Ecco le parole di Papa Francesco ai gesuiti coreani

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Oggi Papa Francesco ha deciso di fermarsi con i gesuiti della Sogang University di Seoul. Lo ha fatto a sorpresa, comunicandolo alla comunità solamente 24 ore prima. Il Papa è entrato ed è stato accolto da un grande applauso. Tutti si sono presentati uno per uno alla fine, ma all’inizio anche per tipologia di attività: i giovani in formazione, quindi, i novizi, e poi coloro che si occupano dell’apostolato spirituale, dell’apostolato giovanile, dell’apostolato sociale. E’ stata veramente una grande festa.

Il Papa ha goduto molto di questo clima e poi, dopo alcune, poche, parole introduttive di saluto, ha parlato a braccio, assolutamente a braccio ovviamente, ed è stato un discorso semplice e potente, tutto incentrato su una parola – consolazione – che per noi Gesuiti è una parola fondamentale: la consolazione spirituale. Ha detto che noi siamo ministri di consolazione, che a volte nella Chiesa si sperimentano fatiche, a volte ferite, e a volte la gente sperimenta ferite anche a causa dei ministri della Chiesa. E ha ribadito quell’espressione che mi aveva comunicato nell’intervista della Chiesa come “ospedale da campo”. L’ha ribadita, l’ha confermata. Questa è la sua visione della Chiesa.

Quindi, il compito di noi Gesuiti – ma direi più in generale dei ministri del Vangelo, dei sacerdoti, dei religiosi – è quello di essere persone di consolazione, che danno pace alla gente, che leniscono le ferite. E l’ha ripetuto in vari modi e con accenti molto intensi che la trascrizione non rende.

Non ha parlato della sua visita in generale, ma si è riferito a una situazione particolare, perché durante l’incontro con i giovani a Solmoe una ragazza cambogiana ha fatto riferimento al fatto che il suo Paese non ha un santo canonizzato. In realtà, c’è un martire, il primo vescovo, sulle virtù eroiche del quale è in corso un processo. Il Papa è rimasto profondamente colpito dal fatto che una ragazza così giovane si sia posta una domanda del genere. Lo abbiamo visto del resto già nell’incontro. Questo lo ha colpito profondamente e lo ha ripetuto, anche perché c’era un gesuita coreano che vive in Cambogia. C’erano, quindi, pure Gesuiti che vivono in altri luoghi.

Ecco dunque le parole che il Papa ha detto in maniera del tutto semplice e informale che trascrivo dalla registrazione del suo discorso che ho fatto con il mio iPhone (p. Antonio Spadaro S.I.)

“C’è una parola che mi prende molto: consolazione. Consolazione: la presenza di Dio in qualunque sua modalità. Nostro Santo Padre Sant’Ignazio sempre cerca di confermare la decisione della riforma di vita o della elezione di stato di vita attraverso il secondo modo di «elezione»: la consolazione. Consolazione è una parola bella per chi la riceve. Però è difficile dare consolazione.

Quando leggo il libro della Consolazione del Profeta Isaia leggo che è un lavoro proprio di Dio quello di consolare, consolare il suo popolo. Quando uno vive un limite doloroso, se lo sa fare con amore, diventa un seme di consolazione per questa persona.

Il popolo di Dio necessita consolazione, di essere consolato, il consuelo. Io penso che la Chiesa sia un ospedale da campo in questo momento. Il popolo di Dio ci chiede di essere consolato. Tante ferite, tante ferite che hanno bisogno di consolazione… Dobbiamo ascoltare la parola di Isaia: Consolate, consolate il mio popolo!

Non ci sono ferite che non possono essere consolate dall’amore di Dio. Noi in tal maniera dobbiamo vivere: cercando Gesù Cristo in modo da portare questo amore a consolare le ferite, a curare le ferite.

Questa sera un gruppo di giovani ha rappresentato la parabola del figlio prodigo. Rappresenta bene qual è l’atteggiamento di Dio davanti alle nostre ferite.

Dio consola sempre, spera sempre, dimentica sempre, perdona sempre.

Ci sono molte ferite nella Chiesa. Ferite che molte volte provochiamo noi stessi, cattolici praticanti e ministri della Chiesa.

Non castigate più il popolo di Dio! Consolate il popolo di Dio! Tante volte il nostro atteggiamento clericale cagiona il clericalismo che fa tanto danno alla Chiesa. Essere sacerdote non dà lo status di chierici di stato, ma di pastore. Per favore, siate pastori e non chierici di stato. E quando siete nel confessionale ricordatevi che Dio non si stanca mai di perdonare. Siate misericordiosi!

Vi ringrazio tanto!

Internet dono di Dio. Dialogo con Vint Cerf e mons. Claudio Maria Celli

1509048_10152179968587508_240925938_nVenerdì 21 febbraio ho moderato un incontro organizzato da GOOGLE in collaborazione con LA CIVILTÀ CATTOLICA, la rivista che dirigo. L’incontro si è svolto a Roma sulla terrazza del Campidoglio. Il tema scelto era relativo al Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni e ha avuto per titolo “Internet, dono di Dio”. Ho avuto il ruolo di moderatore del dialogo tra due persone di rilievo:

Vinton Gray Cerf, noto anche come Vint Cerf è conosciuto come uno dei “padri di Internet” perché insieme a Bob Kahn inventò il protocollo TCP/IP, cioè l’insieme di protocolli su cui si basa il funzionamento della rete Internet (Transmission Control Protocol e Internet Protocol). Nel settembre del 2005 è stato assunto da Google con la carica di “Chief Internet Evangelist”, Mons. Claudio Maria Celli, arcivescovo. Grande esperto di relazioni internazionali, ha partecipato a varie delegazioni inviate in Oriente. Dal 27 giugno 2007 è presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e presidente della Filmoteca Vaticana.

Ecco gli appunti che ho usato per introdurre il discorso e poi i temi sui quali ho sollecitato i relatori… 

Perché siamo qui stasera?

L’occasione è data dalla pubblicazione del 48° Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali dal titolo «Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro». In questo testo c’è una affermazione chiave…. «Internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio», ha scritto papa Francesco in un suo messaggio di fine gennaio 2014. Ricordiamoci che il Premio Nobel per la pace Liu Xiaobo qualche mese prima del suo secondo arresto, nell’aprile 2009, aveva scritto «Internet è un dono di Dio».

Il Papa touch, il Papa che ama abbracciare fisicamente, sa che l’ambiente digitale non è un altro mondo, una inutile second life, ma è un altro modo perché gli uomini si tocchino al di là dello spazio e del tempo.

Papa Francesco è un cyber-entusiasta ma un profeta: vede nella Rete il segno di una vocazione dell’umanità a essere unita, connessa. Pur vedendo tutti i rischi, ci vede soprattutto un disegno di Dio. Il Papa crede alla «sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una carovana solidale» (Evangelii Gaudium, 87). La carovana, la marea, il caos: tre immagini per una rete che comporta sfide «appassionanti».

La cultura della rete è cultura di condivisione e non di scarto. La rete anzi deve dare voce agli scarti sociali e culturali; crea un ambiente nel quale non bisogna rinunciare alle proprie idee «ma alla pretesa che siano uniche ed assolute».

Ma questo significa che senza una gift culture per la quale la condivisione delle risorse risulta sempre più facile e spontanea (open sourcecreative commons…) non si va da nessuna parte.

Il Papa dice che la rete è fatta di persone non di fili. La rete è la rete delle persone non delle tecnologie. E così forse il papa dice che la rete non esiste perché da sempre ognuno di noi vive in una rete di relazioni, è un «nodo» che lo rende persona e non individuo.

I media di massa erano modellati da pochi produttori centrali sia nella struttura sia nel contenuto. Su internet invece non c’è centro né periferia, e la partecipazione è generata dal basso dentro piattaforme

Temi per il dialogo:

Hai inventato internet, hai visto il suo sviluppo, hai valutato i suoi effetti. Che ne pensi di internet? Ti sei pentito (regret) di averlo inventato? Ne sei felice? Avresti immaginato come sarebbe andata a finire? Avevi intuito ciò che sarebbe stato?

Qual è il più grande problema di internet, quale il maggiore vantaggio?

Larry Wall, creatore del linguaggio Perl, insieme a gente come Tom Pittman e altri hackers della prima ora, aveva collegato strettamente la propria creatività alla fede.

Oggi Papa Francesco ci dice: le reti ci spingono alla visione di un «mondo differente», di una condivisione aperta che richiede «energie fresche e un’immaginazione nuova». Hackers e cristiani sono interessati, in definitiva a una cosa: al significato della vita. Non credi che, in ultima analisi, ci sia una convergenza?

La rete è una invenzione troppo grande, troppo globale, troppo storica nell’evoluzione del cammino dell’uomo. Si è mai posto la domanda: qual è il ruolo della rete nel piano di Dio sull’umanità?

Chi è il mio «prossimo» quando in rete sono abbattute le barriere dello spazio e del tempo? Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Il buon samaritano passa anche per le «“strade” digitali»?

Abbiamo davanti una risorsa enorme, l’intelligenza connessa, un surplus cognitivo fenomenale. Senza valutare il surplus cognitivo che stiamo sperimentando non si capisce il dono di Dio. Che ne facciamo? Che ne faremo? Lo scopriremo, ma certo richiede una forte presa di coscienza. Forse questa presa di coscienza potrà arrivare soltanto da qualcosa terza alle istituzioni comuni come i governi e alle big company. A questo punto mi chiedo: non potrebbe la Chiesa giocare questo ruolo di presa di coscienza?

Come si fa a dialogare in Rete? Non c’è il rischio di vivere in una bolla filtrata? I motori di ricerca di offrono le risposte che ci somigliano perché conoscono i nostri gusti. I social networks ci offrono le news delle persone che ci somigliano perché conoscono i nostri gusti… Non finiremo per vivere in una filtered bubble? Vale la pena di essere connessi? Continua a leggere

Ecco il video che Papa Francesco ha girato con un iPhone. Il mio commento

PapaFrancesco ha registrato un video con un iPhone invitando i cristiani all’unità. Ecco il video e sotto un mio primo commento:

1. Papa Francesco sposa in pieno la logica relazionale della comunicazione. Il video è girato da un vescovo non cattolico amico del Papa da anni. La registrazione avviene perché essa sia condivisa con altri dentro una assemblea di preghiera. In questo senso il Papa recepisce il fatto che comunicare non significa semplicemente trasmettere ma condividere in un contesto di relazioni. E’ dunque sempre una testimonianza. Il video ha un forte taglio testimoniale.

2. Papa Francesco non ha alcun problema a mostrare la sua difficoltà a parlare l’inglese. E’ sempre se stesso. Dice alcune parole e poi passa all’italiano (non allo spagnolo), ma dicendo che in realtà parla la lingua del cuore che ha una grammatica semplice. Il Papa così appare autentico, semplice, senza filtri, senza bisogno di set o di luci aggiustate. E’ se stesso, naturale, a suo agio. Risolto.

3. Il Papa invia un messaggio alto ma lo fa in maniera semplice e facendo appello a due sentimenti: la nostalgia e la gioia. Il suo messaggio è quello dell’impegno ecumenico. Si riconosce fratello tra fratelli. Dice di provare gioia e nostalgia. Gioia perché parla a fratelli che pregano, e questo fa capire come il Signore è all’opera sempre e dovunque. Ma anche con nostalgia, nostalgia dell’abbraccio tra i cristiani. Perché i cristiani sono divisi. Gli manca quell’abbraccio. Le divisioni tra i cristiani ci sono, e sono colpa dei nostri peccati, dice. Solo il Signore è giusto. Sente il bisogno di invitare a quel pianto che riconcilia. Dunque il suo messaggio si modula a due livelli: l’impegno ecumenico a superare le divisioni, e i sentimenti di nostalgia e gioia. Quello di gioia è il primo perché dice l’unità, l’abbraccio ora possibile e necessario.

4. Il Papa comunica questo messaggio alto e impegnativo usando un mezzo pop come l’iPhone e con un messaggio che va innanzitutto a persone riunite, e poi va anche su una piattaforma pop come YouTube. Non solo: in questo messaggio semplice e diretto cita Alessandro Manzoni. Non c’è più distinzione tra alto e basso, tra cultura che si trasmette in forme alte e cultura pop che si trasmette in forme popolari.

5. Il Papa si rivolge a cristiani pentecostali, che rappresentano una grande sollecitazione per le Chiese, specialmente le più giovani. In questo senso il Papa abbraccia questa realtà, chiede di pregare. Accetta la sollecitazione e la pone su un piano di fede e di comunione fraterna. La risposta del vescovo protestante nel suo discorso di presentazione di questo video è eloquente. A proposito dei protestanti afferma: “The protest is over!” (La protesta è finita).

Questo video è talmente naturale e semplice da rivelare una grande sfida per la missione della Chiesa nel nostro tempo.

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6 punti centrali del MESSAGGIO di #PapaFrancesco per la 48a Giornata Mondiale delle COMUNICAZIONI

selfieEcco alcune mie prime note sul Messaggio di Papa Francesco per la 48a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Una riflessione più ampia, anche alla luce di altri discorsi del Papa sulla Comunicazione, verrà pubblicata sul prossimo numero de La Civiltà Cattolica.   *Più in basso si trova il testo completo del Messaggio*

Il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali ha per titolo “Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro”. Il testo afferma alcuni punti centrali del modo proprio di Papa Francesco di vivere e comprendere la capacità dell’uomo di comunicare in maniera autentica. Collocandosi in continuità con i messaggi di Benedetto XVI scritti per la medesima occasione, esprime anche una profonda maturazione della consapevolezza della Chiesa sulle questioni che riguardano la comunicazione al tempo delle reti digitali.

Elenco qui 6 punti centrali di questo messaggio…

1. Internet esprime la «profezia» di un mondo nuovo

Papa Francesco avvia il suo discorso con una sorta di contemplazione del mondo in cui viviamo. Il mondo sta diventando sempre più piccolo, e noi siamo sempre più vicini gli uni agli altri. I miei amici sui social network, al di là del fatto che vivano in Brasile o in Italia, in India o in Australia, sono sempre alla distanza di un click. Tutti siamo più connessi e interdipendenti. E tuttavia questa comunicazione globale non è sufficiente per superare le divisioni. Anzi: il mondo, oggi unito dalle reti, vive il paradosso di essere diviso. Ecco: per il Papa la cultura della comunicazione non può convivere con quella dello scarto; queste due culture rimangono antitetiche. Le reti, che ci uniscono e ci collegano, devono spingerci alla visione di un mondo differente da quello pieno di divisioni, che abbiano davanti. Si tratta di una sorta di appello a che la gift culture, la cultura del dono sia il centro verso cui gli scambi convergono, in una rete nella quale la condivisione delle risorse risulta sempre  più facile e spontanea (open source, creative commons…). La rete, dunque, può contribuire a plasmare una mentalità di condivisione aperta, In un certo senso, dunque, internet esprime la «profezia» di un mondo nuovo, perché può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà. Proprio qui entra in gioco la «prossimità»: i media possono aiutarci ad avvertire il senso di solidarietà e il desiderio di lottare per i diritti umani, risvegliandone la nostra consapevolezza, contro la logica dello «scarto».

 2. Internet: una rete di persone, non di fili

La rete non è un mero assemblaggio di materiali e strumenti elettrici ed elettronici: «la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili, ma di persone», scrive il Papa. La rete internet insomma non è affatto come la rete idrica, o di quella del gas. Invece è vero che la nostra vita è già una rete, anche senza i computer, i tablet e gli smartphones. Però queste tecnologie della comunicazione possono potenziare e aiutare a vivere la nostra esperienza di vita come rete; se dunque non fossero in grado di spingerci ad una maggiore accoglienza reciproca, o far maturare la nostra personale umanità e la nostra reciproca comprensione, non risponderebbero alla loro vocazione. Perché, se la comunicazione non ci rende più «prossimi» gli uni altri altri, se non ci fa vivere la vicinanza, allora non risponde alla sua vocazione umana e cristiana.
Papa Francesco scrive chiaramente: «internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio». Il Papa sembra leggere nella rete il segno di un dono e di una vocazione dell’umanità ad essere unita, connessa. Rivive, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, «la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (Evangelii Gaudium, 87).

3. Chi è il mio «prossimo» nell’ambiente digitale? Le «reti di prossimità»

Dato che la rete è una rete di persone, tutte le domande su internet e, in generale, sulla comunicazione sono riconducibili all’unica domanda evangelica: «chi è il mio prossimo?» (Lc 10,29). Occorre comprendere bene come il significato stesso di «prossimo» si evolva proprio a causa della rete che abbatte le barriere dello spazio e del tempo. Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Papa Francesco, parlando ai comunicatori nel 2002, aveva scelto la parabola del buon samaritano, come immagine di riferimento del comunicatore. Il concetto di comunicazione di cui egli parla fa perno non sul messaggio né, tanto meno, sulle tecniche, ma sulle persone che comunicano. Comunicare, dunque, significa condividere un messaggio all’interno di reti di prossimità; significa coinvolgersi, testimoniare ciò che si comunica, facendosi carico di chi ci sta accanto. Significa toccare l’altra persona, essendo consapevoli del contatto. Significa, in definitiva, prendere consapevolezza del sostanziale significato dell’essere uomini e figli di Dio.
È vero, d’altra parte, che oggi la comunicazione tende alla manipolazione e al consumismo, aggredisce come i banditi che ridussero in fin di vita l’uomo soccorso dal buon samaritano. È la sensazione che spesso proviamo, quando siamo bersagliati da raffiche di immagini seducenti o sconsolanti. Il buon samaritano oggi passa non solamente per le strade di città e villaggi, ma anche per le «“strade” digitali».
La rete, dunque, può essere anche intesa come una peculiare «periferia esistenziale», affollata di una umanità che cerca una salvezza o una speranza.

4. Una Chiesa «accidentata», ma dalle porte aperte anche in rete

Dunque, se ci chiedessimo perché, in definitiva, la Chiesa e i cristiani devono essere presenti nell’ambiente digitale, la risposta sarebbe semplice: perché la Chiesa è chiamata ad essere dove sono gli uomini. E oggi gli uomini vivono anche nell’ambiente digitale. La comunità ecclesiale non può dunque sottrarsi a questa nuova chiamata, proprio per la sua vocazione missionaria fondamentale: «Lo ripeto spesso: tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima. E le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra queste strade ci sono anche quelle digitali».
Se il Papa parla spesso di una Chiesa dalle porte aperte, nel suo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni, afferma chiaramente che aprire le porte delle chiese, significa anche aprirle nell’ambiente digitale.

 5. Per una comunicazione non «di massa» ma «popolare»

Il Papa, proponendo l’immagine del buon samaritano, in realtà, propone una immagine della comunicazione che taglia fuori l’onnipresenza mediatrice del mercato. La comunicazione non è marketing persuasivo, né tantomeno espressione del mercato, ma istanza fondamentale dell’essere umano, che riconosce se stesso nel momento in cui si avvicina agli altri. Essa, per il Papa, tende a coincidere con la prossimità. Per questo, nel suo ambito, occorre «saper discernere e riuscire a smascherare la presenza di interessi politici ed economici». Come detto in precedenza, uno degli obiettivi della comunicazione mediatica, è al contrario quello di dar voce a chi non ce l’ha, di «rendere visibili volti altrimenti invisibili». Da qui discende una radicale distinzione tra la comunicazione e la cultura di massa e la comunicazione e la cultura popolare che andrebbe maggiormente approfondita. Da qui discende una radicale distinzione tra la comunicazione e la cultura di massa e la comunicazione e la cultura popolare che andrebbe maggiormente approfondita.

6. Dialogo e rapporto tra Ecclesia e Agorà

Il Papa conclude il suo messaggio con un appello: siamo davanti non a problemi dell’informazione ma a una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova. «Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale», scrive Francesco. Il termine non è nuovo, ma sappiamo bene che il termine «cittadino» ha per lui un significato rilevante. Aveva scritto tempo fa che esserlo significa «convocato ad associarsi in vista del ben comune», al fine di un progetto comune. Le nuove tecnologie digitali hanno dato origine ad un vero e proprio nuovo spazio sociale, i cui legami sono in grado di influire nella società e sulla cultura.  Il Papa pone dunque il tema del rapporto tra ecclesia e agorà che va rimodulato di continuo a vari livelli. Quello della comunicazione digitale è un livello oggi molto sensibile. L’obiettivo resta il bene comune.
Il Papa ha molto a cuore il dialogo quotidiano con tutti coloro che ci stanno accanto, il dialogo della condivisione pratica. L’atteggiamento necessario da questo tipo di dialogo è per il Papa «l’essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte». Tutto ciò che è «idea» personale, opinione, adesione partitica oppure tradizione, linguaggio, modo di fare non può essere considerato un assoluto, scrive Papa Francesco. Aveva già detto Benedetto XVI (discorso alla Curia, 21/12/12) che per dialogare occorre «imparare ad accettare l’altro nel suo essere e pensare in modo diverso». Questa è la premessa per un dialogo autentico.
Gli sforzi di comprensione diventano dunque un processo in cui, mediante l’ascolto dell’altro, ambedue le parti possono trovare purificazione e arricchimento. Anche quando le scelte di fondo non devono essere cambiate  – la fede, ad esempio – questi sforzi hanno «il significato di passi comuni verso l’unica verità» (ivi). E’ dunque necessario, scrive Papa Francesco, «sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze».

Ecco il testo completo del Messaggio:

48ª GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI
Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro

Messaggio del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle,

oggi viviamo in un mondo che sta diventando sempre più “piccolo” e dove, quindi, sembrerebbe essere facile farsi prossimi gli uni agli altri. Gli sviluppi dei trasporti e delle tecnologie di comunicazione ci stanno avvicinando, connettendoci sempre di più, e la globalizzazione ci fa interdipendenti. Tuttavia all’interno dell’umanità permangono divisioni, a volte molto marcate. A livello globale vediamo la scandalosa distanza tra il lusso dei più ricchi e la miseria dei più poveri. Spesso basta andare in giro per le strade di una città per vedere il contrasto tra la gente che vive sui marciapiedi e le luci sfavillanti dei negozi. Ci siamo talmente abituati a tutto ciò che non ci colpisce più. Il mondo Continua a leggere

L’esperienza secondo Papa Francesco

01Riporto qui una intervista dal titolo “L’esperienza secondo Francesco: intervista a padre Antonio Spadaro” che ho dato a Davide Perillo per il mensile Tracce N.11, Dicembre 2013.

«La riflessione per noi deve sempre partire dall’esperienza». La frase è lì, a pagina 118. L’avevamo già letta, nella famosa intervista a Civiltà Cattolica. Ma ora che quel testo torna in circolazione sotto forma di libro (La mia porta è sempre aperta, Rizzoli, 162 pagine, 12 euro), con un apparato che ne approfondisce contesto e background, riprenderla assieme a padre Antonio Spadaro, 47 anni, direttore della rivista della Compagnia di Gesù, esperto di web e di letteratura e «secondo gesuita più famoso al mondo», come lo hanno ribattezzato dopo lo scoop di quel dialogo svolto in tre tappe e pubblicato in contemporanea in tutto il mondo, diventa l’occasione per approfondire questo tema. Fondamentale, per seguire il Papa. E per leggere anche la Evangelii Gaudium, per rendersi conto del perché «non si può perseverare in un’evangelizzazione piena di fervore se non si resta convinti, in virtù della propria esperienza, che non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo» (266).

Perché è così decisiva l’esperienza nel Papa? E in cosa consiste per lui?
Papa Francesco non è una persona che ama mettere in primo piano il concetto. Non parte da idee chiare e distinte per poi applicarle: parte sempre dal contatto con chi ha davanti, persone o gruppi. Da un lato è una categoria radicata nella sua spiritualità, nella formazione gesuitica: per la pedagogia di sant’Ignazio, il punto di partenza e di lavoro è sempre il contesto e l’esperienza. Lo ha detto chiaramente nella Evangelii Gaudium, ma lo aveva ribadito anche in passato: la realtà «è», mentre l’idea è frutto di una elaborazione che può sempre rischiare di cadere nel sofisma distaccandosi dal reale, fino a rischiare persino il totalitarismo, se l’idea vuole imporsi sulla realtà. Per il Papa la realtà è sempre superiore all’idea. È uno dei suoi quattro principi fondamentali di lettura della realtà. Dunque se una riflessione può essere fatta, è solo alla luce dell’esperienza. E soltanto dopo questa riflessione viene la valutazione per rilanciare l’azione. Dall’altro, per il Papa conta molto la sua esperienza pastorale. Sono i volti concreti delle persone incontrate che lo hanno, in un certo senso, convertito all’esperienza. Durante il suo lavoro a Buenos Aires, per esempio, ha maturato tantissimo l’importanza di questo contatto diretto con la gente. Non è una categoria intellettuale: è la stessa esperienza che lo muove a partire dall’esperienza. Senza contare un altro aspetto.

Quale?
L’appartenenza. L’esperienza, per il Papa, non è solo quella individuale, ma anche quella di un popolo: la Chiesa. Sentire di appartenere a un popolo per lui ha un valore incomparabile. In fondo Dio si rivela a un popolo, non a un individuo. E quindi l’esperienza della fede si contestualizza sempre dentro a un’appartenenza. Il soggettivismo è fuori questione.

Però anche quando il Papa parla della fede come di qualcosa che nasce da un incontro, dallo «stupore di incontrare qualcuno che ti sta aspettando», c’è un richiamo potente a questo aspetto: è un avvenimento, un fatto oggettivo che può essere conosciuto solo attraverso l’esperienza… 
Certamente. Ma il concetto di oggettivo non è mai da intendere come assoluto, sciolto. A guidare la riflessione e poi l’azione è la consapevolezza che Cristo si è incarnato. Il Papa ha detto con chiarezza nell’intervista che mi ha concesso per Civiltà Cattolica che non si fa discernimento sulle idee, ma sulle storie. Non c’è una oggettività inerte, c’è sempre un’oggettività che diventa volto, storia, esperienza. L’oggettività è Cristo. La novità è il Vangelo. Questo è il punto. Tutto il resto viene dopo. Non perché sia poco importante, ma perché c’è una priorità assoluta: l’annuncio. E questo Vangelo è chiamato ad essere annunciato a tutti, in qualunque situazione uno si trovi a vivere.

Ma questo non implica anche il fatto che l’uomo, in qualsiasi situazione e al di là delle differenze di culture e tradizioni, ha dentro un criterio che gli permette di giudicare ericonoscere questa oggettività? C’è un avvenimento che si pone nella storia – l’annuncio di Cristo -, ma c’è anche il cuore dell’uomo che è in grado di percepire questa unicità, perché Lo attende. E il Papa punta anche su questo, mi pare…
Sì. C’è qualcosa di interno all’uomo, un’apertura, che il Papa identifica con una ferita. E questa apertura implica il desiderio fondamentale di Dio. Questa cifra della ferita è da intendere come appello profondo, iscritto nel nostro cuore dell’uomo. E la Chiesa si rivolge sostanzialmente a un’umanità che avverte, sente, sperimenta questa ferita.

Lui stesso parte da questa ferita. Quando dice «sono anzitutto un peccatore», vuol dire che per definire se stesso pesca dall’esperienza più radicale che un uomo possa fare: il limite. Ed è un dato su cui sappiamo benissimo che non possiamo barare, l’esperienza è spietata su questo…
Assolutamente. In fondo l’esperienza di fede e di adesione a Cristo è data proprio dal riconoscimento di essere peccatore. Una persona che non sente questa ferita, che la nega, diventa pressoché impermeabile al Vangelo.

Colpisce molto come questa dinamica tra il cuore e la realtà per il Papa diventi un fattore di conoscenza continua. In un certo senso, lui parla quasi soltanto di cose che ha scoperto vivendo. Quello che dice è spesso legato ad episodi che ha visto accadere: la fede di sua nonna, il giorno della sua vocazione, le suore che lo hanno curato… Fino al fatto di aprire una catechesi parlando di Noemi, la bambina malata incontrata poco prima. Perché?
Appunto, perché fa sempre riferimento all’esperienza accaduta, che ha dei volti precisi. Sono questi che lo aiutano a riflettere e pensare. Quello che dice è sempre frutto di qualcosa che è scritto sulla sua pelle: nel suo vissuto, nella sua storia. Anche i santi sono per lui «volti» precisi. Non crede a quelle che lui chiama un po’ ironicamente «energie armonizzate»: crede ai volti. Questa è una categoria ermeneutica per comprendere tutto quello che dice. Se si interpreta il suo magistero con la categoria dell’idea, di affermazioni astratte, si finisce fuori strada.

Ma cosa permette questa disponibilità di cuore per cui si impara di continuo? È il Papa, avrebbe tutti i titoli per pensare di «saperne già abbastanza», soprattutto sulla fede…
L’umiltà. Che per lui non è una virtù ascetica, ma è anzitutto una via per avvicinarsi bene agli altri e alla realtà. È una disponibilità all’esperienza, appunto, che in Francesco è molto radicata. Da cosa nasce? Di preciso non lo so. Ma certamente, da quello che capisco, c’entra anche il fatto di aver sperimentato il contrario. È interessante, per esempio, che lui chieda perdono di continuo non per i peccati della Chiesa, ma per i suoi. Quando racconta di essere stato nominato provinciale da giovane, a 36 anni, e si dice pentito di essere stato brusco, quasi aggressivo nei confronti della realtà e degli altri, anche per inesperienza, in sostanza dice di aver sperimentato sulla sua pelle gli effetti di una chiusura all’esperienza. Anche questo, nel tempo, lo ha reso docile. Poi c’è una seconda questione che diventa metodo: il discernimento. Che, non dimentichiamolo, è un cardine della spiritualità gesuitica.

Lui dice esplicitamente che «si può fare discernimento solo nella narrazione, non nell’esplicazione filosofica». Partendo dall’esperienza, appunto, e non dalle idee. Ma che cosa è esattamente discernere?
Lo vediamo nel modo in cui sta conducendo la Chiesa. Molti ritengono che il Papa abbia una sorta di progetto, di idee chiare e distinte da mettere in pratica. Non credo sia una visione corretta. Il Papa è radicato profondamente nel terreno dell’esperienza concreta. Non vive in una bolla, ha la percezione chiara di cosa ci sia intorno a lui. Ma quando si muove, rilegge di continuo quello che fa nella sua preghiera personale e nel dialogo con gli altri. Quindi, avanza. In un processo che, appunto, possiamo definire di discernimento spirituale: cercando e trovando man mano la volontà di Dio. La visione più corretta del suo agire è quella del «camminando s’apre il cammino». Capisce meglio dove andare nel momento in cui si mette in cammino. Non è l’applicazione pratica di presupporti teorici: è una visione dinamica.

Che presuppone un altro aspetto: anche la Chiesa, essendo una realtà viva, in qualche modo prende coscienza di sé vivendo e riflettendo sulla sua storia. Il Papa nel dialogo con lei citava san Vincenzo di Lérins: «Anche il dogma (…) progredisce, consolidandosi negli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età». E nell’Esortazione dice che «la Chiesa, che è discepola missionaria, ha bisogno di crescere nella sua interpretazione della Parola rivelata e nella sua comprensione della verità». Possiamo dire che per Francesco l’esperienza è un metodo di conoscenza decisivo per la Chiesa stessa, oltre che per il singolo fedele? 
È l’esperienza del popolo cristiano che viene a parola. Pensi anche a questa idea del questionario inviato alle diocesi come introduzione al Sinodo sulla famiglia. Ne hanno parlato come di un “sondaggio di opinione”, ma in realtà risponde a questa logica: è un raccogliere la vita del popolo di Dio, l’esperienza vissuta. Che è più utile rispetto al partire da documenti e presupposti teorici. Il popolo di Dio è invitato a interrogarsi e anche a tematizzare l’esperienza che fa alla luce del Vangelo. Poi questo non è sufficiente, chiaro: è propedeutico a una riflessione ulteriore. Ma anche qui, in fondo è il metodo degli esercizi spirituali di Ignazio. Il discernimento è la base fondamentale del giudizio. È sentire e gustare le cose interiormente. Non è un progetto di tipo esclusivamente razionale, in senso astratto: è dall’interno stesso che si fa esperienza di come andare avanti. Ed emerge una direzione da prendere che non è frutto solo della nostra capacità di decidere, ma dello Spirito.

Il Papa insiste molto sulla tentazione di «addomesticare le frontiere» e ritrovarsi con una «fede da laboratorio»: qualcosa di astratto, statico, che non offre più strumenti per giudicare la realtà e porta ad un «autismo dell’intelletto». Da dove nasce questo rischio per lui?
Papa Francesco è alieno dalle ideologie. Totalmente. Anzi, uno dei rischi peggiori che intravvede è proprio l’ideologizzazione del Vangelo. Che accade soprattutto quando lo si legge attraverso altre categorie. Il Vangelo, per lui, si legge col Vangelo; è un’esperienza assolutamente originale, unica. Non può essere ridotta con l’uso di metodologie estranee. Da qui la sua idiosincrasia per le politicizzazioni, le tentazioni egemoniche e via dicendo. Non dobbiamo stare in frontiera per assimilare a noi le frontiere, ma per vivere lì, per fare esperienza della frontiera stessa. La logica del vivere in frontiera non è una logica di annessione o di egemonie, ma di confronto, di sfida.

Se no, si finisce per ricondurre tutto a una cosa che già sai.
Certo. Quando lui chiede di «aprire le porte della Chiesa», non intende innanzitutto che bisogna far entrare le persone in chiesa: vuole spalancare le porte perché il Signore possa uscire. A volte noi le chiudiamo così bene che alla fine Cristo rimane ingabbiato dentro… Invece la Chiesa è un tesoro che va messo a disposizione di tutti. La Evangelii Gaudium è tutta intessuta di questo richiamo

Altro aspetto potente nei suoi richiami: la fede come testimonianza. «Anche in questa epoca la gente preferisce ascoltare i testimoni: “Ha sete di autenticità, reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio che essi conoscano e che sia a loro familiare”», scrive nell’Esortazione (150). Anche qui, l’esperienza diventa fondamentale: la strada per la verità è un rapporto, qualcosa di sperimentabile. 
Lui stesso è un Papa che comunica un messaggio testimoniandolo. Parla del valore della povertà vivendo la semplicità. O della preghiera, pregando. Cerca di unire il gesto alla parola. Sostanzialmente vuole uscire dalla logica della predicazione, della parola in quanto tale, per far vedere. Così un gesto diventa ancora più potente. Ignazio dice che l’amore si dimostra più nelle opere che nelle parole. È una dimensione che spinge all’azione.

E che apre a rapporti imprevedibili, come con Eugenio Scalfari. Ha colpito molto che la cosa che ha “messo sul piatto” aprendo quel dialogo sia stata anzitutto l’esperienza del suo rapporto personale con Cristo. È questo che offre all’altro. Ma a guardare bene non è anche ciò che gli permette di aprire a tutti la possibilità di un tratto di cammino insieme? Se il confronto verte su idee e dottrine, quasi sempre ognuno resta dove è. Ma se in qualche modo è un «vieni e vedi»… 
È sul piano dell’esperienza che diventa veramente compagno di cammino. Il Papa è inclusivo. È percepito come prossimo, vicino: ed è una percezione che nasce dal suo atteggiamento, dalla sua stessa persona. Quando si sta accanto a lui, si coglie la sua autorevolezza: si ha la perfetta percezione che si è davanti al Papa. Ma allo stesso tempo, non c’è nessuna distanza. È capace di assumere autorevolezza proprio perdendo la distanza. È una cosa un po’ paradossale, ma accade. Ecco, l’abbattimento della distanza aiuta a fare questo tratto di cammino insieme. Ma c’è un elemento ulteriore. Ciò che conta per il Papa, ciò che lui vuole impostare, non è un «dialogo» tra credenti e non credenti: è piuttosto un’azione comune. Lui crede che l’umanità abbia un compito da svolgere insieme. Per esempio, è interessante il suo modo di porsi davanti alla laicità dello Stato. Lui ci crede, sulla base del fatto che tutti siamo chiamati a costruire un’opera comune: la società. E tutte le forze sono indispensabili per questo. Allora il suo atteggiamento non è solo di dialogo tra posizioni, ma è molto operativo, è funzionale alla costruzione di qualcosa insieme. Che, detto in altri termini, significa appunto fare un tratto di strada.

Ci sono altri punti in cui l’esperienza sembra un fattore decisivo per il Papa. Anzitutto, il suo metodo educativo. Nell’intervista cita quell’episodio in cui, per interessare i suoi studenti liceali alla letteratura, comincia per farli scrivere e finisce per coinvolgere nel rapporto con la classe anche Borges…
Be’, qui potremmo parlare di rischio educativo. Muoversi così è davvero un rischio, perché implica sempre la possibilità di fraintendimenti. Ma in quel caso, per esempio, lui lo ha corso perché si è accorto che era il modo migliore per creare un ponte di contatto tra l’esperienza della letteratura che voleva comunicare e quella che avevano i suoi alunni. E l’unica via era andargli incontro: partire dal loro punto di vista, dalla loro intelligenza e curiosità, e leggere il bisogno profondo che c’era dentro questa richiesta. Entrando nella letteratura con le loro esigenze e domande, alla fine ne è uscito con ragazzi aperti alla letteratura tout court e addirittura autori loro stessi. Sì, l’esperienza in qualche modo è il cuore anche della sua idea di educazione.

Nel suo libro, lei sottolinea che pure quando parla di arte, delle sue preferenze – Hölderlin, Manzoni, Caravaggio, Mozart… – il Papa parte sempre dalla vita, non da un discorso intellettuale. «La vita è il paragone delle parole», dice citando l’Innominato. È una buona definizione di esperienza… 
Per lui l’arte non è chiusa nell’ambito estetico, autonomo rispetto al resto. Il romanzo, la poesia, l’arte in generale è parte integrante della vita. Anche della vita spirituale e pastorale. In questo campo si muove con grande facilità ed elasticità. Per spiegare la speranza, per dire, è partito dalla Turandot. Pensavo di non aver capito bene… Noi avremmo introdotto il discorso dicendo “per esempio”, avremmo in qualche modo aperto una partentesi. Invece per lui il discorso è fluido, non c’è separazione. Questo mi ha colpito. L’estetica del Papa implica un rapporto con l’opera d’arte in cui l’opera plasma radicalmente la percezione. Di fatto, fruirne significa fare un’esperienza di vita tout court. Quando leggi un romanzo, vivi un’esperienza di vita, non fai solo una pura esperienza di gusto intellettuale. È un’osservazione che offre molte possibilità di sviluppo.

Ultimo aspetto: la preghiera. Proprio la sua preghiera personale. Il Papa la definisce «memoriosa», cioè «piena di ricordi, anche memoria della mia storia o di quello che il Signore ha fatto». Anche pregare, per lui, è fare esperienza?
Sì. La sua preghiera non è astratta: è osservazione di fatti e riconoscimento di dove il Signore agisce e ha agito. Lo ha detto anche nella sua Esortazione: solo l’incontro col Signore può dare la «gioia del Vangelo», non una decisione etica o l’adesione a una idea. Per esempio, lui ha questo momento di Adorazione serale, verso le sette e mezza, che è di pura contemplazione e silenzio. È curioso che non sia la mattina. Chiaro, la mattina prega, eccome: le Lodi, la messa… Ma questo momento speciale è la sera. Significa che mette la sua giornata davanti al Signore e prega su quello che ha vissuto. Sulla sua esperienza, insomma.

Le vere “aperture” di Papa Francesco

Papa-Francesco-al-Serafico-di-AssisiRiporto qui il mio articolo apparso sul Corriere della Sera martedì 7 gennaio dal titolo LA SFIDA EDUCATIVA DI PAPA FRANCESCO. Saper parlare del mondo che cambia

La sfida educativa è una delle grandi sfide del mondo contemporaneo. Papa Francesco lo ha ribadito di recente nella sua conversazione con i Superiori Generali pubblicata su La Civiltà Cattolica. Purtroppo alcuni titoli giornalistici che hanno parlato di «apertura alle coppie gay» sono stati fuorvianti nella comprensione di ciò che il Papa ha effettivamente detto e della grande sfida che ha delineato. La strumentalizzazione delle sue parole è risultata funzionale sia ai suoi detrattori di «destra» sia a chi lo esalta per usarlo a «sinistra».

Che cosa ha detto esattamente il Papa? Che l’educatore «deve interrogarsi su come annunciare Gesù Cristo a una generazione che cambia». Questo è il punto: «il compito educativo oggi è una missione chiave, chiave, chiave!». Per essere più chiaro ha fatto alcuni esempi, citando alcune sue esperienze a Buenos Aires sulla preparazione che si richiede per accogliere in contesti educativi bambini, ragazzi e giovani che vivono situazioni di disagio in famiglia: «Ricordo il caso di una bambina molto triste che alla fine confidò alla maestra il motivo del suo stato d’animo: “la fidanzata di mia madre non mi vuol bene”. La percentuale di ragazzi che studiano nelle scuole e che hanno i genitori separati sono elevatissime». Sono due situazioni differenti, ma che con chiarezza pongono sfide complesse: quella dei figli di genitori divorziati, e quella dei figli che si trovano a vivere avendo come riferimento domestico due persone dello stesso sesso.

Papa Francesco, in realtà, più che vedere davanti a sé «problemi» per la fede, vede questioni da disputare e sfide da affrontare: finestre non muri. Annunciando la sua rinuncia al ministero petrino, Benedetto XVI aveva ritratto il mondo di oggi come «soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede». E le questioni aprono dibattiti. Francesco ha raccolto il testimone di Benedetto: se i problemi non si trasformano in sfide, finiscono per bloccare l’azione e la riflessione, oppure finiscono per irrigidire la coscienza tormentata dai timori e dalla desolazione spirituale. Bergoglio dunque affronta la realtà con coraggio e fiducia in Dio, da uomo di fede qual è.

Il Papa tiene sempre gli occhi ben aperti sulla realtà, e sa perfettamente che le sfide educative oggi non sono più quelle di una volta. Sa che – parole sue – «le situazioni che viviamo oggi pongono sfide nuove che a volte sono persino difficili da comprendere». Non si possono chiudere gli occhi. Perché? Per un motivo chiaro e preciso: perché bisogna annunciare il Vangelo a una generazione soggetta a rapidi mutamenti. Il Papa non ha «aperto alle coppie gay» dunque, come hanno titolato alcune agenzie legando le sue parole a un recetissimo dibattito nazionale. Il Papa invece ha aperto gli occhi alle sfide che questo cambiamento in atto nella nostra società sta ponendo all’annuncio del Vangelo. In questo senso dunque è invece corretto dire che il Papa ha avviato un dibattito sull’educazione. Ecco infatti le sue domande: «Come annunciare Cristo a questi ragazzi e ragazze? Come annunciare Cristo a una generazione che cambia?». E infine il suo appello: «Bisogna stare attenti a non somministrare ad essi un vaccino contro la fede».

Bergoglio supera ogni irrigidimento a destra e a sinistra, e afferma una cosa che davvero pochi hanno notato: la sfida educativa si lega alla sfida antropologica. Qui c’è un punto caldissimo che il Papa ha posto con la sua solita semplicità, ammomendo così l’educatore cristiano: ci sono situazioni che facciamo persino fatica a comprendere, ma che siamo chiamati ad affrontare se vogliamo che il Vangelo sia ancora annunciato a ogni creatura.

Anni fa, parlando agli educatori, Bergoglio aveva scritto che le scuole cattoliche «non devono in alcun modo aspirare alla formazione di un esercito egemonico di cristiani che conosceranno tutte le risposte, bensì devono essere il luogo in cui tutte le domande vengono accolte, e dove, alla luce del Vangelo, si incoraggia la ricerca personale». La sfida è grande: richiede profondità e attenzione alla vita. Il Papa non sta legittimando proprio nulla: nessuna legge, nessun comportamento che non corrisponda alla dottrina della Chiesa. Sta dicendo invece: non è solamente ribadendo princìpi che si annuncia il Vangelo all’uomo di oggi, ma bisogna accostare le persone, spesso ferite esistenzialmente e socialmente, così come sono, lì dove sono, innanzitutto per tentare di capire che cosa stanno vivendo. Me lo aveva ribadito con forza durante l’intervista che gli feci nell’agosto scorso apparsa su La Civiltà Cattolica. Misericordia significa questo: non giustificare peccati, ma accogliere con dolcezza l’umanità per la quale Cristo è andato in croce. E questo per annunciare la parola di salvezza in maniera efficace.

Il Papa è ben consapevole che l’uomo e la donna oggi stanno interpretando se stessi in maniera diversa dal passato, con categorie diverse, anche da quelle a lui familiari. L’antropologia a cui la Chiesa ha tradizionalmente fatto riferimento, e il linguaggio con il quale l’ha espressa sono un riferimento solido, frutto anche di saggezza ed esperienza secolare. Tuttavia sembra che l’uomo a cui la Chiesa si rivolge non riesca più a comprenderli come una volta. La Chiesa è chiamata a confrontarsi con l’enorme sfida antropologica, dunque. Per far sì che la Chiesa sia sale e luce, con tutta la ricchezza della sua tradizione e della sua dottrina, deve essere insieme «faro» che illumina da una posizione alta e stabile, ma anche «fiaccola» che si sa muovere in mezzo agli uomini, accompagnandoli nel loro cammino, a volte difficile e a tratti anche accidentato. Insomma: la sfida educativa cristiana consiste nell’evitare che la luce di Cristo resti per molti soltanto un ricordo lontano, o che, peggio ancora, resti in mano a una piccola ed eletta schiera di «puri»: questo trasformerebbe la Chiesa in una setta. Paolo VI, tanto caro a Francesco, aveva scritto che evangelizzare significa «portare la buona novella in tutti gli strati dell’umanità […] che si trasformano», altrimenti, proseguiva, l’evangelizzazione rischia di trasformarsi in una decorazione, in una verniciatura superficiale (Cfr Evangelii Nuntiandi, nn. 18-20).

Più di recente, nel 2009, Benedetto XVI, in volo verso la Repubblica Ceca, aveva detto che la Chiesa «ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma costituiscono una realtà molto viva e attuale, capace di offrire un orientamento creativo per il futuro». È proprio di questo «orientamento creativo» che c’è bisogno perché l’uomo possa essere aiutato a vivere secondo il Vangelo oggi. E l’orientamento creativo richiede lo sforzo di comprensione e di accoglienza alle sfide che Papa Francesco sta vivendo giorno per giorno nel suo ministero petrino.

 

Papa Francesco ai gesuiti: “Senza inquietudine siamo sterili”



Ecco il testo dell’omelia di Papa Francesco ai gesuiti in occasione della celebrazione del SS: Nome di Gesù presso la Chiesa del Gesù.

San Paolo ci dice, lo abbiamo sentito: «Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo» (Fil 2, 5-7).  Noi, gesuiti, vogliamo essere insigniti del nome di Gesù, militare sotto il vessillo della sua Croce, e questo significa: avere gli stessi sentimenti di Cristo.  Significa pensare come Lui, voler bene come Lui, vedere come Lui, camminare come Lui.  Significa fare ciò che ha fatto Lui e con i suoi stessi sentimenti, con i sentimenti del suo Cuore.

Il cuore di Cristo è il cuore di un Dio che, per amore, si è «svuotato».  Ognuno di noi, gesuiti, che segue Gesù dovrebbe essere disposto a svuotare se stesso.  Siamo chiamati a questo abbassamento: essere degli «svuotati».  Essere uomini che non devono vivere centrati su se stessi perché il centro della Compagnia è Cristo e la sua Chiesa.  E Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre. E se il Dio delle sorprese non è al centro, la Compagnia si disorienta.  Per questo, essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto: perché pensa sempre guardando l’orizzonte che è la gloria di Dio sempre maggiore, che ci sorprende senza sosta.  E questa è l’inquietudine della nostra voragine. Quella santa e bella inquietudine!

Ma, perché peccatori, possiamo chiederci se il nostro cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o se invece si è atrofizzato; se il nostro cuore è sempre in tensione: un cuore che non si adagia, non si chiude in se stesso, ma che batte il ritmo di un cammino da compiere insieme a tutto il popolo fedele di Dio.  Bisogna cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo ancora e sempre.  Solo questa inquietudine dà pace al cuore di un gesuita, una inquietudine anche apostolica, non ci deve far stancare di annunciare il kerygma, di evangelizzare con coraggio.  È l’inquietudine che ci prepara a ricevere il dono della fecondità apostolica.  Senza inquietudine siamo sterili.

È questa l’inquietudine che aveva Pietro Favre, uomo di grandi desideri, un altro Daniele.  Favre era un «uomo modesto, sensibile, di profonda vita interiore e dotato del dono di stringere rapporti di amicizia con persone di ogni genere» (Benedetto XVI, Discorso ai gesuiti, 22 aprile 2006).  Tuttavia, era pure uno spirito inquieto, indeciso, mai soddisfatto.  Sotto la guida di sant’Ignazio ha imparato a unire la sua sensibilità irrequieta ma anche dolce e direi squisita, con la capacità di prendere decisioni.  Era un uomo di grandi desideri; si è fatto carico dei suoi desideri, li ha riconosciuti.  Anzi per Favre, è proprio quando si propongono cose difficili che si manifesta il vero spirito che muove all’azione (cfr Memoriale, 301).  Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo.  Ecco la domanda che dobbiamo porci: abbiamo anche noi grandi visioni e slancio?  Siamo anche noi audaci?  Il nostro sogno vola alto?  Lo zelo ci divora (cfr Sal 69,10)?  Oppure siamo mediocri e ci accontentiamo delle nostre programmazioni apostoliche da  di laboratorio?  Ricordiamolo sempre: la forza della Chiesa non abita in se stessa e nella sua capacità organizzativa, ma si nasconde nelle acque profonde di Dio.  E queste acque agitano i nostri desideri e i desideri allargano il cuore. Quello di Sant’Agostino, no? “Pregare per desiderare e desiderare per allargare il cuore”. Proprio nei desideri Favre poteva discernere la voce di Dio.  Senza desideri non si va da nessuna parte ed è per questo che bisogna offrire i propri desideri al Signore.  Nelle Costituzioni si dice che «si aiuta il prossimo con i desideri presentati a Dio nostro Signore» (Costituzioni, 638).

Favre aveva il vero e profondo desiderio di «essere dilatato in Dio»: era completamente centrato in Dio, e per questo poteva andare, in spirito di obbedienza, spesso anche a piedi, dovunque per l’Europa, a dialogare con tutti con dolcezza, e ad annunciare il Vangelo.  Mi viene da pensare alla tentazione, che forse possiamo avere noi e che tanti hanno, di collegare l’annunzio del Vangelo con bastonate inquisitorie, di condanna. No, il Vangelo si annunzia con dolcezza, con fraternità, con amore! La sua familiarità con Dio lo portava a capire che l’esperienza interiore e la vita apostolica vanno sempre insieme.  Scrive nel suo Memoriale che il primo movimento del cuore deve essere quello di «desiderare ciò che è essenziale e originario, cioè che il primo posto sia lasciato alla sollecitudine perfetta di trovare Dio nostro Signore» (Memoriale, 63).  Favre prova il desiderio di «lasciare che Cristo occupi il centro del cuore» (Memoriale, 68).  Solo se si è centrati in Dio è possibile andare verso le periferie del mondo!  E Favre ha viaggiato senza sosta anche sulle frontiere geografiche tanto che si diceva di lui: «pare che sia nato per non stare fermo da nessuna parte» (MI, Epistolae I, 362).  Favre era divorato dall’intenso desiderio di comunicare il Signore.  Se noi non abbiamo il suo stesso desiderio, allora abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera e, con fervore silenzioso, chiedere al Signore, per intercessione del nostro fratello Pietro, che torni ad affascinarci: quel fascino del Signore che portava Pietro a tutte queste pazzie apostoliche, quel desiderio, sotto controllo, senza..

Noi siamo uomini in tensione, siamo anche uomini contraddittori e incoerenti, peccatori, tutti.  Ma uomini che vogliono camminare sotto lo sguardo di Gesù.  Noi siamo piccoli, siamo peccatori, ma vogliamo militare sotto il vessillo della Croce nella Compagnia insignita del nome di Gesù.  Noi che siamo egoisti, vogliamo tuttavia vivere una vita agitata da grandi desideri. Rinnoviamo allora la nostra oblazione all’Eterno Signore dell’universo perché con l’aiuto della sua Madre gloriosa possiamo volere, desiderare e vivere i sentimenti di Cristo che svuotò se stesso. Come scriveva san Pietro Favre, «non cerchiamo mai in questa vita un nome che non si riallacci a quello di Gesù» (Memoriale, 205).  E preghiamo la Madonna di essere messi con il suo Figlio.

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Papa Francesco: La mia porta è sempre aperta

1397723_10151986621822508_292430217_o (1)Trascrizione (non rivista dall’autore) del discorso del Cardinale Óscar Andrés Rodríguez alla presentazione del volume

PAPA FRANCESCO, La mia porta è sempre aperta. Una conversazione con Antonio Spadaro (Milano, Rizzoli, 2013)

che si è tenuta il 4 dicembre 2013 presso la Sala Pio X in Vaticano.

 

Sono grato per avere l’occasione di presentare questo libro. È un privilegio. Già dal suo titolo possiamo considerare l’atteggiamento fondamentale di Papa Francesco: Giovanni Paolo II aveva detto «non abbiate paura», Benedetto XVI ha ripetuto: «aprite le porte a Cristo». Papa Francesco ci dice: «Le mie porte sono sempre aperte». Abbiamo chiaramente percepito l’apertura di queste porte sin dall’inizio del suo Pontificato. In questo libro troviamo un ritratto di Papa Francesco che lo Spirito Santo ha regalato alla Chiesa.

Una porta aperta «è sempre stata il simbolo di luce, amicizia, gioia, libertà, fiducia. Non c’è dubbio che il tema delle «porte aperte» è centrale nella predicazione di Papa Francesco.

Il libro di Padre Spadaro è basato sull’intervista che lui ha fatto durante l’estate al Papa. Lui stesso l’ha qualificata come “una grande esperienza spirituale”. E dopo la pubblicazione dell’intervista Padre Spadaro ha ricevuto molti messaggi di gente sofferente che percepiva speranza.

Soltanto vedere l’indice apre già l’appetito: Chi è Jorge Mario Bergoglio? Perché si è fatto gesuita? Che cosa significa per un gesuita essere Papa? Compagno di Gesù. La Chiesa un ospedale da campo…  Una spiritualità per il nostro tempo… Dobbiamo essere creativi… Il fondamento è la preghiera. Un indimenticabile succo di albicocca…

Parlare a tu per tu con Papa Francesco è un’esperienza spirituale. Una miniera inesauribile. Il Papa è vulcanico, ama entrare nel dialogo, aprire porte e finestre, tornare sui suoi passi. Papa Francesco in realtà è una sorta di flusso vulcanico di idee che si annodano tra loro.

La spiritualità di Bergoglio non è fatta di «energie armonizzate», come le chiamerebbe lui, ma di volti umani: Cristo, san Francesco, san Giuseppe, Maria. Una disponibilità vicina, a quella cercanía, che gli sta tanto a cuore. Quando sei con Bergoglio hai l’impressione che conosca Dio Padre personalmente. È un uomo risolto che sta bene nella propria pelle. Un uomo libero, di una libertà spirituale che però è pienamente coinvolta nella vita, nelle sue dinamiche, negli affetti.

Ha un pensiero aperto al conflitto, alle posizioni divergenti e non necessariamente conciliate. «Il rischio peggiore, la malattia peggiore, è omogeneizzare il pensiero, l’autismo dell’intelletto, del sentimento, che mi porta a concepire le cose dentro la mia bolla. Per questo è importante recuperare l’alterità e il dialogo».

Il Papa ama l’immagine del poliedro. Ne ha parlato anche di al Festival della Dottrina Sociale della Chiesa a Verona: il poliedro «è l’unione di tutte le parzialità, che nell’unità mantiene l’originalità delle singole parzialità».

«Le mie porte sono sempre aperte», dunque, ci dice il Papa. Ma che cosa troviamo entrando in questa casa Prima di tutto gli aspetti del suo essere gesuita. Lo leggiamo nelle sue parole: «Della Compagnia mi hanno colpito tre cose: la missionarietà, la comunità e la disciplina».

Papa Francesco definisce suo compito specifico quello di essere «custode» come San Giuseppe, che è stato riportato al Canone della Messa. Non custode come un polizotto, ma custode come un Padre.

Alcuni si chiedono: perché abita a Santa Marta?

Nelle sue stesse parole: «Io non mi vedevo prete solo: ho bisogno di comunità. E lo si capisce dal fatto che sono qui a Santa Marta: quando sono stato eletto, abitavo per sorteggio nella stanza 207. Questa dove siamo adesso era una camera per gli ospiti. Ho scelto di abitare qui, nella camera 201, perché quando ho preso possesso dell’appartamento pontificio, dentro di me ho sentito distintamente un ‘no’. L’appartamento pontificio nel Palazzo Apostolico non è lussuoso. È antico, fatto con buon gusto e grande, non lussuoso. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l’ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io no, senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri».

Un pilastro della spiritualità del Papa è dunque il discernimento. Il discernimento è una delle cose che più ha lavorato interiormente sant’Ignazio. Per lui è uno strumento di lotta per conoscere meglio il Signore e seguirlo più da vicino. Dice il Papa: «Mi ha sempre colpito una massima con la quale viene descritta la visione di Ignazio: ‘Non coerceri maximo, contineri tamen a minimo, divinum est’. Ho molto riflettuto su questa frase in ordine al governo, a essere superiore: non essere ristretti dallo spazio più grande, ma essere in grado di stare nello spazio più ristretto. Questa virtù del grande e del piccolo è la magnanimità, che dalla posizione in cui siamo ci fa guardare sempre l’orizzonte. È fare le cose piccole di ogni giorno con un cuore grande e aperto a Dio e agli altri. È valorizzare le cose piccole all’interno di grandi orizzonti, quelli del Regno di Dio».

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Questa massima offre i parametri per assumere una posizione corretta per il discernimento, per sentire le cose di Dio a partire dal suo ‘punto di vista’. Per sant’Ignazio i grandi princìpi devono essere incarnati nelle circostanze di luogo, di tempo e di persone. A suo modo Giovanni XXIII si mise in questa posizione di governo quando ripeté la massima ‘Omnia videre, multa dissimulare, pauca corrigere’, perché, pur vedendo omnia, la dimensione massima, riteneva di agire su pauca, su una dimensione minima. Si possono avere grandi progetti e realizzarli agendo su poche minime cose. O si possono usare mezzi deboli che risultano più efficaci di quelli forti, come dice anche San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi. Scrive: «Questo discernimento richiede tempo. Molti, ad esempio, pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace. E questo è il tempo del discernimento. E a volte il discernimento invece sprona a fare subito quel che invece inizialmente si pensa di fare dopo. È ciò che è accaduto anche a me in questi mesi. Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, specialmente i poveri. Le mie scelte, anche quelle legate alla normalità della vita, come l’usare una macchina modesta, sono legate a un discernimento spirituale che risponde a una esigenza che nasce dalle cose, dalla gente, dalla lettura dei segni dei tempi. Il discernimento nel Signore mi guida nel mio modo di governare. Ecco, invece diffido delle decisioni prese in maniera improvvisa. Diffido sempre della prima decisione, cioè della prima cosa che mi viene in mente di fare se devo prendere una decisione. In genere è la cosa sbagliata. Devo attendere, valutare interiormente, prendendo il tempo necessario. La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita e fa trovare i mezzi più opportuni, che non sempre si identificano con ciò che sembra grande o forte».

Cosa vuol dire per il Papa vivere in periferia ?

Ci sono due punti fondamentali di riferimento del suo equilibrio per vivere in periferia. Il dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari; la pietà semplice, una certa ingenuità forse, la disponibilità immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere così dolce, dolce…

Il Santo Padre ricorda uno dei primi superiori della Compagnia di Gesú: Pietro Favre semplicemente il “prete riformato”. Papa Francesco si ispira proprio a questo genere di riforma.

Lui è una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto. E ancora aggiunge padre Spadaro: «Il gesuita pensa sempre, in continuazione, guardando l’orizzonte verso il quale deve andare, avendo Cristo al centro». In questo contesto capisce la riforma della Chiesa, che non è un progetto ma un esercizio dello Spirito.

L’esperienza di Favre va meglio compresa e studiata per capire lo stile del governo di Jorge Mario Bergoglio. Guarire ferite e riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Avvicinarsi a cristiani che vivono in situazioni non regolari per la Chiesa.

Cosa significa sentire cum ecclesia? Come conciliare in armonia primato petrino e sinodalità?

Con una Chiesa in discernimento che vive con gli occhi aperti nella costante attenzione a Dio, capace di leggere con realismo gli avvenimenti, di essere attenta a ciò che la circonda.

Quando la Chiesa, occupata in mille cose, trascura la vicinanza, se ne dimentica e comunica solo con documenti, è come una mamma che comunica con suo figlio per lettera.

«Che bello essere accolti con amore, con generosità, con gioia!». È questa la gioia evangelica di cui ci ha parlato nella recente Esortazione Apostolica.

La Chiesa e come «un ospedale da campo dopo una battaglia», tutta l’attività della Chiesa è da porre in chiave missionaria.

La Chiesa che ha in mente Bergoglio è innanzitutto «Madre e Pastora» che genera e accompagna, facendosi carico delle persone, a partire dalla loro concreta condizione esistenziale.

E l’annuncio del Vangelo richiede anche un’apertura delle porte. il cuore della sua missione è la vicinanza. La Chiesa di Papa Francesco ha le porte sempre aperte: aperte a far entrare la gente e aperte a far uscire il Vangelo nel mondo, senza rinserrarlo dentro fortificazioni interne.

Quattro princìpi generano la sua visione: il tempo è superiore allo spazio, l’unità è superiore al conflitto, la realtà è superiore all’idea, il tutto è superiore alla parte.

Il passato è sempre migliore del presente. Urge pensare il nuovo, apportare il nuovo, creare il nuovo, impastando la vita con il nuovo lievito della giustizia e della santità. E necessario lasciarci trovare dal Signore.

Un aspetto poco conosciuto sono i riferimenti artistici e letterari di Papa Francesco. Lo troviamo già ventottenne professore di Letteratura.

Lui si trova di fronte a una sfida antropologica: la comprensione dell’uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce. Nel pensare l’uomo, dunque, la Chiesa dovrebbe tendere alla genialità, non alla decadenza.

Bergoglio non è solamente una persona colta, ma una persona che vive l’arte e l’espressione creativa come una dimensione che fa parte integrante della sua spiritualità e della sua pastorale. Genialità che il Papa contrappone alla decadenza di un pensiero sterile.

In riferimento alla musica: un artista si gusta se «sentito», non se è «pensato». Dialogo, discernimento, frontiera sono «chiave» in ogni lavoro culturale realizzato da cristiani.

Finalmente l’autore ci parla della Preghiera del Papa, che può definire come una persona immersa in Dio, capace di una pace profonda.

L’opera finisce in appendice col Discorso alla comunità degli scrittori de La Civiltà Cattolica.

Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, S.D.B. Arzobispo de Tegucigalpa.

Honduras 
3 dicembre 2013.

Jesuit Father Spadaro looks on as Honduran Cardinal Rodriguez Maradiaga speaks during presentation of book about Pope Francis at Vatican

Papa Francesco fa santo il suo gesuita preferito: Pietro Favre

unnamedDall’introduzione al volume Antonio Spadaro (ed.), Pietro Favre. Servitore della consolazione, Milano, Ancora, 2003, p. 144.

La mia copia del diario spirituale di Pietro Favre, detto Confessioni o Memoriale, è un volume ingiallito e dalla copertina ormai logora, pubblicato nel 1980. Non ricordo esattamente da quanti anni porto con me questo libro, ma è da tanto tempo. L’ho letto nel corso degli anni di formazione come gesuita e l’ho finito di recente. Favre non è uno dei gesuiti più noti.

Tutti conoscono Francesco Saverio, il secondo compagno di Ignazio di Loyola, ma pochi conoscono Pietro, savoiardo, che invece è stato il primo. Forse per questo mi ha affascinato: il suo essere stato il primo e il suo essere rimasto nell’ombra. Senza Pietro, la Compagnia di Gesù non ci sarebbe. Ciò che mi ha attratto di più è stata la sua esperienza di amicizia profonda con Ignazio, che allora era stato definito dal teologo spagnolo rigorista Pedro Ortíz «uno stravagante spagnolo che fomentava il disordine in maniera inquietante».

Scrive Favre nel suo Memoriale : «Vivevamo sempre insieme, ripartendo la camera, la mensa, la borsa; e poi egli mi era insegnante di vita spirituale, dandomi possibilità di ascendere alla conoscenza della volontà divina e della mia propria. Così fu che divenimmo una cosa sola nei desideri, nella volontà e nel fermo proposito di scegliere la vita che ora teniamo tutti noi, i quali facciamo o faremo parte di questa Compagnia, di cui io non sono degno». Immaginavo questi due uomini: studenti all’Università di Parigi che condividevano la stanza in affitto; uno basco, uno savoiardo.

La loro profonda amicizia, nata mentre il poco più che ventenne Pietro aiutava il quasi quarantenne Ignazio a capire Aristotele e i filosofi scolastici, è il primissimo inizio di ciò che sarebbe stata la Compagnia di Gesù [...]. Favre visse il clima fluido e burrascoso della prima metà del Cinquecento parigino e per questo è portatore di una sensibilità moderna. Incarnò un’apertura mentale e spirituale nei confronti delle sfide dell’epoca, soprattutto la riforma protestante. Se alcune sue regole ecumeniche fossero state accolte e messe in pratica al suo tempo, forse la storia religiosa dell’Europa sarebbe stata diversa. Non era un sognatore, ma un mistico di profonda dolcezza.

L’esperienza più incisiva dei suoi anni di formazione fu rappresentata dall’incontro con il pensiero della tradizione renano-fiamminga, avvenuto attraverso la frequentazione della certosa di Vauvert. Ma leggendo il suo Memoriale, un diario interiore appunto, si capisce che la sua mistica ha a che fare con la vita quotidiana, si spende nei dettagli, si applica ai sentimenti che accompagnano i momenti della vita: è piena familiarità con Dio.

Favre si rivela maestro sia nell’impegno e nel coinvolgimento esteriore, sia nel «discernimento degli spiriti»: non solo come grande psicologo, ma come autentico ricercatore della volontà di Dio [...]. La vita interiore per lui è «sentire e gustare le cose interiormente», come scrive Ignazio nei suoi Esercizi spirituali. Nella sua breve vita, Pietro ha gustato l’esistenza, ha avvertito il dolce e l’amaro, ha provato «consolazione» e «desolazione», ma ha tutto vissuto con l’anima. E tutto il suo mondo era animato, vivace di «mozioni spirituali».

Altro motivo di fascino: il suo essere pellegrino instancabile, camminatore nato. Approfittava dei lunghi viaggi, di solito fatti a piedi, per disseminarli di preghiera e di attività sacerdotali, mostrando così, anche a noi oggi, come si può congiungere una vita attiva straordinaria con una profonda unione con Dio. Questo Favre dolce mistico pellegrino, instancabile camminatore dalla grande familiarità con Dio, peculiare coincidentia oppositorum, mi colpiva perché non riuscivo ad afferrarlo del tutto. E non riesco a farlo tuttora.

Quando dunque, durante la mia intervista di fine agosto 2013, chiesi a papa Francesco quale fosse il suo gesuita preferito, ho avuto un sobbalzo quando ho sentito il nome di Pietro Favre. Ho scoperto così che l’allora padre Jorge Mario Bergoglio, provinciale dei gesuiti dell’Argentina, aveva persino commissionato un’edizione del Memoriale a due gesuiti specialisti, Miguel A. Fiorito e Jaime H. Amadeo. Ho saputo che la sua edizione preferita è quella a cura di Michel de Certeau. Tra l’altro il Papa cita un pensiero di Favre nella sua prima esortazione apostolica: «Il tempo è il messaggero di Dio» (Evangelii gaudium 171).

Perché al Papa piace particolarmente il primo compagno di Ignazio? Lui mi ha risposto sostanzialmente facendo una lista di ragioni: «Il dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari; la pietà semplice, una certa ingenuità forse, la disponibilità immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere così dolce, dolce…». Nelle sue parole rileggevo la mia esperienza del Favre, rimasta allora sostanzialmente incompleta, interrotta anche nella lettura del suo diario. E nello stesso tempo capivo quanto Favre sia stato e sia tuttora davvero per lui un modello di vita.

Il 14 giugno 2013, nel suo discorso alla redazione de “La Civiltà Cattolica”, papa Francesco aveva dato ai redattori come consegna tre parole chiave: dialogo, discernimento, frontiera. Sono le parole chiave della vita di Pietro Favre, unite a una infinita dolcezza di tratto che ha convertito molti, più di tante parole. Michel de Certeau definisce Favre semplicemente il «prete riformato», per il quale l’esperienza interiore, l’espressione dogmatica e la riforma strutturale sono intimamente indissociabili. Mi sembra di capire, dunque, che papa Francesco si ispiri proprio a questo genere di riforma. Favre è convinto che è al livello della complessità dei sentimenti e degli affetti spirituali – in cui l’uomo impara a dialogare con Dio e a sentirne il mistero – che si prendono le grandi decisioni, anche quelle «strutturali ».

Per Favre Dio agisce e opera nel cuore dell’uomo trasformandolo. La fiducia nell’azione di Dio nel fondo dell’essere dell’uomo lo distingue da Lutero, troppo attento al suo stato di peccatore per credere a questa trasformazione interiore. Favre vede sbocciare la presenza di Dio dovunque; Lutero sempre attende la sua venuta, che unica può salvare dalla dannazione. Ma trasformazione interiore non significa spiritualismo. Lungi da Favre, come da Bergoglio, quella che il Papa stesso ha definito «la costante tentazione delle tendenze pseudomistiche dell’esistenza cristiana». Lungi da entrambi «quella sorta di cristianesimo spirituale che stava perdendo il contatto con la quotidianità e la vita concreta».

Per Favre come per Bergoglio vale ciò che ha scritto Ignazio di Loyola: Dio si comunica a ognuno di noi con «mozioni» interiori, «muove e attira la volontà». Questo spazio di incontro e di attrazione, ricco di affetti, non si contrappone affatto alla ragione né alla gestione della vita e ai suoi progetti pratici, ma al contrario li anima: «Il cuore coniuga l’idea con la realtà», ha scritto tempo fa l’allora cardinal Bergoglio. L’esperienza di Favre va dunque meglio compresa e studiata per capire lo stile e il modo del governo di papa Francesco.

 

Papa Francesco: “Annunciare Cristo nell’era digitale”

cq5dam.web.1280.1280Alle ore 11.30 del 7 dicembre, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, Papa Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici, che si è tenuta in questi giorni sul tema: “Annunciare Cristo nell’era digitale”. Ecco il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti:

Signori Cardinali, cari fratelli Vescovi e Sacerdoti, fratelli e sorelle!

È per me una gioia incontrare il Pontificio Consiglio per i Laici riunito in Assemblea plenaria. Come amava ricordare il beato Giovanni Paolo II, con il Concilio è “scoccata l’ora del laicato”, e ne danno conferma sempre di più gli abbondanti frutti apostolici. Ringrazio il Cardinale per le parole che mi ha rivolto.

Tra le iniziative recenti del Dicastero vorrei ricordare il Congresso Panafricano del settembre 2012, dedicato alla formazione del laicato in Africa; come pure il seminario di studio sul tema «Dio affida l’essere umano alla donna», nel venticinquesimo anniversario della Lettera Apostolica Mulieris dignitatem. E su questo punto dobbiamo approfondire di più. Nella crisi culturale del nostro tempo, la donna viene a trovarsi in prima linea nella battaglia per la salvaguardia dell’umano. E infine ringrazio con voi il Signore per la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro: una vera festa della fede. E’ stata una vera festa. I cariocas erano felici e ci hanno fatto felici tutti. Il tema della Giornata: «Andate e fate discepoli tutti i popoli», ha messo in evidenza la dimensione missionaria della vita cristiana, l’esigenza di uscire verso quanti attendono l’acqua viva del Vangelo, verso i più poveri e gli esclusi. Abbiamo toccato con mano come la missione scaturisca dalla gioia contagiosa dell’incontro col Signore, che si trasforma in speranza per tutti.

Per questa Plenaria avete scelto un tema molto attuale: «Annunciare Cristo nell’era digitale». Si tratta di un campo privilegiato per l’azione dei giovani, per i quali la “rete” è, per così dire, connaturale. Internet è una realtà diffusa, complessa e in continua evoluzione, e il suo sviluppo ripropone la questione sempre attuale del rapporto tra la fede e la cultura. Già durante i primi secoli dell’era cristiana, la Chiesa volle misurarsi con la straordinaria eredità della cultura greca. Di fronte a filosofie di grande profondità e a un metodo educativo di eccezionale valore, intrisi però di elementi pagani, i Padri non si chiusero al confronto, né d’altra parte cedettero al compromesso con alcune idee in contrasto con la fede. Seppero invece riconoscere e assimilare i concetti più elevati, trasformandoli dall’interno alla luce della Parola di Dio. Attuarono quello che chiede san Paolo: «Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1 Ts 5,21). Anche tra le opportunità e i pericoli della rete, occorre «vagliare ogni cosa», consapevoli che certamente troveremo monete false, illusioni pericolose e trappole da evitare. Ma, guidati dallo Spirito Santo, scopriremo anche preziose opportunità per condurre gli uomini al volto luminoso del Signore.

Tra le possibilità offerte dalla comunicazione digitale, la più importante riguarda l’annuncio del Vangelo. Certo non è sufficiente acquisire competenze tecnologiche, pur importanti. Si tratta anzitutto di incontrare donne e uomini reali, spesso feriti o smarriti, per offrire loro vere ragioni di speranza. L’annuncio richiede relazioni umane autentiche e dirette per sfociare in un incontro personale con il Signore. Pertanto internet non basta, la tecnologia non è sufficiente. Questo però non vuol dire che la presenza della Chiesa nella rete sia inutile; al contrario, è indispensabile essere presenti, sempre con stile evangelico, in quello che per tanti, specie giovani, è diventato una sorta di ambiente di vita, per risvegliare le domande insopprimibili del cuore sul senso dell’esistenza, e indicare la via che porta a Colui che è la risposta, la Misericordia divina fatta carne, il Signore Gesù.

Cari amici, la Chiesa è sempre in cammino, alla ricerca di nuove vie per l’annuncio del Vangelo. L’apporto e la testimonianza dei fedeli laici si dimostrano indispensabili ogni giorno di più. Affido pertanto il Pontificio Consiglio per i Laici alla premurosa e materna intercessione della Beata Vergine Maria, mentre di tutto cuore vi benedico. Grazie.