Papa Francesco e la Cina. A proposito del viaggio nel cuore dell’Asia

Il viaggio di Papa Francesco in Myanmar e Bangladesh è il primo che parte in maniera esplicita dal nuovo ruolo che la Cina vuole svolgere — e sta svolgendo già — nel contesto internazionale.

Un dato di fatto che il Papa stesso ha riassunto nella conferenza stampa rientrando a Roma con queste precise parole: «Pechino ha una grande influenza sulla regione, perché è naturale: il Myanmar non so quanti chilometri di frontiera ha lì; anche nelle Messe c’erano cinesi che sono venuti… Credo che in questi Paesi che circondano la Cina, anche il Laos, la Cambogia, hanno bisogno di buoni rapporti, sono vicini. E questo io lo trovo saggio, politicamente costruttivo se si può andare avanti. Però, è vero che la Cina oggi è una potenza mondiale: se la vediamo da questo lato, può cambiare il panorama»[1].

E il fatto che in questo viaggio abbia girato attorno alla Cina non è legato solamente al fatto che il Myanmar confina con quel grande Paese per 2.200 km. Come il Papa ha notato, c’era un gruppo di fedeli cinesi con la bandiera della Repubblica popolare ad attenderlo alla Cattedrale di Yangon dopo l’incontro con i vescovi.

Non solo: il 27 novembre Global Times — un tabloid prodotto dal quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese, il Quotidiano del Popolo — pubblica on line nella sezione «Diplomazia» un post fotografico di Francesco che abbraccia una ragazza vestita in abiti tradizionali dal semplice titolo di «Grande abbraccio» (Warm hug)[2].

E lo stesso quotidiano il 29 novembre ha dedicato per la prima volta un articolo ad un viaggio papale — con grande foto —, dando una valutazione positiva di ciò che Francesco ha detto e ha fatto in Myanmar. Il titolo nell’edizione a stampa era: Respect each ethnic group: Pope[3].

Ma il viaggio di Francesco era stato preceduto il 25 novembre da un articolo apparso su China Daily — il più diffuso quotidiano cinese in lingua inglese, con sede a Pechino — tutto dedicato ai gesuiti che hanno «lasciato un segno indelebile nella Nazione». Il titolo dell’articolo è chiaro: Men on a mission, «uomini in missione»[4].

Due dati ulteriori: il Consigliere di Stato e Ministro degli Affari Esteri del Myanmar, la Sig.ra Aung San Suu Kyi, dopo aver ricevuto Papa Francesco, è volata a Pechino.

E il Papa stesso ha rivelato nella conferenza stampa in volo che proprio in questi giorni si sarebbe svolta a Pechino una seduta della Commissione mista che studia i rapporti tra Cina e Santa Sede. E non ha nascosto i suoi desideri a proposito di una eventuale visita in Cina: «Mi piacerebbe, non è una cosa nascosta. Le trattative con la Cina sono di alto livello culturale». Ma ha aggiunto «Poi c’è il dialogo politico, soprattutto per la Chiesa cinese, con quella storia della Chiesa patriottica e della Chiesa clandestina, che si deve andare passo passo, con delicatezza, come si sta facendo. Lentamente». E ha concluso: «Ma le porte del cuore sono aperte. E credo che farà bene a tutti, un viaggio in Cina. A me piacerebbe farlo…».

[1] Corsivo mio.

[2] http://www.globaltimes.cn/content/1077488.shtml

[3] http://www.globaltimes.cn/content/1077697.shtml

[4] http://usa.chinadaily.com.cn/life/2017-11/25/content_34980286.htm

Per approfondire:

«Nell’anima della Cina». La mia introduzione alla presentazione a Civiltà Cattolica

Buonasera. Sono lieto di essere qui questa sera a presentare un volume frutto del laboratorio della rivista La Civiltà Cattolica, una delle più antiche riviste del mondo.

Ricordo che la nostra rivista negli ultimi 21 mesi ha pubblicato già 13 articoli sulla Cina. Il volume desidera entrare con discrezione, umiltà e ammirazione «nell’anima della Cina», cioè nel cuore di una cultura e di una civiltà antichissima.

Questa sera ascolteremo tre voci importanti ed estremamente rappresentative per i rispettivi ruoli: nel contesto italiano, europeo e vaticano. Siamo grati per la loro presenza che ci onora molto: il Presidente Paolo Gentiloni, il Presidente Romano Prodi e il p. Federico Lombardi. A loro è affidato il compito di parlarci della loro esperienza e della loro comprensione della Cina.

Il nostro non è un incontro POLITICO. Non intende esserlo. Intende essere invece un incontro di TESTIMONIANZA. Qui la Chiesa, l’Europa, lItalia testimoniano il ruolo della Cina nel passato, nel presente e, per quel che vediamo, nel futuro.

Innanzitutto penso che tutti qui possano fare proprie le parole che Papa Francesco ha detto in una intervista con Francesco Sisci — che è qui presente in sala — per Asia Times: «Per me, — ha detto il Papa — la Cina è sempre stata un punto di riferimento di grandezza. Un grande Paese. Ma più che un Paese, una grande cultura, con un’inesauribile saggezza». 

La cultura occidentale ha imparato tanto da questa grande cultura e dalla saggezza cinese che sono arrivati in Europa grazie allo studio e alla passione dei gesuiti e soprattutto dei figli della nostra Italia. Faccio un nome per tutti: il siciliano Prospero Intorcetta, grande studioso e traduttore di Confucio. Filosofi come Leibniz hanno fatto tesoro di questa lezione. Pure le lettere dei missionari gesuiti in Cina — veri e proprie reportage — al tempo dell’Illuminismo furono occasione di conoscenza della cultura cinese da parte di intellettuali quali Voltaire, Montesquieu e Rousseau. Grazie a uomini di Chiesa, cioè i gesuiti, la cultura cinese incide nel pensiero e anche nel gusto in maniera profonda nella grande cultura europea. Potremmo dire che i gesuiti sono stati pionieri nella sinizzazione dell’Occidente.

E anche alla nostra rivista papa Francesco — lo scorso febbraio in occasione della pubblicazione del numero 4000 — aveva dato come modello di riferimento un uomo che ha amato la Cina senza riserve: Matteo Ricci o Lì Mǎdòu, come conosciuto in Cina (1522-1610).

Questo gesuita di fine ‘500 — che si trasferì in Cina a 30 anni — compose un grande Mappamondo (坤輿萬國全圖). Esso servì a creare connessioni tra il popolo cinese e le altre civiltà. Il mappamondo offre una visione unitaria: è un ponte che collega visibilmente le terre, le culture e le civiltà che sono sotto il cielo. In un mondo diviso come il nostro, in un mondo di muri e ostacoli, l’ideale dell’armonia di una terra in pace deve animare la nostra azione.

Il presidente Xi Jinping in un discorso all’Unesco del 2014 usò l’immagine dei molti colori per descrivere il «magnifico atlante del cammino delle civiltà umane» sulla terra. Usò quindi l’immagine del mappamondo e della tavolozza di colori per esprimersi direttamente contro il cosiddetto «scontro di civiltà» e in favore dell’armonia. Ricordo che anche Papa Francesco ha usato l’immagine della tavolozza dei colori e ha proposto la «civiltà dell’incontro» come alternativa alla «inciviltà dello scontro».

Proprio nell’intervista ad Asia Times Francesco aveva affermato: «Il mondo occidentale, il mondo orientale e la Cina hanno tutti la capacità di mantenere l’equilibrio della pace e la forza per farlo».

Ma l’equilibrio a cui pensa Francesco non è certo il frutto del compromesso e della spartizione (il modello Yalta, per intenderci), ma quella del dialogo, quella dell’incontro di civiltà.

Abbiamo voluto pubblicare questo volume anche per contribuire alla riflessione sulla vita della Chiesa cattolica in Cina, che è presentata grazie anche ad interviste e testimonianze di voci cinesi. Da queste voci si comprende come anche oggi lo sviluppo e il progresso economico non hanno eliminato i bisogni spirituali. Tutt’altro.

In questo ambito prende senso la riflessione teologica. Nel contesto del confucianesimo e del taoismo tradizionali, la teologia cristiana cerca di collegare strettamente tra loro il cristianesimo e la grande tradizione del pensiero e della sensibilità cinesi.

Il cristianesimo va pensato in termini cinesi e alla luce della grande filosofia e saggezza cinese. Forse andrebbero approfondite meglio le dottrine a carattere filosofico e mistico dell’antico taoismo composte tra il IV e III secolo a.C. Nel Tao Te Ching, si potrebbero ritrovare alcune prospettive molto adatte al pensiero cinese per comprendere a fondo il Vangelo e, viceversa, per approfondire in maniera nuova il messaggio cristiano.

E il pensiero va subito ai meravigliosi testi teologici nati dal primo incontro tra il cristianesimo e la cultura cinese tra il VII e il IX secolo, vera teologia cristiana dai tratti profondamente cinesi.

La Chiesa in Cina è dunque chiamata ad impegnarsi con slancio nella sua missione di annunciare il Vangelo, per contribuire nel modo più efficace al bene del popolo cinese, con il suo messaggio religioso e con il suo impegno caritativo e sociale. Ed è chiamata per questo ad essere pienamente cinese e dai tratti cinesi, andando a fondo nel processo di inculturazione.

La storia del rapporto tra la Chiesa e la Cina è stato molto ricco ma anche molto teso e complesso. Bisogna dunque prendere tempo per far crescere un rapporto di fiducia. La fiducia, più che una «meta», è una via (道)… Ma è anche quel giusto mezzo (中庸) che, come nel guidare una bicicletta, fa star in piedi e permette, trovando la giusta velocità, di andare avanti e di non fermarsi. 

Il significato della copertina del volume, in fondo, è proprio questo: riporta il carattere cinese zhong, che significa «centro». È quello usato, tra l’altro, per comporre la parola Zhong yong, che esprime il concetto confuciano di «giusto mezzo», ma anche la parola Zhong guo, cioè «lo stato del centro», che è il nome della «Cina». Fu proprio Matteo Ricci ad usare questa espressione nella sua mappa.

In termini geopolitici, il centro del mondo oggi è abitato proprio da chi cerca con pazienza questo «giusto mezzo», prendendosi cura della nostra casa comune e della sua intima armonia, tanto amata dallo spirito cinese.

In the soul of China

Fr. Antonio Spadaro S.I., Introductory remarks for the book launch of «Nell’anima della Cina» (In the soul of China)

I am happy to be here this evening to present a volume that is the fruit of the whole workshop of the journal La Civiltà Cattolica, one of the oldest journals in the world. I recall that our journal has already published 13 articles on China in the last 21 months.  This volume wants to enter with discretion, humility and admiration “into the soul of China”, that is into the heart of a very ancient culture and civilization.

This evening we will listen to three important and extremely representative voice for their respective roles: in the Italian, European and Vatican context.  We are grateful for their presence that honors us a lot: President Paolo Gentiloni, President Romano Prodi and Fr Federico Lombardi.  The task of speaking to us of their experience and understanding of China was entrusted to them.

Ours is not a political encounter.  It is not meant to be that.  It is intended to be instead an encounter of witnessing.  Here the Church, Europe and Italy witness to the role of China in the past, in the present and, from what we are seeing, in the future.

First of all I think that everyone here can share as their own the words that Pope Francis said in an interview with Francesco Sisci for Asia Times: “For me — the Pope said — China was always a point of great reference.  A great country. But more than a country, a great culture, with an inexhaustible wisdom”.

Western culture has learned so much about this great culture and the Chinese wisdom that came to Europe thanks to the study and passion of the Jesuits and of the sons of our Italy.  I will name one from among all of them: the Sicilian Prospero Intorcetta, a great scholar and translator of Confucius. Philosophers such as Leibniz treasured his lessons. Also the letters of the Jesuit missionaries in China—real reportage—during the Enlightenment were opportunities for knowledge of Chinese culture on the part of intellectuals such as Voltaire, Montesquieu and Rousseau.  Thanks to men of the Church, that is the Jesuits, the Chinese culture has, in a profound manner, an impact in the great European culture on thought and also on taste.  We could say that the Jesuits were pioneers in the «sinicization» of the West.

And also Pope Francis addressing our journal La Civiltà Cattolica —last February on the occasion of the publication of our 40000th issue—gave us as a model of reference a man who loved China unreservedly: Matteo Ricci or Lì Măòu, as he was known in China (1522 – 1610).

This Jesuit of the late 1500’s — who moved to China at 30 years of age — created a great map of the world (坤輿萬國全圖). It served to create connections between the Chinese people and other civilizations. The map offered a unifying vision: it is a bridge that visibly connects the lands, cultures and civilizations that are under heaven. In a world divided like ours, in a world of walls and obstacles, the ideal of harmony of an earth at peace must animate our actions.ap

President Xi Jinping in a speech to Unesco in 2014 used the image of many colors to describe that “magnificent atlas of the journey of human civilizations” on earth. He then used the image of the m and the color palette to express himself a map of worls against the so-called “clash of civilizations” and in favor of  harmony.  I recall that Pope Francis also used the image of the palette of colors and proposed the “civilization of encounter” as an alternative to the “incivility of struggle”.

Precisely in the interview to Asia Times Francis affirmed: “the Western world, the Eastern world and China all have the ability to maintain the balance of peace and the strength to do so”.

But the balance about which Francis thinks is certainly not the fruit of compromise and division (the model of Yalta, for example), but that of dialogue, that of the encounter of civilizations.

We wanted to publish Nell’anima della Cina also to contribute to reflection on the life of the Catholic Church in China, which is presented thanks to the interviews and testimony of Chinese voices.  From these voices, one understands how even today development and economic process haven’t eliminated spiritual needs. Anything but.

In this ambit, theological reflection makes sense.  In the context of Confucianism and traditional Taoism, Christian theology seeks to closely link Christianity and the great Chinese traditions of thought and sensitivity.

Christianity should be considered in Chinese terms and in the light of the great Chinese philosophy and wisdom. Perhaps the characteristic philosophy and mysticism of ancient Taoism composed between the third and fourth centuries B.C. should be studied in greater depth. In the Tao Te Ching, one could find some perspectives very adapted to Chinese thought for understanding the Gospel thoroughly and, vice versa, to deepen the Christian message in a new way.

And the thought was immediately of the wonderful theological texts that arose from the first encounter between Christianity and Chinese culture in the 7th and 9th century, true Christian theology of deeply Chinese traits.

The Church in China is therefore called to commit herself urgently in her mission of proclaiming the Gospel, to contribute in a more effective way for the good of the Chinese people, with her religious message and with her charitable and social commitment.  And she is called for this reason to be fully Chinese and of Chinese traits, going deep into the process of inculturation.

The history of the relationship between the Church and China was very rich but also very tense and complex. We need then to take time to make a relationship of trust grow. Trust, more than a “goal” is a way (道;)… But it is also that of the right mean (中庸) that, like in riding a bicycle, makes you stay upright and it allows you, finding the right speed, to go forward and not stop.

The meaning of the cover of the volume, basically, is just this: it carries the Chinese character zhong, that means ”center”. It is what is used, among others, to compose the word Zhong yong, that expresses the Confucian concept of “right means”, but also the word Zhong guo, that is “the state of the center”, which is the name “China”. It was exactly Matteo Ricci to use this expression on his map.

In geopolitical terms, the center of the world today is inhabited precisely by whoever seeks this “right means” patiently, taking care of our common home and of its innermost harmony, so loved by the Chinese spirit.

 

Trump e Francesco: un incontro non hollywoodiano

La visita del Presidente degli Stati Uniti al Papa è significativa per il ruolo che questa grande nazione ha nello scacchiere internazionale. Lo è stata quella di Obama e lo è quella di Trump. Il sentimento prevalente in alcuni ambienti è quello dell’interesse che, a volte, è unito a una certa curiosità a causa della contrapposizione tra il Papa e il Presidente che spesso è stata data come semplicemente ovvia.

Ma il Papa non è ideologico e non pensa per bianco e nero. È anche molto realista: sa che la situazione globale del mondo in questo momento è di seria crisi. E spesso a rischio sono i più deboli. Crescono i nazionalismi, i populismi, le povertà, i «muri». Francesco, il Papa dei ponti, dunque vuole parlare con apertura con qualunque capo di Stato glielo chieda perché sa che nelle crisi non ci sono “buoni” e “cattivi” in assoluto. La storia del mondo non è un film hollywoodiano. Non arrivano mai i «nostri» a salvarci contro i «loro». Il Papa sa che ci sono in ballo sempre e comunque giochi di interesse. Per questo non entra in reti di alleanze precostituite e spesso trova partners proprio in coloro che rappresentano fratture rispetto al pensiero unico. In sostanza, la posizione voluta dal Papa consiste nel non dare torti e ragioni a priori, ma nell’incontrare i maggiori players in campo per ragionare insieme e proporre a tutti il bene maggiore, esercitare il soft power che mi sembra il tratto specifico della politica internazionale di Bergoglio.

Il Papa lo ha detto: vuole ascoltare, incontrare. Le porte aperte si possono trovare sempre e il Papa tende a partire nel dialogo da ciò che si condivide con l’interlocutore. È un atteggiamento che fa parte anche della tradizione dei gesuiti: è il principio che noi chiamiamo del praesupponendum (Esercizi Spirituali, 22), chiave del pensiero e dell’atteggiamento bergogliano.

Certo l’argomento che più sta a cuore a Francesco è quello delle gravi crisi umanitarie che richiedono risposte politiche lungimiranti. E il Papa è pure consapevole dei valori spirituali ed etici che hanno plasmato la storia del popolo americano. Lo si è ben compreso durante il suo viaggio negli Stati Uniti. Quindi c’è da immaginarsi che il Papa esprimerà con franchezza l’importanza di preservare questi grandi valori del popolo statunitense e, in maniera specifica, la sua preoccupazione per i poveri, gli esclusi e i bisognosi. Ricordiamo che lo ha già fatto nel telegramma di auguri per l’insediamento del Presidente. Ma l’incontro faccia a faccia avrà un valore differente, più profondo e anche più schietto.

Molti si interrogano sullo stile dell’incontro. Difficile da dire. Tutto dipende dall’incontro stesso. Non si può dire in anticipo se sarà rilassato o teso. Sarà certamente un incontro «sincero» in cui il Papa dirà quel che pensa e sarà disposto ad ascoltare quel che il presidente Trump pensa e vorrà comunicargli.

E in questo senso sarà un incontro senza «muri».

Corsi e ricorsi di post-verità

«Utopie, progetti arditi e castelli in aria», così scrisse nel novembre 1849 Carlo Maria Curci, fondatore de La Civiltà Cattolica, riportando i giudizi di alcuni suoi critici sul suo progetto editoriale. Sta di fatto che nell’aprile 1850 quel periodico è uscito davvero. E non ha mai smesso fino ad oggi: con i suoi 167 anni è la rivista culturale più antica d’Italia: una lunga storia sul confine della modernità mediatica. È appena apparso il fascicolo 4000.

La prospettiva lunga può aiutare a capire, specialmente i cambiamenti. Che accadeva in quegli anni? I quotidiani cominciavano a diffondersi. La questione che si poneva, allora come oggi, era: l’innovazione tecnologica dell’informazione destina l’uomo a essere più stupido? La Civiltà Cattolica sin dall’inizio ha fatto una scelta giornalistica radicale. In un tempo nel quale le riviste ecclesiastiche di cultura erano in latino e usavano un tono aulico e distante, Curci, insieme a un gruppo di gesuiti, decise che si doveva usare la lingua dei giornali dell’epoca, quelli di un inquieto risorgimento rivoluzionario, liberale, socialista e pure anarchico. Cioè una lingua «militante». Il giornalismo veniva percepito come «procace, ciarliero», un pericolo che gettava scompiglio lì dove la «verità» del libro dava stabilità alla società e alla religione. Questi «fogli volanti e quotidiani» con la loro rapidità di diffusione sembravano dar corpo a una sorta di post-verità. Che fare, dunque? Osteggiare la pericolosa marea di carta o immergercisi a capofitto?
La scelta di Civiltà Cattolica fu l’immersione senza salvagente.
E colpisce come nel primo «progetto» editoriale del 1849 si dedichi un’ampia riflessione agli aspetti pratici della diffusione, ipotizzando l’acquisto di una presse mécanique da Parigi, del costo di 7.000 franchi, capace di stampare allora 1.000 fogli all’ora.

Ecco l’altra domanda: la tecnologia ha a che fare con la questione della «verità»? Proprio questa domanda è stato lo «start up» di Civiltà Cattolica, a prescindere dal fatto che si concordi o meno con le sue posizioni, nel tempo discutibili. Il fatto che si stampino 17 fogli al minuto, come allora, o che una notizia arrivi istantaneamente a un numero indefinito di persone, come oggi, solleva il problema di che cosa sia la verità e quale essa sia. Se prima l’alternativa era tra verità o eresia, adesso è tra verità o propaganda retorica ed emozionale. E forse non è un caso che l’espressione post-truth sia apparsa per la prima volta sulla più antica rivista culturale degli Stati Uniti, The Nation, di 15 anni più giovane rispetto a La Civiltà Cattolica.

La migrazione dei «fogli volanti» sugli schermi mobili ha prodotto due risultati: fake news  e hate speech, da una parte; sapere approfondito e partecipazione democratica, dall’altra. La scelta del 1850 di Civiltà Cattolica ci porta a dire che arroccarsi sui tempi andati è suicida, anche perché indietro non si torna. Occorre immergersi, anche se le connessioni son diventate schegge. E occorre farlo per non lasciare la complessità delle cose a chiacchiera di intrattenimento o di attacco o di egemonia o di crociata. E anche perché non si può delegare la verità a un astrattamente puro fact checking. È per questo che da tempo la rivista più antica d’Italia media e sminuzza i suoi contenuti su Facebook, Twitter (@civcatt), Instagram. Ha un sito sito mobile friendly, ed è una delle primissime riviste italiane ad essere presente su Telegram.

Oggi per la prima volta La Civiltà Cattolica esce pure in lingua inglese, spagnola, francese e coreana. Le istanze di altri Paesi e culture entreranno a far parte del cuore stesso della rivista come mai prima: è il frutto maturo di un mondo connesso.

La convinzione di fondo è questa: la tecnologia non ci rende stupidi. Erode le distanze mentali, potenzia le occasioni di conoscenza e aumenta la portata delle informazioni (giuste o sbagliate) all’interno di reti di relazione. E proprio in questo senso ha a che fare con la verità. Nel bene e nel male. E lo scopo di una rivista di cultura oggi è proprio quello di inserirsi nello sciame eccitato per interrompere il flusso e il riflusso, strutturando un discorso discreto, dialogico, chiaro, capace di bucare la filter bubble delle notizie tribali. Papa Francesco ci ha scritto un biglietto autografo di auguri per il numero 4000 augurandoci di essere «una rivista ponte, di frontiera». E questo Civiltà Cattolica vuole essere nel mondo dei muri: un ponte gettato su frontiere.L’articolo è apparso originariamente sull’inserto Nova del Sole 24Ore il 19 febbraio 2017.

 

The welcoming of those young people who prefer to live together without getting married…

20140214-Papa-Francesco-reuter-agi-660x371The Pope spoke to parish priests, that is, to pastors who have their hands in everything and who know well the concrete situations of people.  No one knows the varied reality of life better than they do.

The Pope asked the parish priest 2 things:

  • to witness to the grace of the Sacrament of Marriage and its strength, to make people aware of the grace and the beauty of marriage.
  • to be concretely attentive, without the attitudes of bureaucrats, to situations and people.  The Church is a mother and she takes care of people tenderly.

And this is why he asks for the welcoming of those young people who prefer to live together without getting married.

But the Pope has done nothing more than to repeat what the Synod of Bishops 2016 approved with more than an 80% consensus (Relatio finalis, nn. 70-71, read below) and that is that one realizes that simply cohabiting is often chosen due to a general mentality against definitive commitments, but also because the couple is waiting for existential security (work and a fixed salary).

All these situations must be addressed in a constructive manner, trying to transform them into an opportunity to journey towards the fullness of marriage and family in the light of the Gospel.

Rather, in many circumstances, the decision to live together is a sign of a relationship that needs to be directed to an outlook of stability to which it is important to focus.

***

THE FINAL REPORT OF THE SYNOD OF BISHOPS TO THE HOLY FATHER, POPE FRANCIS, 24 October 2015

nn. 70-71

70. In some countries, […] an increasing number of those who have lived together for a long period of time ask for the celebration of marriage in Church. Oftentimes, the choice of simply living together results from not only a general aversion towards institutions and making firm commitments but also an expectation of a sense of security in life (awaiting a job and a steady salary). And finally, in other countries, de facto unions are becoming more numerous, because of not only the rejection of the values of family and marriage but also, for some, marriage is seen as a luxury due to their state in society. Consequently, in the latter case, the lack of material resources forces couples to live in de facto unions. All these situations must be addressed in a constructive manner, attempting to turn them into opportunities leading to conversion and the fullness of marriage and the family in the light of the Gospel.

71. The choice of a civil marriage or, in many cases, simply living together, is often not motivated by prejudice or resistance against a sacramental union, but from situations or cultural contingencies. In many circumstances, the decision to live together is a sign of a relationship which wants, in reality, to lead to a stable union in the future. This intention, which translates into a lasting, reliable bond, open to life, can be considered a commitment on which to base a path to the Sacrament of Marriage, discovered as God’s plan in one’s life. The path of growth, which can lead to a sacramental marriage, is to be encouraged by recognizing the traces of a generous and enduring love, namely, the desire of a couple to seek the good of others before their own; the experience of forgiveness requested and given; and the aspiration to form a family not for itself but open to the good of the ecclesial community and all of society. While pursuing these goals, value can also be given to those signs of love which properly correspond to the reflection of God’s love in an authentic conjugal plan.

La Civiltà Cattolica mai è stata e mai sarà una rivista-sarcofago. Ecco perché.

FullSizeRender 7La Civiltà Cattolica è la più antica rivista culturale d’Italia. L’11 febbraio 2017 ha pubblicato il suo fascicolo numero 4000.

La Civiltà Cattolica è una rivista impossibile: esce due volte al mese, è scritta solo da gesuiti e da persone che vivono insieme e che, nonostante questo, sono ancora vive!

La Civiltà Cattolica è una rivista di cultura seria, impegnativa ma popolare e che scrive di tutto ciò che è umano: teologia, scienza, politica, cinema, economia, arte…

La Civiltà Cattolica da adesso esce in 5 lingue: italiano, spagnolo, inglese, francese e coreano. La rivista, infatti, nasce internazionale nel 1850, diventa nazionale nel 1861, ridiventa internazionale nel 2017

Perché questa svolta linguistica?

  • la rivista da sempre ha avuto una aspirazione e una ispirazione internazionale
  • il Papa ci chiede di essere ponte. Il ponte non è un casa. Il ponte è attraversato e fornisce il contesto del passaggio. Noi accogliamo sempre di più e meglio articoli di gesuiti da tutto il mondo. Adesso immaginando la loro traduzione in altre lingue sappiamo che possiamo svolgere un compito di collegamento importante.
  • La rivista diventa internazionale da Roma, luogo dove risiede non solamente un leader religioso importante, ma anche un leader morale e, in certo senso, politico di livello internazionale

Per questo abbiamo incontrato il Papa e abbiamo incontrato il Presidente Mattarella. La rivista ha le sue radici saldamente piantate su due colli: il colle Vaticano e il colle Quirinale.

La rivista si presenta oggi con tutta la sua storia, fatta di luci e di ombre, di alti e di bassi. La rivista non è una raccolta di carta, ma è una storia viva. E questa storia, fatta di volti e persone, è organica alla storia di questo Paese.

Non difendiamo tutte le sue scelte. Tutt’altro. Siamo talvolta anche critici nei confronti dei nostri predecessori. Talaltra invece li ammiriamo e torniamo a loro per avere ispirazione. Sappiamo però che una rivista culturale si impasta con i tempi che attraversa. Un giornalista l’ha definita come un «barometro». Io aggiungerei anche la definizione di «termometro».

E dopo 167 anni questa rivista vuole dire al suo pubblico di lettori almeno 4 cose:

  • che è ancora qui per stabile — come dicevano i nostri predecessori— un legame di «amicizia e segreta intimità» con i lettori.
  • che i suoi scrittori si considerano non «intellettuali» ma «lavoratori»: la definizione è del nostro fondatore.
  • che oggi c’è spazio per una riflessione «in mare aperto» che non intende difendere «idee cattoliche», ma incarnare lo sguardo di Cristo sul mondo. E questo con Inquietudine Incompletezza Immaginazione.
  • E vuole dire anche un’altra cosa. Oggi avvertiamo una tentazione forte — a volte anche nel mondo cattolico —, quella di serrare le file. Si avverte la tentazione di opporre al caos percepito la risposta di un cattolicesimo intransigente e identitario.

Noi oggi riconosciamo che una «civiltà cattolica» non è una bolla chiusa in se stessa né alimenta rancori nei confronti di un mondo che sembra ormai perso e alla deriva, abbandonato da Dio. La Civiltà Cattolica non è quella costruita sull’intransigenza dei puri che uccide lo spirito. La tentazione identitaria è la necrosi del cristianesimo.

Ci ha detto Papa Francesco nel suo discorso nell’occasione dell’udienza del 9 febbraio scorso: «La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita. Ma bisogna penetrare l’ambiguità, bisogna entrarci, come ha fatto il Signore Gesù assumendo la nostra carne. Il pensiero rigido non è divino perché Gesù ha assunto la nostra carne che non è rigida se non nel momento della morte».

E noi non vogliamo essere, non siamo mai stati e mai saremo una rivista-sarcofago

Nell’editoriale del primo fascicolo del 1850, la nostra rivista ha dato una chiara interpretazione della propria «cattolicità»: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica».

Noi facciamo nostre, mille fascicoli dopo, le parole che i nostri predecessori scrivevano nel 1975, in occasione della pubblicazione del numero 3.000: si deve

«escludere ogni pretesa integrista: sia la pretesa di costruire una “civiltà cattolica” noncurante della pluralità delle idee, delle concezioni del mondo oggi vigenti e del diritto che i non-cattolici hanno di farle valere in forza della loro libertà di coscienza; sia la pretesa che i “cattolici” possano e debbano costruire la “nuova civiltà” da soli, respingendo l’apporto che possono dare altri, portatori di valori diversi, ma pure validi perché “umani”».

(schema della mia introduzione alla tavola rotonda di presentazione del numero 4000 di Civiltà Cattolica il 18 febbario 2017 con Emma Fattorini, Andrea Riccardi e Giuliano Amato)

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Abbiamo presentato “La Civiltà Cattolica” 4000 al presidente Mattarella

My interview with Martin Scorsese for La Civiltà Cattolica. “Silence”: a voyage inside violence and grace.

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DOWNLOAD THE COMPLETE INTERVIEW FROM HERE

“When I was younger, I was thinking of making a film about being a priest. […] Now, if you do have the calling, how do you deal with your own pride?  […]  And I realized that with Silence, almost 60 years later, I was making that film. Rodrigues is struggling directly with that question”.  So, Martin Scorsese on Silence, his current film that will be released in theaters in January.  The film was inspired by the dramatic story of the Japanese martyrs of the 17th Century.

It is a brief excerpt of a wide-ranging interview that I carried out with the director, and that’s why I met him twice, in his home in New York and then in Rome, at the beginning and at the end of an eight month dialogue.  The interview is published in complete form on the Civilta Cattolica’s new internet site, at the address www.laciviltacattolica.it both in the original English and in Italian translation.

Research on faith and grace in the long genesis of the film.  In our conversation, Scorsese lays himself bare revealing the long process of the gestation of the film, but also a unique way of living the story, that he recognizes as part of his own life: a complex, contradictory life, but also rich in grace: “there was the desire to make the actual film on the one hand; and on the other hand, the presence of the Endo novel, the story, as a kind of spur to thinking about faith; about life and how it’s lived, about grace and how it’s received, about how they can be the same”.  The “long process of gestation” of this work lasted 19 years that “became a way of living with the story, and living life—my own life—around it”; so much so that “I look back and I see it all coming together in my memory as a kind of pilgrimage”.  The director admits he is “obsessed by the spiritual” and “the question on what we are”.

Inside Silence.  On the character that intrigues him the most: «I think that the most fascinating and intriguing of all the characters is Kichijiro… Kichijiro is Johnny Boy of Mean Streets… Johnny Boy and Kichijiro fascinate me. They become the venue for destruction or salvation».  About the violence of some scenes, Scorsese notes that being spiritual for him means «looking at us closely» and doing this we must accept that «but right now, violence is here.  It’s something that we do. It’s important to show that. So that one doesn’t make the mistake of thinking that violence is something that others do — that “violent people” do. … Some people say that Good Fellas is funny. The people are funny, the violence isn’t».

A film about Christian spirituality but not “of Bernanos”.  The director says that having found inspiration in authors like Jacques Lusseyran (the blind leader of the French resistance), Dietrich Bonhoeffer, Elie Wiesel and Primo Levi, rather than in Bernanos, in whom «there’s something so hard, so unrelentingly harsh in Bernanos. Whereas in Endo, tenderness and compassion are always there».  And he recalls his interrupted project of didactic films for TV on the saints, inspired above all by Rossellini in Europa ’51 and Flowers of Saint Francis, «the most beautiful film I’ve ever seen about being a saint».  On the figure of Christ, he puts in first place, in cinema, Il Vangelo secondo Matteo by Pasolini; in art the face of Christ painted by El Greco because it was «more compassionate that the one painted by Piero della Francesca».  For Scorsese—he recalls the importance in his youth of an extraordinary priest («Father Principe.  I learned so much from him, and that includes mercy with oneself and with others»–compassion is essentially the «key is the denial of the self».

Literary influences.  In the reconstruction of the process of achieving the work, beyond the cinema influences, mentor-readings emerge.  From Flannery O’Connor—he states that her The Violent Bear It shocked him—to Notes of the Underground by Dostoevsky («Taxi Driver is my Notes of the Underground!»); from the Joyce of A Portrait of the Artist as a Young Man who blocks out the God of «storms and lightning» of his religious formation as a kid, to the confrontation with the mystery and the wonder about the human in the books Absence of Mind and Gilead by Marilynne Robinson.

Person stories and his family. In the course of our conversation, inevitably personal stories of the Italian-American director (his family came from Polizzi Generosa, in province of Palermo) came up.  From the esteemed figure of the father «in that word» in which « organized crime was present in this world, so people had to walk a tightrope»; to the at first terrible and then very beautiful experience of the birth of his daughter; from the school of life to the character required by his physical limitation, up to the memory of his «moment of self-destruction» that he acknowledges as «a kind of arrogance, of pride».

Images and spirit.  To my question on how he makes the photography of a film make us see the spirit, Scorsese answers that «there are certain intangible things that words simply can’t express» which manifest themselves precisely «in the joining of images» within a film.  The spirit, therefore, manifests itself in the editin, ,that is precisely the action of filmmaking.

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La mia intervista a Martin Scorsese. «Silence», un viaggio dentro la violenza e la grazia

15356563_10154688912902508_869443098421653439_n«Quando ero giovane volevo fare un film sull’essere un prete […] Ma se davvero si ha la chiamata, come si fa ad affrontare il proprio orgoglio? […] E ho capito che, quasi sessant’anni dopo, stavo facendo quel film. Rodrigues è direttamente alle prese con quella domanda». Così Martin Scorsese a proposito di Silence, il suo ultimo film che a gennaio uscirà nelle sale cinematografiche. La pellicola è ispirata alla drammatica vicenda dei martiri giapponesi del XVII secolo.

Si tratta di un breve stralcio di un’ampia intervista che ho realizzato con il regista, e che per questo ho incontrato due volte, nella sua casa di New York e poi a Roma, all’inizio e alla fine di un dialogo durato otto mesi. L’intervista è pubblicata in forma integrale sul nuovo sito internet della Civiltà Cattolica, all’indirizzo www.laciviltacattolica.it sia in originale INGLESE sia in traduzione ITALIANA.

La ricerca su fede e grazia nella lunga genesi del film. Nel nostro colloquio Scorsese si mette a nudo rivelando il lungo processo di gestazione del film, ma anche un modo singolare di viverne la storia, che riconosce come parte della propria vita: una vita complessa, contraddittoria, ma alla ricerca di una grazia: «Da una parte c’era il desiderio di fare proprio questo film – racconta il regista – e dall’altra parte c’era la presenza del romanzo di Endo, di quella storia, come una specie di sprone a riflettere sulla fede; sulla vita e su come si vive; sulla grazia e su come la si riceve; su come alla fine possono essere la stessa cosa». È durato 19 anni il «lungo processo di gestazione» di questo lavoro» che è diventato «un modo di vivere con la storia e di vivere la vita – la mia vita – attorno a essa»; tanto che «guardo indietro e vedo che tutto nella mia memoria si riunisce come in una sorta di pellegrinaggio». Il regista si riconosce «ossessionato dallo spirituale» e «dalla domanda su ciò che siamo».

Dentro Silence. Sul personaggio che lo coinvolge di più: «Penso che il più affascinante e intrigante di tutti i personaggi sia Kichijiro… Kichijiro è Johnny Boy di Mean Streets… Johnny Boy e Kichijiro mi affascinano. Diventano ricettacoli di distruzione o di salvezza». A proposito della violenza di alcune scene, Scorsese annota che essere spirituali per lui significa «guardarci da vicino» e facendo questo dobbiamo accettare che «per il momento, la violenza è qui. È qualcosa che facciamo. Mostrarlo è importante. Così non si fa l’errore di pensare che la violenza sia qualcosa che fanno altri, che fanno “le persone violente”… Qualcuno dice che Quei bravi ragazzi è divertente. Le persone sono divertenti, la violenza non lo è».

 Un film di spiritualità cristiana ma non “alla Bernanos”. Il regista dice di aver trovato ispirazione in autori come Jacques Lusseyran (il leader cieco della resistenza francese), Dietrich Bonhoeffer, Elie Wiesel e Primo Levi, piuttosto che in Bernanos, in cui «c’è qualcosa di così duro, di inesorabilmente aspro. Invece in Endo la tenerezza e la compassione son sempre presenti». E ricorda il suo progetto interrotto di film didattici per la Tv sui santi, ispirati soprattutto dal Rossellini di Europa ’51 e Francesco giullare di Dio, «il più bel film su un santo che io abbia mai visto». Sulla figura di Cristo, mette invece al primo posto, nel cinema, Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini; nell’arte, il volto di Cristo dipinto da El Greco «più compassionevole di quello dipinto da Piero della Francesca». Per Scorsese — che ricorda l’importanza nella sua gioventù di un prete straordinario («padre Principe. Da lui ho imparato tantissimo, e tra l’altro la pietà con sé stessi e con gli altri») — la compassione è essenzialmente il «frutto della negazione dell’io».

Le influenze letterarie. Nella ricostruzione del processo di realizzazione dell’opera, emergono oltre alle influenze cinematografiche, le letture-guida del regista. Da Flannery O’Connor – afferma che il suo Il cielo è dei violenti lo ha sconvolto – alle Memorie del sottosuolo di DostoevskijTaxi driver è il mio Memorie del sottosuolo!»); dal Joyce di Ritratto dell’artista da giovane, che scontorna il Dio «tuoni e fulmini» della sua formazione religiosa di ragazzino, al confronto col mistero e con la meraviglia sull’umano nei libri Absence of Mind e Gilead di Marilynne Robinson.

Le vicende personali e la famiglia. Nel corso della nostra conversazione si affacciano inevitabilmente anche le vicende personali del regista italo-americano (la sua famiglia è arrivata da Polizzi Generosa, in provincia di Palermo). Dalla stimata figura del padre «in quel mondo» in cui «era presente la criminalità organizzata, sicché la gente doveva camminare sul filo del rasoio»; all’esperienza prima terribile e poi bellissima della nascita della figlia; dalla scuola di vita e di carattere obbligata dai suoi limiti fisici, fino alla memoria del suo «momento di autodistruzione, che riconosce come una forma di arroganza, di orgoglio».

La immagini e lo spirito. Alla mia domanda su come fa la fotografia di un film a farci vedere lo spirito, Scorsese risponde che «ci sono certe cose intangibili che le parole, semplicemente, non possono esprimere» e che si manifestano proprio «nel congiungersi delle immagini» all’interno di un film.  Lo spirito, dunque, si manifesta nell’editing, che è proprio l’azione del fare cinema.

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