Reti Sociali: porte di verit

Qui sotto il mio video-commento alla Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2013 (realizzato dal Copercom)

Qui sotto ripropongo in forma abbreviata la mia riflessione scritta sul Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata apparsa su La Civiltà Cattolica il 2 febbraio 2013

Ogni anno la Chiesa, la domenica dell’Ascensione, celebra la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, l’unica voluta dal Concilio Vaticano II. Il suo scopo è quello di «incrementare e rendere più efficace il multiforme apostolato della Chiesa» (Inter mirifica, n. 18) nel campo comunicativo. Com’è tradizione, il 24 gennaio scorso Benedetto XVI ha inviato il suo messaggio per la Giornata di quest’anno, la 47a, dedicata al tema: «Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione». L’annuncio del tema è avvenuto, come ogni anno, il 29 settembre, festa degli arcangeli Michele, Raffaele e Gabriele, patrono, quest’ultimo, di quanti lavorano nella radio.

Cercheremo di seguito di comprende il significato e la portata di questo Messaggio innanzitutto collocandolo nel suo contesto temporale legato all’Anno della Fede e al Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione. Quindi individueremo tre «pilastri» di questo testo, cioè i temi che lo hanno generato. E quindi, proprio alla luce del Messaggio, ci interrogheremo sul motivo per cui il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione aperta su Twitter, una delle reti sociali più diffuse, che ormai 6 mesi fa ha superato i 500 milioni di utenti.

Il contesto del Messaggio

Per comprendere la portata di questo Messaggio occorre indicare alcuni elementi legati al contesto. Il primo elemento è dato dal fatto che esso si inserisce all’interno dell’Anno della fede e giunge a conclusione del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione. Il Papa dunque ci invita a riflettere sui social networks, collegando ad essi non solamente la «verità», come aveva fatto già nel Messaggio del 2011, ma anche la «fede» e l’«evangelizzazione».

Ricordiamo innanzitutto che l’Anno della fede è stato inaugurato da una Lettera apostolica in forma di motuproprio dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, per citare i più noti.

Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione aveva riconosciuto nelle sfide della comunicazione uno dei sei «scenari» fondamentali che i cristiani oggi sono chiamati a comprendere perché – si legge nei Lineamenta – ormai «non c’è luogo al mondo che oggi non possa essere raggiunto e quindi non essere soggetto all’influsso della cultura mediatica e digitale che si struttura sempre più come il “luogo” della vita pubblica e della esperienza sociale» (n. 6). Tra i frutti migliori venivano riconosciuti almeno i seguenti: «maggiore accesso alle informazioni, maggiore possibilità di conoscenza, di scambio, di forme nuove di solidarietà, di capacità di costruire una cultura sempre più a dimensione mondiale, rendendo i valori e i migliori sviluppi del pensiero e dell’espressione umana patrimonio di tutti» (ivi). L’Instrumentum Laboris ha ripreso quell’osservazione aggiungendo che «le nuove tecnologie digitali hanno dato origine ad un vero e proprio nuovo spazio sociale, i cui legami sono in grado di influire sulla società e sulla cultura. Agendo sulla vita delle persone, i processi mediatici resi possibili da queste tecnologie arrivano a trasformare la realtà stessa. Intervengono in modo incisivo nell’esperienza delle persone e permettono un ampliamento delle potenzialità umane. Dall’influsso che esercitano dipende la percezione di noi stessi, degli altri e del mondo. Queste tecnologie e lo spazio comunicativo da esse generato vanno perciò considerati positivamente, senza pregiudizi, come delle risorse, anche se con uno sguardo critico e un uso sapiente e responsabile» (n. 60).

Vari Padri sinodali nelle loro relazioni hanno ripreso il tema della comunicazione e dei linguaggi. Tra questi ricordiamo l’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, che, parlando del mondo digitale, ha affermato che se «la Buona Novella non è proclamata anche “digitalmente”, corriamo il rischio di abbandonare molte persone, per le quali questo è il mondo in cui “vivono”». Riconoscendo la peculiarità di questo spazio, che non privilegia automaticamente i contributi di autorità e istituzioni stabilite, mons. Celli ha affermato anche la necessità «di valorizzare le “voci” dei molti cattolici presenti nei blogs, nei social networks e in altri forum digitali». Il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, nel suo intervento ha a sua volta riconosciuto che oggi «è necessario saper adottare anche i nuovi canoni della comunicazione telematica e digitale con la loro incisività ed essenzialità». Come si comprende bene, dunque, il titolo del Messaggio della Giornata Mondiale delle Comunicazioni del 2013 costituisce uno dei frutti di un’ampia riflessione che la Chiesa sta vivendo in questo tempo su fede e comunicazione.

La rete digitale come spazio di esperienza reale

Alla luce delle riflessioni del Sinodo risulta chiara la sintesi che troviamo nel Messaggio del Papa: «I social networks inoltre non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione» . La Rete è da abitare perché «la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale».

Ma internet non è anche un luogo di pericoli e rischi? Sappiamo bene come più volte nei testi del Papa e in molti documenti del Magistero si sia fatto riferimento ai rischi che si corrono nell’ambiente digitale: un’esaltazione emotiva delle relazioni e dei legami sociali, l’indebolimento e la perdita di valore oggettivo di esperienze quali la riflessione e il silenzio; la riduzione della politica a strumento di spettacolo. Il Messaggio di Benedetto XVI ha tra i suoi meriti quello di aiutarci a chiarire che questi rischi non sono parte della cultura digitale, ma parte della vita ordinaria delle persone che l’ambiente digitale poi replica con le sue caratteristiche tipiche di velocità e accessibilità.

È improprio attribuire alla rete ciò che invece dipende dai nostri limiti relazionali e umani o dal nostro peccato, e che trasferiamo sul web esattamente come negli altri ambienti che frequentiamo off line. Attribuire sic et simpliciter le colpe all’ambiente digitale è sostanzialmente una forma comoda ed efficace di deresponsabilizzazione, di determinismo tecnologico. Nella rete portiamo ciò che siamo. Cerchiamo di essere migliori, e anche il web lo sarà.

«L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani». Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire come l’impatto che ha la Rete sul modo di pensare e di vivere, riguarda, in qualche modo, anche il mondo della fede, la sua intelligenza e la sua espressione. Ovviamente però abitare il mondo digitale non può prescindere dalla saggezza di un adattamento non sempre facile. Questo «addomesticamento» dello spazio richiede la consapevolezza necessaria per abitare quello che i vescovi italiani hanno definito come un «nuovo contesto esistenziale».

Il Papa offre un esempio della fluidità tra ambiente fisico e digitale notando che le «reti possono anche aprire le porte ad altre dimensioni della fede. Molte persone, infatti, stanno scoprendo, proprio grazie a un contatto avvenuto inizialmenteon line, l’importanza dell’incontro diretto, di esperienze di comunità o anche di pellegrinaggio, elementi sempre importanti nel cammino di fede. Cercando di rendere il Vangelo presente nell’ambiente digitale, noi possiamo invitare le persone a vivere incontri di preghiera o celebrazioni liturgiche in luoghi concreti quali chiese o cappelle».

Si può dunque identificare in questo uno dei pilastri del Messaggio del Papa per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni: l’ambiente digitale non è uno spazio puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. E la sfida è chiara: vedere nella Rete uno spazio antropologico interconnesso radicalmente con gli altri della nostra vita. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che in Rete si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza.

Le Rete, luogo di condivisione di conoscenza, valori e significati

Nel suo Messaggio il Papa non parla in generale di internet nel suo complesso, cioè del mondo digitale, ma si sofferma su una sua dimensione: quella dei social networks. Ne parla perché lo sviluppo di queste reti — scrive — «sta contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove inoltre possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Ciò che interessa al Papa in ultima analisi è sempre e comunque la comunicazione come dimensione fondamentale della vita umana. Parla dei networks sociali perché stanno plasmando il modo in cui l’uomo comunica, perché «danno forme nuove alle dinamiche della comunicazione».

Benedetto XVI aveva già fatto un’ampia e profonda riflessione sui social networks nel Messaggio del 2009 e l’aveva ripresa in quello del 2011. Aveva notato che fare informazione oggi non significa semplicemente trasmetterla (broadcasting) ma condividerla (sharing): le dinamiche proprie dei social networks mostrano che una persona è sempre coinvolta in ciò che comunica. «In questi spazi — scrive adesso il Papa — non si condividono solamente idee e informazioni, ma in ultima istanza si comunica se stessi». È in gioco qui la differenza tra «propaganda» e «testimonianza». In questo senso, dunque, la Chiesa è chiamata non a una emittenza di contenuti religiosi, ma soprattutto a una testimonianza nella «realtà in cui siamo chiamati a vivere, sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie: «Quando siamo presenti agli altri, in qualunque modo, noi siamo chiamati a far conoscere l’amore di Dio sino agli estremi confini della terra».

L’attitudine alla condivisione plasma anche il modo in cui l’uomo pensa e cerca sinceramente la verità. Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nel cercare risposte alle loro domande», «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». Internet comporta la connessione e la condivisione di contenuti e idee. Già nel Messaggio del 2011 il Papa notava che il web sta contribuendo allo sviluppo di «nuove e più complesse forme di coscienza intel- lettuale e spirituale, di consapevolezza condivisa». Oggi si pensa e si conosce il mondo non solamente nella maniera tradizionale della lettura o dello scambio in un contesto ristretto di relazioni (insegnamento, gruppi di studio…), ma realizzando una vasta connessione tra intelligenze che lavorano in rete. Il cablaggio delle reti sta dando vita a una forza emergente e vitale, in grado di raccogliere le persone e di farle pensare insieme al di là del tempo e dello spazio. I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La comunicazione oggi aiuta il comunicatore a pensare insieme alle persone alle quali si rivolge grazie alla possibilità di ricevere continuamente feedback e commenti. La comunicazione è sempre un gesto che connette le persone tra di loro.

La rete di queste conoscenze dà vita a una forma di «intelligenza connettiva». Mons. Gerhard Ludwig Müller, oggi prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, nel novembre 2012 aveva colto lucidamente la sfida, cioè la «responsabilità della Chiesa nella formazione di una cultura umana collettiva, per la quale la società odierna, con la sua rete di connessioni internazionali – globali – fornisce del resto degli ottimi presupposti».

Ecco dunque un altro pilastro portante del Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni: la conferma che la Rete come network sociale è luogo in cui si condividono conoscenza, valori e significati dentro una rete di intelligenze tra loro in relazione aperta. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso. A questa ricerca, che avviene nel mondo digitale, il Papa aveva dato una interpretazione teologica già nel Messaggio del 2011: «La verità che è Cristo, in ultima analisi, è la risposta piena e autentica a quel desiderio umano di relazione, di comunione e di senso che emerge anche nella partecipazione massiccia ai vari social network».

Coinvolgimento interattivo con le domande e i dubbi degli uomini

Il Pontefice indica i rischi già ben noti che accompagnano la ricerca dell’uomo nell’ambiente digitale: la popolarità che supera la validità; l’efficacia persuasiva che vince la logica dell’argomentazione; il rumore delle eccessive informazioni che disperde l’attenzione. E tuttavia aggiunge un rischio ulteriore, che possiamo considerare quello attualmente più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Sappiamo bene infatti che sia i social networks come Facebook, i motori di ricerca come Google o i negozi on line comeAmazon, conservano le informazioni delle persone che li frequentano, e questi dati sono utilizzati per dirigere le risposte o gli aggiornamenti circa i contatti personali. Le nostre ricerche dunque non sono mai basate su criteri esclusivamente oggettivi, ma sui nostri interessi specifici. Sono orientate sul soggetto, e dunque soggetti diversi ottengono risultati differenti. Il vantaggio è immediato: arrivo subito a ciò che presumibilmente mi interessa di più perché le piattaforme digitali mi «conoscono» e mi suggeriscono che cosa possa attirarmi maggiormente.

D’altra parte c’è un grande rischio: quello di rimanere chiusi in una sorta di «bolla» che fa da filtro a ciò che è diverso da me, per cui io non sono più in grado di accorgermi che ci sono persone, gruppi, libri, ricerche che non corrispondono alle mie idee o che esprimono un’opinione diversa dalla mia. Quindi, alla fine, io rischio di essere circondato da un mondo di informazioni che mi somigliano, e di rimanere chiuso alla provocazione intellettuale che proviene dall’alterità e dalla differenza. Il rischio è evidente: perdere di vista la diversità, aumentare l’intolleranza, chiudersi alla novità, all’imprevisto che fuoriesce dai miei schemi relazionali o mentali. L’altro diventa per me significativo, dunque, soltanto se mi è in qualche modo simile, altrimenti non esiste. Ecco dunque che il Papa ribadisce: «Constatata la diversità culturale, bisogna far sì che le persone non solo accettino l’esistenza della cultura dell’altro, ma aspirino anche a venire arricchite da essa e ad offrirle ciò che si possiede di bene, di vero e di bello».

Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a «inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi», chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi. Al contrario il Papa ribadisce la necessità di essere disponibili «nel coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Sembrano risuonare qui le parole di Paolo VI, che nella enciclica Ecclesiam suam del 1964 si chiedeva retoricamente: «Al Concilio stesso non s’è voluto dare, e giustamente, uno scopo pastorale, tutto rivolto all’inserimento del messaggio cristiano nella circolazione di pensiero, di parole, di cultura, di costume, di tendenze dell’umanità, quale oggi vive e si agita sulla faccia della terra? Ancor prima di convertirlo, anzi per convertirlo, il mondo bisogna accostarlo e parlargli» (n. 70).

Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede ci deve far sentire — prosegue Benedetto XVI — la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio, come pure la nostra carità operosa».

Ecco, dunque, il terzo pilastro fondante del Messaggio del Papa per la Giornata delle Comunicazioni: l’invito a non costruire isole o «ghetti», l’appello a essere coinvolti in maniera immersiva e interattiva nei dubbi e nelle domande degli uomini di oggi, a condividere la ricerca di ogni uomo. La Rete deve essere un luogo di dialogo aperto, di riconoscimento della diversità culturale e delle differenze. La disponibilità a interagire con le istanze della contemporaneità fa sentire all’uomo di fede la necessità di pregare di più e ad approfondire meglio la conoscenza della fede. A questo invito si unisce quello ad evitare che si levino «voci dai toni troppo accesi e conflittuali» che rispondono alle logiche di una comunicazione nella quale vince chi urla di più o chi è più seduttivo. Viene evocato invece il profeta Elia che «riconobbe la voce di Dio non nel vento impetuoso e gagliardo né nel terremoto o nel fuoco, ma nel sussurro di una brezza leggera (1Re 19, 11-12)».

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La riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’esperienza nell’ambiente digitale ha impatto più generale sulla percezione della realtà, di noi stessi e della nostra vita di relazione. In particolare quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni lancia l’invito a considerare come l’ambiente digitale non sia un mondo parallelo, ma sia parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani. Proprio in questo ambiente di relazioni aperte si condividono conoscenza, valori e significati che esprimono la ricerca dell’uomo e i suoi interrogativi di senso. Da qui l’invito chiaro e autorevole ai cristiani a coinvolgersi in maniera autentica e interattiva con le domande e i dubbi che gli uomini esprimono nel loro cammino di ricerca della verità, che il credente riconosce in Cristo. Se anche il Papa si è unito alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai networks sociali.

I TRE PILASTRI DEL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA 47a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (2013) Commento a

Quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni («Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione») ha raccolto una serie di indicazioni già date nei precedenti messaggi, e puntando su 3 “pilastri” o temi-chiave che sembrano essere ormai le fondamenta della prospettiva ecclesiale sulla comunicazione.

1) L’AMBIENTE DIGITALE È UNO SPAZIO DI ESPERIENZA REALE

Scrive Benedetto XVI che i social networks non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione. La Rete non è da «usare», ma da abitare perché la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. «L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (corsivo nostro). Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire che cosa la rete ci insegna sul modo di pensare la fede oggi. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza: «sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie.

2) IN RETE SI PENSA INSIEME E SI CONDIVIDE LA RICERCA

Nel suo Messaggio il Papa afferma che lo sviluppo delle reti sta «contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso.

3) IN RETE SI VIVE UN COINVOLGIMENTO INTERATTIVO CON LE DOMANDE DEGLI UOMINI 

Il Pontefice indica il rischio più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece – scrive – «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi . Al contrario il Papa ribadisce la necessità ad essere disponibili «nel coinvolgerci pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede, ci deve far sentire la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio come pure la nostra carità operosa». Se il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai network sociali.

– È CHIARO, DUNQUE CHE la riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’ambiente digitale ha impatto sulla nostra percezione della realtà, di noi stessi e sulle nostre relazioni.

Ricordiamo  che l’Anno della fede è stato inaugurato da una Lettera Apostolica dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, solamente per citare i più noti.

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Instagram e la Teologia: perch

Milioni di utenti Instagram , il popolare social network che permette la condivisione di foto, hanno tremato. Improvvisamente ha infatti cambiato i regolamenti della privacy e i termini del servizio facendo intendere di aver aperto la strada all’utilizzo dell’archivio di immagini da parte di organizzazioni esterne, per campagne pubblicitarie o promozioni, senza che siano attribuiti compensi economici agli autori degli scatti.

La proprietà delle fotografie resta degli iscritti ma, come avviene in altre applicazioni simili, viene garantita a Instagram una licenza per il riutilizzo a scopi commerciali. A questo punto, si è aperta la fuga verso altri servizi e la messa in salvo delle proprie foto tramite servizi come Instaport. La rete ha reagito subito e violentemente, dunque, costringendo il co-founder di Instagram, Kevin Systrom, a tornare sui suoi passi dicendo che c’era stato un equivoco.

Perché queste reazioni? Perché le persone in rete hanno reagito così ampiamente con preoccupazione alle notizie circa il cambiamento di norme di un social network? Che cosa c’è davvero in ballo? Cerchiamo di capire meglio…

Tutti gli smartphone, che siano iPhone, Android o Windows Phone, sono ormai dotati di un obiettivo di una certa qualità. Avere uno smartphone in tasca significa dunque anche avere sempre a portata di mano una macchina fotografica. Questa evoluzione tecnologica sta dando vita a una vera e propria rivoluzione della esperienza umana della fotografia che consiste nel fatto che oggi si può fotografare in qualunque istante della vita.

La «macchina fotografica» è obsoleta come oggetto, o meglio è riservata a cultori del click. Si vanno moltiplicando, anzi, i professionisti, e specialmente i reporter, che praticano la cosiddetta «phonografia». La caratteristica di questa pratica fotografica consiste nel fatto che lo scatto ne è solamente il primo momento. A questo, infatti fa seguito il secondo momento, cioè la post-produzione, cioè l’elaborazione della foto grazie a numerose applicazioni che ne permettono la modifica anche applicando filtri: è un gesto che permette di elaborare un’immagine per adeguarla alla propria visione. Il terzo momento consiste nella condivisione: ogni scatto elaborato può sempre essere condiviso sui social networks quali Facebook e Twitter. Dunque: scatto, elaborazione e condivisione.

Negli ultimi due anni sono nati anche dei social networks specifici di condivisione di foto. Il più noto di essi è Instagram che ha avuto un tale successo da essere stato acquistato da Facebook per 1 miliardo di dollari. Ma ne sono nati anche altri, ciascuno con qualche puculiarità quali Streamzoo, Pixlr-o-matic, Hipster, PicYou, e altri che dopo il passo falso di Instagram hanno visto aumentare improvvisamente i propri utenti. Ogni foto può essere contraddistinto da un «hashtag», cioè da una parola che ne identifica il contenuto preceduto dal carattere #.

Dunque la fotografia è diventata un gesto «democratico» e aperto alla condivisione. La logica del social network, sposandosi con quella dello scatto ha così trasformato la fotografia da «memoria» a «esperienza». Si scattano foto per «vedere» meglio ciò che si vede e per condividere l’esperienza che si sta facendo sul momento con gli amici. Le «istantanee» diventano i pezzi di una narrazione «lifestreaming». La condivisione in diretta delle fotografie sviluppa un flusso di immagini che non è pensato per essere archiviato, indicizzato, memorizzato. Le foto si accavallano, si sostituiscono, man mano che vengono postate in successione. Più che creazione di memoria, dunque, si tratta di plasmare l’esperienza e di condividerla.

Come cambierà il modo di dire la fede al tempo delle istantanee simboliche e condivise? Non ci sarà rintracciabile in questo flusso di immagini un «desiderium naturale videndi Deum»? Ci sono vari esperimenti a questo proposito dai nomi interessanti quali Framing God in all things  o Picturing God.

Non solo: #theology è diventato anche un hashtag abbastanza usato su Instagram. Il potenziamento dell’espressione simbolica certamente avrà un impatto anche sulla nostra capacità di dire la fede nella cultura della digitale.

E’ una strada interessante da percorrere anche per gruppi e comunità: quali le immagini per dire la fede? Quali gli hashtag, cioè le parole-chiave, da usare? La Chiesa ha una lunga tradizione di catechesi visiva in tempi in cui l’alfabetizzazione era limitata. E questa tradizione può dire molto all’uomo d’oggi alla ricerca di immagini per esprimere il proprio desiderio di una vita piena, oltre che di trascendenza.

La rete, una risorsa di senso?

Ieri ho tenuto una conferenza al Coordinamento delle Associazioni per la Comunicazione (Copercom). Mi chiedevano come la rete possa essere una “risorsa di senso”.

L’incontro e il dibattito sono stati davvero appassionanti. Innanzitutto ho tenuto a precisare che è stato lo stesso Benedetto XVI nel suo 45 Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, ad affermare che le nuove tecnologie «possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, di verità e di unità che rimane l’aspirazione più profonda dell’essere umano». Quindi ho proseguito sottolineando il fatto che lo stesso Pontefice ha definito i social networks usando le metafore di «porta» e «spazio».

Parlando di porte e di spazio si comprende che il Papa considera la Rete come uno spazio di esperienza. E lo spazio non è un semplice «contenitore» dell’esperienza ma l’apertura di un’estensione. L’invito quindi è ad allargare i nostri orizzonti, ascoltare i desideri profondi che l’uomo ormai oggi esprime molto bene anche in Rete.

La tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza. Per questo è indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come il luogo in cui le vere domande dell’uomo prendono forma, il messaggio che esprime le domande di senso e di fede, che anche nella rete si fanno strada. La cultura del cyberspazio pone nuove sfide alla nostra capacità di formulare e ascoltare un linguaggio simbolico che parli della possibilità e dei segni della trascendenza nella nostra vita.

Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri.

La sfida è chiara: non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso radicalmente con gli altri della nostra vita. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza.

 

PRIMO COMMENTO al Messaggio del Papa per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2013): “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Nel contesto dell’Anno della Fede, Benedetto XVI quest’anno, formulando il tema della 47.a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali invita a riflettere sui networks sociali, usando le splendide metafore della “porta” e dello “spazio” e collegando ad esse la verità, la fede e l’evangelizzazione. Il gesto è sorprendente. Il tema infatti è: “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Perché? Qual è il significato profondo di questo messaggio?

La domanda ha accompagnato questi ultimi anni sembra essere la seguente: le “reti sociali” su Internet sono forme di comunicazione e condivisione che contribuiscono alla crescita umana degli individui, o piuttosto un insidioso pericolo che può far aumentare il loro senso di solitudine e di spaesamento?

Ecco il punto: scegliendo il tema della 47.a Giornata delle Comunicazioni Benedetto XVI ha saltato a piè pari l’approccio di tipo moralistico andando al “sodo”, al significato profondo delle reti sociali. E’ come se dicesse: la prima cosa da fare sia capire cosa succede, di cosa stiamo parlando. Il social network è un ambiente di relazione, di conoscenza e l’ambiente in quanto tale fornisce delle grandi opportunità: è porta, è spazio.

Aggiungo io: il criterio di “bontà” è sostanzialmente esterno al social network perché è l’etica della persona, la sua capacità di integrare la presenza in quest’ambiente virtuale con la propria vita di relazione. Chi nella vita reale tende a isolarsi e a preferire relazioni poco coinvolgenti e significative, in cui ci si compromette poco, può trovare nei social network un luogo ideale di espressione, anche del proprio narcisismo. Una persona che vive invece delle relazioni sostanzialmente sane, può trovare in essi una grande opportunità per dare continuità a rapporti che altrimenti sarebbero eccessivamente frammentati.

Dunque il Papa è interessato al fatto che, in un tempo in cui la tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza, è necessario chiedersi: può essa aiutare gli uomini a incontrare Cristo nella fede? Non basta più il superficiale adeguamento di un linguaggio o di pensare la Rete come un “mezzo” di evangelizzazione. E’ invece indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come risposta alle domande di senso e di fede, che anche dalla rete emergono e nella rete si fanno strada.

E ciò che rende peculiare i social networks è l’emergere delle relazioni e l’accentuazione di uno stile dialogico ed interattivo nella comunicazione e nella relazione. Che cosa significherà tutto ciò per l’evangelizzazione e per la tensione inesausta dell’uomo alla verità? Il testo del Messaggio, che uscirà come tradizione il 24 gennaio, ci dirà di più.

Certo è che la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. Il Papa sembra far crollare le pareti del dualismo digitale. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale.

Se il Pontefice indica che le reti sociali possono essere «porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione» allora una delle sfide maggiori oggi consiste nel  non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita.  Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni. La sfida, dunque, non deve essere quella di come usare bene la Rete, come spesso si crede, ma di come vivere bene al tempo della Rete, di come un uomo possa incontrare Cristo nella fede, vivendo la sua vita anche nel contesto delle reti sociali.

 

Mons. Celli in Ucraina: Cercare la verità per condividerla

Una conferenza magistrale per giornalisti e studenti a maggioranza non cattolica presso l’Istituto di Giornalismo dell’Università Statale T. Shevchenko di Kiev (21 maggio 2012)

 

INTRODUZIONE: Comprendere il senso di un’espressione: comunicare i valori oggi

I. Comunicare nell’epoca dei media digitali: spazio, tempo e relazione
1. I media digitali: un quadro socio-tecnico
2. Media, spazio pubblico e fuga dal privato
3. Una nuova etica del rapporto con il tempo
4. Dalla “vita sullo schermo” all’integrazione di comunicazione reale e virtuale

II.“Comunicare i valori oggi”: famiglia, comunicazione e sfida educativa
1. Comunicazione e famiglia umana
2. Comunicazione e sfida educativa

III.“Comunicare i valori oggi”: dall’agorà al cyberspazio, cercare la Verità per condividerla
1. Punto di riferimento: la verità in conflitto tra saperi e tradizione
2. Comunicare al servizio del bene comune: identità, verità e responsabilità
3. La questione antropologica: centralità e dignità inviolabile dell’uomo

CONCLUSIONE

INTRODUZIONE
“Comunicare i valori oggi” potrebbe essere uno “slogan” pubblicitario, perché attualmente molte aziende considerano la comunicazione come il fattore indispensabile per il successo e affermano che il valore aggiunto è proprio quello comunicativo; pertanto, con l’aiuto di diversi specialisti, sviluppano idee, realizzano progetti e definiscono strategie con obiettivi ben precisi. I mercati diventano ambiti di conversazione, per proporre valori irrinunciabili, passioni, sogni, idee lungimiranti. Pertanto, il mercato, il consumo e la moda, con la loro creatività comunicativa, competono con il sistema tradizionale di trasmissione della cultura[1] e dei valori sociali, che tramandava il patrimonio culturale da una generazione all’altra.

Comprendere il senso di un’espressione: comunicare i valori oggi

Comunicare significa creare negli altri un’esperienza, coinvolgersi fin nelle viscere, e questo è un’abilità emotiva” Daniel Goleman.
Definiamo la parola “comunicare”: dire, esprimere, informare, mettere in comune, rendere comune, cioè condividere per avere in comune.
Questo richiama alla mente la regola delle 5 W insieme all’H della comunicazione tradizionale.

Who? Chi?
Where? Dove?
When? Quando?
What? Cosa?
Why? Perchè?

Tale regola proviene Leggi tutto “Mons. Celli in Ucraina: Cercare la verità per condividerla”

Al tempo della Rete che cosa significa “esistere”?

Come si fa a vivere bene ai tempi della rete? Per comprenderlo bisogna verificare quali sono le trasformazioni che i media sociali realizzano nella nostra vita a livello profondo.

La prima trasformazione consiste, del resto, nel significato stesso di che cosa significa esistere. Chi siamo quando siamo presenti e comunichiamo in Rete? La nostra vita è lì, nelle foto e nei pensieri che condividiamo, lì sono i nostri amici. Noi, in un certo modo «siamo» in Rete, parte della nostra vita è là. Essa, certo, non è un semplice prodotto della coscienza, un’immagine della mente, ma non è neanche una realtà oggettiva ordinaria, anche perché esiste solo quando interagisco. Ci rendiamo conto ormai che noi esistiamo anche in Rete. Una parte della nostra vita è digitale. Dunque anche una parte della nostra vita di fede è digitale, vive nell’ambiente digitale.

Un mio studente africano della Pontificia Università Gregoriana una volta mi disse: «Io amo il mio computer perché dentro il mio computer ci sono tutti i miei amici». E’ vero: dentro il suo computer c’è Facebook, Skype, Twitter… tutti modi per lui di stare in contatto con i suoi amici lontani. La sua «comunità» di riferimento era reale grazie alla Rete.

Il vero nucleo problematico della questione che stiamo affrontando sembra dato dal fatto che l’esistenza «virtuale» appare configurarsi con uno statuto ontologico incerto: prescinde dalla presenza fisica, ma offre una forma, a volte anche vivida, di presenza sociale. Essa, certo, non è un semplice prodotto della coscienza, un’immagine della mente, ma non è neanche una res Leggi tutto “Al tempo della Rete che cosa significa “esistere”?”

Come cambia il giornalismo: che senso ha parlare ancora di “pubblicare”?

Mi chiedo se il verbo “pubblicare” sia ancora in grado di mantenere il suo significato forte. E infatti oggi sembra che si “pubblichino” davvero solo le indiscrezioni. Anzi sembra che pubblicare significhi “rendere pubblico” ciò che è o dovrebbe essere di per sé privato: una distorsione della semantica che fa riflettere…

Alcuni giorni fa, ragionando sul tema del convegno dell’UCSI appena conclusosi dedicato al tema della “credibilità” dell’informazione in Italia e il “servizio pubblico”, mi ero chiesto che senso ha oggi parlare di “servizio pubblico”. Non dico a livello tecnico o legale, ma nel senso comune, nel linguaggio plasmato dai mutati scenari della comunicazione. In quella riflessione notavo come il concetto di “pubblico” stia subendo uno slittamento semantico in quello di “popolare”. E’ “pubblico” ciò che è di tutti ed aperto alla partecipazione di tutti. Il citizen journalism, ad esempio, a molti oggi sembra la formula più appropriata di «giornalismo pubblico» perché partecipativa.

Ma adesso mi pongo la domanda di cosa significhi “pubblicare” nel senso di “pubblicare” una “pubblicazione”, cioè un giornale, un libro… La fruizione in Rete dei contenuti informativi, ma anche la loro condivisione nei networks sociali e la loro stessa creazione sta diventando una prassi abbastanza diffusa (e lo sarà sempre di più). Essa ha due fuochi: il contenuto e la persona che lo crea (l’autore) o che lo condivide. L’operazione generica di “pubblicare” oggi assume dunque due volti abbastanza delineati:

1) il primo è quello di creare un contenuto (content creation). E’ nella creazione dei contenuti che si riconosce la figura dell’autore.

2) il secondo è quello di curare la condivisione del contenuto (content curation). E’ nella curatela dei contenuti che si riconosce la figura dell’editor, del “direttore”, potremmo dire.

La figura dell’autore è stata da sempre ben chiara. E’ abbastanza semplice riconoscere il gesto autorale perché è quello creativo.

Invece il gesto del curatore non è così chiaro. Noi siamo abituati a comprendere il ruolo del direttore di una testata che ha davanti a sé una redazione con la quale discute i pezzi da inserire nel suo giornale, i temi, i tagli da dare agli articoli. Questa figura dell’editor è anch’essa abbastanza consolidata e chiara. Oggi però, in un tempo nel quale i contenuti sono disponibili e condivisibili, stanno nascendo nuove figure di “direttori”, diciamo così. Se la Rete ha permesso di diventare autori facilmente. Adesso sta nascendo un fenomeno nuovo: la Rete permette a chi vuole, grazie ad alcune piattaforme specifiche, di diventare “content curator” a chiunque voglia impegnarsi a raccogliere in Rete e a pubblicare (cioè a condividere in maniera ordinata e organizzata) i contenuti che sono di suo interesse.

Si stanno sviluppando testate abbastanza simili a quelle tradizionali come l’Huffington Post (che per contatti ha ormai battuto il New York Times con i suoi 35 milioni di contatti al mese) o gli italiano Il Post o The Globalist che aggregano contenuti che provengono dal giornalismo non convenzionale.

Ma cominciano ad avere una certa visibilità e un certo seguito anche giornali intesi come “content curation service” per cui il «direttore» diventa il curatore di contenuti scelti secondo alcuni criteri (che in genere sono due: tema e affidabilità dell’autore). Concretamente: il content curator è colui che sviluppa una capacità specifica di trovare contenuti interessanti e validi e di segnalarli “pubblicandoli” in forma di “testata”.

Questa logica si avvicina superandola a quella della ricerca nei motori di ricerca perché non è freddamente automatica e guidata da algoritmi, ma è guidata da un occhio umano vigile che sceglie tra i contenuti nel mare della Rete e “governa” le scritture come un flusso. Ovviamente il contenuto può apparire inserito dentro più “testate” che tutte fanno riferimento e conducono il lettore al luogo originario di pubblicazione del contenuto. Tutto il sistema del “content curation” genera dunque flusso di contatti su quel contenuto scelto.

La riflessione su questi temi è in fase di sviluppo. Specialmente essa si concentra su chi sia il content curator e quali siano le modalità (e dunque le piattaforme) di questa forma contemporanea di curatela.

In ogni caso il concetto classico di “pubblicare” sta subendo una radicale trasformazione e ridefinizione.

 

Quanta voglia di eternità in un tweet! Ben oltre il narcisismo…

Il 20 dicembre scorso ho letto su L’Osservatore Romano la seguente riflessione di Cristian Martini Grimaldi. Penso che oggi servano riflessioni si questo tipo, capaci di oltrepassare la lettura superficiale o tecnica dei gesti che compiamo nell’ambiente digitale, e di valutarli nella loro profondità. Il titolo già dice molto: Quanta voglia di eternità in un tweet! Il bisogno di parlare di se stessi in internet non è solo sintomo di narcisismo. Aggiungo solamente che nel luglio del 2010 su La Civiltà Cattolica e poi su questo blog affrontato il tema di twitter e la sapienza spirituale. La riflessione prosegue…

L’uomo ha bisogno di eternità e ogni altra speranza per lui è troppo breve, troppo limitata, ha detto il Papa rivolto ai capi di Stato e di Governo partecipanti al G20 di Cannes, ma sembra dar voce ai milioni di giovani (e non) che hanno trovato nell’uso delle piattaforme comunicative del web l’altare da cui con altri mezzi e altre parole rendere concreta la speranza di eternizzarsi attraverso un costante update delle loro esistenze.

Un vero e proprio atto di fede che crea l’illusione della “vita eterna” è infatti implicito proprio nell’utilizzo copioso degli strumenti di “eternizzazione dell’Io” quali i vari Facebook, Twitter e blog personali. L’io costantemente aggiornato su supporti effimeri ed eterei come quelli del web, vagabondo in un mondo virtuale, sembra la perfetta immagine di quell’anima che molti in preda ai conformismi omologanti della deriva secolarizzatrice misconoscono quando non addirittura sbeffeggiano come il frutto di pura e datata superstizione.

Invece queste anime moderne che si dannano per un barlume di spazio pubblico alla costante ricerca di attenzione e visibilità credono di seguire semplicemente lo spirito dei tempi declinato con narcisismo e autoreferenzialità.

Eppure in tutto questo auto-display non richiesto di biografie e privacy non si può non scorgere un disagio interiore nei confronti di una società che ha messo in sordina qualunque personale ricerca di verità ultraterrena, in ultimo la ricerca del connubio con Dio. Sono foto, post, video personalissimi ma non sono altro che scelte obbligate al fine di trascendere spazio e tempo ed eternizzare il proprio ricordo agli altri, perché il contesto culturale in cui sono cresciuti ha trascurato qualunque appetito di eternità e orizzonte di infinito e di ricerca spirituale. Questa comunità di fedeli virtuali va cercando questo orizzonte lì proprio dove invece pensa di negarlo, credendosi e sentendosi al passo con i tempi, tempi che tale ricerca di infinito hanno appunto apparentemente ripudiato.

Non si legge una diversa finalità di intenti tra le parole esplicite del Papa e quelle solo balbettate attraverso dichiarazioni simboliche (likes, uploads, foto messe in comune) da parte dei milioni di utenti dei vari social network del mondo. Sono tutti all’affannosa ricerca di un riconoscimento immediato che la loro esistenza così apparentemente minuscola, così superficialmente insignificante possa contare su una complicità comunitaria tale da renderla meno effimera.

Gli utenti traducono il loro desiderio di assoluto con i mezzi che la modernità mette loro a disposizione. Se un tempo ci si ritirava in comunità isolate in monasteri inaccessibili per sottrarsi al mondo e dedicarsi all’intimo connubio col Divino, massima aspirazione di eternità spirituale, oggi in milioni percorrono la stessa direzione solo con strumenti e attraverso canali differenti solo apparentemente a tutt’altro fine diretti.

È impossibile infatti non riconoscere in quei “a cosa stai pensando?“ negli “aggiorna stato”, “aggiorna foto”, “aggiorna video”, in quelle innumerevoli opzioni di costante registrazione e diffusione di stati d’animo, condivisione di umori, pensieri, “filosofeggiamenti” quotidiani, una fisiologica necessità di trovare nell’altro un testimone, una ragione, infine una legittimazione ultima alla propria esistenza, una giustificazione che vada oltre la mera e precaria presenza individuale, in ultimo un percorso di ricerca di un al di là che non sia più effimero e virtuale, ma eterno.

 

Quando i valori non creano ghetti ma fanno essere “generativi”

Articolo del Corriere della Sera dedicato all'incontro. Fai CLICK SULL'IMMAGINE PER LEGGERLO

Ricopio qui gli appunti che avevo preso per rispondere ad alcune domande che mi sono state poste degli ex alunni dell’Istituto Massimo durante la convention tenutasi il 22 ottobre 2011 presso i locali dell’Istituto. Ovviamente si tratta  semplicemente di appunti.

Toccano anche alcuni temi “caldi” per la cosiddetta Generazione Y, incluso il ruolo dei social networks.

Vi ringrazio per l’invito. Il Massimo per me è un luogo fondamentale, dove, insegnando, ho scoperto meglio me stesso, le cose che so fare e che sono chiamato a fare. I miei legami fondamentali sono maturati qui. Adesso mi trovo a fare il direttore della Civiltà Cattolica, cioè di una rivista che ha 162 anni di vita. È la rivista più antica d’Italia tuttora vivente. Una rivista che ha all’interno della sua tradizione gli elementi di innovazione. Una tra le cose che più mi colpisce è l’interpretazione che la nostra rivista ha dato della sua cattolicità nel primo editoriale del 1850: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica». Penso sia uno spunto interessante per voi exalunni.

Adesso cerco di rispondere come un alunno alle vostre domande…

1.    Quali sono le caratteristiche della vita privata e della partecipazione alla vita pubblica di persone formate nei collegi della Compagnia di Gesù

Gli ex-alunni hanno assorbito lo spiritualità ignaziana in un modo peculiare: non innanzitutto pregando ma imparando a conoscere il mondo (e di questa conoscenza si alimenta la preghiera e quella che Ignazio chiamava “l’applicazione dei sensi”) e a comprenderlo. Quindi credo che la prima caratteristica sia il ragionare non per ipotesi astratte o ideologie ma con gli occhi aperti sulla realtà, guardando in faccia sia i rischi sia le opportunità. Voi siete gente concreta, capace di agire nel mondo.

La crisi di spiritualità è per noi, uomini del nostro tempo, crisi del nostro rapporto con mondo. Non solo del rapporto legge/desiderio o eros/norma. Il “discernimento” non è semplice mediazione tra legge e desiderio. Il discernimento non è centrato sull’io. Il discernimento è capire il senso di ciò che mi muove. Oggi nessuno sa che senso ha quello che fa. Lo fa e basta. È qui il problema. Ma noi siamo anche gente che sa che la realtà è abitata da Dio. Ignazio  di Loyola dice che Dio “lavora e opera” nel mondo. Cioè Ignazio dice che Dio non ha steccati, riserve protette, schieramenti… Direi che, persino se l’ex alunno perde la fede, in genere conserva una apertura ampia, trascendente: il suo sguardo sul mondo resta sempre una “visione” e mai semplicemente una “veduta”…

Non solo: nella nostra tradizione, come ben sapete è fondamentale la cura personalis. E cioè contano le forme peculiari, singolari, originali di impegno nella vita, anche nella vita pubblica. La convergenza sui valori e su ciò che conta non costruisce ghetti, ma lascia libere le persone di aggregarsi secondo le loro peculiarità. Questa oggi sta diventando qualcosa di straordinario.

2.       A quali responsabilità sono chiamati oggi le persone formate nei collegi della Compagnia e, più in generale, a quali responsabilità sono chiamati oggi i laici cristiani formati ed adulti nellattuale contesto sociale e politico dellItalia e dellEuropa?

La prima responsabilità è quella di essere generativi. Io vedo un paese dove i vecchi competono con i giovani. Vedo un paese in cui chi ha esperienza perde la propria saggezza, oggi considerata un disvalore davanti alla prestazioneAbbiamo perso il discernimento tra saggezza e prestazione. Le generazioni entrano in competizione tra di loro. Così si diventa sterili, incapaci di generare. La generatività è una attitudine di cui ciascuno di noi è responsabile.

La generatività si gioca anche nella capacità di innovazione. L’innovazione infatti è la capacità di gestire la conoscenza al fine di generare qualcosa di nuovo. Il futuro appartiene alle persone che vedono le possibilità prima che diventino ovvie.

3.       Nellattuale contesto sociale come può viversi la dualità tra potere e servizio?

Il successo: occorre affrontare questa parola chiave del nostro tempo. Che significa essere uomini di successo? Parlando con LorenzoJovanotti” mi diceva che per lui il successo è semplicemente un participio passato: è successo, è accaduto…

Torno alla parola di prima: generatività. La tua vita ha successo se non è sterile, se ha dato frutti buoni. Servizio è un sinonimo di generatività. L’esercizio del potere che non “serve”, che non agisce per dar frutti buoni è già metafora della morte. La spiritualità ignaziana, gesuitica, è una spiritualità attiva, aperta all’azione, compromessa con la concretezza. La politica in questo senso è opus fidei.

4.       Esistono dei ruoli nuovi da occupare e da svolgere nella dimensione associativa da parte dei laici formati dalla Compagnia?

La dimensione associativa oggi è importante. Viviamo al tempo dei networks sociali. La sfida consiste proprio nell’abitare una nuova socialità diffusa che stiamo sperimentando. Sembrano sparire le aggregazioni forti. Mi colpiscono, ad esempio, i sistemi di geolocalizzazione condivisa… Esprimono il desiderio di una riscoperta dei legami, dell’incontro… Dell’impegno. Pensiamo a Twitter e alle rivoluzioni. La gente si aggrega non in movimenti articolati ma per aggregazioni spontanee, per flash mobsI cristiani sono chiamati ad abitare queste nuove forme di socialità. Sono chiamati ad abitare bene anche il bricolage che non è più nè il gruppo nè la massa. Non ho ricette, ma so che è importante. Anche perché ormai queste sono le strade per l’impegno. Non solo: il pensiero si forma lì. Assistiamo a forme di pensiero collettivo. I social network sono diventati luoghi di pensiero.

Il futuro vince sempre. Auguri!