Ecco il mio TweetBook sul viaggio di Papa Francesco in Turchia (free download)

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Dal 27 al 30 Novembre sono stato in Turchia – prima ad Ankara e poi a Istanbul – per seguire il viaggio di Papa Francesco in quel Paese. Ho commentato in diretta fatti e avvenimenti con Vania De Luca e Antonio Silvi per Rai News come ospite, ma ho potuto vivere gli eventi, in particolare quelli legati all’incontro con il Patriarca Bartolomeo, con una partecipazione che ho voluto condividere con amici e followers su Twitter.

Ecco in questo libro raccolti tutti i miei tweets inviati in quei giorni. Sono quasi tutti fotografici: istantanee di un grande evento che ho avuto la grazia di vivere. Troverete anche due link a file audio: uno è il canto del muezzin ad Ankara e un altro il canto del coro del Phanar.

 Per scaricarlo gratuitamente clicca QUI o l’immagine accanto >>>  Microsoft_Word

 

“Nel cuore di ogni padre”: Papa Francesco mette in crisi la crisi dell’Occidente

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Pubblico qui il testo del mio articolo apparso sul Corriere della Sera domenica 23 novembre 2014 come presentazione del volume Papa Francesco,  Nel cuore di ogni padre. Alle radici della mia spiritualità, Milano, Rizzoli, 2014 che sarà in libreria il 26 novembre 2014. Il volume sarà presentato a Civiltà Cattolica il 4 dicembre alle ore 18.00 da p. Marco Tasca, Ministro Generale dei Francescani Conventuali, Lucio Caracciolo, direttore di Limes e Mauro Magatti, Ordinario di Sociologia della globalizzazione presso l’Università Cattolica di Milano.

Chi è Jorge Mario Bergoglio? Se lo sono chiesti e se lo chiedono in molti. La poliedricità semplice di papa Francesco attira non solamente la gente, «il popolo fedele di Dio», come lo chiama lui, ma anche analisti, intellettuali, saggisti. Nel cuore di ogni padre è importante, anzi fondamentale, per rispondere a questa domanda, perché contiene un concentrato di riflessione e di meditazione viva, rivelatore della radice ignaziana e gesuitica che anima il pensiero e l’ azione di papa Francesco.

Il volume è una raccolta di scritti, realizzata dallo stesso Bergoglio, divisa in tre parti: la prima contiene riflessioni sulla Compagnia di Gesù, il suo modo di procedere, la sua formazione. La seconda e la terza riportano meditazioni per gli Esercizi spirituali. L’ ultima parte si rivolge specificamente ai superiori religiosi. Il volume esce nel 1982, quando Bergoglio ha quarantasei anni, e contiene scritti anteriori a quella data, a partire dal 1974. Si tratta di un tempo estremamente importante e delicato per lui. Il 31 luglio 1973, era stato nominato Provinciale dei gesuiti argentini. E rimase in carica, come è di prassi, per sei anni, e cioè fino al 1979. Il suo Provincialato, lo sappiamo, coincise con un momento complicato per l’ Argentina. Il Papa non ne ha mai fatto mistero. Nella mia intervista fu chiaro: «Il mio governo come gesuita all’ inizio aveva molti difetti. Quello era un tempo difficile per la Compagnia: era scomparsa una intera generazione di gesuiti. Per questo mi son trovato Provinciale ancora molto giovane. Avevo trentasei anni: una pazzia. Bisognava affrontare situazioni difficili». E concluse: «Col tempo ho imparato molte cose. Il Signore ha permesso questa pedagogia di governo anche attraverso i miei difetti e i miei peccati». Proprio perché questi scritti fotografano una situazione non semplice, alla fine del suo Provincialato, contengono il nucleo del pensiero e dell’ azione di Bergoglio.

Si tratta di un nucleo caldo e ribollente, a tratti complesso, vivo a tal punto che questo volume mi è parso da subito essenziale, fondamentale. Fu lo stesso papa Francesco a citarlo, parlandomene durante quella mia intervista. L’ unico a cui ha fatto riferimento tra quelli che aveva pubblicato in precedenza. Fortunatamente la biblioteca della «Civiltà Cattolica» lo possedeva ed è stato sufficiente leggere solo alcune pagine di questa sorta di Summa ignaziana di Bergoglio per rendermi conto della sua importanza. Nel pomeriggio del 19 agosto 2013 sono entrato per la prima volta nella camera di papa Francesco a Santa Marta. Avevamo concordato quel giorno per l’ intervista che poi apparve su «La Civiltà Cattolica» e altre riviste dei gesuiti, ed è stata pubblicata da Rizzoli con il titolo La mia porta è sempre aperta . L’ impressione che mi è rimasta di quel primo incontro è di una accoglienza fluida e di un dialogo che non ammetteva un rapporto rigido tra intervistatore e intervistato. Ero lì per porgli domande, anche impegnative, e avere risposte. Avevo uno schema da seguire, eppure sin da subito non ci sono riuscito. La domanda iniziale, infatti, non era scritta nei miei appunti. Gli chiesi: «Chi è Jorge Mario Bergoglio?».

antoniospadaro_2014-nov-23Prima che lui aprisse bocca nella mia mente erano presenti due risposte: «Francesco è un gesuita» e «Francesco è un Papa latinoamericano». Lui, ricordo, mi fissò in silenzio. Pensavo di aver fatto un passo falso. Poi mi fece un rapido cenno per farmi capire che avrebbe risposto e mi disse lentamente: «Non so quale possa essere la definizione più giusta… Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore». Papa Francesco, continuando a riflettere, compreso, disse: «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”». Queste sue parole hanno a che fare direttamente con questo libro. Ascoltandole, mi resi conto che il Papa mi aveva dato una risposta duplice: lui si percepisce come un peccatore salvato, ma, parlando a me, gesuita proprio come lui, ha voluto definirsi alla luce della sua spiritualità e della sua scelta di vita come gesuita. Nel 1974 padre Bergoglio aveva partecipato alla XXXII Congregazione Generale della Compagnia di Gesù. Il primo decreto emanato da quest’ assemblea mondiale di rappresentanti dell’ ordine inizia con la domanda: «Che cosa vuol dire essere gesuita?». La risposta fu: «Vuol dire riconoscersi peccatore, ma chiamato da Dio a essere compagno di Gesù Cristo, come lo fu Ignazio». Quel giorno, papa Francesco mi ha parlato di sé alla luce di un carisma che tocca profondamente la sua identità. Leggere Nel cuore di ogni padre è fondamentale per comprendere la radice profonda della sua spiritualità gesuitica, perché sono pagine impregnate di linguaggio tipico e proprio della Compagnia di Gesù.

E la radice latinoamericana? Credo che questo sia il luogo adatto per una riflessione in merito. Molto si è scritto dell’ origine latinoamericana del Pontefice. E questo è corretto perché il suo è un Pontificato che davvero viene «dalla fine del mondo» e vive di equilibri «geopolitici» peculiari. La sua stessa visione è legata all’ esperienza di pastore a Buenos Aires e alle dinamiche ricche e complesse vissute dall’ episcopato latinoamericano riunitosi ad Aparecida nel 2007. Tuttavia sarebbe un errore interpretare l’ ascesa al Pontificato di Francesco solo come una estrema semplificazione delle complesse e gigantesche impalcature problematiche intellettuali romane ed europee a favore degli atteggiamenti pastorali di «carità» e «misericordia» vissuti in una certa America Latina. Questa posizione è in sé molto debole innanzitutto perché ignora che il dibattito culturale in Argentina, in particolare, è stato ed è tuttora profondamente innervato di temi che hanno avuto il loro inizio in Europa. La cultura teologica di quel Paese, specialmente quella condivisa in ambito gesuitico, ha vissuto un ponte privilegiato con la Mitteleuropa. Sono molti i professori che hanno studiato in Germania. La cultura francese e, ovviamente, quella italiana hanno avuto largo spazio. Quella spagnola è espressa dalla medesima lingua. I «problemi» legati alla società e ai diritti della persona vedono Paesi come l’ Uruguay in largo anticipo (e qui uso il termine con valenza esclusivamente cronologica) rispetto all’ Europa.

Invece ciò che lo stesso Bergoglio definisce come «l’ originalità della nostra situazione» consiste non nell’ ignoranza delle grandi questioni che scuotono il «primo mondo» e i «Paesi del “centro”», ma il constatare che esse sono vissute con un’ ermeneutica differente: « Desacralizzazione, morte di Dio , dialogo con ideologie che qui ci appaiono aliene… ed equivarrebbero più o meno a vedere uno struzzo accoppiarsi con un fagiano». Bergoglio postula una vera ermeneutica popolare tutta da sviluppare, una maniera di vedere la realtà e una coscienza storica. Qui c’ è il nucleo del discorso: ben consapevole della «crisi» del centro, dell’ Occidente cioè, e delle sue radici, Bergoglio con le sue parole e i suoi gesti sta ponendo in atto un processo spirituale e culturale che destabilizza quella stessa crisi, liberando energie sopite. E tutto questo vivendo una estrema semplicità di stile e di contenuto. Ma in Bergoglio la semplicità non è mai ingenuità. Un suo amico una volta mi disse che Francesco è un «Papa Apple » perché, come i computer della Mela, a fronte di una estrema complessità interna di funzionamento, ha una interfaccia semplicissima. Il senso di terremoto, di scuotimento, persino di «confusione» che qualcuno avverte è il frutto di questa azione culturale e spirituale (e simbolica) di disincagliamento…

 

Lettera in occasione del conferimento a p. Federico Lombardi del Dottorato honoris causa dell’Università Pontificia Salesiana

CONCLAVE: P.LOMBARDI, NON ANCORA DEFINITA DATAOggi, 14 novembre 2014, è stato conferito a p. Federico Lombardi S.I. il dottorato honoris causa in Scienze della Comunicazione Sociale da parte della Facoltà di Comunicazione Sociale della Pontificia Università Salesiana. A causa di un problema non mi è  stato possibile essere presente e intervenire alla laudatio come previsto dal programma. Per questo ho scritto la seguente lettera al Decano della Facoltà, prof. don Mauro Mantovani, perché venisse letta nell’occasione.

Caro don Mauro Mantovani,

le scrivo questa lettera perché purtroppo non potrò essere presente, come invece era previsto, al conferimento del Dottorato honoris causa a p. Federico Lombardi. Oggi mi trovo in Sardegna a causa del grave lutto familiare di un confratello della mia comunità al quale sento il dovere di essere vicino in questo momento difficile. Tuttavia ho il desiderio di lasciare un breve saluto personale.

Da ex allievo, grato per la formazione ricevuta, saluto il Rettor Maggiore, don Artime. Saluto mons. Domenico Pompili col quale ho collaborato sulle frontiere della comunicazione ecclesiale, e tutti coloro che prendono parte a questo incontro sul «Ripensare la comunicazione», e che festeggiano il conferimento di questo Dottorato.

Padre Federico Lombardi è un grande comunicatore. Ovviamente potrei scrivere subito dell’aspetto professionale della sua figura, ma qui vorrei esprimermi innanzitutto per esperienza personale, umana e spirituale.

Tutti lo conoscete per le sue doti evidenti e sperimentate al servizio della Santa Sede sin dal 1990, quando divenne direttore dei programmi della Radio Vaticana, fino ad oggi. Qualcuno lo ricorda anche per il suo prezioso servizio a La Civiltà Cattolica dal 1973 al 1984. Io, qui, in realtà lo ricordo innanzitutto come Superiore Provinciale dei Gesuiti d’Italia, carica che ha ricoperto dal 1984 fino al 1990.

Il p. Lombardi che io ho conosciuto è stato il padre Lombardi «Provinciale» dei gesuiti. Se adesso sono gesuita, infatti, è «per colpa» sua: lui mi ha ammesso nel noviziato della Compagnia, vagliando la mia vocazione. Tuttavia prima di giungere a questa decisione ha conosciuto e dialogato molto con mia madre, che all’inizio era molto contraria alla mia scelta in quanto sono figlio unico: non ho né fratelli né sorelle. In questa occasione ho compreso che p. Federico Lombardi non «fornisce informazioni» ma «condivide la sua esperienza». Infatti ha ascoltato mia mamma facendosi davvero carico del suo problema, assumendo le sue istanze in maniera equilibrata, ascoltandola, comunicando con lei a un livello profondo. Posso dirvi che, anche prima di accettare la mia vocazione, come poi ha fatto pienamente, da subito mia madre ha imparato a voler bene e ad apprezzare quello che sarebbe stato il mio Superiore religioso.

Successivamente, quando non era più Provinciale, ho sperimento la capacità comunicativa di p. Lombardi in altre occasioni, come, ad esempio, le nostre «Congregazioni Provinciali», una sorta di «capitolo» dell’Ordine. Quando c’era un problema si faceva ricorso a lui. E in genere i problemi erano (e sono tuttora) di comunicazione.

Conosco il suo impegno da noi a Civiltà Cattolica soltanto grazie all’eco che ancora in casa è vivo della sua azione come vicedirettore. Padre Lombardi lavorava, lavorava tanto. In quegli anni, tra l’altro, scalava il monte Amaro (2.800 metri, la cima più alta della Majella) in 3 ore, mi dicono. In metà tempo rispetto a molti altri: un’immagine della sua capacità di lavoro e di servizio.

Circa il suo ruolo come direttore della Sala Stampa posso aggiungere un piccolo aneddoto: alla fine del Conclave, dopo l’elezione del Papa, ho incontrato una giornalista statunitense considerata «pericolosa». Ero molto nervoso per questa intervista. Ma mi ha colpito la prima cosa che mi disse: «Sa una cosa, padre? Io amo il p. Lombardi». Alla mia domanda sul perché, su che cosa intendesse dire, lei proseguì: «sono rimasta colpita dal suo modo di gestire con precisione, ma anche leggerezza il suo ruolo».

Padre Lombardi esprime una tensione pastorale di accoglienza unita a una discrezione che non lo mette sotto la luce dei riflettori, eppure lo rende in qualche modo necessario: crea l’ambiente comunicativo corretto. Io lo ammiro anche perché ha saputo adattarsi a due stili completamente diversi di vivere il Pontificato: la discrezione e la delicatezza di Benedetto; la spontaneità comunicativa imprevedibile di Francesco.

Concludo con un altro piccolo tassello aneddotico. Mi ha colpito quando in un’occasione ufficiale di festeggiamento per l’Ottantesimo l’anniversario della Radio Vaticana, padre Lombardi disse con la sua proverbiale compostezza: «La Radio Vaticana non è una radio». No, non intendeva fare il verso a René Magritte che nel 1948 dipinse «Questa non è una pipa», ma far capire che il mondo della comunicazione era cambiato e che la convergenza dei media fa sì che non ci sia un «mezzo» di comunicazione, e poi un altro «mezzo», e poi un altro «mezzo»… tutti uno accanto all’altro come differenti pianeti di un sistema solare. Voleva far capire all’uditorio che la comunicazione è complessa e ogni piattaforma comunicativa non può far a meno delle altre. La Radio oggi è anche testi, video, social networks… Ovviamente questo lavoro è possibile anche grazie alle sinergie tra i diversi media della Santa Sede. E la sinergia non si inventa: è frutto di una sapiente mediazione, nella quale il p. Lombardi è maestro. E la sua maestria si è confermata nella gestione coraggiosa e sapiente della complessa macchina comunicativa del recente Sinodo straordinario sulla famiglia.

Grazie a tutti per aver pazientemente ascoltato questa mia testimoniaza. A te, caro Federico, complimenti e, di cuore, grazie!

p. Antonio Spadaro S.I.
direttore de La Civiltà Cattolica

Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale

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Ecco il corpo centrale del mio intervento all’incontro dei Vescovi responsabili per la comunicazione sociale delle Conferenze episcopali in Europa (CCEE), che si tiene ad Atene dal 3 al 5 novembre e dal titolo Communication as encounter, between authenticity and pragmatism.

Aquí, la versión en Español
* Here below you will also find an abstract in English

Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana: non una opzione, ma un dato di fatto. La rete oggi si presenta come un tessuto connettivo delle esperienze umane. Non uno strumento. Le tecnologie della comunicazione stanno dunque creando un ambiente digitale nel quale l’uomo impara a informarsi, a conoscere il mondo, a stringere e mantenere in vita le relazioni, contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo, guidando e ispirando i comportamenti individuali, familiari, sociali. Per cui «l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (Benedetto XVI). L’evangelizzazione non può non considerare questa realtà.

Vorrei, dunque, qui esporre 6 sfide importanti che la comunicazione digitale pone alla nostra pastorale, considerando, come aveva scritto Benedetto XVI, che «le reti sociali sono alimentate da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo».

1. Dalla pastorale della risposta alla pastorale della domanda

Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione, la cosiddetta information overload. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, cioè riconoscerlo per me importante, significativo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo.

Al tempo dei motori di ricerca, le risposte sono a portata di mano, sono dovunque. Per questo è importante oggi non tanto dare risposte. Tutti danno risposte! “The teacher doesn’t need to give any answers because answers are everywhere” (Sugata Mitra, professore di Educational Technology alla Newcastle University). Oggi è importante riconoscere le domande importanti, quelle fondamentali. E così fare in modo che nella nostra vita resti aperta, che Dio ci possa ancora parlare.

L’annuncio cristiano oggi corre il  rischio di presentare un messaggio accanto agli altri, una risposta tra le tante. Più che presentare il Vangelo come il libro che contiene tutte le risposte, bisognerebbe imparare a presentarlo come il libro che contiene tutte le domande giuste.

La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento spirituale che significa riconoscere tra le tante risposte che oggi riceviamo quali sono le domande importanti, quelle vere e fondamentali. E’ un lavoro complesso, che richiede una grande sensibilità spirituale.

“Non bisogna mai rispondere a domande che nessuno si pone” (Evangelii Gaudium, 155).

La Chiesa sa coinvolgersi con le domande e i dubbi degli uomini? Sa risvegliare i quesiti insopprimibili del cuore, sul senso dell’esistenza? Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze», dunque.

Mi ha colpito il fatto che Papa Francesco, rispondendo a una domanda posta da un giornalista sul volo che da Tel Aviv lo riportava a Roma abbia detto: “

“Non so se mi sono avvicinato un po’ alla sua inquietudine…”

2. Dalla pastorale centrata sui contenuti alla pastorale centrata sulle persone

Oggi sta cambiando anche la modalità di fruizione dei contenuti.

Stiamo assistendo al crollo delle programmazioni… Fino a qualche tempo fa MTV (Music Television) tra i giovani era considerata una emittente di «culto». Adesso sta subendo una crisi o, se vogliamo, una sua trasformazione da quel che era – cioè emittente di una notevole quantità di video musicali introdotti da VJ – in emittente di reality show e serie televisive indirizzate soprattutto al target adolescenziale e ai giovani adulti.

I giovani, infatti, ormai fruiscono la musica da internet e non ci sono più ragioni perché la fruiscano dalla Tv. La Tv è un rumore di fondo, il brusio del mondo. La si lascia parlare… Raramente oggi trova posto nelle camere dei ragazzi. Oggi, inoltre, il vedere implica la selezione, e la possibilità del commento e dell’interazione. E questa possibilità è data da un social network come YouTube.

La fede sembra partecipare di questa logica. Le programmazioni sono sostituite dalle ricerche personali e dai contenuti accessibili sempre in rete.

Il catechismo era una forma per presentare in maniera ordinata, coerente e scandita i contenuti della fede. In un tempo in cui i palinsesti sono in crisi, questa modalità di presentare la fede è in crisi.

Quali sfide tutto questo pone alla fede e alla sua comunicazione? Come far sì che la Chiesa non diventi un container da tenere accesso come un televisore che «parla» senza comunicare?

Una direzione di risposta a questa domanda la troviamo in un passaggio di mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, nel suo intervento al Sinodo dei vescovi sulla Nuova Evangelizzazione: «la gerarchia ecclesiastica, come anche quella politica e sociale, deve trovare nuove forme per elaborare la propria comunicazione, affinché il suo contributo a questo forum riceva un’attenzione adeguata. Stiamo imparando a superare il modello del pulpito e dell’assemblea che ascolta per il rispetto della nostra posizione. Siamo obbligati a esprimere noi stessi in modo da coinvolgere e convincere gli altri che a loro volta condividono le nostre idee con i loro amici, “followers” e partners di dialogo».

La vita della Chiesa è chiamata ad assumere una forma sempre più comunicativa e partecipativa.

3. Dalla pastorale della trasmissione alla pastorale della testimonianza

La vera novità dell’ambiente digitale è la sua natura di social network, cioè il fatto che permette di far emergere non solo le relazioni tra me e te, ma le mie relazioni e le tue relazioni. Cioè in rete emergono non solo le persone e i contenuti, ma emergono le relazioni.

Comunicare dunque non significa più trasmettere ma condividere.

La società digitale non è più pensabile e comprensibile solamente attraverso i contenuti. Non ci sono innanzitutto le cose, ma le «persone». Ci sono soprattutto le relazioni: lo scambio dei contenuti che avviene all’interno delle relazioni tra persone. La base relazionale della conoscenza in Rete è radicale.

Si capisce bene dunque quanto sia importante la testimonianza. È questo un aspetto determinante. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. Pensiamo alle librerie digitali o agli store musicali. Ma gli esempi si possono moltiplicare: si tratta sempre e comunque di quegli user generated contents che hanno fatto la «fortuna» e il significato dei social network.

La logica delle reti sociali ci fa comprendere meglio di prima che il contenuto condiviso è sempre strettamente legato alla persona che lo offre. Non c’è, infatti, in queste reti nessuna informazione «neutra»: l’uomo è sempre coinvolto direttamente in ciò che comunica.

In questo senso il cristiano che vive immerso nelle reti sociali è chiamato a un’autenticità di vita molto impegnativa: essa tocca direttamente il valore della sua capacità di comunicazione. Infatti, ha scritto Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni del 2011, «quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali».

Il documento di Aparecida al n. 145 affermava chiaramente: “La missione non si limita a un programma e a un progetto; no, essa significa condividere l’esperienza dell’avvenimento dell’incontro con Cristo, testimoniarlo e annunciarlo da persona a persona, da comunità a comunità, e dalla Chiesa fino ai confini della terra (cf. At 1,8)”

La fede quindi non solo si «trasmette», ma soprattutto può essere suscitata nell’incontro personale, nelle relazioni autentiche.

Sempre il documento di Aparecida al n. 489, pur essendo stato scritto prima della nascita dei social networks, già affermava: «i siti Internet possono rinforzare e stimolare un interscambio di esperienze e informazioni che intensificano l’esperienza religiosa, fornendo accompagnamento e orientamento”

4. Dalla pastorale della propaganda alla pastorale della prossimità

Evangelizzare, dunque, non significa affatto fare «propaganda» del vangelo. La Chiesa in Rete è chiamata dunque non a una «emittenza» di contenuti religiosi, ma a una «condivisione» del Vangelo.

E per Papa Francesco questa condivisione è larga. Scrive chiaramente: «internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio». Il Papa sembra leggere nella rete il segno di un dono e di una vocazione dell’umanità ad essere unita, connessa.

Rivive, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, «la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (Evangelii Gaudium, 87).

Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014, Papa Francesco ha definito il potere dei «media» come «prossimità.

Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Papa Francesco, parlando ai comunicatori nel 2002, aveva scelto la parabola del buon samaritano, come immagine di riferimento del comunicatore.

5. Dalla pastorale delle idee alla pastorale della narrazione

- Le foto «taggate», «geolocalizzate», collocate nel tempo esatto in cui sono state condivise sono l’album fotografico live della nostra vita.

- I nostri tweets o gli updates dello stato su Facebook e i post dei nostri blog conservano i nostri pensieri, ma anche i nostri stati emotivi.

- Le librerie on line e gli altri negozi tengono traccia dei nostri gusti, delle nostre scelte, dei nostri acquisti e a volte anche dei commenti.

- I video su YouTube costruiscono per frammenti il film della nostra vita fatto dai nostri video e da quelli che ci piacciono.

Infatti lo streaming della nostra vita non è fatto solo di ciò che immettiamo in Rete ma anche di ciò che «gradiamo», da ciò che ci piace, e che segnaliamo agli altri anche grazie al pulsante like ai nostri followers e ai nostri friends.

L’esperienza condivisa sui social networks è l’opposto di ciò che accadeva ai tempi di Robert Musil che scriveva: «la probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente».

Oggi invece i social networks offrono l’opportunità di rendere più significativa l’esperienza vissuta soggettivamente proprio grazie alla pubblicazione e alla condivisione in una rete di relazioni. Le notizie dei giornali sono invece irrelate a me e dunque, in un certo senso, finiscono per essere percepite come meno «straordinarie» o comunque meno interessanti.

La rete è una opportunità perché narrare in ogni caso è restituire i soggetti della conoscenza alla densità simbolica ed esperienziale del mondo. E oggi è molto alimentato il bisogno di narrazione all’interno di legami e relazioni. La narrazione di rete può essere, sì, individualistica e autoreferenziale, ma può essere anche polifonica e aperta.

Interessante a questo proposito la possibilità di aggregare materiali condivisi su differenti social networks su una piattaforma come Storify che permette l’interconnessione con Twitter, Facebook, Flickr, Youtube,…  e le apre alla condivisione. Alla base è la consapevolezza che ciascuno di noi è un living link. L’interattività è la cifra radicale di questo lifestreaming.

6. Una pastorale attenta all’interiorità e all’interattività

La vita spirituale dell’uomo contemporaneo è certamente toccata dal mondo in cui le persone scoprono e vivono le dinamiche proprie della Rete, che sono interattive e immersive. L’uomo che ha una certa abitudine all’esperienza di internet infatti appare più pronto all’interazione che all’interiorizzazione.

E generalmente «interiorità» è sinonimo di profondità, mentre «interattività» è spesso sinonimo di superficialità. Saremo condannati alla superficialità? E’ possibile coniugare profondità e interattività? La sfida è di grande portata.

Sostanzialmente possiamo constatare che l’uomo di oggi, abituato all’interattività, interiorizza le esperienze se è in grado di tessere con esse una relazione viva e non puramente passiva, recettiva. L’uomo di oggi ritiene valide le esperienze nelle quali è richiesta la sua «partecipazione» e il suo coinvolgimento.

Oggi la profondità si coniuga con una immersione in una vera e propria «realtà virtuale»

Nel web inteso come luogo antropologico non ci sono «profondità» da esplorare ma «nodi» da navigare e connettere tra di loro in maniera fitta. Ciò che appare «superficiale» è solamente il procedere in modo, magari inatteso e non previsto, da un nodo all’altro. La spiritualità dell’uomo contemporaneo è molto sensibile a queste esperienze…

«la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione».

Quale sarà dunque la spiritualità di quelle persone il cui modus cogitandi è in fase di «mutazione» a causa del loro abitare nell’ambiente digitale? Una via per evitare questa perdita consiste nell’evitare di opporre troppo velocemente profondità a interazione, superficialità a interiorizzazione.

La rete non è certo priva di ambiguità e utopie. In ogni caso la società fondata sulle reti di connessione comincia a porre sfide davvero significative sia alla pastorale sia alla comprensione stessa della fede cristiana, a partire dal suo linguaggio di espressione. Le sfide sono esigenti. Il nostro compito lo è altrettanto.

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Summary in English

(by the Communication Office of the Council of European Bishops’ Conferences – CCEE)

logoccee“It is not possible to speak of pastoral issues and communication without understanding the spiritual value of communications technology”, according to Fr Antonio Spadaro SJ, director of the Jesuit journal La civiltà cattolica, speaking at the meeting of European bishops responsible for social communications gathered in Athens.

Spadaro said that the internet “is not a tool” but “an environment and an experience” which “in varying ways is increasingly becoming an integral part of daily life”. It is “a connective web of human experiences” which influences the human person’s modus cogitandi. In fact, in the society of information overload in which we live, “the problem today is not finding the meaningful message but de-coding it, that is, recognising its importance for me, its significance on the basis of the many responses I receive”. At the same time, the internet, also being experience, “is becoming one of the ordinary ways available to humanity to express its spiritual nature”. Hence, the Jesuit said, humankind’s effort “to instill ‘the effect of spiritual functions’ in ‘mechanical instruments’”. And to the sceptics of the digital world, Spadaro responded that “as long as it is said there is need to get away from internet relationships in order to experience real relationships, the schizophrenia will be confirmed of a generation which experiences the digital environment as a purely recreational environment in which a second self is called upon, a dual identity which lives on fleeting banalities, as in a bubble devoid of any physical realism, real contact with the world and with others”. Instead the director of La civiltà cattolica recalled that increasingly part of our life is digital: “we exist on the internet”, hence the idea that “part of our life of faith, too, is digital”.

Therefore it seems legitimate to ask if in the time of search engines where answers are at your fingertips, can the internet be a dimension where it is possible to proclaim and live the Gospel? And, at a time when planning has been replaced by personal research and accessible content again on the internet, is the manner of presentation of the traditional catechism which proposed the content of faith in an ordered and coherent manner, still valid on the internet? According to Spadaro “the Christian proclamation today runs the risk of presenting a message alongside others, a response among so many. More than presenting the Gospel as the book containing all the answers, one has to learn to present it as the book which contains all the right questions”. The real challenge for the Church, Spadaro said, is that of “assuming an evermore communicative and participatory form”, because “to communicate therefore no longer means transmitting but sharing”. In fact, what emerges in the internet “is not just people and content, but relations”. So “today the internet person trusts opinions in the form of witness”. In fact, for Spadaro “the logic of social networks makes us understand better than before that shared content is always strictly linked to the person offering it. In fact, in these networks there is no ‘neutral’ information: the human person is always involved directly in what he or she communicates”. Hence the responsibility of the Christian who lives immersed in social networks to “a very commited authenticity of life”. Summing up, Spadaro said that the Church on the internet “is therefore called not to ‘broadcasting’ of religious content, but to a ‘sharing’ of the Gospel” and the Christian, also a “living link”, is called above all to narrate their own faith “within bonds and relationships” and in a polyphonic and open manner. In fact, Sapdaro concluded, “the human person today believes the experiences in which his or her participation and involvement is required to be valid”.

Le sfide pastorali sulla famiglia da affrontare con coraggio

famiglia

1. Il vangelo della famiglia e le sfide di oggi. La forza e la carica di umanità della famiglia sono incalcolabili. Il primo compito dei pastori deve essere innanzitutto quello di valorizzare ciò che è attrattivo nella vita familiare. Proprio per questo mai la famiglia può essere issata come una bandiera ideologica di alcun tipo. È una esperienza fragile e complessa – e per questo ricca – che mette in gioco non le idee ma le persone. Le sfide che oggi essa affronta hanno una radice comune: l’uomo e la donna stanno interpretando se stessi in maniera diversa dal passato. L’antropologia a cui la Chiesa ha tradizionalmente fatto riferimento e il suo linguaggio non sono più compresi come una volta. Come porsi in maniera corretta, cioè evangelica, davanti a queste sfide?

2. Un criterio di discernimento. Sant’Ignazio negli Esercizi Spirituali scrive che Dio vede il mondo come un campo di battaglia con morti e feriti (cfr nn. 106.108). Questa visione muove Dio all’Incarnazione. Quando il Papa parla della Chiesa come «ospedale da campo dopo una battaglia» chiarisce il ruolo della Chiesa alla luce dello sguardo di Dio sul mondo: vede tanta gente ferita che chiede da noi vicinanza. L’ospedale da campo non è solo una bella immagine poetica, ma genera un vero e proprio modello ecclesiologico da sviluppare (anche nella linea del progresso e dell’approfondimento del dogma indicato da san Vincenzo di Lerino). Ed è l’opposto dell’immagine di una fortezza assediata. Da questa immagine deriva una comprensione della missione della Chiesa e anche dei sacramenti di salvezza. E qual è il campo di battaglia oggi? Una ferita mortale dell’umanità di oggi consiste nel fatto che le persone fanno sempre più fatica ad uscire da se stesse e a stringere patti di fedeltà con un’altra persona, persino se amata. La Chiesa vede davanti a sé questa umanità, individualista e spesso incapace di essere generativa. La sua prima preoccupazione deve essere quella di non chiudere le porte, di aprire, di uscire per andare incontro a quest’uomo e a questa donna che fanno fatica ad amare (Cfr EG 139-141), e per questo si scoprono spesso impauriti e feriti dalla vita.

3. La Chiesa fiaccola. Confrontandoci, dunque, sulle sfide e sui drammi delle coppie, in realtà ci esprimiamo anche più in generale sul compito della Chiesa nel mondo d’oggi. La Chiesa è lumen, luce, perché sul suo volto si riflette la luce di Cristo, che è Lumen gentium (LG, 1). Essa può essere intesa come «faro». La caratteristica di un faro è quella di essere fermo su un «solidissimo fondamento» e di dare luce. Ma c’è un altro modello di Chiesa, quella che potremmo definire la Chiesa «fiaccola». Qual è la differenza tra faro e fiaccola? Il faro sta fermo, è visibile ma non si muove. La fiaccola, invece, cammina lì dove sono gli uomini, illumina quella porzione di umanità nella quale si trova (cfr GS, 1). E se l’umanità andasse verso il baratro? Anche in questo caso la fiaccola è chiamata ad accompagnare gli uomini nel loro camino. In tal modo potrebbe strappare gli uomini dal baratro, perché potrebbe farglielo vedere! In ogni caso «La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino» (LF, 57). Non basta invece che la Chiesa emetta luce dall’alto. Viviamo il privilegio di vivere in tempi di grandi contraddizioni, che sollecita molto la nostra libertà, la nostra maturità e la nostra adesione al Vangelo. Dunque, se l’umanità si allontanasse troppo, anche la sua luce evangelica sulla coppia umana, per quanto potente, diverrebbe talmente flebile da scomparire per molti, e diventare privilegio di pochi eletti che stanno nel recinto di un porto sicuro. Oggi tra il buio e la penombra c’è bisogno della luce agile di fiaccole che illuminano i nostri tortuosi cammini. Dunque oggi più che mai la Chiesa è chiamata ad accompagnare i processi culturali e sociali che riguardano la famiglia, per quanto ambigui, difficili e poliedrici possano essere (Cfr IL 31.125). Nessuna periferia deve essere priva della luce di Cristo: è necessario accompagnare e illuminare le nuove periferie esistenziali della famiglia e della vita di coppia. Newman parlava di una «luce gentile»,, kindly light… Questa è la luce della consolazione: «Consolate, consolate il mio popolo…», ci ricorda Isaia (40,1).

4. Missione e sfide difficili da comprendere. In maniera molto significativa e realistica il Santo Padre, parlando ai Superiori Generali degli Ordini religiosi maschili, ha fatto l’esempio di una figlia adottata da due donne: «Ricordo il caso di una bambina molto triste che alla fine confidò alla maestra il motivo del suo stato d’animo: “La fidanzata di mia madre non mi vuol bene”». Ha quindi commentato: «Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Come annunciare Cristo a questi ragazzi e ragazze? Come annunciare Cristo a una generazione che cambia?» (Cfr Civ Catt 2014 I 3-17). La questione omosessuale si presenta qui come una importante sfida educativa (Cfr IL 120). Dobbiamo essere sempre consapevoli che l’atteggiamento che teniamo verso le situazioni che definiamo «disordinate» e «irregolari» di coppia determinerà l’avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli (Cfr IL 138). La stessa questione omosessuale, inoltre, ci interpella a una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva evangelica. La Chiesa forse non ha affrontato fino ad oggi la questione con il dovuto ascolto e discernimento, considerandola solamente un residuale elemento di disordine.

5. La consolazione e la dimensione sanante del sacramento. «Serve una Chiesa capace ancora di ridare cittadinanza a tanti dei suoi figli che camminano come in un esodo» (Francesco, Incontro con l’Episcopato brasiliano, 27/7/ 2013). La cittadinanza cristiana è frutto della misericordia. Se la Chiesa è davvero madre, tratta i suoi figli non solamente secondo il suo «cuore», ma anche secondo le sue uterine «viscere di misericordia» (Lc 1,78): non sottomette il suo abbraccio a regole, ma semmai a processi di gestazione, allevamento e formazione, anche di carattere penitenziale (Cfr EG, 47) Allora la domanda radicale che alcune coppie in situazioni problematiche pongono è se possano esistere, per la misericordia viscerale di Dio, situazioni radicalmente irrecuperabili, così che la Chiesa non possa far altro che escludere definitivamente la loro possibilità di accedere al sacramento della riconciliazione. Come possiamo comportarci, ad esempio, davanti a una donna che, dopo un matrimonio fallito e dopo anni di una vita ricostruita con seconde nozze e figli, si pente di gravi peccati passati (un aborto, ad esempio, praticato prima del divorzio) e vogliono riconciliarsi sacramentalmente con Dio? No, non possono esistere situazioni irrecuperabili perché, come di recente ha affermato il Papa, «Questo è il mistero della Chiesa: quando la Chiesa chiede al Signore di consolare il suo popolo» (Discorso ai Vespri, Tirana, 21/9/2014) In questo senso è necessario anche riscoprire i sacramenti nella loro forza di aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. «Come il cibo del corpo serve a restaurare le forze perdute, l’Eucaristia fortifica la carità» (CCC 1394). E allora come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi vive situazioni familiari complesse? Ricordiamo che «La crescita della vita cristiana richiede di essere alimentata dalla Comunione eucaristica, pane del nostro pellegrinaggio» (CCC 1392). L’eucarestia è il pane del cammino di noi peccatori, «un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (EG, 47).

6. Il pensiero incompleto del «discernimento pastorale». Il discernimento pastorale, vissuto con prudenza, saggezza e audacia, appare la strada giusta per pensare in termini di misericordia. Occorre riscoprire così il patrimonio dottrinale della tradizione in modo da prendere sul serio la odierna condizione umana. Questo discernimento pastorale è il risultato di quello che il Santo Padre ha definito «pensiero incompleto» e aperto (Civ Catt 2013 III 449-477), che sempre, in continuazione, guarda il cammino all’orizzonte, avendo come stella polare Cristo. Il pensiero è «incompleto» non perché debole o approssimativo, ma semmai perché «approssimato», cioè perché ha sempre presente il prossimo, la persona, la salvezza di ciascuno.  Il discernimento pastorale in tutti i casi punta sempre alla maggiore crescita possibile della persona. Del resto è proprio questa la maggior gloria di Dio (cfr Ireneo di Lione, Contro le eresie, 4,20,5-7).

(Sigle: IL Instrumentum Laboris, EG Evangelii Gaudium, LF Lumen Fidei, GS Gaudium et Spes, LG Lumen Gentium, CCC Catechismo della Chiesa Cattolica, Civ Catt La Civiltà Cattolica)

P. Antonio Spadaro S.I., direttore de La Civiltà Cattolica

Digital diplomacy, Social Networks and the Holy See. Interview with Ambassador Nigel Baker

Digital_Diplomacy___Flickr_-_Photo_Sharing_The Social Media Week, an international event dedicated to web, technology, innovation and social media, is underway. A week of encounters and experiences which, from 22 to 26 September, take place simultaneously in 11 cities in the world: London, Berlin, Johannesburg, Los Angeles, Sao Paulo, Sydney, Mumbai, Miami, Rotterdam, Chicago and Rome. A global and a local event, then. The theme is fascinating: Re-imagining human connectivity. At the same time, the Foreign & Commonwealth Office in London is organising a week of events around its global network, as part of a wider programme building the capability of its staff in using digital in communications, service delivery and policy-making.
Furthermore, from 22 to 24 September, the Committee for a reform of Vatican media will be meeting. The commission, which includes also members who are not internal to the Vatican itself , is drawing up a planning and a work method.
In this framework of events, I asked the British Ambassador to the Holy See Nigel Baker some questions, knowing his attention to digital diplomacy.

When and why the British Embassy to the Holy See has decided to establish a significant presence on social media? How did you came up with the idea, and what exactly this presence is made of?

As British Ambassador in Bolivia (2007-11) I had already seen the potential of social media. I had a blog in English and Spanish, mainly aimed at a Bolivian audience but which had readers from right around the world. I realised then that for an embassy with limited resources, social media was an excellent way of getting our messages out to a wider audience, as well as hearing what that interested audience had to say, and responding to it.

Isn’t some discretion linked to diplomatic work? How do you match digital communication and discretion?

Although discretion is still very much a part of any diplomat’s life and work, we must also be communicators, and ensure that what we do is relevant to the changing, dynamic world around us. For example, the British public, which pays for the embassy through its taxes, has a right to know what the British Embassy to the Holy See is doing on its behalf. What I realized in Rome, from the outset, was that there was a real challenge in demonstrating that this was an embassy not just focused on the internal business of the Vatican, but accredited and engaged with the most extensive global network in the world; the Holy See network.

Social media certainly does not respect national boundaries…

Certainly not, it is the tool par excellence of the networked world, is therefore an ideal instrument for communicating with the Holy See globally, breaking down the hierarchies and mystique that unnecessarily surround the Holy See, and setting out our stall on the many issues with which Her Majesty’s Government is concerned in its dealing with the Holy See: from international development to the death penalty, the situation in the Middle East to our mutual concerns in Africa. My colleague in Beirut, Ambassador Tom Fletcher, sets it out very well in his own digital blog, The Naked Diplomat.

Has feedback from the public been positive so far? What did you learn from the replies received?

My initial conviction has certainly been confirmed by the response. My blog, carried on Foreign Office and commercial platforms, is I know read by many people in the Vatican and beyond. We have readers from the Philippines and Australia, India and the United States, as well as the United Kingdom; not an audience I could otherwise have reached. Since 2011, we have worked to make our Twitter account live, dynamic and interesting, and have used it to run a number of events from Q&A sessions to competitions – more than 6,300 followers suggest that it is working.

You talk about texts and readers, what about images? Aren’t they more powerful than a thousand words?

Image is vital to people’s understanding of the Holy See, and so both Twitter and Flickr are wonderful tools for visual communication.

I imagine the digtial platforms are helping you to develop your network of contacts…

We use LinkedIn both as a platform for the blog, as well as for developing a wider range of contacts. None of this is particularly revolutionary, and I have noticed that more embassies to the Holy See have started to follow our lead. It requires some effort, and resource, but I think is well worth it. My whole embassy team is involved.

Nowadays, we start to talk about Digital Diplomacy or eDiplomacy. The Foreign and Commonwealth Office has a strategy in this respect, and defines it as “solving foreign policy problems using the internet”. Could you please tell us a little bit more about this concept?

Some examples, if I may, The Foreign Office (FCO) keeps British nationals informed of essential travel advice updates and crisis information across all its digital channels – monitoring those channels, especially in crisis situations where social media allows us proactively provide those affected with real-time information, and responding to major queries. Ambassadors use social media to explain their work, to extend UK influence and to set the record straight when necessary. The FCO uses digital channels to help reinforce the objectives of major conferences, events and visits, for example carrying out extensive engagement with the Somali Diaspora in the run-up to a Somalia conference hosted by the UK, or the extensive digital engagement around the world during the recent conference on Ending Sexual Violence in Conflict. We have moved our human rights reporting online, allowing us to move to more frequent reporting and to invite comments from the public. The FCO funds projects to promote internet freedom. And last year we hosted a major conference to push forward international work on the future of cyberspace.

An intense activity, which we could define as a wide involvement of people at various levels, from interested citizens to experts…

Indeed. Internet gives us increasing access to people affected – directly and indirectly – by key international issues, and those who are influential in key debates. By listening and engaging with them we get a better understanding of what the issues are and how we can help solve them. We can also involve people more directly in our policy work, for example by crowdsourcing feedback on our Human Rights report. We can reach out to local subject experts via platforms like Twitter and LinkedIn to get a more nuanced view of how (say) trade, energy or social issues impact people differently in different countries. And as I have already mentioned, we can also use the internet to communicate our policy work better so that people can understand why we are doing what we do and how it is helping to deal with those issues. For me, the main question to be asked by any foreign service should not be: do we need to be digital? It should be: can we afford not to be in the digital space? For the UK, the answer is a resounding no.

What are the main advantages you could experience? Did you notice also problems or aspects to improve?

I think the main advantages include access to people with whom traditionally diplomats have not had contact (which can also be a challenge, because inevitably digital engagement means we expose ourselves to a wider world than the once closed “corridors of power”). It gives us a more nuanced understanding of the places, people and issues we are dealing with. An ability to target our messages more accurately, and therefore convey information in more appropriate ways to different audiences. Communication is now a two-way street: we listen as well as we talk, and this helps us to test policy ideas quickly and easily with wide variety of groups. An ability to respond more rapidly to changing events – particularly in a crisis. Again, something that can also be a challenge.

I suppose that listening has an impact on the services offered by your Government. Listening means paying attention to real requirements…

By listening, we can give British Nationals better access to services and transactions delivered by government. This is especially helpful when they are abroad. And it also means we can also use our extensive global network of embassies and other missions in a genuinely universal way. For example, when our team in London working on the death penalty wishes to get a message out to multiple audiences, they know that my embassy is plugging in to a broad, largely Catholic audience. At the same time, they can reach, through our other missions and their digital followers, completely different publics elsewhere. Perhaps for the first time, in this way, diplomacy – if digital is used well – becomes truly global.

I reckon it wasn’t easy to learn a new language, to inhabit the digital environment…

The challenges are real. The FCO is a massive organisation and this is a fast moving and evolving landscape so there will always be areas to improve. It has not always been easy to adapt to a new and more open way of talking about what we do, learning a new language to suit the platforms we are using, understanding better how to engage with people rather than simply broadcast messages. What I learned about my profession when I became a diplomat in 1989 remains relevant, but digital requires also that we do things differently and need to develop new skills – the secrecy and exclusivity of the diplomatic bag no longer applies! We need to develop a distinctive voice on an internet crowded with opinions.

And you need to understand when it is time to write, and the time to remain silent…

Indeed, we need to understand when not to write. Once out, our opinions can never be erased.

The Holy See has also a strong digital footprint and the Holy Father has a presence on Twitter. How do you value this presence?

Pope Francis was very clear in Evangelii Gaudium. If the Church cannot communicate its message, it is moribund. Its raison d’etre is tied up with the Gospel, the Good News, and I emphasise here the “News”. It, too, has to operate across a global network of multiple languages, cultures, ideas and opinions. One of the key difficulties for the Holy See before digital was that, too often, its voice was being interpreted, filtered and sometimes mistranslated by others – the global media – which as intermediaries were often heard more clearly than the original information source. Engaging in digital allows the Holy See to get its voice across directly. For a diplomat accredited to the Holy See, getting the unfiltered message, quickly and succinctly, is invaluable also for us.

Which were your thoughts when Benedict XVI decided to have a presence on twitter?

I was therefore delighted to see the Holy See Twitter experiment begin, and it has clearly been a success. Critics have said that complex messages cannot be transmitted in 140 characters. I think Benedict XVI and now Pope Francis have proved those critics wrong. First of all, the message does not need to be over-complicated. The discipline of paring down what we want to say to its essence is a valuable one – who was it who said that Jesus would have been very at home with Twitter? Secondly, the reach is truly extraordinary. Several languages, millions of followers, and with every tweet re-tweeted the Pope can reach 60 million people in seconds. We were delighted when Pope Francis decided totweet his support for my government’s efforts to end sexual violence in conflict with a tweet that had huge impact with all those involved, from governments to human rights defenders. As a great teacher, Pope Benedict saw the need. As a great communicator, Pope Francis has taken it to another dimension. That will surely continue. There is no going back.

Antonio Spadaro

Diplomazia, Network sociali, Vaticano. Intervista all’Ambasciatore Nigel Baker

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È in corso la Social Media Week, evento internazionale dedicato al Web, alla Tecnologia, all’Innovazione e ai Social Media. Una settimana di incontri ed esperienze che, dal 22 al 26 settembre, si svolge in contemporanea in 11 città del mondo: Londra, Berlino, Johannesburg, Los Angeles, Sao Paulo, Sydney, Mumbai, Miami, Rotterdam, Chicago e Roma. Dunque un evento globale e locale. Il tema è affascinante: Re-immaginare la connettività umana. In contemporanea il  Foreign & Commonwealth Office a Londra sta organizzando una settimana di eventi in tutto il suo network globale, come parte di un programma più ampio per sviluppare la capacità del suo staff di implementare il digitale nella comunicazione, nella fornitura di servizi, nella costruzione di politiche. Inoltre, dal 22 al 24 settembre, in Vaticano si riunisce il Comitato per proporre una riforma dei Media Vaticani. La Commissione, che comprende anche membri non interni al Vaticano stesso, sta elaborando un piano e un metodo di lavoro.

In questo contesto di eventi ho rivolto all’Ambasciatore del Regno Unito presso la Santa Sede Nigel Baker alcune domande, conoscendo la sua attenzione per la diplomazia digitale.

Quando e perché l’Ambasciata britannica presso la Santa Sede ha deciso di avere una presenza significativa nei network sociali? Come è nata l’idea e in che cosa consiste esattamente questa presenza?

Come Ambasciatore britannico in Bolivia (2007-11), avevo già visto il potenziale dei social network. Scrivevo un blog in inglese e spagnolo, maggiormente diretto ad un pubblico boliviano, ma che aveva lettori in tutto il mondo. Mi sono quindi reso conto come, per un’Ambasciata che ha risorse limitate, i social media fossero un modo eccellente di far arrivare i nostri messaggi ad un pubblico più vasto; per ascoltare l’opinione di questo nostro pubblico interessato, e rispondere a loro.

Ma al lavoro diplomatico non è legata anche una certa discrezione? Come si coniuga comunicazione digitale e discrezione?

Nonostante la discrezione faccia ancora molto parte della vita e del lavoro di ogni diplomatico, dobbiamo anche essere dei comunicatori, ed assicurarci che quello che facciamo abbia rilevanza con il mondo in cambiamento e dinamico intorno a noi. Per esempio, il pubblico britannico, che paga per questa Ambasciata attraverso le tasse, ha il diritto di sapere cosa l’Ambasciata Britannica presso la Santa Sede stia facendo per loro conto. Quello che ho capito a Roma fin dall’inizio, era l’esistenza di una sfida reale nel dimostrare che questa era un’Ambasciata focalizzata non solo sugli affari interni del Vaticano, ma accreditata ed impegnata con iI network globale più esteso al mondo: il network della Santa Sede.

E i social network certo non rispettano i confini nazionali…

No, certo, e sono il mezzo par excellence del mondo interconnesso. Proprio per questo sono uno strumento ideale per comunicare con la Santa Sede a livello globale, abbattendo le gerarchie e l’aureola di mistero che inutilmente circonda la Santa Sede; e per delineare il nostro posto sulle molte questioni di interesse al Governo di Sua Maestà nel suo operare con la Santa Sede: dallo sviluppo Internazionale alla pena di morte, dalla situazione in Medio Oriente alla preoccupazione in Africa. Il mio collega a Beirut, l’Ambasciatore Tom Fletcher, lo delinea molto bene nel suo blog, “The Naked Diplomat”.

I feedback del “pubblico” sono stati buoni? Cosa può dedurre dalle risposte che riceve?

La mia convinzione iniziale è stata sicuramente confermata dalla risposta. Il mio blog, pubblicato sulle piattaforme del Foreign Office ed anche commerciali, so che è letto da molte persone in Vaticano ed oltre. Abbiamo lettori dalle Filippine ed Australia, India e Stati Uniti d’America, come anche dal Regno Unito; pubblico che altrimenti non avrei mai raggiunto. Dal 2011, abbiamo lavorato per rendere il nostro canale Twitter vivo, dinamico ed interessante, e lo abbiamo usato per svolgere molti eventi, da sessioni di Q&A a concorsi – più di 6,300 follower suggeriscono che stia funzionando.

Lei parla di testi e di lettori, ma le immagini? Non sono più potenti di molte parole?

Un’immagine è essenziale per una migliore comprensione della Santa Sede alle persone, così sia Twitter che Flickr sono strumenti meravigliosi di comunicazione visuale.

E poi immagino che le piattaforme digitali incrementino i vostri contatti…

Usiamo anche LinkedIn, sia come piattaforma per il blog, ma anche per sviluppare una serie più vasta di contatti. Niente di questo è particolarmente rivoluzionario, ed ho notato che sempre più Ambasciate presso la Santa Sede hanno iniziato a seguire la nostra strada. C’è bisogno di qualche sforzo, di risorse, ma credo ne valga la pena. Tutto il mio team dell’Ambasciata ne è coinvolto.

Oggi si comincia a parlare di “Digital diplomacy” o eDiplomacy. The Foreign and Commonwealth Office ha una strategia al riguardo, e la definisce come “solving foreign policy problems using the internet”. Potrebbe spiegarci meglio questo concetto?

Vorrei fare qualche esempio, se posso. Il Foreign Office tiene i cittadini britannici informati sugli aggiornamenti essenziali per viaggiare all’estero sicuri attraverso i suoi canali digitali. Svolge una azione di monitoraggio di quei canali, specialmente nelle situazioni di crisi, in cui i social media ci permettono di dare informazioni in tempo reale a coloro i quali ne sono coinvolti; rispondendo alle richieste più importanti. Gli Ambasciatori usano i social network per raccontare del loro lavoro, per estendere l’influenza del Regno Unito, per rettificare false informazioni direttamente, se necessario. Il Foreign Office usa i canali digitali per aiutare a rafforzare gli obiettivi di importanti conferenze, eventi, visite, per esempio realizzando un ampio impegno con la Diaspora Somala prima della Conferenza sulla Somalia organizzata dal Regno Unito, oppure la grande partecipazione digitale nel mondo durante il recente Summit globale sulla Fine della Violenza Sessuale nei Conflitti. Abbiamo trasferito online il nostro Rapporto sui Diritti Umani, cosa che ci ha permesso di passare a pubblicare Relazioni più di frequente ed invitare il pubblico a commentare. Il Foreign Office finanzia progetti per la promozione della libertà di internet. Lo scorso anno abbiamo organizzato un’importante conferenza per dare impulso ad un lavoro internazionale sul futuro del cyberspazio.

Una attività intensa che si potrebbe definire di coinvolgimento ampio di persone a vari livelli: dal cittadino interessato fino all’esperto…

Sì, infatti. Internet ci offre crescente accesso alle persone interessate, direttamente e indirettamente, alle questioni principali internazionali, e a coloro i quali sono influenti nei dibattiti che contano. Ascoltando e impegnandosi con loro, abbiamo una comprensione migliore di quale siano le questioni e come possiamo aiutare per risolverle. Possiamo anche coinvolgere le persone più direttamente nel nostro lavoro politico, per esempio assegnando a gruppi esterni il compito di raccogliere reazioni sul nostro Rapporto sui Diritti Umani. Possiamo raggiungere gli esperti di questioni locali attraverso Twitter e LinkedIn, per avere un punto di vista più sfumato su come (ad esempio) commercio, energia o affari sociali possano avere un impatto diverso su persone in paesi differenti. E come ho già accennato, in Rete possiamo comunicare meglio il nostro lavoro politico, così che le persone possano capire perché stiamo facendo ciò che facciamo, e come questo possa aiutare ad affrontare quelle questioni. Per me, la domanda principale che un qualunque servizio estero si deve porre non dovrebbe essere: “Abbiamo bisogno di essere digitali?”. Dovrebbe essere: “Ci possiamo permettere di non essere presenti nello spazio digitale?” Per il Regno Unito , la risposta è un sonoro “no”.

Quali sono i vantaggi principali che avete potuto verificare? Avete notaio anche qualche problema o qualche aspetto da migliorare?

Credo che i vantaggi principali comprendano il raggiungere persone con cui i diplomatici tradizionalmente non avevano contatti. Questa può essere anche una sfida, perché inevitabilmente la presenza digitale implica che ci esponiamo ad un mondo più ampio dei chiusi “corridoi di potere” di una volta. Ci offre una comprensione più sfumata dei luoghi, persone e questioni con cui abbiamo a che fare. La capacità di rivolgere i nostri i messaggi in maniera più accurata. Di conseguenza è possibile trasmettere le informazioni in modo più appropriato a diverse platee. La comunicazione è una strada a due corsie: ascoltiamo oltre che parlare. È proprio l’ascolto che ci aiuta a testare idee politiche più velocemente e facilmente. L’ascolto inoltre ci abilita di rispondere più rapidamente ad eventi che cambiano, particolarmente nelle situazioni di crisi. Di nuovo qualcosa che può anche costituire una sfida.

Questo ascolto ha un effetto sui servizi che offrite, immagino. Ascoltare significa essere attenti alle esigenze reali…

Ascoltando le esigenze, possiamo offrire ai cittadini britannici un accesso migliore ai servizi e transazioni fornite dal governo. E questo è particolarmente utile quando si trovano all’estero. Significa anche che possiamo utilizzare la nostra estesa rete globale di ambasciate ed altre missioni in maniera relamente universale. Per esempio, quando il nostro team di Londra che lavora sul tema della pena di morte vuole inviare un messaggio ad una pubblico variegato, sa che la mia Ambasciata ha accesso ad un vasto pubblico, in larga parte cattolico. Allo stesso tempo, possono raggiungere, attraverso le altre missioni ed i loro follower, platee completamente differenti, ovunque. Forse per la prima volta, in questo modo, la diplomazia diventa realmente globale.

Immagino che non sia stato semplice imparare un nuovo linguaggio, vivere nell’ambiente digitale…

Le sfide sono reali. Il Foreign Office è una solida organizzazione e questo è uno scenario che si muove ed evolve rapidamente; pertanto ci saranno sempre aspetti da migliorare. Non è stato sempre semplice adattarsi ad una nuova e più aperta maniera di parlare di cosa facciamo, imparare un nuovo linguaggio che si addica alle piattaforme sulle quali siamo presenti, capire meglio come coinvolgere le persone invece di trasmettere semplicemente messaggi. Quello che ho imparato sulla mia professione quando sono diventato diplomatico nel 1989 rimane pertinente, ma il digitale richiede anche di fare le cose in modo differente e la necessità di sviluppare nuove abilità – la segretezza ed esclusività della valigia diplomatica non è più in uso! Dobbiamo sviluppare una voce peculiare in una rete internet affollata di opinioni.

E si deve capire quando è il tempo di scrivere e quando è il tempo di tacere…

Certamente, dobbiamo comprendere quando sia meglio non scrivere. Una volta uscite, le nostre opinioni non potranno essere mai cancellate.

Anche la Santa Sede ha una forte presenza digitale e il Santo Padre è presente su Twitter. Come valuta questa presenza? 

Papa Francesco è stato molto chiaro nell’Evangelii Gaudium. Se la Chiesa non riesce a comunicare il suo messaggio, è moribonda. La sua raison d’etre è legata al Vangelo, alla Buona Novella, e sottolineo qui la “Novella”. Allo stesso tempo, deve operare attraverso un network globale di molteplici lingue, culture, idee ed opinioni. Una delle difficoltà principali della Santa Sede prima dell’era digitale è stata che, troppo spesso, la sua voce è stata interpretata, filtrata, e qualche volta tradotta male da altri – i media globali – che, come intermediari, venivano spesso sentiti più chiaramente della fonte originale d’informazione. Impegnarsi nel digitale permette alla Santa Sede di far sentire la sua voce direttamente. Per un diplomatico accreditato alla Santa Sede, ricevere il messaggio non filtrato, rapidamente e in maniera succinta, ha un valore enorme.

Che cosa ha pensato quando Benedetto XVI ha deciso di essere presente su Twitter?

Sono stato quindi lietissimo di vedere l’inizio dell’esperimento della Santa Sede su Twitter. È stato chiaramente un successo. I critici avevano detto che messaggi complessi non possono essere trasmessi in 140 caratteri. Credo che Benedetto XVI e adesso Papa Francesco abbiano dimostrato che le critiche fossero sbagliate. Per prima cosa, il messaggio non deve essere troppo complicato. La disciplina di ridurre ciò che vogliamo dire alla sua essenza è preziosa – chi è stato a dire che Gesù si sarebbe trovato a suo agio su Twitter? In secondo luogo, la portata è realmente straordinaria. Molte lingue, milioni di follower, e con ogni tweet che viene ritwittato, il Papa può raggiungere milioni di persone nel giro di qualche secondo. Siamo stati lietissimi quando Papa Francesco ha deciso di inviare il suo supporto agli sforzi del mio governo di porre fine alla violenza sessuale nei conflitti, con un tweet che ha avuto un enorme impatto su tutti coloro che ne sono coinvolti, dai governi ai difensori dei diritti umani. Come un grande insegnante, Papa Benedetto ha visto il bisogno. Come un grande comunicatore, Papa Francesco lo ha portato su un’altra dimensione. Questo continuerà di sicuro. Non c’è ritorno.

(Antonio Spadaro SJ)

 

 

 

 

 

Ecco il TweetBook del viaggio di #PapaFrancesco in Albania – #PapaAlbania

FullSizeRenderIl 21 settembre Papa Francesco si è recato in Albania. Nella geografia dei viaggi di Papa Francesco si può cogliere un filo che unisce luoghi di frontiera, dove le frontiere sono spesso ferite aperte. E per lui le frontiere sono anche porte…

***** Nell’ambito di una collaborazione tra La Civiltà CattolicaRaiNews ho seguito come ospite le dirette RaiNews da Tirana con Vania De Luca e ho realizzato un live streaming del viaggio, twittando testi, immagini e audio. Per scaricare gratuitamente il TweetBook che raccoglie questi tweets clicca qui: SCARICA  #PapaAlbania

Albania

Per entrare in Europa il Papa ha scelto non un Paese già pienamente integrato nell’Unione Europea, ma Paese candidato ad esserlo. Il Papa in questo senso ha una scelta chiara legata ai processi in corso, non a quelli già definiti e compiuti. Non solo: ha scelto l’unico Paese a maggioranza musulmana del nostro Continente e terra considerata da molti “periferica” e di non rilevante peso economico e politico. Insomma: sceglie un occidente “sui generis”. Soprattutto  il Papa è entrato nel continente europeo tramite l’incontro con un popolo disagiato, che ha molto sofferto. E non gli è bastato parlare del Paese: ha voluto toccare, abbracciare le sue ferite fatte persona in due testimoni perseguitati che ha abbracciato con commozione durante i Vespri celebrati la sera nella Cattedrale.

Il suo viaggio ha avuto tre momenti forti: Messa e Vespri, cioè la Preghiera; l’incontro con i leader religiosi, cioè il Dialogo; la visita al Centro Betania che accoglie bambini in situazione di disagio, cioè la Carità.

Tre i temi di fondo del viaggio:

1. Omaggio a gente che ha sofferto tanto

È un Paese che incarna la resisteza nella fede da parte di un popolo che ha generato martiri. Così ha detto il Papa nelal conferenza stampa del viaggio di ritorno da Seoul: «Se pensiamo alla storia dell’Albania, è stata religiosamente l’unico dei Paesi comunisti che nella sua Costituzione aveva l’ateismo pratico. Sono state distrutte 1820 chiese, e altre chiese sono state trasformate in cinema, teatro, sale da ballo»

2. Equilibrio tra musulmani (sunniti e bektashi) e cristiani (ortodossi e cattolici)

Così ancora il Papa nel viaggio di ritorno da Seoul: «Sono riusciti a fare un governo di unità nazionale tra islamici, ortodossi e cattolici, con un consiglio interreligioso. La presenza del Papa è per dire a tutti i popoli ‘Si può lavorare insieme!’ Io l’ho sentito come se fosse un vero aiuto a quel nobile popolo»

3. Centro e periferia

Il viaggio a Tirana si connette direttamente a quello che il Papa farà a Strasburgo, sede del Consiglio d’Europa. Francesco pone un asse tra periferia e centro, ma scegliendo l’Albania come primo viaggio europeo fuori dal confini dell’Italia, il Papa sceglie il paese periferico ma anche giovane, in crescita. Così conferma che la relatà si comprende innanzitutto dalla periferia e non dal centro. Il Papa porterà a Strasburgo ciò che ha visto a Tirana.  In tal modo il Papa ci aiuta a vedere il mondo in maniera diversa. Ci chiede di non guardare solo a ciò che è statico e consolidato, ma di essere più attenti a ciò che muta e si sviluppa, ai processi, insomma.

***** In collaborazione con RaiNews ho seguito come ospite le dirette con Vania De Luca e ho realizzato un live streaming del viaggio, twittando testi, immagini e audio. Per scaricare gratuitamente il TweetBook che raccoglie questi tweets clicca qui: SCARICA  #PapaAlbania

Ecco le parole di Papa Francesco ai gesuiti coreani

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Oggi Papa Francesco ha deciso di fermarsi con i gesuiti della Sogang University di Seoul. Lo ha fatto a sorpresa, comunicandolo alla comunità solamente 24 ore prima. Il Papa è entrato ed è stato accolto da un grande applauso. Tutti si sono presentati uno per uno alla fine, ma all’inizio anche per tipologia di attività: i giovani in formazione, quindi, i novizi, e poi coloro che si occupano dell’apostolato spirituale, dell’apostolato giovanile, dell’apostolato sociale. E’ stata veramente una grande festa.

Il Papa ha goduto molto di questo clima e poi, dopo alcune, poche, parole introduttive di saluto, ha parlato a braccio, assolutamente a braccio ovviamente, ed è stato un discorso semplice e potente, tutto incentrato su una parola – consolazione – che per noi Gesuiti è una parola fondamentale: la consolazione spirituale. Ha detto che noi siamo ministri di consolazione, che a volte nella Chiesa si sperimentano fatiche, a volte ferite, e a volte la gente sperimenta ferite anche a causa dei ministri della Chiesa. E ha ribadito quell’espressione che mi aveva comunicato nell’intervista della Chiesa come “ospedale da campo”. L’ha ribadita, l’ha confermata. Questa è la sua visione della Chiesa.

Quindi, il compito di noi Gesuiti – ma direi più in generale dei ministri del Vangelo, dei sacerdoti, dei religiosi – è quello di essere persone di consolazione, che danno pace alla gente, che leniscono le ferite. E l’ha ripetuto in vari modi e con accenti molto intensi che la trascrizione non rende.

Non ha parlato della sua visita in generale, ma si è riferito a una situazione particolare, perché durante l’incontro con i giovani a Solmoe una ragazza cambogiana ha fatto riferimento al fatto che il suo Paese non ha un santo canonizzato. In realtà, c’è un martire, il primo vescovo, sulle virtù eroiche del quale è in corso un processo. Il Papa è rimasto profondamente colpito dal fatto che una ragazza così giovane si sia posta una domanda del genere. Lo abbiamo visto del resto già nell’incontro. Questo lo ha colpito profondamente e lo ha ripetuto, anche perché c’era un gesuita coreano che vive in Cambogia. C’erano, quindi, pure Gesuiti che vivono in altri luoghi.

Ecco dunque le parole che il Papa ha detto in maniera del tutto semplice e informale che trascrivo dalla registrazione del suo discorso che ho fatto con il mio iPhone (p. Antonio Spadaro S.I.)

“C’è una parola che mi prende molto: consolazione. Consolazione: la presenza di Dio in qualunque sua modalità. Nostro Santo Padre Sant’Ignazio sempre cerca di confermare la decisione della riforma di vita o della elezione di stato di vita attraverso il secondo modo di «elezione»: la consolazione. Consolazione è una parola bella per chi la riceve. Però è difficile dare consolazione.

Quando leggo il libro della Consolazione del Profeta Isaia leggo che è un lavoro proprio di Dio quello di consolare, consolare il suo popolo. Quando uno vive un limite doloroso, se lo sa fare con amore, diventa un seme di consolazione per questa persona.

Il popolo di Dio necessita consolazione, di essere consolato, il consuelo. Io penso che la Chiesa sia un ospedale da campo in questo momento. Il popolo di Dio ci chiede di essere consolato. Tante ferite, tante ferite che hanno bisogno di consolazione… Dobbiamo ascoltare la parola di Isaia: Consolate, consolate il mio popolo!

Non ci sono ferite che non possono essere consolate dall’amore di Dio. Noi in tal maniera dobbiamo vivere: cercando Gesù Cristo in modo da portare questo amore a consolare le ferite, a curare le ferite.

Questa sera un gruppo di giovani ha rappresentato la parabola del figlio prodigo. Rappresenta bene qual è l’atteggiamento di Dio davanti alle nostre ferite.

Dio consola sempre, spera sempre, dimentica sempre, perdona sempre.

Ci sono molte ferite nella Chiesa. Ferite che molte volte provochiamo noi stessi, cattolici praticanti e ministri della Chiesa.

Non castigate più il popolo di Dio! Consolate il popolo di Dio! Tante volte il nostro atteggiamento clericale cagiona il clericalismo che fa tanto danno alla Chiesa. Essere sacerdote non dà lo status di chierici di stato, ma di pastore. Per favore, siate pastori e non chierici di stato. E quando siete nel confessionale ricordatevi che Dio non si stanca mai di perdonare. Siate misericordiosi!

Vi ringrazio tanto!

Internet dono di Dio. Dialogo con Vint Cerf e mons. Claudio Maria Celli

1509048_10152179968587508_240925938_nVenerdì 21 febbraio ho moderato un incontro organizzato da GOOGLE in collaborazione con LA CIVILTÀ CATTOLICA, la rivista che dirigo. L’incontro si è svolto a Roma sulla terrazza del Campidoglio. Il tema scelto era relativo al Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni e ha avuto per titolo “Internet, dono di Dio”. Ho avuto il ruolo di moderatore del dialogo tra due persone di rilievo:

Vinton Gray Cerf, noto anche come Vint Cerf è conosciuto come uno dei “padri di Internet” perché insieme a Bob Kahn inventò il protocollo TCP/IP, cioè l’insieme di protocolli su cui si basa il funzionamento della rete Internet (Transmission Control Protocol e Internet Protocol). Nel settembre del 2005 è stato assunto da Google con la carica di “Chief Internet Evangelist”, Mons. Claudio Maria Celli, arcivescovo. Grande esperto di relazioni internazionali, ha partecipato a varie delegazioni inviate in Oriente. Dal 27 giugno 2007 è presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e presidente della Filmoteca Vaticana.

Ecco gli appunti che ho usato per introdurre il discorso e poi i temi sui quali ho sollecitato i relatori… 

Perché siamo qui stasera?

L’occasione è data dalla pubblicazione del 48° Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali dal titolo «Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro». In questo testo c’è una affermazione chiave…. «Internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio», ha scritto papa Francesco in un suo messaggio di fine gennaio 2014. Ricordiamoci che il Premio Nobel per la pace Liu Xiaobo qualche mese prima del suo secondo arresto, nell’aprile 2009, aveva scritto «Internet è un dono di Dio».

Il Papa touch, il Papa che ama abbracciare fisicamente, sa che l’ambiente digitale non è un altro mondo, una inutile second life, ma è un altro modo perché gli uomini si tocchino al di là dello spazio e del tempo.

Papa Francesco è un cyber-entusiasta ma un profeta: vede nella Rete il segno di una vocazione dell’umanità a essere unita, connessa. Pur vedendo tutti i rischi, ci vede soprattutto un disegno di Dio. Il Papa crede alla «sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una carovana solidale» (Evangelii Gaudium, 87). La carovana, la marea, il caos: tre immagini per una rete che comporta sfide «appassionanti».

La cultura della rete è cultura di condivisione e non di scarto. La rete anzi deve dare voce agli scarti sociali e culturali; crea un ambiente nel quale non bisogna rinunciare alle proprie idee «ma alla pretesa che siano uniche ed assolute».

Ma questo significa che senza una gift culture per la quale la condivisione delle risorse risulta sempre più facile e spontanea (open sourcecreative commons…) non si va da nessuna parte.

Il Papa dice che la rete è fatta di persone non di fili. La rete è la rete delle persone non delle tecnologie. E così forse il papa dice che la rete non esiste perché da sempre ognuno di noi vive in una rete di relazioni, è un «nodo» che lo rende persona e non individuo.

I media di massa erano modellati da pochi produttori centrali sia nella struttura sia nel contenuto. Su internet invece non c’è centro né periferia, e la partecipazione è generata dal basso dentro piattaforme

Temi per il dialogo:

Hai inventato internet, hai visto il suo sviluppo, hai valutato i suoi effetti. Che ne pensi di internet? Ti sei pentito (regret) di averlo inventato? Ne sei felice? Avresti immaginato come sarebbe andata a finire? Avevi intuito ciò che sarebbe stato?

Qual è il più grande problema di internet, quale il maggiore vantaggio?

Larry Wall, creatore del linguaggio Perl, insieme a gente come Tom Pittman e altri hackers della prima ora, aveva collegato strettamente la propria creatività alla fede.

Oggi Papa Francesco ci dice: le reti ci spingono alla visione di un «mondo differente», di una condivisione aperta che richiede «energie fresche e un’immaginazione nuova». Hackers e cristiani sono interessati, in definitiva a una cosa: al significato della vita. Non credi che, in ultima analisi, ci sia una convergenza?

La rete è una invenzione troppo grande, troppo globale, troppo storica nell’evoluzione del cammino dell’uomo. Si è mai posto la domanda: qual è il ruolo della rete nel piano di Dio sull’umanità?

Chi è il mio «prossimo» quando in rete sono abbattute le barriere dello spazio e del tempo? Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Il buon samaritano passa anche per le «“strade” digitali»?

Abbiamo davanti una risorsa enorme, l’intelligenza connessa, un surplus cognitivo fenomenale. Senza valutare il surplus cognitivo che stiamo sperimentando non si capisce il dono di Dio. Che ne facciamo? Che ne faremo? Lo scopriremo, ma certo richiede una forte presa di coscienza. Forse questa presa di coscienza potrà arrivare soltanto da qualcosa terza alle istituzioni comuni come i governi e alle big company. A questo punto mi chiedo: non potrebbe la Chiesa giocare questo ruolo di presa di coscienza?

Come si fa a dialogare in Rete? Non c’è il rischio di vivere in una bolla filtrata? I motori di ricerca di offrono le risposte che ci somigliano perché conoscono i nostri gusti. I social networks ci offrono le news delle persone che ci somigliano perché conoscono i nostri gusti… Non finiremo per vivere in una filtered bubble? Vale la pena di essere connessi? Continua a leggere