La mia intervista a Martin Scorsese. «Silence», un viaggio dentro la violenza e la grazia

15356563_10154688912902508_869443098421653439_n«Quando ero giovane volevo fare un film sull’essere un prete […] Ma se davvero si ha la chiamata, come si fa ad affrontare il proprio orgoglio? […] E ho capito che, quasi sessant’anni dopo, stavo facendo quel film. Rodrigues è direttamente alle prese con quella domanda». Così Martin Scorsese a proposito di Silence, il suo ultimo film che a gennaio uscirà nelle sale cinematografiche. La pellicola è ispirata alla drammatica vicenda dei martiri giapponesi del XVII secolo.

Si tratta di un breve stralcio di un’ampia intervista che ho realizzato con il regista, e che per questo ho incontrato due volte, nella sua casa di New York e poi a Roma, all’inizio e alla fine di un dialogo durato otto mesi. L’intervista è pubblicata in forma integrale sul nuovo sito internet della Civiltà Cattolica, all’indirizzo www.laciviltacattolica.it sia in originale INGLESE sia in traduzione ITALIANA.

La ricerca su fede e grazia nella lunga genesi del film. Nel nostro colloquio Scorsese si mette a nudo rivelando il lungo processo di gestazione del film, ma anche un modo singolare di viverne la storia, che riconosce come parte della propria vita: una vita complessa, contraddittoria, ma alla ricerca di una grazia: «Da una parte c’era il desiderio di fare proprio questo film – racconta il regista – e dall’altra parte c’era la presenza del romanzo di Endo, di quella storia, come una specie di sprone a riflettere sulla fede; sulla vita e su come si vive; sulla grazia e su come la si riceve; su come alla fine possono essere la stessa cosa». È durato 19 anni il «lungo processo di gestazione» di questo lavoro» che è diventato «un modo di vivere con la storia e di vivere la vita – la mia vita – attorno a essa»; tanto che «guardo indietro e vedo che tutto nella mia memoria si riunisce come in una sorta di pellegrinaggio». Il regista si riconosce «ossessionato dallo spirituale» e «dalla domanda su ciò che siamo».

Dentro Silence. Sul personaggio che lo coinvolge di più: «Penso che il più affascinante e intrigante di tutti i personaggi sia Kichijiro… Kichijiro è Johnny Boy di Mean Streets… Johnny Boy e Kichijiro mi affascinano. Diventano ricettacoli di distruzione o di salvezza». A proposito della violenza di alcune scene, Scorsese annota che essere spirituali per lui significa «guardarci da vicino» e facendo questo dobbiamo accettare che «per il momento, la violenza è qui. È qualcosa che facciamo. Mostrarlo è importante. Così non si fa l’errore di pensare che la violenza sia qualcosa che fanno altri, che fanno “le persone violente”… Qualcuno dice che Quei bravi ragazzi è divertente. Le persone sono divertenti, la violenza non lo è».

 Un film di spiritualità cristiana ma non “alla Bernanos”. Il regista dice di aver trovato ispirazione in autori come Jacques Lusseyran (il leader cieco della resistenza francese), Dietrich Bonhoeffer, Elie Wiesel e Primo Levi, piuttosto che in Bernanos, in cui «c’è qualcosa di così duro, di inesorabilmente aspro. Invece in Endo la tenerezza e la compassione son sempre presenti». E ricorda il suo progetto interrotto di film didattici per la Tv sui santi, ispirati soprattutto dal Rossellini di Europa ’51 e Francesco giullare di Dio, «il più bel film su un santo che io abbia mai visto». Sulla figura di Cristo, mette invece al primo posto, nel cinema, Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini; nell’arte, il volto di Cristo dipinto da El Greco «più compassionevole di quello dipinto da Piero della Francesca». Per Scorsese — che ricorda l’importanza nella sua gioventù di un prete straordinario («padre Principe. Da lui ho imparato tantissimo, e tra l’altro la pietà con sé stessi e con gli altri») — la compassione è essenzialmente il «frutto della negazione dell’io».

Le influenze letterarie. Nella ricostruzione del processo di realizzazione dell’opera, emergono oltre alle influenze cinematografiche, le letture-guida del regista. Da Flannery O’Connor – afferma che il suo Il cielo è dei violenti lo ha sconvolto – alle Memorie del sottosuolo di DostoevskijTaxi driver è il mio Memorie del sottosuolo!»); dal Joyce di Ritratto dell’artista da giovane, che scontorna il Dio «tuoni e fulmini» della sua formazione religiosa di ragazzino, al confronto col mistero e con la meraviglia sull’umano nei libri Absence of Mind e Gilead di Marilynne Robinson.

Le vicende personali e la famiglia. Nel corso della nostra conversazione si affacciano inevitabilmente anche le vicende personali del regista italo-americano (la sua famiglia è arrivata da Polizzi Generosa, in provincia di Palermo). Dalla stimata figura del padre «in quel mondo» in cui «era presente la criminalità organizzata, sicché la gente doveva camminare sul filo del rasoio»; all’esperienza prima terribile e poi bellissima della nascita della figlia; dalla scuola di vita e di carattere obbligata dai suoi limiti fisici, fino alla memoria del suo «momento di autodistruzione, che riconosce come una forma di arroganza, di orgoglio».

La immagini e lo spirito. Alla mia domanda su come fa la fotografia di un film a farci vedere lo spirito, Scorsese risponde che «ci sono certe cose intangibili che le parole, semplicemente, non possono esprimere» e che si manifestano proprio «nel congiungersi delle immagini» all’interno di un film.  Lo spirito, dunque, si manifesta nell’editing, che è proprio l’azione del fare cinema.

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Internet dono di Dio. Dialogo con Vint Cerf e mons. Claudio Maria Celli

1509048_10152179968587508_240925938_nVenerdì 21 febbraio ho moderato un incontro organizzato da GOOGLE in collaborazione con LA CIVILTÀ CATTOLICA, la rivista che dirigo. L’incontro si è svolto a Roma sulla terrazza del Campidoglio. Il tema scelto era relativo al Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni e ha avuto per titolo “Internet, dono di Dio”. Ho avuto il ruolo di moderatore del dialogo tra due persone di rilievo:

Vinton Gray Cerf, noto anche come Vint Cerf è conosciuto come uno dei “padri di Internet” perché insieme a Bob Kahn inventò il protocollo TCP/IP, cioè l’insieme di protocolli su cui si basa il funzionamento della rete Internet (Transmission Control Protocol e Internet Protocol). Nel settembre del 2005 è stato assunto da Google con la carica di “Chief Internet Evangelist”, Mons. Claudio Maria Celli, arcivescovo. Grande esperto di relazioni internazionali, ha partecipato a varie delegazioni inviate in Oriente. Dal 27 giugno 2007 è presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e presidente della Filmoteca Vaticana.

Ecco gli appunti che ho usato per introdurre il discorso e poi i temi sui quali ho sollecitato i relatori… 

Perché siamo qui stasera?

L’occasione è data dalla pubblicazione del 48° Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali dal titolo «Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro». In questo testo c’è una affermazione chiave…. «Internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio», ha scritto papa Francesco in un suo messaggio di fine gennaio 2014. Ricordiamoci che il Premio Nobel per la pace Liu Xiaobo qualche mese prima del suo secondo arresto, nell’aprile 2009, aveva scritto «Internet è un dono di Dio».

Il Papa touch, il Papa che ama abbracciare fisicamente, sa che l’ambiente digitale non è un altro mondo, una inutile second life, ma è un altro modo perché gli uomini si tocchino al di là dello spazio e del tempo.

Papa Francesco è un cyber-entusiasta ma un profeta: vede nella Rete il segno di una vocazione dell’umanità a essere unita, connessa. Pur vedendo tutti i rischi, ci vede soprattutto un disegno di Dio. Il Papa crede alla «sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una carovana solidale» (Evangelii Gaudium, 87). La carovana, la marea, il caos: tre immagini per una rete che comporta sfide «appassionanti».

La cultura della rete è cultura di condivisione e non di scarto. La rete anzi deve dare voce agli scarti sociali e culturali; crea un ambiente nel quale non bisogna rinunciare alle proprie idee «ma alla pretesa che siano uniche ed assolute».

Ma questo significa che senza una gift culture per la quale la condivisione delle risorse risulta sempre più facile e spontanea (open sourcecreative commons…) non si va da nessuna parte.

Il Papa dice che la rete è fatta di persone non di fili. La rete è la rete delle persone non delle tecnologie. E così forse il papa dice che la rete non esiste perché da sempre ognuno di noi vive in una rete di relazioni, è un «nodo» che lo rende persona e non individuo.

I media di massa erano modellati da pochi produttori centrali sia nella struttura sia nel contenuto. Su internet invece non c’è centro né periferia, e la partecipazione è generata dal basso dentro piattaforme

Temi per il dialogo:

Hai inventato internet, hai visto il suo sviluppo, hai valutato i suoi effetti. Che ne pensi di internet? Ti sei pentito (regret) di averlo inventato? Ne sei felice? Avresti immaginato come sarebbe andata a finire? Avevi intuito ciò che sarebbe stato?

Qual è il più grande problema di internet, quale il maggiore vantaggio?

Larry Wall, creatore del linguaggio Perl, insieme a gente come Tom Pittman e altri hackers della prima ora, aveva collegato strettamente la propria creatività alla fede.

Oggi Papa Francesco ci dice: le reti ci spingono alla visione di un «mondo differente», di una condivisione aperta che richiede «energie fresche e un’immaginazione nuova». Hackers e cristiani sono interessati, in definitiva a una cosa: al significato della vita. Non credi che, in ultima analisi, ci sia una convergenza?

La rete è una invenzione troppo grande, troppo globale, troppo storica nell’evoluzione del cammino dell’uomo. Si è mai posto la domanda: qual è il ruolo della rete nel piano di Dio sull’umanità?

Chi è il mio «prossimo» quando in rete sono abbattute le barriere dello spazio e del tempo? Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Il buon samaritano passa anche per le «“strade” digitali»?

Abbiamo davanti una risorsa enorme, l’intelligenza connessa, un surplus cognitivo fenomenale. Senza valutare il surplus cognitivo che stiamo sperimentando non si capisce il dono di Dio. Che ne facciamo? Che ne faremo? Lo scopriremo, ma certo richiede una forte presa di coscienza. Forse questa presa di coscienza potrà arrivare soltanto da qualcosa terza alle istituzioni comuni come i governi e alle big company. A questo punto mi chiedo: non potrebbe la Chiesa giocare questo ruolo di presa di coscienza?

Come si fa a dialogare in Rete? Non c’è il rischio di vivere in una bolla filtrata? I motori di ricerca di offrono le risposte che ci somigliano perché conoscono i nostri gusti. I social networks ci offrono le news delle persone che ci somigliano perché conoscono i nostri gusti… Non finiremo per vivere in una filtered bubble? Vale la pena di essere connessi? Leggi tutto “Internet dono di Dio. Dialogo con Vint Cerf e mons. Claudio Maria Celli”

Papa Francesco: La mia porta è sempre aperta

1397723_10151986621822508_292430217_o (1)Trascrizione (non rivista dall’autore) del discorso del Cardinale Óscar Andrés Rodríguez alla presentazione del volume

PAPA FRANCESCO, La mia porta è sempre aperta. Una conversazione con Antonio Spadaro (Milano, Rizzoli, 2013)

che si è tenuta il 4 dicembre 2013 presso la Sala Pio X in Vaticano.

 

Sono grato per avere l’occasione di presentare questo libro. È un privilegio. Già dal suo titolo possiamo considerare l’atteggiamento fondamentale di Papa Francesco: Giovanni Paolo II aveva detto «non abbiate paura», Benedetto XVI ha ripetuto: «aprite le porte a Cristo». Papa Francesco ci dice: «Le mie porte sono sempre aperte». Abbiamo chiaramente percepito l’apertura di queste porte sin dall’inizio del suo Pontificato. In questo libro troviamo un ritratto di Papa Francesco che lo Spirito Santo ha regalato alla Chiesa.

Una porta aperta «è sempre stata il simbolo di luce, amicizia, gioia, libertà, fiducia. Non c’è dubbio che il tema delle «porte aperte» è centrale nella predicazione di Papa Francesco.

Il libro di Padre Spadaro è basato sull’intervista che lui ha fatto durante l’estate al Papa. Lui stesso l’ha qualificata come “una grande esperienza spirituale”. E dopo la pubblicazione dell’intervista Padre Spadaro ha ricevuto molti messaggi di gente sofferente che percepiva speranza.

Soltanto vedere l’indice apre già l’appetito: Chi è Jorge Mario Bergoglio? Perché si è fatto gesuita? Che cosa significa per un gesuita essere Papa? Compagno di Gesù. La Chiesa un ospedale da campo…  Una spiritualità per il nostro tempo… Dobbiamo essere creativi… Il fondamento è la preghiera. Un indimenticabile succo di albicocca…

Parlare a tu per tu con Papa Francesco è un’esperienza spirituale. Una miniera inesauribile. Il Papa è vulcanico, ama entrare nel dialogo, aprire porte e finestre, tornare sui suoi passi. Papa Francesco in realtà è una sorta di flusso vulcanico di idee che si annodano tra loro.

La spiritualità di Bergoglio non è fatta di «energie armonizzate», come le chiamerebbe lui, ma di volti umani: Cristo, san Francesco, san Giuseppe, Maria. Una disponibilità vicina, a quella cercanía, che gli sta tanto a cuore. Quando sei con Bergoglio hai l’impressione che conosca Dio Padre personalmente. È un uomo risolto che sta bene nella propria pelle. Un uomo libero, di una libertà spirituale che però è pienamente coinvolta nella vita, nelle sue dinamiche, negli affetti.

Ha un pensiero aperto al conflitto, alle posizioni divergenti e non necessariamente conciliate. «Il rischio peggiore, la malattia peggiore, è omogeneizzare il pensiero, l’autismo dell’intelletto, del sentimento, che mi porta a concepire le cose dentro la mia bolla. Per questo è importante recuperare l’alterità e il dialogo».

Il Papa ama l’immagine del poliedro. Ne ha parlato anche di al Festival della Dottrina Sociale della Chiesa a Verona: il poliedro «è l’unione di tutte le parzialità, che nell’unità mantiene l’originalità delle singole parzialità».

«Le mie porte sono sempre aperte», dunque, ci dice il Papa. Ma che cosa troviamo entrando in questa casa Prima di tutto gli aspetti del suo essere gesuita. Lo leggiamo nelle sue parole: «Della Compagnia mi hanno colpito tre cose: la missionarietà, la comunità e la disciplina».

Papa Francesco definisce suo compito specifico quello di essere «custode» come San Giuseppe, che è stato riportato al Canone della Messa. Non custode come un polizotto, ma custode come un Padre.

Alcuni si chiedono: perché abita a Santa Marta?

Nelle sue stesse parole: «Io non mi vedevo prete solo: ho bisogno di comunità. E lo si capisce dal fatto che sono qui a Santa Marta: quando sono stato eletto, abitavo per sorteggio nella stanza 207. Questa dove siamo adesso era una camera per gli ospiti. Ho scelto di abitare qui, nella camera 201, perché quando ho preso possesso dell’appartamento pontificio, dentro di me ho sentito distintamente un ‘no’. L’appartamento pontificio nel Palazzo Apostolico non è lussuoso. È antico, fatto con buon gusto e grande, non lussuoso. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l’ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io no, senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri».

Un pilastro della spiritualità del Papa è dunque il discernimento. Il discernimento è una delle cose che più ha lavorato interiormente sant’Ignazio. Per lui è uno strumento di lotta per conoscere meglio il Signore e seguirlo più da vicino. Dice il Papa: «Mi ha sempre colpito una massima con la quale viene descritta la visione di Ignazio: ‘Non coerceri maximo, contineri tamen a minimo, divinum est’. Ho molto riflettuto su questa frase in ordine al governo, a essere superiore: non essere ristretti dallo spazio più grande, ma essere in grado di stare nello spazio più ristretto. Questa virtù del grande e del piccolo è la magnanimità, che dalla posizione in cui siamo ci fa guardare sempre l’orizzonte. È fare le cose piccole di ogni giorno con un cuore grande e aperto a Dio e agli altri. È valorizzare le cose piccole all’interno di grandi orizzonti, quelli del Regno di Dio».

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Questa massima offre i parametri per assumere una posizione corretta per il discernimento, per sentire le cose di Dio a partire dal suo ‘punto di vista’. Per sant’Ignazio i grandi princìpi devono essere incarnati nelle circostanze di luogo, di tempo e di persone. A suo modo Giovanni XXIII si mise in questa posizione di governo quando ripeté la massima ‘Omnia videre, multa dissimulare, pauca corrigere’, perché, pur vedendo omnia, la dimensione massima, riteneva di agire su pauca, su una dimensione minima. Si possono avere grandi progetti e realizzarli agendo su poche minime cose. O si possono usare mezzi deboli che risultano più efficaci di quelli forti, come dice anche San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi. Scrive: «Questo discernimento richiede tempo. Molti, ad esempio, pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace. E questo è il tempo del discernimento. E a volte il discernimento invece sprona a fare subito quel che invece inizialmente si pensa di fare dopo. È ciò che è accaduto anche a me in questi mesi. Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, specialmente i poveri. Le mie scelte, anche quelle legate alla normalità della vita, come l’usare una macchina modesta, sono legate a un discernimento spirituale che risponde a una esigenza che nasce dalle cose, dalla gente, dalla lettura dei segni dei tempi. Il discernimento nel Signore mi guida nel mio modo di governare. Ecco, invece diffido delle decisioni prese in maniera improvvisa. Diffido sempre della prima decisione, cioè della prima cosa che mi viene in mente di fare se devo prendere una decisione. In genere è la cosa sbagliata. Devo attendere, valutare interiormente, prendendo il tempo necessario. La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita e fa trovare i mezzi più opportuni, che non sempre si identificano con ciò che sembra grande o forte».

Cosa vuol dire per il Papa vivere in periferia ?

Ci sono due punti fondamentali di riferimento del suo equilibrio per vivere in periferia. Il dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari; la pietà semplice, una certa ingenuità forse, la disponibilità immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere così dolce, dolce…

Il Santo Padre ricorda uno dei primi superiori della Compagnia di Gesú: Pietro Favre semplicemente il “prete riformato”. Papa Francesco si ispira proprio a questo genere di riforma.

Lui è una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto. E ancora aggiunge padre Spadaro: «Il gesuita pensa sempre, in continuazione, guardando l’orizzonte verso il quale deve andare, avendo Cristo al centro». In questo contesto capisce la riforma della Chiesa, che non è un progetto ma un esercizio dello Spirito.

L’esperienza di Favre va meglio compresa e studiata per capire lo stile del governo di Jorge Mario Bergoglio. Guarire ferite e riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Avvicinarsi a cristiani che vivono in situazioni non regolari per la Chiesa.

Cosa significa sentire cum ecclesia? Come conciliare in armonia primato petrino e sinodalità?

Con una Chiesa in discernimento che vive con gli occhi aperti nella costante attenzione a Dio, capace di leggere con realismo gli avvenimenti, di essere attenta a ciò che la circonda.

Quando la Chiesa, occupata in mille cose, trascura la vicinanza, se ne dimentica e comunica solo con documenti, è come una mamma che comunica con suo figlio per lettera.

«Che bello essere accolti con amore, con generosità, con gioia!». È questa la gioia evangelica di cui ci ha parlato nella recente Esortazione Apostolica.

La Chiesa e come «un ospedale da campo dopo una battaglia», tutta l’attività della Chiesa è da porre in chiave missionaria.

La Chiesa che ha in mente Bergoglio è innanzitutto «Madre e Pastora» che genera e accompagna, facendosi carico delle persone, a partire dalla loro concreta condizione esistenziale.

E l’annuncio del Vangelo richiede anche un’apertura delle porte. il cuore della sua missione è la vicinanza. La Chiesa di Papa Francesco ha le porte sempre aperte: aperte a far entrare la gente e aperte a far uscire il Vangelo nel mondo, senza rinserrarlo dentro fortificazioni interne.

Quattro princìpi generano la sua visione: il tempo è superiore allo spazio, l’unità è superiore al conflitto, la realtà è superiore all’idea, il tutto è superiore alla parte.

Il passato è sempre migliore del presente. Urge pensare il nuovo, apportare il nuovo, creare il nuovo, impastando la vita con il nuovo lievito della giustizia e della santità. E necessario lasciarci trovare dal Signore.

Un aspetto poco conosciuto sono i riferimenti artistici e letterari di Papa Francesco. Lo troviamo già ventottenne professore di Letteratura.

Lui si trova di fronte a una sfida antropologica: la comprensione dell’uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce. Nel pensare l’uomo, dunque, la Chiesa dovrebbe tendere alla genialità, non alla decadenza.

Bergoglio non è solamente una persona colta, ma una persona che vive l’arte e l’espressione creativa come una dimensione che fa parte integrante della sua spiritualità e della sua pastorale. Genialità che il Papa contrappone alla decadenza di un pensiero sterile.

In riferimento alla musica: un artista si gusta se «sentito», non se è «pensato». Dialogo, discernimento, frontiera sono «chiave» in ogni lavoro culturale realizzato da cristiani.

Finalmente l’autore ci parla della Preghiera del Papa, che può definire come una persona immersa in Dio, capace di una pace profonda.

L’opera finisce in appendice col Discorso alla comunità degli scrittori de La Civiltà Cattolica.

Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, S.D.B. Arzobispo de Tegucigalpa.

Honduras 
3 dicembre 2013.

Jesuit Father Spadaro looks on as Honduran Cardinal Rodriguez Maradiaga speaks during presentation of book about Pope Francis at Vatican

La Civiltà Cattolica si rinnova

foto1“La Civiltà Cattolica” si rinnova non perché cede all’ideologia del “nuovo” ma perché il mondo è cambiato, la sua casa è cambiata. Dunque cambia – spero con eleganza – per essere sempre veramente se stessa.

Pochi giorni fa un nostro lettore che aveva deciso di non rinnovare l’abbonamento  ci ha ripensato per «la sensazione di aver acquisito, attraverso La Civiltà Cattolica, una forma mentale più introspettiva e, probabilmente, più umile che – continuava – spero di trasmettere a mio figlio».

 Il nostro vero tesoro come rivista della Compagnia di Gesù è questa forma mentis che ha la sua radice nella spiritualità di Ignazio di Loyola: una spiritualità umanistica, curiosa e attenta alla ricerca della presenza di Dio nel mondo, che nei secoli ha forgiato santi, intellettuali, scienziati… e anche un Papa. Principio ispiratore di questa spiritualità è un criterio molto semplice: «cercare e trovare Dio in tutte le cose», come scrive sant’Ignazio.

E sin dall’editoriale del primo fascicolo del 1850 la nostra rivista ha interpretato così la propria «cattolicità»: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica».

Dunque La Civiltà Cattolica intende condividere un’esperienza intellettuale illuminata dalla fede e profondamente innestata nella vita culturale, sociale, economica, politica, artistica e scientifica dei nostri giorni.

Non vogliamo condividere le nostre riflessioni solamente all’interno del mondo cattolico, ma con chiunque intenda avere fonti di formazione affidabili, capaci di far pensare e di far maturare il giudizio personale.

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 In cosa consistono le principali innovazioni?

La Civiltà Cattolica non cambiava veste grafica dal 1970. Adesso è la prima volta, in 163 anni di vita della rivista, che questa veste viene sottoposta a un vera e propria progettazione coordinata, che va dal restyling della testata, alla creazione di un marchio, dall’impaginazione della copertina, alle gabbie interne, fino alla declinazione per tablet.

In relazione a questa decisione di cambiamento abbiamo coinvolto una società di comunicazione esperta e internazionale, la «Aleteia Communication» (1986), che ci ha donato questo progetto. Il dott. Giovanni Parapini che ha seguito il nuovo progetto.  L’Art Direction è di Turi Di Stefano, che ha curato del progetto nel dettaglio in un confronto continuo e serrato con tutto il Collegio degli Scrittori.

La testata è rimasta in Bodoni, vero filo conduttore dalla fondazione a oggi, ma passando dal Bodoni Poster al Bodoni Normal, leggermente ridisegnato, per avere un’identità sobria, ravvivata dalla presenza del colore bordeaux. Anche tutti i titoli interni sono rimasti in Bodoni.

È cambiato, invece, il carattere interno, mutando dal Simoncini Garamond al Cardo, font più «tondo» e chiaro, che facilita una lettura più riposante. Le gabbie interne sono state riprogettate secondo tre varianti, a secondo della sezione della rivista, a uno o due colonne.

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foto3csmiA livello di struttura scompaiono le «cronache» in un mondo in cui la cronaca è affidata ai quotidiani, e oggi anche ai blog e ai tweets in tempo reale. Insisteremo invece sui «ponti», cioè sulle riflessioni, le valutazioni critiche, i ragionamenti, anche sulla contemporaneità più attuale, grazie alla rubrica «Focus» con articoli legati all’attualità di carattere politico, economico, internazionale, di società, di diritto. La riflessione sulla Chiesa avrà un posto fisso al cuore, cioè al centro, della rivista. Appariranno nuove rubriche mobili quali il «Profilo» e l’«Intervista».

Più in generale ecco il senso della nuova struttura: La Civiltà Cattolica per tradizione e natura esprime una forma «alta» di giornalismo culturale. La rivista – scrivevano i nostri predecessori nel 1851 – «ti entra in casa per recarti novelle, per proporti dubbi, per darti schiarimenti su questa o quella quistione delle più dibattute». La Civiltà Cattolica vuole trattare «quistioni dibattute» e così rispondere all’appello dei Pontefici rivolto alla Compagnia di Gesù nel suo complesso, e in particolare a quello di Paolo VI, ripreso poi da Benedetto XVI:

«Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i Gesuiti».

Non intendiamo semplicemente commentare eventi culturali o riflessioni già formulate. Per quanto ci è possibile vogliamo intuire ciò che sarà, anticipare le tendenze e i fenomeni, prevederne l’impatto, tenere desta l’attenzione dei nostri lettori, dunque. Paolo VI ci aveva chiesto di avere uno «sguardo profetico e dinamico verso l’avvenire […] per scoprire, indovinare se occorre, i segni dei tempi, cioè i doveri, i bisogni, le vie aperte all’avvenire della società e specialmente della Chiesa pellegrinante verso il domani».

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Un’altra innovazione riguarda il digitale. I nostri predecessori chiesero al tipografo di acquistare in Inghilterra una «macchina celere» in sostituzione di quella per la stampa a mano. E questo per fedeltà alla richiesta di Pio IX riguardo ai loro scritti di «spargerli e diffonderli ampiamente in tutti i Paesi», come si legge nella Gravissimum supremi. Nel 1854 la tiratura salì a 13.000 copie.

Oggi per noi questo ha significato l’approdo sui supporti digitali per rendere la rivista maggiormente fruibile da parte di un numero maggiore di persone. La rivista così oggi diventa disponibile su tutti i tablet con applicazioni su iPad, iPhone, Android, Kindle Fire e Windows 8.

È possibile sin da questo momento scaricare gli ultimi due numeri della rivista: l’ultimo della vecchia versione e il primo della nuova.

Abbiamo affidato questo lavoro alla società italo-californiana «Paperlit». A curare con estrema pazienza e cura tutti gli aspetti tecnici è stato l’Ufficio Servizi Informatici della Pontificia Università Gregoriana con a capo l’ing. Gianfranco Fattorini e il lavoro specifico come programmatore e analista del sign. Giovanni Di Giorgio.

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Copia di foto2csLa Civiltà Cattolica, nata nel 1850, ha solcato decenni nei quali sono cambiati non solamente le modalità della comunicazione, ma i suoi stessi significati. Oggi comunicare significa sempre meno «trasmettere» notizie e sempre più essere testimoni e «condividere» con altri visioni e idee.

Per questo il contenuto della rivista nella forma essenziale dell’abstract è «aperto» alle reti sociali per la fruizione, la condivisione, il commento nell’ambito proprio: non il nostro sito ma i networks sociali come Facebook e Twitter.

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Inoltre, grazie alla collaborazione di Google – rappresentata da Giorgia Abeltino, Policy & Government Relation Counsel di Google Italia – è stato avviato un progetto per cui saranno resi fruibili su web tutti i fascicoli pubblicati dal 1850 al 2008. Google aveva infatti digitalizzato i volumi nel contesto del suo progetto Google Libri, attraverso accordi con diverse biblioteche in Europa e negli Stati Uniti. I volumi ancora tutelati da copyright verranno ora resi disponibili su nostra autorizzazione.

Sono previste anche forme instant book digitali che raccolgono articoli pubblicati nel corso degli anni su alcuni argomenti significativi per offrire al lettore una panoramica esaustiva di come è stato trattato.

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Dal 1850 al 1933 la rivista non firmava gli articoli per significare che essi sono espressione non di un singolo ma di una comunità, il cosiddetto «collegio degli scrittori», composto attualmente da 7 gesuiti. La Civiltà Cattolica è l’espressione del lavoro di una équipe. Noi scrittori siamo, come ci scrisse Leone XIII nel breve Sapienti consilio, «uniti in comunanza di vita e di studi».

I nostri nomi li conoscete, immagino: P. Michele Simone, P. Giovanni Cucci, P. Luciano Larivera, P. Francesco Occhetta, P. Domenico Ronchitelli, P. Giovanni Sale. Ma accanto a loro scrivono ancora regolarmente p. Ferdinando Castelli, P. Virgilio Fantuzzi, p. Giuliano Raffo, P. Giandomenico Mucci e p. GianPaolo Salvini che è stato direttore per oltre 26 anni e che tutti ben conoscete.

Oggi più che mai però la cultura è diversificata. Aumenterà dunque, rispetto al passato, la presenza di firme internazionali di padri gesuiti e la varietà degli argomenti trattati, anche se la rivista sarà sempre «cucinata» in casa all’interno di una redazione stabile composta da 7 gesuiti.

Alcuni di voi mi hanno chiesto di vedere il backstage della rivista. In realtà il baci stage non c’è. Chi venisse a visitarci avrebbe forse l’impressione di un monastero dove i gesuiti studiano e scrivono (e pregano!) nelle loro stanze. Eppure questa apparente calma nasconde invece un confronto continuo tra di noi – a volte calmo a volte teso – in occasioni formali e informali (prendere insieme caffè e biscotti a metà mattina è una di queste!). Pranziamo e ceniamo alla stessa ora, evitando però di parlare di lavoro…

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Noi gesuiti che oggi componiamo la redazione della Civiltà Cattolica siamo convinti che – come ci disse Benedetto XVI nel 2006 – «La Civiltà Cattolica, per essere fedele alla sua natura e al suo compito, non mancherà di rinnovarsi continuamente». E il rinnovamento che oggi presentiamo è una tappa di questo cammino.

Apresentação do meu livro “Ciberteologia. Pensar o Cristianismo nos tempos da rede”

Hoje saiu a versão em português do meu livro CyberteologiaObrigado a todos aqueles que queria!

Programas de busca, smartphone, aplicativos, rede social: as recentes tecnologias digitais invadiram com força nosso cotidiano. Entretanto, não apenas como instrumentos externos a serem usados para simplificar a comunicação e a relação com o mundo; na verdade, desenharam um espaço antropológico novo que está mudando nosso modo de pensar, de conhecer a realidade e de manter relações humanas.

A essa altura, o autor, Antonio Spadaro, se pergunta, e nos pergunta também: a revolução digital influencia de alguma forma nossa fé? Será que não se deveria começar a refletir sobre como o cristianismo deva ser pensado e falado neste novo cenário humano? Talvez seja hora de considerar a possibilidade de uma “ciberteologia” entendida como inteligência da fé (intellectus fidei) nos tempos da rede. Não se trata, porém, de simplesmente procurar na rede novos instrumentos para a evangelização, ou fazer uma reflexão sociológica a respeito da religiosidade na internet. Ao contrário – e aqui está a novidade pioneira de Spadaro –, tratase de encontrar os pontos de contato e de interação produtiva entre a rede e o pensamento cristão. A lógica da rede, com suas poderosas metáforas, proporciona ocasiões inéditas para nossa capacidade de falar de comunhão, dom, transcendência. E, por sua vez, o pensamento teológico pode ajudar o homem na rede a encontrar novos caminhos em sua trajetória para Deus.

É um território ainda inexplorado que Spadaro aborda com um indiscutível conhecimento teológico e grande competência técnica, principalmente com o espírito de confiança na capacidade de o cristianismo e a Igreja estarem presentes onde o homem desenvolve sua capacidade de conhecimento e relacionamento. A rede é um contexto em que a fé é chamada a se exprimir não por causa de uma mera “vontade de presença”, mas uma conaturalidade do cristianismo com a vida do ser humano. O desafio, portanto, não está em como “usar” bem a rede, mas como “viver” bem nos tempos da rede. Leggi tutto “Apresentação do meu livro “Ciberteologia. Pensar o Cristianismo nos tempos da rede””

Social Media e Chiesa: intervista al TG1

L’isola digitale del gesuita 2.0

Inserisco qui una intervista che mi è stata fatta da Andrea Gagliarducci e che è apparsa sul quotidiano La Sicilia di Catania il 29 dicembre 2011. E’ una bella sintesi che mi piace far conoscere: dalla cucina siciliana al web 2.0, dalla spiritualità ignaziana all’importanza dei miei genitori…

Viene dallo stare su un’isola la necessità di costruire ponti. E Antonio Spadaro, gesuita, ha sempre sentito dentro di sé questa necessità. Forse perché dalla sua casa a Messina si vedeva il lembo di terra della Calabria che non si poteva raggiungere se non a nuoto o in barca. O forse perché la vita lo ha portato lontano, prima a fare il noviziato dei Gesuiti a Genova, poi a Padova, Roma, Napoli, ancora Roma, con una parentesi negli Stati Uniti. Mantenendo sempre un legame con la Sicilia, e in particolare con Catania, dove “torno ogni anno, dal 3 al 6 febbraio, per la festa di Sant’Agata, cui sono devoto. Mia madre, Grazia Gennaro, era catanese”.

Lo si vedrà anche quest’anno a Catania per la festa di Sant’Agata? Non sappiamo, perché padre Spadaro è stato da poco chiamato a dirigere Civiltà Cattolica, il prestigioso quindicinale dei Gesuiti. Sarà lui a costruire il ponte verso il futuro della storica rivista (fu fondata nel 1850). Il progetto prevede una “maggiore presenza on line e nei social network, e anche una app per iPad”. Antonio Spadaro era l’uomo giusto per farlo. Definito il “gesuita 2.0” oppure “tecnogesuita” per la sua presenza su Internet (la sua prima pagina ufficiale è dei primi anni Novanta), la sua storia racconta meglio di qualunque il passaggio verso la cultura digitale. Un passaggio che per lui è stato abbastanza semplice e Leggi tutto “L’isola digitale del gesuita 2.0”

Il mio saluto ai lettori come nuovo direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”

Il 1 ottobre 2011 è uscito il primo numero della rivista La Civiltà Cattolica che porta la moa firma come direttore. Pubblico qui in versione integrale il mio saluto ai lettori. Estendo così il saluto anche a coloro che mi seguono su questo blog di Cyberteologia nella speranza che vogliano diventare anche abbonati di questa che, fondata nel 1850, è la più antica rivista italiana. 

Assumere la direzione di una rivista che ha oltre 160 anni di storia significa confrontarsi con una sfida molto impegnativa. La Civiltà Cattolica , infatti, nata nel 1850, ha vissuto decenni nei quali è mutato il significato stesso della comunicazione, oltre alle sue modalità. Nel nostro tempo, segnato profondamente dalle reti sociali e dai nuovi media digitali, comunicare significa sempre meno «trasmettere» notizie e sempre più essere testimoni e «condividere» con altri visioni e idee. Tra le prime conseguenze c’è la necessità che dalla pagina traspaia con chiarezza un messaggio. Fare cultura oggi significa assumersi le proprie responsabilità e il proprio compito nella conoscenza. Benedetto XVI nel suo Messaggio per la 45 a Giornata Mondiale delle Comunicazioni ha scritto che «quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali».

Ciò che La Civiltà Cattolica intende offrire ai suoi lettori è proprio questo: la condivisione di un’esperienza intellettuale illuminata dalla fede cristiana e profondamente innestata nella vita culturale, sociale, economica, politica dei nostri giorni. Il suo contributo è serio, ma non elitario: il suo linguaggio, in genere, è piano, comprensibile, non per «addetti ai lavori». Soprattutto è una rivista che vuole condividere le proprie riflessioni non solamente con il mondo cattolico, ma con ogni persona impegnata seriamente nel mondo e desiderosa di avere fonti di informazione affidabili, capaci di far maturare il giudizio personale. È nel suo codice genetico fare da ponte, interpretando il mondo per la Chiesa e la Chiesa per il mondo, contribuendo a un dialogo aperto, pieno, cordiale, rispettoso. Gli scrittori della Civiltà Cattolica sono convinti che una rivista culturale non possa essere «neutra»: più diventa portatrice di una visione della realtà, più essa ha interesse, senso, utilità.

Non c’è alcun bisogno di ricordare la funzione essenziale che hanno svolto nel nostro Paese le riviste culturali. Nei primi anni del Novecento e tra le due guerre mondiali, hanno rappresentato un luogo vivo e inquieto di scambio, incontro e scontro culturale, di valori e di idee. La Civiltà Cattolica , essendo la rivista culturale più antica d’Italia, non intende venir meno a tale compito. Non si tratta di fare proclami o campagne ideologiche, ma di avere una coscienza critica attiva, capace di dichiarare gusti e prospettive e, soprattutto, capace di aprire scenari, ispirare l’azione e la sensibilità. La Civiltà Cattolica — scrivevano i nostri predecessori nel 1851 — «ti entra in casa per recarti novelle, per proporti dubbi, per darti schiarimenti su questa o quella quistione delle più dibattute». L’identità della nostra testata include dunque non solamente buone analisi e ricerche originali, ma anche prese di posizione che siano in grado di parlare all’intelligenza e al cuore dei Leggi tutto “Il mio saluto ai lettori come nuovo direttore della rivista “La Civiltà Cattolica””

Intervista di RaiNews 24 sul cambio di direttore alla rivista “La Civiltà Cattolica”