La comunicazione non scomunica. 5 punti del MESSAGGIO di #PapaFrancesco per la 50a Giornata Mondiale delle COMUNICAZIONI

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Col suo Messaggio per la 50° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali Papa Francesco ha voluto connettere il tema della «Comunicazione» a quello della «Misericordia». L’accostamento non è scontato. Che cosa significare comunicare in maniera misericordiosa? Come si fa a comunicare la misericordia?

Segnalo di seguito  5 punti a mio avviso centrali nel Messaggio del Papa.

1) La comunicazione è «credibile» se è «affidabile»

L’assunto di base di questo Messaggio è che tutto ciò che facciamo è comunicazione. L’amore è comunicazione: quando è vero amore non può isolarsi. Se fosse isolato, sarebbe una forma spiritualista di egoismo. Dunque proprio nel modo in cui cerchiamo di vivere con tutto il nostro essere ciò che stiamo comunicando, contribuiremo a restituire credibilità alla comunicazione umana. Questo è il senso dell’incipit del Messaggio. La comunicazione è «credibile» non solo se oggettivamente corrisponde al vero ma se è «affidabile», cioè è espressione di una relazione di fiducia, di un impegno del comunicatore a vivere bene la sua relazione con chi ascolta o chi partecipa all’evento comunicativo.

2)    La comunicazione della Chiesa non è «esclusiva»

Francesco comincia subito a parlare della comunicazione ecclesiale. E dice che essa deve essere inclusiva, da Madre, capace di «toccare i cuori delle persone e sostenerle nel cammino». Dobbiamo comunicare da figli di Dio con altri figli di Dio, senza distinzione di credo, idea, visione del mondo. Dobbiamo dunque arrestare il processo di svilimento delle parole, il nominalismo della nostra cultura. La gente è stanca di parole senza peso proprio, che non si fanno carne, che nella nostra predicazione fanno sì che Cristo non si manifesti più come persona, bensì come idea, concetto, astratta teoria dottrinale. Si restituisca alla parola — specialmente a quella della predicazione — la sua «scintilla» che la rende viva e che dà calore e odore umano alle parole della fede.

3) La comunicazione non scomunica

«La comunicazione ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro e l’inclusione, arricchendo così la società», scrive il Papa. E «Le parole possono gettare ponti tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, i popoli». Persino quando «deve condannare con fermezza il male, cerca di non spezzare mai la relazione e la comunicazione». La comunicazione, proprio perché stimola la creatività, deve sempre creare ponti, favorire l’accessibilità, arricchire la società. Dovremmo gioire del potere di parole e azioni scelte con cura per superare le incomprensioni, sanare i ricordi e costruire pace e armonia. Le parole costruiscono ponti, sono «pontefici» tra le persone. E questo dovunque: sia nell’ambiente fisico sia in quello digitale. Parole e azioni devono aiutarci a fuggire dal circolo vizioso della condanna e della vendetta che continua ad intrappolare gli individui, le persone e le nazioni, e che poi si esprime con messaggi di odio.
La parola del cristiano, in particolare, deve tendere alla comunione e dunque a togliere di mezzo l’atteggiamento di «scomunica». Ricordiamo che «la memoria delle mutue sentenze di scomunica, insieme con le parole offensive e i rimproveri immotivati per molti secoli ha rappresentato un ostacolo al ravvicinamento» anche tra cristiani. «La logica dell’antagonismo, della diffidenza e dell’ostilità, simboleggiata dalle scomuniche reciproche» deve essere «sostituita dalla logica dell’amore e della fratellanza», aveva scritto Papa Francesco nel suo Messaggio a Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico, per la festa di sant’Andrea, 2015.
Per non spezzare la comunione è importante saper ascoltare, cioè «essere capaci di condividere domande e dubbi, di percorrere un cammino fianco a fianco, di affrancarsi da qualsiasi presunzione di onnipotenza e mettere umilmente le proprie capacità e i propri doni al servizio del bene comune».

4)    La misericordia è politica

«Vorrei, dunque, invitare tutte le persone di buona volontà a riscoprire il potere della misericordia di sanare le relazioni lacerate e di riportare la pace e l’armonia», scrive Papa Francesco, sottolineando che «questo vale anche per i rapporti tra i popoli». Dunque «è auspicabile che anche il linguaggio della politica e della diplomazia si lasci ispirare dalla misericordia, che nulla dà mai per perduto». Ecco il senso della «diplomazia della misericordia» per Francesco: non considerare mai nulla perduto nella relazione tra popoli e nazioni. A questo deve servire la comunicazione politica, dunque.
Il Papa invita coloro che sono intrappolati in vecchie ostilità ad intraprendere il cammino della misericordia; di riconoscere le proprie responsabilità, e di chiedere perdono e mostrare misericordia verso coloro che gli hanno fatto del male. Andiamo al di là della distinzione tra «vittime» e «carnefici».
Ma dobbiamo superare anche un’altra logica: quella che contrappone «vincitori» e «vinti». Viviamo in un mondo dove siamo abituati a dover provare quanto valiamo, a dover guadagnarci il rispetto e l’ammirazione degli altri. Spesso tale riconoscimento è riservato a coloro che hanno raggiunto il successo attraverso il benessere, il potere e la fama. Come risultato, possiamo notare un divario crescente tra coloro che sono visti come vincitori e coloro che sono giudicati perdenti. Nella società le persone competono per imporre il proprio valore e dignità, e chi sta in alto vuole tenere gli altri in basso. Tale visione indebolisce la dignità delle persone e, in particolare, ha come risultato che coloro che hanno fallito o che sono giudicati non all’altezza delle aspettative, vengono marginalizzati e rifiutati. Il nostro modo di comunicare non deve dunque esprimere mai l’orgoglio superbo del trionfo su un nemico, né umiliare coloro che sono scartati, che sono considerati «perdenti» e sono abbandonati. La misericordia può aiutare a mitigare le avversità della vita e offrire calore a coloro che hanno conosciuto solo la freddezza del giudizio. Un uomo può guardare un altro uomo dall’alto in basso solamente per aiutarlo a sollevarsi.
Infine — leggiamo — «lo stile della nostra comunicazione sia tale da superare la logica che separa nettamente i peccatori dai giusti. Noi possiamo e dobbiamo giudicare situazioni di peccato – violenza, corruzione, sfruttamento, ecc. – ma non possiamo giudicare le persone, perché solo Dio può leggere in profondità nel loro cuore». Infatti «parole e gesti duri o moralistici corrono il rischio di alienare ulteriormente coloro che vorremmo condurre alla conversione e alla libertà, rafforzando il loro senso di diniego e di difesa».

5) La rete costruisce cittadinanza

Se la comunicazione ha una rilevanza politica, essa ha anche un peso sempre più forte nel sentirsi cittadini, nel costruire la cittadinanza. Riconoscendo la rete come luogo di una «comunicazione pienamente umana», il Papa afferma che «anche in rete si costruisce una vera cittadinanza. L’accesso alle reti digitali comporta una responsabilità per l’altro, che non vediamo ma è reale, ha la sua dignità che va rispettata. La rete può essere ben utilizzata per far crescere una società sana e aperta alla condivisione».
Il «potere della comunicazione» è la «prossimità». La prossimità innesca una tensione bipolare di avvicinamento e allontanamento e, al suo interno, presenta un’opposizione qualitativa: avvicinarsi bene e avvicinarsi male. Ecco il compito di chi oggi è impegnato nella comunicazione: «In un mondo diviso, frammentato, polarizzato, comunicare con misericordia significa contribuire alla buona, libera e solidale prossimità tra i figli di Dio e fratelli in umanità».

Il Vangelo del conflitto. Riflessioni di Alberto Asor Rosa sull’articolo di J. M. Bergoglio su La Civiltà Cattolica


CivCatt 3970fileunico (trascinato)
di Alberto Asor Rosa
pubblicato in la Repubblica
col titolo «Il Vangelo del conflitto»,
20 Gennaio 2016

Nelle settimane passate è apparso in Italia un testo di Papa Bergoglio, che a me sembra di grande importanza. Si tratta dell’intervento da lui pronunciato a un Congresso internazionale di teologia (da lui stesso voluto e preparato), svoltosi a San Miguel in Argentina dal 2 al 6 settembre 1985, sul tema “Evangelizzazione della cultura e inculturazione del Vangelo”.

L’intervento, nella forma pubblicata da Civiltà cattolica, porta il titolo “Fede in Cristo e Umanesimo”. Ritengo però che il suo vero tema sia più esemplarmente testimoniato da quello del convegno.

Andrò per accenni, limitandomi a segnalare quello che, dal mio punto di vista, spicca per novità e intelligenza del discorso. In effetti, trovo, per cominciare dagli inizi, che ipotizzare questa doppia missione – che è anche un doppio movimento di andata e ritorno per ognuno dei due elementi che lo compongono, e cioè: “evangelizzazione della cultura” e “inculturazione del Vangelo”– significa offrire una visione nuova dei rapporti tra la “fede cristiana” e “il mondo”.

Papa-Francesco-al-Serafico-di-AssisiBergoglio, infatti, non dice: “questa” o “quella cultura”. Dice: “cultura”. A chiarimento della tesi scrive: «Stiamo rivendicando all’incontro tra fede e cultura, nel suo duplice aspetto di evangelizzazione della cultura e di inculturazione del Vangelo, “un momento sapienziale”, essenzialmente mediatore, che è garanzia sia dell’origine (movimento di creazione) sia della sua pienezza e fine (movimento di rivelazione)». «Un momento sapienziale, essenzialmente mediatore…»: se la traduzione dallo spagnolo in italiano non ha deformato qualche senso, questo vuol dire che tra “fede” e “cultura” si può stabilire un confronto, i cui momenti di reciprocità sono destinati a influenzare sia l’una sia l’altra parte, producendo, attraverso la “mediazione”, un accrescimento di sapere e di conoscenza per tutti.

Bergoglio chiama in causa una parola-concetto tipicamente laica o quanto meno mondana: “mediatore”, mediazione. Tale impressione però si accentua, in misura significativa, nella lettura di un brano seguente, che qui riporto per intero, perché lo trovo denso di parole-concetti sorprendenti: «La base di questo sforzo è sapere che nel compito di evangelizzare le culture e di inculturare il Vangelo è necessaria una santità che non teme il conflitto ed è capace di costanza e pazienza. Innanzi tutto, la santità implica che non si abbia paura del conflitto: implica parresia, come dice San Paolo. Affrontare il conflitto non per restarvi impigliati, ma per superarlo senza eluderlo. E questo coraggio ha un enorme nemico: la paura. Paura che, nei confronti degli estremismi di un segno o di un altro, può condurci al peggiore estremismo che si possa toccare: l’“estremismo di centro”».

In questo caso, la parola-concetto centrale è: “conflitto”. Si deve ammettere che siamo di fronte a una acquisizione inedita nel campo della cultura cristiano-cattolica. Il termine infatti ricorre nel pensiero e nelle problematiche del pensiero dialettico e sociologico europeo e americano degli ultimi due secoli: da Hegel a Marx, e poi Simmel, von Wiese, Dahrendorf… Nessun equivalente, almeno della stessa portata, nel pensiero cristiano-cattolico dello stesso periodo, e si capisce perché: la predicazione evangelica sembrerebbe escludere una virata di tale natura.

Ma la sorpresa è destinata persino ad aumentare se si procede nell’analisi del ragionamento. «Affrontare il conflitto », scrive Bergoglio, «per superarlo », ma «senza eluderlo»; si misura con «un enorme nemico: la paura». Paura di che? Paura dei possibili estremismi, che dal conflitto possono scaturire. Ma tale paura, se incontrollata, è destinata a condurre «al peggiore estremismo che si possa toccare: l’“estremismo di centro”, che vanifica qualsiasi messaggio». L’“estremismo di centro”! In un paese come l’Italia, spesso arrivato a catastrofiche conclusioni proprio a causa di un sistematico e prevaricante “estremismo di centro”, tale messaggio dovrebbe risultare più comprensibile che altrove. Anche il riferimento alla parresia s’inserisce in questo contesto: solo chi parla alto e libero può vincere la paura.

Quali considerazioni si possono fare su posizioni, di questa natura? Su Bergoglio sono stati scritti molti articoli (bellissimi quelli di Eugenio Scalfari). Pochi, però, si sono soffermati sulla scaturigine storica delle sue prese di posizione, che è inequivocabilmente gesuitica. I gesuiti, nel corso della loro lunga storia, ne hanno combinate di tutti i colori, nella difesa perinde ac cadaver della Chiesa di Roma. E però… Molti anni or sono ho studiato a lungo la cultura gesuitica del Seicento in Italia. Mi risultò chiaro allora che carattere perspicuo della cultura gesuitica, nei momenti migliori, è sempre stato il tentativo «di operare la saldatura fra cultura laica e cultura ecclesiastica, fra tradizione e rinnovamento… »; e questo su base mondiale.

Se le cose stanno così, la domanda (provvisoriamente) finale di questa ricostruzione è: quale rapporto esiste fra la centralità della parola-concetto “conflitto” e la centralità della parola-concetto “misericordia”, alla quale Papa Francesco ha voluto dedicare il Giubileo?

La risposta più semplice è: nessuno. “Misericordia” è parola evangelica, pochissimo usata in ambito laico, come pochissimo “conflitto” in ambito ecclesiale. Sono passati trent’anni dalla prima formulazione, padre Jorge Mario Bergoglio, divenuto Papa Francesco, ha ripensato radicalmente le sue posizioni, rientrando nell’ambito più tradizionale della cultura ecclesiastica.

Come tutte le soluzioni troppo semplici, anche questa però si presta a un’obiezione di fondo. Una noticina al testo pubblicato da Civiltà cattolicainforma infatti che il testo è stato ripresentato «in forma rivista dal Santo Padre ». Questo ci rende lecito pensare che nel pensiero di Papa Francesco “conflitto” e “misericordia” possano stare insieme. Cioè: il prodotto di una cultura laica può stare insieme con il prodotto tipico di una cultura evangelico- cristiana.

Non può esserci “misericordia” se non c’è stato “conflitto”; il “conflitto” è buono, anzi, addirittura indispensabile, se è necessario per superare la paura, e superare la paura è necessario per arrivare alla “misericordia”. Sarebbe troppo pretendere che Bergoglio, divenuto Pontefice, dopo averci additato come il conflitto sia necessario per attivare la misericordia, ci additi come la misericordia sia necessaria per attivare il conflitto, motivo quest’ultimo inesauribile – e positivo, quando c’è – delle azioni umane. Però la connessione possibile – il prima e il dopo, insomma, che però è anche o può essere anche, un dopo e un prima – almeno a noi laici e non credenti, risulta – credo – ben chiara.

40 punti chiave dei “Circoli minori” al #Sinodo15

FullSizeRenderEcco di seguito 40 brevi punti emersi nelle relazioni dei Circoli Minori dei gruppi. Essi non rappresentano una sintesi esaustiva né sostituiscono la lettura integrale dei testi. Tuttavia costituiscono una presentazione di importanti elementi emersi e anche in più di un gruppo. Danno nel loro insieme una buona idea dell’ampio  lavoro fatto e dei contributi offerti. Possono essere presi come guida alla lettura oppure come una sintesi per avere a disposizione elementi chiave.

1. Cambiamenti per migliorare l’incisività, usare una terminologia più positiva e comprensibile. Ad esempio: purtroppo a volte l’indissoubilità è presentata solo come un fardello; termini “natura” e “naturale” sono di difficile comprensione e utilizazione a livello pastorale. Occorre inoltre avere una maggiore ispirazione biblica, specialmente ai libri poetici e sapienziali (Italicus B e A, Anglicus A e D, Gallicus A e B, Hibericus B)

2. “Non c’è un unico modo per fare famiglia”. Esistono anche le “famiglie discepolari”, la vita religiosa… (Italicus B)

3. L’importanza della missione della pastorale nella trasmissione della dottrina (Italicus B)

4. La comunità cristiana sia “famiglia di famiglie” e modelli la sua pastorale allo stile della famiglia con la sua forza umanizzante (Italicus C)

5. Considerare la famiglia in tutte le sue tappe, anche nei tempi in cui i figli partono e i genitori sono anziani (Italicus C)

6. Necessità di armonizzare l’attenzione alla sacramentalità del matrimonio con l’obiettivo di rivolgere la proposta evangelica a tutti, anche ai non credenti: il Signore deposita nel cuore di ogni uomo il desiderio di famiglia (Italicus A)

7.  L’analogia marito-moglie/Cristo-Chiesa è imperfetta ma se ne deve cogliere il senso spirituale (Italicus A)

8. Le catechesi di Papa Francesco aiutano per amonizzare sacramentalità e creaturalità (Italicus A)

9. La Chiesa deve esere sempre maestra ma anche madre che porta un annuncio di speranza (Italicus A)

10. Ricordare il collegamento diretto e importante tra il Sinodo sulla Famiglia e il Giubileo della Misericordia (Italicus A)

11. E’ la certezza del perdono che è permette la franchezza della confessione. La percezione del peccato si desta davanti all’amore gratuito di Dio. La misericordia di Dio non ha alcuna condizione (Italicus A, Hibericus A)

12. Importanza della guida spirituale che accompagni gli sposi (Italicus A)

13. L’espressione “Vangelo della famiglia” ad alcuni sembra vaga. Bisognerebbe precisare che cosa significa (Anglicus D)

14. Importanza della preghiera, delle devozioni e della religiosità popolare nella spiritualità familiare (Anglicus D, Gallicus B)

15. Non dimenticare le violenze in famiglia, che accadono soprattutto nei confronti delle donne (English D)

16. Bisogna capire che cosa significa “vocazione” alla vita familiare in relazione a quella alla vita consacrata (Anglicus A)

17. Il documento finale comunque avrà delle limitazioni. Si immagina una Esortazione Apostolica del Santo Padre (Anglicus A)

18. Nel documento ci sono espressioni in cui pare che si assolutizzi il matrimonio e la famiglia metre Gesù li relativizza al Regno di Dio (Hibericus A)

19. Gesù apre sempre le porte e non scaglia pietre (Hibericus A)

20. La fedeltà e l’indissolubilità sono un mistero che include la fragilità (Hibericus A)

21. Abbiamo una teologia del matrimonio attenta prevalentemente alla morale (Hibericus A)

22. Seguendo la tesi dei “semina Verbi” non si può disconoscere che ci sono molti valori positivi in altri tipi di famiglia (Hibericus A)

23. Abbiamo chiuso il matrimonio dentro troppi formalità che i giovani rifiutano identificandole con l’ipocrisia (Hibericus A)

24. Gesù ha vissuto la maggior parte della sua vita all’interno di una vita ordinaria di famiglia (Gallicus A)

25. Evitare che parlare di indossolubilità in maniera troppo insistita possa far apparire che questa sia la nostra unica preoccupazione. Evitare anche di parlarne solo in termini di obbligo, ma anche di dono (Gallicus A, Anglicus C, Anglicus B)

26. La dottrina è nota ma le esigenze della realtà e i nuovi accenti della riflessione teologica devono essere presi in considerazione perché il Sinodo dia un apporto davvero significativo (Hibericus B)

27. Incoraggiamento alle coppie che vivono un matrimonio cristiano genuino (Anglicus C)

28. Si conferma la necessità di un linguaggio più simbolico, esperienziale, significativo, chiaro, invitante, aperto, pieno di gioia e speranza, ottimistico (Anglicus C)

29. Parlando della famiglia bisogna parlare anche del sacrificio che la vita familiare implica. E così bisogna esplorare le possibilità (Anglicus C)

30. Capire meglio le motivazioni di coloro che preferiscono non sposarsi. Abbiamo bisogno di comprendere meglio (Anglicus C)

31. Misericordia e verità non sono mai in contraddizione. La giustizia di Dio è una misericordia con la quale ci rende giusti. Non bisogna porre limiti umani alla misericordia di Dio (Germanicus, Anglicus B)

32. Pensiamo in modo troppo statico e non in modo storico. La dottrina si è sviluppata in modo storico. Questo processo è vera anche nella vita delle persone (Germanicus)

33. Lo sviluppo storico della dottrina fa capire che anche la pastorale deve essere un processo a gradi. Chiarezza della dottrina e gradualità nella pastoriale non si oppongono ma esprimono la concretezza dell’accompagnamento (Germanicus)

34. Importanza della coscienza e della resposbilità. C’è una legge che Dio iscrive nella persona dove l’uomo può sentire la sua voce. Occorre rispetatrla (Germanicus)

35. Il nostro magistero deve rispecchiare la pedagogia divina che oggi continua (Anglicus B)

36. Il Sinodo dovrebbe sostenere le scuole cattoliche per approfondire l’educazione religiosa che comincia nella famiglia (Anglicus B)

37. Non lasciamoci prendere da false opposizioni che alimentano la confusione (Gallicus C)

38. Gesù ha unito indossolubilmente la Trinità e la famiglia per la sua incarnazione nella famiglia di Nazaret (Gallicus C)

39. Che il Sinodo apra un tempo di paziente ricerca da parte di teologi e pastori che possa delineare una pastorale familiare in un orizzonte di comunione, Non abbiamo bisogno di assetti disciplinari universali (Gallicus C)

40. Come portare le persone e soprattutto i più giovani a comprendere il senso del matrimonio cristiano anche grazie al fatto che la famiglia diventi soggetto e non solo oggetto di pastorale (Gallicus B)

Il viaggio di Papa Francesco in America Latina e l’ecumenismo. Il messaggio del Metropolita Tarasios

IlFullSizeRender viaggio di Papa Francesco in America Latina ha avuto anche un significato ecumenico, grazie alla presenza lunga tutta la sua durata, di Sua Eminenza Monsignor Tarasios, Arcivescovo metropolitano di Buenos Aires ed Esarca dell’America del Sud. Mons. Tarasios conosce Papa Francesco da molti anni e con lui era solito incontrarsi e discutere di temi e problemi pastorali.

Alla fine della celebrazione eucaristica a Campo Grande de Ňu Gauzú in Paraguay mons. Tarasios ha rivolto a Papa Francesco le parole che qui riproduciamo.

Notiamo come mons. Tarasios offre il suo benvenuto anche a nome del Patriarca Bartolomeo, rappresentando la Chiesa Ortodossa. Si esprimono cordialmente sentimenti di gratitudine e si manifesta la gioia di testimoniare insieme che il vero amore e la vera fraternità tra le Chiese non si limitano a una mera scolastica o a un corretto rapporto diplomatico, ma una esperienza di vita fondata sul Vangelo. Il Metropolita definisce il Papa “Santità e Fratello Maggiore”. La sua visita è colta come occasione di incontro, di allegria e di impegno. Si esprime infine la consapevolezza che l’elezione dell’arcivescovo di Buenos Aires al Pontificato potrà contribuire a far considerare l’America Latina come un grande tesoro per l’umanità.

Ecco di seguito il testo dell’indirizzo di saluto.
Antonio Spadaro SJ

OSSROM60665_LancioGrandeSu Santidad
El Papa Francisco
Que la Gracia y la  Sacra Ternura de Nuestro Señor sean con Ud.

Tengo el honor en mi cargo de Arzobispo Metropolitano de Buenos Aires y Exarca de Sudamérica de dar a Su Santidad la bienvenida por parte de Su Santidad el Patriarca Ecuménico y querido hermano en Cristo Bartolomé.

Desde el fondo de mi corazón y de mi alma deseo expresarle mi más profunda gratitud por el privilegio de haberme recibido durante los días de Su visita pastoral en Ecuador, Bolivia y Paraguay. Creo que esta visita es histórica y es por ello que le expresé mi deseo de poder estar presente durante la misma, representando a la Iglesia Ortodoxa, al Patriarcado Ecuménico de Constantinopla y a nuestra jurisdicción sudamericana.

Su pronta respuesta a mi misiva me llenó de alegría. Hoy esa alegría se ha completado mientras hemos estado juntos una vez más dando testimonio de que el verdadero amor y la fraternidad entre las iglesias no se limitan a una mera escolástica interreligiosa o a un correcto protocolo diplomático o a un ameno discurrir ecuménico, sino que es una vivencia real, pura y salvífica basada en el mandamiento del Señor.

Santidad y Hermano Mayor,

me tomo el atrevimiento de llamarlo así, tal como lo hacía en Buenos Aires con respeto y amor. Hemos compartido muchos años en Buenos Aires, en donde aprendí de Ud. a ser un buen obispo y pastor, y ahora la Divina Providencia nos junta una vez más en estas tierras sudamericanas, cuya realidad ha sido motivo de diálogo, preocupación y desvelo para ambos. Hoy, sin embargo, es motivo de encuentro, de alegría, de compromiso, el compromiso de seguir velando, cada uno desde su posición en la Iglesia, que es Una, Santa, Católica y Apostólica, por el crecimiento en el Espíritu de los habitantes de estas bienamadas tierras que, a pesar de todo, han sido bendecidas por Dios con un fervor y una fe tan amplias como sus dimensiones geográficas.

Gracias Santo Padre por haber estado entre nosotros, en este viaje; gracias por Su estadía como obispo de Buenos Aires; gracias por dar al mundo ese acento sudamericano, por dar testimonio de que el por algunos llamado “tercer mundo” también tiene para ofrecer un gran tesoro para la humanidad.

En Ecuador, Bolivia y Paraguay, 6-12 de Julio de 2015 — y ojalá pronto en Argentina — durante la visita apostólica de Su Santidad, permanezco con cariño filial y fraternal,

Su ferviente suplicante ante Dios,

† Tarasios

Il mio TweetBook sul viaggio di Papa Francesco in America Latina

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Dal 5 al 13 luglio 2015 ho seguito il viaggio di Papa Francesco in Ecuador, Bolivia e Paraguay. Come sempre voluto condividere con amici e followers su Twitter le immagini di questa esperienza. Il risultato è un volume digitale di 400 pagine.

Ecco dunque in questo libro raccolti tutti i miei tweets inviati in quei giorni. Sono quasi tutti fotografici: istantanee di un grande evento che ho avuto la grazia di vivere.

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Ecco il mio TweetBook sul viaggio di Papa Francesco a Sarajevo (free download)

FullSizeRenderEcco il mio TweetBook sul viaggio di Papa Francesco a Sarajevo (free download in formato Pdf, ePub e Kindle)

Dal 4 al 7 giugno 2015 sono stato a Sarajevo per seguire il viaggio di Papa Francesco in questa città, la “Gerusalemme d’Europa”. Ho commentato in diretta fatti e avvenimenti con Vania De Luca e Antonio Silvi per Rai News come ospite, ma ho potuto vivere gli eventi con una partecipazione che ho voluto condividere con amici e followers su Twitter.

Ecco in questo libro raccolti tutti i miei tweets inviati in quei giorni. Sono quasi tutti fotografici: istantanee di un grande evento che ho avuto la grazia di vivere.

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Un presidente dalla fede non muscolare. Per lui la politica deve essere costruzione

Riporto di seguito il testo dell’intervista che ho rilasciato al Corriere della Sera di lunedì 2 febbraio 2015. Il video è quello al quale faccio riferimento nell’intervista.

Sergio Mattarella, nuovo Presidente della Repubblica. Il direttore di Civiltà cattolica Spadaro: la visione sua e di Bergoglio sono consonanti
di Maria Antonietta Calabrò

Padre Antonio Spadaro, direttore della rivista dei Gesuiti, la Civiltà Cattolica, ha postato su Twitter una videointervista su YouTube in cui Mattarella descrive l’entusiasmo con cui ha vissuto gli anni del Concilio Vaticano II.

Perché?
«Perché mi ha molto colpito. Il video mostra che è stato eletto presidente una personalità ricca, un giurista, un politico di elevata statura, la cui formazione cattolica ha dato frutti. È un cattolico non muscolare, non ideologico, cresciuto in un periodo complesso, che considera la sua fede come un enzima».

Un enzima?
«Nella videointervista, che è del 2010, parla di sogni e di ideali, non di tattiche e di strategie. Per lui la fede è lievito dentro la storia. Non è un’ideologia astratta che si impone sulla realtà. Si richiama a due Papi: Giovanni XXIII e Paolo VI. Entusiasmo, speranza e innovazione per lui sono le tre parole chiave dell’eredità di quegli anni. Nel Concilio lo colpiva il senso pieno dell’universalità della Chiesa e la dimensione profetica della fede».

Un presidente d’altri tempi?
«No. E per lo stesso Mattarella non sempre il passato è migliore del presente. E il cristiano vive nel presente. Niente amarcord».

Mattarella si è formato a stretto contatto con i gesuiti, questo c’entra con il suo cattolicesimo non ideologico?
«Sì. C’è una parola che esprime questa caratteristica tipica dell’educazione dei gesuiti e che mi sembra abbia giocato un ruolo decisivo per Mattarella, così come emerge dalla sua stessa intervista, la parola “discernimento”. Essa esprime una visione positiva della realtà, un’apertura dialogica e la capacità di ascolto dell’altro. Oltre agli stretti contatti da adulto con padre Bartolomeo Sorge e padre Ennio Pintacuda. La sua formazione ha comunque avuto punti di riferimento plurale: i Fratelli maristi, l’Azione cattolica, i Padri rosminiani, la Pro civitate cristiana».

Il primo pensiero del presidente è andato «alle difficoltà e alle speranze dei nostri concittadini».
«Nel video dice testualmente: “Studiare insieme, vivere insieme un’esperienza di classe, di comunità e di studio mi ha aiutato a comprendere le esigenze, i problemi e le attese degli altri. Si cresce, se si cresce insieme. Ci si realizza, se ci si realizza insieme”. Sembra di sentire papa Francesco che si esprime negli stessi termini».

Mattarella è stato segnato dalla tragedia del fratello. Oggi mafia e corruzione sono ancora emergenza.
«Mattarella è sceso in politica a causa di questa ferita viva nella carne: e dal fratello , che è stato politico di rottura , ha imparato la necessità della lotta alla corruzione. Questo è un tratto forte dell’identità del presidente, oggi particolarmente rilevante».

È singolare che un cattolico sia una riserva della Repubblica?
«No, anzi. È proprio il suo cattolicesimo a dargli una concezione “laica” della politica, intesa come costruzione — da parte di persone di diverse esperienze e culture — della cosa pubblica e del bene comune. E questo è anche il pensiero di papa Francesco. Le due visioni del neoeletto e di papa Francesco mi sembrano straordinariamente consonanti».

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Ecco il mio TweetBook sul viaggio di Papa Francesco in Turchia (free download)

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Dal 27 al 30 Novembre sono stato in Turchia – prima ad Ankara e poi a Istanbul – per seguire il viaggio di Papa Francesco in quel Paese. Ho commentato in diretta fatti e avvenimenti con Vania De Luca e Antonio Silvi per Rai News come ospite, ma ho potuto vivere gli eventi, in particolare quelli legati all’incontro con il Patriarca Bartolomeo, con una partecipazione che ho voluto condividere con amici e followers su Twitter.

Ecco in questo libro raccolti tutti i miei tweets inviati in quei giorni. Sono quasi tutti fotografici: istantanee di un grande evento che ho avuto la grazia di vivere. Troverete anche due link a file audio: uno è il canto del muezzin ad Ankara e un altro il canto del coro del Phanar.

 Per scaricarlo gratuitamente clicca QUI o l’immagine accanto >>>  Microsoft_Word

 

“Nel cuore di ogni padre”: Papa Francesco mette in crisi la crisi dell’Occidente

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Pubblico qui il testo del mio articolo apparso sul Corriere della Sera domenica 23 novembre 2014 come presentazione del volume Papa Francesco,  Nel cuore di ogni padre. Alle radici della mia spiritualità, Milano, Rizzoli, 2014 che sarà in libreria il 26 novembre 2014. Il volume sarà presentato a Civiltà Cattolica il 4 dicembre alle ore 18.00 da p. Marco Tasca, Ministro Generale dei Francescani Conventuali, Lucio Caracciolo, direttore di Limes e Mauro Magatti, Ordinario di Sociologia della globalizzazione presso l’Università Cattolica di Milano.

Chi è Jorge Mario Bergoglio? Se lo sono chiesti e se lo chiedono in molti. La poliedricità semplice di papa Francesco attira non solamente la gente, «il popolo fedele di Dio», come lo chiama lui, ma anche analisti, intellettuali, saggisti. Nel cuore di ogni padre è importante, anzi fondamentale, per rispondere a questa domanda, perché contiene un concentrato di riflessione e di meditazione viva, rivelatore della radice ignaziana e gesuitica che anima il pensiero e l’ azione di papa Francesco.

Il volume è una raccolta di scritti, realizzata dallo stesso Bergoglio, divisa in tre parti: la prima contiene riflessioni sulla Compagnia di Gesù, il suo modo di procedere, la sua formazione. La seconda e la terza riportano meditazioni per gli Esercizi spirituali. L’ ultima parte si rivolge specificamente ai superiori religiosi. Il volume esce nel 1982, quando Bergoglio ha quarantasei anni, e contiene scritti anteriori a quella data, a partire dal 1974. Si tratta di un tempo estremamente importante e delicato per lui. Il 31 luglio 1973, era stato nominato Provinciale dei gesuiti argentini. E rimase in carica, come è di prassi, per sei anni, e cioè fino al 1979. Il suo Provincialato, lo sappiamo, coincise con un momento complicato per l’ Argentina. Il Papa non ne ha mai fatto mistero. Nella mia intervista fu chiaro: «Il mio governo come gesuita all’ inizio aveva molti difetti. Quello era un tempo difficile per la Compagnia: era scomparsa una intera generazione di gesuiti. Per questo mi son trovato Provinciale ancora molto giovane. Avevo trentasei anni: una pazzia. Bisognava affrontare situazioni difficili». E concluse: «Col tempo ho imparato molte cose. Il Signore ha permesso questa pedagogia di governo anche attraverso i miei difetti e i miei peccati». Proprio perché questi scritti fotografano una situazione non semplice, alla fine del suo Provincialato, contengono il nucleo del pensiero e dell’ azione di Bergoglio.

Si tratta di un nucleo caldo e ribollente, a tratti complesso, vivo a tal punto che questo volume mi è parso da subito essenziale, fondamentale. Fu lo stesso papa Francesco a citarlo, parlandomene durante quella mia intervista. L’ unico a cui ha fatto riferimento tra quelli che aveva pubblicato in precedenza. Fortunatamente la biblioteca della «Civiltà Cattolica» lo possedeva ed è stato sufficiente leggere solo alcune pagine di questa sorta di Summa ignaziana di Bergoglio per rendermi conto della sua importanza. Nel pomeriggio del 19 agosto 2013 sono entrato per la prima volta nella camera di papa Francesco a Santa Marta. Avevamo concordato quel giorno per l’ intervista che poi apparve su «La Civiltà Cattolica» e altre riviste dei gesuiti, ed è stata pubblicata da Rizzoli con il titolo La mia porta è sempre aperta . L’ impressione che mi è rimasta di quel primo incontro è di una accoglienza fluida e di un dialogo che non ammetteva un rapporto rigido tra intervistatore e intervistato. Ero lì per porgli domande, anche impegnative, e avere risposte. Avevo uno schema da seguire, eppure sin da subito non ci sono riuscito. La domanda iniziale, infatti, non era scritta nei miei appunti. Gli chiesi: «Chi è Jorge Mario Bergoglio?».

antoniospadaro_2014-nov-23Prima che lui aprisse bocca nella mia mente erano presenti due risposte: «Francesco è un gesuita» e «Francesco è un Papa latinoamericano». Lui, ricordo, mi fissò in silenzio. Pensavo di aver fatto un passo falso. Poi mi fece un rapido cenno per farmi capire che avrebbe risposto e mi disse lentamente: «Non so quale possa essere la definizione più giusta… Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore». Papa Francesco, continuando a riflettere, compreso, disse: «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”». Queste sue parole hanno a che fare direttamente con questo libro. Ascoltandole, mi resi conto che il Papa mi aveva dato una risposta duplice: lui si percepisce come un peccatore salvato, ma, parlando a me, gesuita proprio come lui, ha voluto definirsi alla luce della sua spiritualità e della sua scelta di vita come gesuita. Nel 1974 padre Bergoglio aveva partecipato alla XXXII Congregazione Generale della Compagnia di Gesù. Il primo decreto emanato da quest’ assemblea mondiale di rappresentanti dell’ ordine inizia con la domanda: «Che cosa vuol dire essere gesuita?». La risposta fu: «Vuol dire riconoscersi peccatore, ma chiamato da Dio a essere compagno di Gesù Cristo, come lo fu Ignazio». Quel giorno, papa Francesco mi ha parlato di sé alla luce di un carisma che tocca profondamente la sua identità. Leggere Nel cuore di ogni padre è fondamentale per comprendere la radice profonda della sua spiritualità gesuitica, perché sono pagine impregnate di linguaggio tipico e proprio della Compagnia di Gesù.

E la radice latinoamericana? Credo che questo sia il luogo adatto per una riflessione in merito. Molto si è scritto dell’ origine latinoamericana del Pontefice. E questo è corretto perché il suo è un Pontificato che davvero viene «dalla fine del mondo» e vive di equilibri «geopolitici» peculiari. La sua stessa visione è legata all’ esperienza di pastore a Buenos Aires e alle dinamiche ricche e complesse vissute dall’ episcopato latinoamericano riunitosi ad Aparecida nel 2007. Tuttavia sarebbe un errore interpretare l’ ascesa al Pontificato di Francesco solo come una estrema semplificazione delle complesse e gigantesche impalcature problematiche intellettuali romane ed europee a favore degli atteggiamenti pastorali di «carità» e «misericordia» vissuti in una certa America Latina. Questa posizione è in sé molto debole innanzitutto perché ignora che il dibattito culturale in Argentina, in particolare, è stato ed è tuttora profondamente innervato di temi che hanno avuto il loro inizio in Europa. La cultura teologica di quel Paese, specialmente quella condivisa in ambito gesuitico, ha vissuto un ponte privilegiato con la Mitteleuropa. Sono molti i professori che hanno studiato in Germania. La cultura francese e, ovviamente, quella italiana hanno avuto largo spazio. Quella spagnola è espressa dalla medesima lingua. I «problemi» legati alla società e ai diritti della persona vedono Paesi come l’ Uruguay in largo anticipo (e qui uso il termine con valenza esclusivamente cronologica) rispetto all’ Europa.

Invece ciò che lo stesso Bergoglio definisce come «l’ originalità della nostra situazione» consiste non nell’ ignoranza delle grandi questioni che scuotono il «primo mondo» e i «Paesi del “centro”», ma il constatare che esse sono vissute con un’ ermeneutica differente: « Desacralizzazione, morte di Dio , dialogo con ideologie che qui ci appaiono aliene… ed equivarrebbero più o meno a vedere uno struzzo accoppiarsi con un fagiano». Bergoglio postula una vera ermeneutica popolare tutta da sviluppare, una maniera di vedere la realtà e una coscienza storica. Qui c’ è il nucleo del discorso: ben consapevole della «crisi» del centro, dell’ Occidente cioè, e delle sue radici, Bergoglio con le sue parole e i suoi gesti sta ponendo in atto un processo spirituale e culturale che destabilizza quella stessa crisi, liberando energie sopite. E tutto questo vivendo una estrema semplicità di stile e di contenuto. Ma in Bergoglio la semplicità non è mai ingenuità. Un suo amico una volta mi disse che Francesco è un «Papa Apple » perché, come i computer della Mela, a fronte di una estrema complessità interna di funzionamento, ha una interfaccia semplicissima. Il senso di terremoto, di scuotimento, persino di «confusione» che qualcuno avverte è il frutto di questa azione culturale e spirituale (e simbolica) di disincagliamento…

 

Lettera in occasione del conferimento a p. Federico Lombardi del Dottorato honoris causa dell’Università Pontificia Salesiana

CONCLAVE: P.LOMBARDI, NON ANCORA DEFINITA DATAOggi, 14 novembre 2014, è stato conferito a p. Federico Lombardi S.I. il dottorato honoris causa in Scienze della Comunicazione Sociale da parte della Facoltà di Comunicazione Sociale della Pontificia Università Salesiana. A causa di un problema non mi è  stato possibile essere presente e intervenire alla laudatio come previsto dal programma. Per questo ho scritto la seguente lettera al Decano della Facoltà, prof. don Mauro Mantovani, perché venisse letta nell’occasione.

Caro don Mauro Mantovani,

le scrivo questa lettera perché purtroppo non potrò essere presente, come invece era previsto, al conferimento del Dottorato honoris causa a p. Federico Lombardi. Oggi mi trovo in Sardegna a causa del grave lutto familiare di un confratello della mia comunità al quale sento il dovere di essere vicino in questo momento difficile. Tuttavia ho il desiderio di lasciare un breve saluto personale.

Da ex allievo, grato per la formazione ricevuta, saluto il Rettor Maggiore, don Artime. Saluto mons. Domenico Pompili col quale ho collaborato sulle frontiere della comunicazione ecclesiale, e tutti coloro che prendono parte a questo incontro sul «Ripensare la comunicazione», e che festeggiano il conferimento di questo Dottorato.

Padre Federico Lombardi è un grande comunicatore. Ovviamente potrei scrivere subito dell’aspetto professionale della sua figura, ma qui vorrei esprimermi innanzitutto per esperienza personale, umana e spirituale.

Tutti lo conoscete per le sue doti evidenti e sperimentate al servizio della Santa Sede sin dal 1990, quando divenne direttore dei programmi della Radio Vaticana, fino ad oggi. Qualcuno lo ricorda anche per il suo prezioso servizio a La Civiltà Cattolica dal 1973 al 1984. Io, qui, in realtà lo ricordo innanzitutto come Superiore Provinciale dei Gesuiti d’Italia, carica che ha ricoperto dal 1984 fino al 1990.

Il p. Lombardi che io ho conosciuto è stato il padre Lombardi «Provinciale» dei gesuiti. Se adesso sono gesuita, infatti, è «per colpa» sua: lui mi ha ammesso nel noviziato della Compagnia, vagliando la mia vocazione. Tuttavia prima di giungere a questa decisione ha conosciuto e dialogato molto con mia madre, che all’inizio era molto contraria alla mia scelta in quanto sono figlio unico: non ho né fratelli né sorelle. In questa occasione ho compreso che p. Federico Lombardi non «fornisce informazioni» ma «condivide la sua esperienza». Infatti ha ascoltato mia mamma facendosi davvero carico del suo problema, assumendo le sue istanze in maniera equilibrata, ascoltandola, comunicando con lei a un livello profondo. Posso dirvi che, anche prima di accettare la mia vocazione, come poi ha fatto pienamente, da subito mia madre ha imparato a voler bene e ad apprezzare quello che sarebbe stato il mio Superiore religioso.

Successivamente, quando non era più Provinciale, ho sperimento la capacità comunicativa di p. Lombardi in altre occasioni, come, ad esempio, le nostre «Congregazioni Provinciali», una sorta di «capitolo» dell’Ordine. Quando c’era un problema si faceva ricorso a lui. E in genere i problemi erano (e sono tuttora) di comunicazione.

Conosco il suo impegno da noi a Civiltà Cattolica soltanto grazie all’eco che ancora in casa è vivo della sua azione come vicedirettore. Padre Lombardi lavorava, lavorava tanto. In quegli anni, tra l’altro, scalava il monte Amaro (2.800 metri, la cima più alta della Majella) in 3 ore, mi dicono. In metà tempo rispetto a molti altri: un’immagine della sua capacità di lavoro e di servizio.

Circa il suo ruolo come direttore della Sala Stampa posso aggiungere un piccolo aneddoto: alla fine del Conclave, dopo l’elezione del Papa, ho incontrato una giornalista statunitense considerata «pericolosa». Ero molto nervoso per questa intervista. Ma mi ha colpito la prima cosa che mi disse: «Sa una cosa, padre? Io amo il p. Lombardi». Alla mia domanda sul perché, su che cosa intendesse dire, lei proseguì: «sono rimasta colpita dal suo modo di gestire con precisione, ma anche leggerezza il suo ruolo».

Padre Lombardi esprime una tensione pastorale di accoglienza unita a una discrezione che non lo mette sotto la luce dei riflettori, eppure lo rende in qualche modo necessario: crea l’ambiente comunicativo corretto. Io lo ammiro anche perché ha saputo adattarsi a due stili completamente diversi di vivere il Pontificato: la discrezione e la delicatezza di Benedetto; la spontaneità comunicativa imprevedibile di Francesco.

Concludo con un altro piccolo tassello aneddotico. Mi ha colpito quando in un’occasione ufficiale di festeggiamento per l’Ottantesimo l’anniversario della Radio Vaticana, padre Lombardi disse con la sua proverbiale compostezza: «La Radio Vaticana non è una radio». No, non intendeva fare il verso a René Magritte che nel 1948 dipinse «Questa non è una pipa», ma far capire che il mondo della comunicazione era cambiato e che la convergenza dei media fa sì che non ci sia un «mezzo» di comunicazione, e poi un altro «mezzo», e poi un altro «mezzo»… tutti uno accanto all’altro come differenti pianeti di un sistema solare. Voleva far capire all’uditorio che la comunicazione è complessa e ogni piattaforma comunicativa non può far a meno delle altre. La Radio oggi è anche testi, video, social networks… Ovviamente questo lavoro è possibile anche grazie alle sinergie tra i diversi media della Santa Sede. E la sinergia non si inventa: è frutto di una sapiente mediazione, nella quale il p. Lombardi è maestro. E la sua maestria si è confermata nella gestione coraggiosa e sapiente della complessa macchina comunicativa del recente Sinodo straordinario sulla famiglia.

Grazie a tutti per aver pazientemente ascoltato questa mia testimoniaza. A te, caro Federico, complimenti e, di cuore, grazie!

p. Antonio Spadaro S.I.
direttore de La Civiltà Cattolica