurato qualunque appetito di eternità e orizzonte di infinito e di ricerca spirituale. Questa comunità di fedeli virtuali va cercando questo orizzonte lì proprio dove invece pensa di negarlo, credendosi e sentendosi al passo con i tempi, tempi che tale ricerca di infinito hanno appunto apparentemente ripudiato.

Non si legge una diversa finalità di intenti tra le parole esplicite del Papa e quelle solo balbettate attraverso dichiarazioni simboliche (likes, uploads, foto messe in comune) da parte dei milioni di utenti dei vari social network del mondo. Sono tutti all’affannosa ricerca di un riconoscimento immediato che la loro esistenza così apparentemente minuscola, così superficialmente insignificante possa contare su una complicità comunitaria tale da renderla meno effimera.

Gli utenti traducono il loro desiderio di assoluto con i mezzi che la modernità mette loro a disposizione. Se un tempo ci si ritirava in comunità isolate in monasteri inaccessibili per sottrarsi al mondo e dedicarsi all’intimo connubio col Divino, massima aspirazione di eternità spirituale, oggi in milioni percorrono la stessa direzione solo con strumenti e attraverso canali differenti solo apparentemente a tutt’altro fine diretti.

È impossibile infatti non riconoscere in quei “a cosa stai pensando?“ negli “aggiorna stato”, “aggiorna foto”, “aggiorna video”, in quelle innumerevoli opzioni di costante registrazione e diffusione di stati d’animo, condivisione di umori, pensieri, “filosofeggiamenti” quotidiani, una fisiologica necessità di trovare nell’altro un testimone, una ragione, infine una legittimazione ultima alla propria esistenza, una giustificazione che vada oltre la mera e precaria presenza individuale, in ultimo un percorso di ricerca di un al di là che non sia più effimero e virtuale, ma eterno.

 

Pio XI: il Papa che aveva intuito la dinamica dei social network

Abbiamo festeggiato quest’anno gli 80 anni della Radio Vaticana. Una cosa che sembra balzare evidente in questa storia è l’atteggiamento del papa Pio XI nel momento in cui firma i Patti Lateranensi l’11 febbraio del ’29. Ben poco a questo Papa interessava il territorio vero e proprio. La Città del Vaticano è grande 0,44 km quadrati. Il motivo per averlo era semplice e lo esplicitò lo stesso 11 febbraio in un discorso ai parroci di Roma dicendo che la sovranità territoriale era necessaria «non conoscendosi nel mondo, almeno fino ad oggi, altra forma di sovranità vera e propria se non appunto territoriale». Se ce ne fosse stata un’altra credo che l’avrebbe scelta.

Ciò che però il Papa desiderava davvero era la ferrovia e la Radio. Soprattutto la Radio, comprendo che il territorio della Chiesa è il mondo e che solo i media potenti e globali – allora la Radio – avrebbero dato la vera «sovranità» alla Chiesa. E per questo chiamò Marconi, l’inventore. Lo Stato può essere anche piccolissimo, ma serve perché attraverso di esso è possibile avere una stazione e una radio indipendenti.

E’ necessario soprattutto prestare attenzione alle parole con le quali Pio XI benedisse gli strumenti della Radio. Eccole: benedic hanc machinarum seriem ad etheris undas ciendas ut apostolica verba cum longinquis etiam gentibus communicantes, in unam tecum familiam congregemur. E cioè: «Benedici questa serie di macchine che servono a trasmettere nelle onde dell’etere affinché comunicando le parole apostoliche anche ai popoli lontani siamo riuniti con te in un’unica famiglia». Che cosa si intuisce “dentro” queste parole? Che Pio XI aveva già in mente le comunità virtuali mediate dalla tecnologia… Infatti mentre poi il fascismo intenderà la Radio come l’espansione delle adunate di ascolto del duce, la Radio Vaticana pretende, diciamo così, di parlare al cuore, alle persone immaginando «un’unica famiglia», appunto. E dunque mettendo un medium globale a servizio delle relazioni e non della propaganda, cioè dei contenuti. In questa benedizione i contenuti sono finalizzati alla relazione. E questa oggi è la logica dei social networks che, comunicando contenuti, saldano relazioni. Pio XI, pensando alla radio aveva in mente un network sociale probabilmente perché considerava un modello di relazioni reali più che il modello del mero broadcasting radiofonico. E in questo modo ha, tra l’altro, indicato una strada per comprendere il senso di una radio ai nostri giorni..

Il 12 febbraio 1931, quindi, Pio XI lanciava il suo primo radiomessaggio Qui arcano Dei. Lo fece in latino perché, come ricorda il card. Confalonieri, «il latino era lingua universale della Chiesa». Dunque non un motivo formale, ma un motivo di universalità, di globalità. Si tratta di un messaggio bellissimo che si rivolge prima «a tutto il creato» (e innanzitutto alle cose!), poi «a Dio» (cioè: sta usando la radio per rivolgersi a Dio, per pregare!), poi «ai cattolici» e poi a tutti gli uomini per categorie… E così disse:

A tutto il Creato

«Essendo, per arcano disegno di Dio, Successori del Principe degli Apostoli, di coloro cioè la cui dottrina e predicazione per divino comando è destinata a tutte le genti e ad ogni creatura (Mt., 28, 19; Mc., 16, 15), e potendo pei primi valerci da questo luogo della mirabile invenzione marconiana, Ci rivolgiamo primieramente a tutte le cose e a tutti gli uomini, loro dicendo, qui e in seguito, con le parole stesse della Sacra Scrittura: «Udite, o cieli, quello che sto per dire, ascolti la terra le parole della mia bocca (Deut., 32, 1). Udite, o genti tutte, tendete l’orecchio, o voi tutti che abitate il globo, uniti in un medesimo intento, il ricco e il povero (Ps – XLVIII, 1) – Udite, o isole, ed ascoltate, o popoli lontani » (Is., 49, 1).

A Dio

E sia la Nostra prima parola: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà (Lc., 2, 14). Gloria a Dio, che diede ai nostri giorni tale potere agli uomini (Mt., 9, 8) da fare giungere le loro parole veramente sino ai confini della terra (Ps. XVIII, 5; Rom., 10, 18); e pace in terra, dove siamo i Rappresentanti di quel divino Redentore Gesù (2 Cor., 5, 20), che venendo annunziò la pace, la pace ai lontani e la pace ai vicini (Ef., 2, 17), pacificando nel Sangue della Sua Croce, sia le cose che stanno sulla terra, come quelle che sono nei cieli (Col., 1, 20).

E’ possibile leggere in messaggio per intero nel sito vatican.va

 

Comunicazione e testimonianza nellera digitale. Presentazione del libro di mons. Domenico Pompili

Riporto di seguito il testo della mia presentazione del volume di mons. Domenico Pompili dal titolo Il nuovo nell’antico. Comunicazione e testimonianza nell’era digitale che si è svolta presso il Centro Interdisciplinare di Comunicazione Sociale della Pontificia Università Gregoriana il 16 novembre 2011 all’interno di un pomeriggio di studio dal titolo “Giovani, Chiesa e Comunicazione”.

***

In questa mia presentazione vorrei dirvi perché ritengo che Il nuovo nell’antico  sia un bel libro e quali siano i nodi principali che pone e affronta.

1. Si vanno moltiplicando i saggi su come la Rete sia un «ambiente» e non uno «strumento»…. nelle parole di mons. Pompili: «i media come cultura e non come mezzi» (p. 20). Quindi aumentano i saggi su come la Rete sta cambiando la nostra vita quotidiana e, in generale, il nostro rapporto con il mondo e le persone che ci stanno accanto. Anche i saggi su come stia cambiando il nostro modo di pensare… Tuttavia, almeno in Italia, non si può certo dire la stessa cosa per le riflessioni specifiche sulla fede e la Chiesa al tempo della Rete. Se La Rete cambia il nostro modo di pensare e di vivere le relazioni, non cambierà (o sta cambiando) anche il modo di pensare la fede e di vivere le relazioni? Ecco dunque perché il volume Il nuovo nellantico assume una grande importanza. Perché si pone la domanda, articolando un discorso a 3 tappe fluidamente connesse tra di loro e omogenee per estensione:

La prima riconosce e descrive il «nuovo contesto esistenziale» generato dai media e dal conseguente «mutamento antropologico», discutendone il significato per la fede e la vita e l’azione della Chiesa. In quale mondo viviamo? Qual è diventato il nostro mondo? È lo stesso di una volta? Alla domanda “Dove vivi?” cosa risponderemmo? Abitiamo anche un “territorio digitale”… “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi“. Che  spessore ha, nell’era digitale, questo “in mezzo”?

La seconda parte si concentra sulla nuova socialità generata dai social networks, soprattutto in ambito giovanile, e nel tempo nel quale ormai la relazione stessa è il vero messaggio della comunicazione.

La terza parte, infine, si concentra sulla dimensione pastorale ed educativa, cogliendo le sfide e presentando le opportunità. La categoria che trionfa è quella della testimonianza.

Ma soprattutto scrive mons. Pompili citando P. Teilhard de Chardin: «niente è profano per chi sa vedere». La formazione è questione di vedere le cose…

2. Questo libro mi piace perché è in grado di aprire scenari e di alimentare il desiderio di non fermarsi ai «prodigi» della tecnica ma di andare a fondo e comprendere come il mondo stia cambiando e quale tipo di atteggiamento richieda oggi una testimonianza del Vangelo.

Tra le tante pagine sulle quali volentieri si sosta a riflettere ne cito almeno una che esprime in sintesi l’atteggiamento di mons. Pompili: le tecnologie sono “nuove” «non soltanto perché differenti rispetto a ciò che precede, ma perché segnano di sé il rapporto dell’uomo con l’altro uomo e con la realtà, cambiando in profondità il concetto stesso di fare esperienza. Non si tratta allora di guardarle con sospetto, ma di evitare l’ingenuità di credere che esse siano così semplicemente a nostra disposizione, senza modificare in nulla il nostro modo di percepire la realtà».

E quindi «internet è uno spazio dell’uomo, uno spazio umano in quanto poolato da uomini. Non più un contesto anonimo e asettico, ma un ambito antropologicamente qualificato» (p. 62).

Dunque questo libro mi piace perché mons. Pompili indica alcune direzioni. Il suo discorso non è mai timoroso, né è un inutile elogio dei tempi che furono. Al contrario è consapevole che il compito della Chiesa è quello di accompagnare luomo nel suo cammino, e la Rete fa parte integrante di questo percorso in maniera irreversibile!

E proprio il suo «ottimismo» di fondo che gli fa individuare con acutezza le criticità, quali quelle del cosiddetto networked individualism o del digital divide, ad esempio. Ma le sue risposte non sono mai legate alla nostalgia di ciò che sembra perduto, ma al contrario, alla necessità di un impegno per rendere la Rete più umana, luogo di Leggi tutto “Comunicazione e testimonianza nellera digitale. Presentazione del libro di mons. Domenico Pompili”

Il vescovo e i night club: la comunicazione della verità non è una materia opzionale per parlare al mondo

Pubblico la traduzione di un articolo scritto dal teologo gesuita Avery Dulles, creato cardinale da Giovanni Paolo II,  apparso nell’ottobre 1994 sulla rivista «America».

Essendomi scontrato con i giornalisti della carta stampata varie volte, mi diverte sempre apprendere che anche i vescovi, a volte, cadono nelle trappole. Il gesuita Peter Henrici, prima di divenire vescovo in Svizzera, ha raccontato una storia istruttiva (e spero autentica) su un vescovo europeo arrivato a New York. Alla domanda di un giornalista aggressivo: «Quando viene a New York frequenta i locali notturni?», il vescovo rispose con finta ingenuità: «Ci sono locali notturni a New York?». L’indomani rimase sconvolto nel leggere su un giornale il titolo La prima domanda del vescovo: «Ci sono locali notturni a New York?». Il titolo era veritiero, ma così come tante altre notizie, non comunicava la verità.

La comunicazione della verità non è una questione opzionale per la Chiesa. Dal suo divino fondatore la Chiesa ha ricevuto il mandato di diffondere in tutto il mondo la buona novella, inclusa la verità, che Cristo ha insegnato, su chi era ed è. In ogni epoca, la Chiesa ha fatto uso dei mezzi di comunicazione a disposizione, divulgazione orale, lettere, manoscritti, stampa, messaggi radiofonici e trasmissioni televisive. Parlando di nuovi mezzi di comunicazione sociale di massa, nel 1975, Paolo VI dichiarò: «La Chiesa si sentirebbe in colpa davanti al Signore se non utilizzasse questi potenti strumenti di comunicazione che l’abilità umana sta oggi rendendo sempre più perfetti». Giovanni Paolo II ha spesso richiamato l’attenzione sul potere immenso dei mezzi di comunicazione e sull’importanza di metterli al servizio della verità, della giustizia e del decoro morale. È particolare responsabilità dei fedeli laici, afferma, impedire l’uso di questi per manipolare e disinformare.

La Chiesa non ha utilizzato bene i suoi rapporti con la stampa. Leggi tutto “Il vescovo e i night club: la comunicazione della verità non è una materia opzionale per parlare al mondo”

Come la Rete plasma l’homo religiosus. Il mio intervento all’Internet Governance Forum Italia 2011

Dal 10 al 12 novembre si è tenuto presso le Gallerie di Piedicastello a Trento l’ Internet Governance Forum Italia. All’interno del programma uno dei panel è stato dedicato a Le religioni nella Rete. Qui di seguito riporto il testo del mio intervento.

Per comprendere i rapporti tra internet e religione credo sia necessario partire da una considerazione per noi tutti chiara. Basta ricordarla: la Rete non è uno strumento ma un ambiente che dà forma a un modo di pensare e a un modo di stringere le relazioni. La vera sfida che le religioni maturano è quella di imparare a vivere la Rete come uno degli ambienti di vita. ~ Non “vivere bene la Rete”, ma “vivere bene ai tempi della Rete” ~ La Rete ha a che fare con la fede in quanto ha a che fare con la vita del credente.

In particolare la Rete è una rivoluzione che potremmo definire «ANTICA», cioè con salde radici nel passato perché dà forma nuova a desideri e valori antichi quanto l’essere umano. Quando si guarda a internet occorre non solo vedere le prospettive di futuro che offre, ma anche i desideri e le attese che l’uomo ha sempre avuto e alle quali prova a rispondere, e cioè: relazione e conoscenza. Questo ci fa capire perché la Rete e la Chiesa sono due realtà da sempre destinate ad INCONTRARSI: da sempre la Chiesa ha nell’annuncio di un messaggio e nelle relazioni di comunione due pilastri fondanti del suo essere. Ecco perché. Questa è dunque la prima cosa che sento di dirvi sul tema.

Ma se la Rete cambia il modo di pensare e di vivere i rapporti allora intuiamo già che internet comincia a porre delle sfide alla comprensione stessa del cristianesimo. Mi limiterò qui a individuare questi punti critici per avviare una loro discussione…

1. Primo punto critico: la rete plasma lhomo religious

Digitando in un motore di ricerca la parola God oppure anche religion, spirituality, otteniamo liste di centinaia di milioni di pagine. Internet sembra essere il luogo delle risposte. L’uomo alla ricerca di Dio oggi avvia una ricerca. Come cambia la ricerca di Dio al tempo dei motori di ricerca? Quali sono le conseguenze di questa ricerca? Tra le tante mi soffermo su una: il possibile cambiamento radicale nella percezione della domanda religiosa.

Una volta l’uomo era saldamente attratto dal religioso come da una fonte di senso fondamentale. L’uomo era una bussola, e la bussola implica un riferimento unico e preciso: il Nord. Poi l’uomo ha sostituito nella propria esistenza la bussola con il radar che implica un’apertura indiscriminata anche al più blando segnale e questo, a volte, non senza la percezione di «girare a vuoto». L’uomo però era inteso comunque come un alla ricerca di un messaggio del quale sentiva il bisogno profondo. Oggi queste immagini, sebbene sempre vive e vere, «reggono» meno. L’uomo da bussola prima e radar poi, si sta trasformando in un decoder, cioè in un sistema di decodificazione delle domande sulla base delle molteplici risposte che lo raggiungono. Posta la domanda, siamo bombardati dalle risposte; viviamo una answering overload.

PRIMA CONSEGUENZA: La domanda religiosa in realtà si sta trasformando in un confronto tra risposte plausibili e soggettivamente significative. Le domande radicali non mancheranno mai, ma oggi sono mediate dalle risposte che si ricevono. Questo è uno degli effetti della ricerca di Dio ai tempi dei motori di ricerca: la risposta è il luogo di emersione della domanda.

SECONDA CONSEGUENZA: La Rete plasma il modo di intendere i contenuti della fede che diventano “orbital content” contenuti che orbitano attorno a chi li cerca o li trova. Cerco di spiegarmi. Tutti noi conosciamo, ad esempio, Instapaper, credo (o anche Read it Later). E’ la più nota delle cosiddette «bookmarklet apps» con la quale è possibile salvare tutto ciò che ci interessa in un unico luogo (computer, tablet, o altro) e in un formato standard e in modo da accedervi in qualunque momento, anche senza copertura di Rete.

Quante volte navigando ci siamo imbattuti in testi o video interessanti senza avere il tempo di poterne fruire? Per salvarli dall’oblio bisognava salvarne l’indirizzo web. Adesso invece appena si trova un contenuto interessante lo si fa «orbitare» attorno a se stessi, del tutto astratto dal suo contesto proprio, salvandolo grazie a queste applicazioni.

La logica di Instapaper consiste nel fatto che i dati frutto delle mie ricerche vengono «pescati» della Rete, selezionati per interesse, privati dalle loro radici e fatti convergere su una piattaforma che li conserva in modo che sia possibile rinviare la lettura a un momento successivo. Così si sviluppa il senso che la conoscenza è chiamata ad orbitare attorno al soggetto in maniera a lui del tutto funzionale e orientata. Oggi la fede sembra partecipare di questa logica che è un modo per gestire la complessità. Quali ne saranno le conseguenze?

2. Secondo punto critico: il significato della «presenza reale»

È possibile immaginare i sacramenti e liturgie nell’ambiente digitale? Chi è l’uomo orante nell’ambiente digitale? Ciò che sembra di poter quasi banalmente osservare è che col crescere degli spazi virtuali, molti hanno cominciato ad avvertire il bisogno di creare luoghi di preghiera o addirittura chiese, cattedrali, chiostri e conventi per tempi di sosta e di meditazione. Ad esempio l’elenco delle chiese nella Second Life era molto lungo. Questo è Leggi tutto “Come la Rete plasma l’homo religiosus. Il mio intervento all’Internet Governance Forum Italia 2011”

La formazione dei seminaristi e dei religiosi alle nuove tecnologie

Alla fine dell’incontro dei vescovi brasiliani sulla comunicazione che si è tenuto a Rio de Janeiro dal 12 al 16 luglio sono stato richiesto di alcune parole conclusive. Tra le varie cose accennavo a una mia preoccupazione che riguarda la formazione dei seminaristi.

E’ chiaro che il compito educativo è alquanto complesso e, quando si pensa alla Rete, si immagina di dover fornire alle persone in formazione per il ministero ordinato competenze di carattere morale, tecnico, etc. L’obietto sembra essere l’assunzione di competenze e abilità specifiche. Tutto questo è vero. Tuttavia non comincia certo da qui il compito formativo. Educare non significa istruire. Il primo significato di questa parola dovrebbe essere in realtà “capire ciò che si vive”, cioè ragionare sull’esperienza, e innanzitutto sulla propria.

Il primo compito di un formatore non è far fare corsi specifici su come si fa un blog o come si sta sui social network, ma discutere con le persone in formazione su come esse già di fatto vivono l’ambiente digitale; su come sono presenti Rete e con quali modalità; su quali sono le belle esperienze e quali le brutte, se ce ne sono state; quali gli entusiasmi e quali le delusioni, quali le tentazioni e quali le virtuosità.

La Rete non è un mezzo da usare per far qualcosa, ma è un contesto abitativo, un luogo di esperienza. Formare a vivere dentro un ambiente significa apprenderne i linguaggi e i contesti specifici, ma non al modo dell’apprendimento di una grammatica astratta, ma nella modalità della vita concreta. I seminaristi o i religiosi in formazione oggi, generalmente, hanno già una presenza nel mondo digitale. Non bisogna immaginare i giovani come “tabula rasa” o, peggio, tabula da “radere”.

L’ascesi in questo senso ha un valore. A volte è bene saper staccare le connessioni. Ma l’obiettivo deve essere non il semplice “distacco”, come se l’ambiente virtuale fosse in sé una “tentazione”, ma l’apprendimento di un modo maturo di vivere (on line e off line: la vita è unica!). E’ solo a partire dalla valutazione quanto più è possibile matura della propria esperienza che è possibile formare un ministro ordinato o un religioso chiamato ad aiuatre gli altri a vivere all’altezza della loro umanità e spiritualità.