Trump e Francesco: un incontro non hollywoodiano

La visita del Presidente degli Stati Uniti al Papa è significativa per il ruolo che questa grande nazione ha nello scacchiere internazionale. Lo è stata quella di Obama e lo è quella di Trump. Il sentimento prevalente in alcuni ambienti è quello dell’interesse che, a volte, è unito a una certa curiosità a causa della contrapposizione tra il Papa e il Presidente che spesso è stata data come semplicemente ovvia.

Ma il Papa non è ideologico e non pensa per bianco e nero. È anche molto realista: sa che la situazione globale del mondo in questo momento è di seria crisi. E spesso a rischio sono i più deboli. Crescono i nazionalismi, i populismi, le povertà, i «muri». Francesco, il Papa dei ponti, dunque vuole parlare con apertura con qualunque capo di Stato glielo chieda perché sa che nelle crisi non ci sono “buoni” e “cattivi” in assoluto. La storia del mondo non è un film hollywoodiano. Non arrivano mai i «nostri» a salvarci contro i «loro». Il Papa sa che ci sono in ballo sempre e comunque giochi di interesse. Per questo non entra in reti di alleanze precostituite e spesso trova partners proprio in coloro che rappresentano fratture rispetto al pensiero unico. In sostanza, la posizione voluta dal Papa consiste nel non dare torti e ragioni a priori, ma nell’incontrare i maggiori players in campo per ragionare insieme e proporre a tutti il bene maggiore, esercitare il soft power che mi sembra il tratto specifico della politica internazionale di Bergoglio.

Il Papa lo ha detto: vuole ascoltare, incontrare. Le porte aperte si possono trovare sempre e il Papa tende a partire nel dialogo da ciò che si condivide con l’interlocutore. È un atteggiamento che fa parte anche della tradizione dei gesuiti: è il principio che noi chiamiamo del praesupponendum (Esercizi Spirituali, 22), chiave del pensiero e dell’atteggiamento bergogliano.

Certo l’argomento che più sta a cuore a Francesco è quello delle gravi crisi umanitarie che richiedono risposte politiche lungimiranti. E il Papa è pure consapevole dei valori spirituali ed etici che hanno plasmato la storia del popolo americano. Lo si è ben compreso durante il suo viaggio negli Stati Uniti. Quindi c’è da immaginarsi che il Papa esprimerà con franchezza l’importanza di preservare questi grandi valori del popolo statunitense e, in maniera specifica, la sua preoccupazione per i poveri, gli esclusi e i bisognosi. Ricordiamo che lo ha già fatto nel telegramma di auguri per l’insediamento del Presidente. Ma l’incontro faccia a faccia avrà un valore differente, più profondo e anche più schietto.

Molti si interrogano sullo stile dell’incontro. Difficile da dire. Tutto dipende dall’incontro stesso. Non si può dire in anticipo se sarà rilassato o teso. Sarà certamente un incontro «sincero» in cui il Papa dirà quel che pensa e sarà disposto ad ascoltare quel che il presidente Trump pensa e vorrà comunicargli.

E in questo senso sarà un incontro senza «muri».

L’incontro tra Francesco e Kirill a Cuba

russian_orthodox_patriarch_kirill_l_credit_patriarchiaru_popefrancis_r_credit_alexey_gotovsky_cna_1454847566Oggi, 12 febbraio 2016 avverrà un evento storico. Tra poco più di un’ora partirò con Papa Francesco, il suo seguito e i colleghi giornalisti per Cuba.
E a Cuba per la prima volta si incontreranno il Papa di Roma e il Patriarca di Mosca. Francesco e Kirill, due leader religiosi cristiani, si vedranno faccia a faccia e firmeranno una dichiarazione comune.

Cosa sarà scritto in quella dichiarazione importa meno, tutto sommato. Importa però quell’incontro.

Sarà un segno. E questo segno dice che non ci si può più nascondere davanti alla storia. Gli uomini, se sono di buona volontà, possono anche litigare, ma quando giunge il tempo, devono riconoscersi e decidere di camminare insieme.

È una «tappa importante nelle relazioni tra le due Chiese», e dunque non punto di arresto, ma parte di un processo che resta in divenire ed esso stesso frutto di una lunga, paziente e delicata tessitura diplomatica, religiosa e politica.

E questo incontro tra Roma e Mosca non avviene né a Roma né a Mosca. Non avverrà in Europa. Avverrà nel “Nuovo Mondo”, a Cuba. Papa Francesco aveva definito quest’isola un arcipelago che diventa ponte tra nord e sud tra Oriente e Occidente. Adesso comprendiamo il senso di quelle parole.

Ha qualcosa di singolare questo incontro in aeroporto a L’Avana. In realtà per Francesco un luogo sarebbe valso l’altro. Ma questa scelta un po’ casuale si presenta come un prendersi «al volo» reciprocamente mentre si va in missione pastorale, non seduti comodamente nelle rispettive sedi. Non, dunque, una chiesa o una curia sarà la cornice di questo incontro, ma un «non luogo» per eccellenza, la sala di un aeroporto, crocevia simbolico, che in ogni caso è l’opposto della cornice di un «grande evento».

Del resto l’obiettivo di Francesco non è una «santa alleanza» contro qualcuno o qualcosa, ma l’unità della Chiesa a favore del mondo, anche se questo costa la fatica dell’intendersi. In questo senso ciò che deve essere considerato attentamente è il fatto che Francesco non abbia imposto condizioni di alcun genere e, pur di stabilire l’incontro, sia disposto a tutto. Ostilità ed equivoci ci sono e ci saranno, ma alla fine cadranno se il cammino proseguirà. È questa la politica (anche ecclesistica) della misericordia. Dunque l’abbraccio di Francesco sarà un abbraccio senza condizioni che accoglie la Chiesa ortodossa russa così com’è adesso, amandola come sorella, con la sua storia complessa, difficile, e la sua tradizione luminosa.

Cuba: una ferita aperta nel Mar dei Caraibi, un muro di embargo, diventa il luogo adatto perché la storia d’Europa possa essere non riscritta, ma cambiare direzione. Quale messaggio religioso più forte può esserci? Quale messaggio politico più forte può mai esserci?

La comunicazione non scomunica. 5 punti del MESSAGGIO di #PapaFrancesco per la 50a Giornata Mondiale delle COMUNICAZIONI

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Col suo Messaggio per la 50° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali Papa Francesco ha voluto connettere il tema della «Comunicazione» a quello della «Misericordia». L’accostamento non è scontato. Che cosa significare comunicare in maniera misericordiosa? Come si fa a comunicare la misericordia?

Segnalo di seguito  5 punti a mio avviso centrali nel Messaggio del Papa.

1) La comunicazione è «credibile» se è «affidabile»

L’assunto di base di questo Messaggio è che tutto ciò che facciamo è comunicazione. L’amore è comunicazione: quando è vero amore non può isolarsi. Se fosse isolato, sarebbe una forma spiritualista di egoismo. Dunque proprio nel modo in cui cerchiamo di vivere con tutto il nostro essere ciò che stiamo comunicando, contribuiremo a restituire credibilità alla comunicazione umana. Questo è il senso dell’incipit del Messaggio. La comunicazione è «credibile» non solo se oggettivamente corrisponde al vero ma se è «affidabile», cioè è espressione di una relazione di fiducia, di un impegno del comunicatore a vivere bene la sua relazione con chi ascolta o chi partecipa all’evento comunicativo.

2)    La comunicazione della Chiesa non è «esclusiva»

Francesco comincia subito a parlare della comunicazione ecclesiale. E dice che essa deve essere inclusiva, da Madre, capace di «toccare i cuori delle persone e sostenerle nel cammino». Dobbiamo comunicare da figli di Dio con altri figli di Dio, senza distinzione di credo, idea, visione del mondo. Dobbiamo dunque arrestare il processo di svilimento delle parole, il nominalismo della nostra cultura. La gente è stanca di parole senza peso proprio, che non si fanno carne, che nella nostra predicazione fanno sì che Cristo non si manifesti più come persona, bensì come idea, concetto, astratta teoria dottrinale. Si restituisca alla parola — specialmente a quella della predicazione — la sua «scintilla» che la rende viva e che dà calore e odore umano alle parole della fede.

3) La comunicazione non scomunica

«La comunicazione ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro e l’inclusione, arricchendo così la società», scrive il Papa. E «Le parole possono gettare ponti tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, i popoli». Persino quando «deve condannare con fermezza il male, cerca di non spezzare mai la relazione e la comunicazione». La comunicazione, proprio perché stimola la creatività, deve sempre creare ponti, favorire l’accessibilità, arricchire la società. Dovremmo gioire del potere di parole e azioni scelte con cura per superare le incomprensioni, sanare i ricordi e costruire pace e armonia. Le parole costruiscono ponti, sono «pontefici» tra le persone. E questo dovunque: sia nell’ambiente fisico sia in quello digitale. Parole e azioni devono aiutarci a fuggire dal circolo vizioso della condanna e della vendetta che continua ad intrappolare gli individui, le persone e le nazioni, e che poi si esprime con messaggi di odio.
La parola del cristiano, in particolare, deve tendere alla comunione e dunque a togliere di mezzo l’atteggiamento di «scomunica». Ricordiamo che «la memoria delle mutue sentenze di scomunica, insieme con le parole offensive e i rimproveri immotivati per molti secoli ha rappresentato un ostacolo al ravvicinamento» anche tra cristiani. «La logica dell’antagonismo, della diffidenza e dell’ostilità, simboleggiata dalle scomuniche reciproche» deve essere «sostituita dalla logica dell’amore e della fratellanza», aveva scritto Papa Francesco nel suo Messaggio a Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico, per la festa di sant’Andrea, 2015.
Per non spezzare la comunione è importante saper ascoltare, cioè «essere capaci di condividere domande e dubbi, di percorrere un cammino fianco a fianco, di affrancarsi da qualsiasi presunzione di onnipotenza e mettere umilmente le proprie capacità e i propri doni al servizio del bene comune».

4)    La misericordia è politica

«Vorrei, dunque, invitare tutte le persone di buona volontà a riscoprire il potere della misericordia di sanare le relazioni lacerate e di riportare la pace e l’armonia», scrive Papa Francesco, sottolineando che «questo vale anche per i rapporti tra i popoli». Dunque «è auspicabile che anche il linguaggio della politica e della diplomazia si lasci ispirare dalla misericordia, che nulla dà mai per perduto». Ecco il senso della «diplomazia della misericordia» per Francesco: non considerare mai nulla perduto nella relazione tra popoli e nazioni. A questo deve servire la comunicazione politica, dunque.
Il Papa invita coloro che sono intrappolati in vecchie ostilità ad intraprendere il cammino della misericordia; di riconoscere le proprie responsabilità, e di chiedere perdono e mostrare misericordia verso coloro che gli hanno fatto del male. Andiamo al di là della distinzione tra «vittime» e «carnefici».
Ma dobbiamo superare anche un’altra logica: quella che contrappone «vincitori» e «vinti». Viviamo in un mondo dove siamo abituati a dover provare quanto valiamo, a dover guadagnarci il rispetto e l’ammirazione degli altri. Spesso tale riconoscimento è riservato a coloro che hanno raggiunto il successo attraverso il benessere, il potere e la fama. Come risultato, possiamo notare un divario crescente tra coloro che sono visti come vincitori e coloro che sono giudicati perdenti. Nella società le persone competono per imporre il proprio valore e dignità, e chi sta in alto vuole tenere gli altri in basso. Tale visione indebolisce la dignità delle persone e, in particolare, ha come risultato che coloro che hanno fallito o che sono giudicati non all’altezza delle aspettative, vengono marginalizzati e rifiutati. Il nostro modo di comunicare non deve dunque esprimere mai l’orgoglio superbo del trionfo su un nemico, né umiliare coloro che sono scartati, che sono considerati «perdenti» e sono abbandonati. La misericordia può aiutare a mitigare le avversità della vita e offrire calore a coloro che hanno conosciuto solo la freddezza del giudizio. Un uomo può guardare un altro uomo dall’alto in basso solamente per aiutarlo a sollevarsi.
Infine — leggiamo — «lo stile della nostra comunicazione sia tale da superare la logica che separa nettamente i peccatori dai giusti. Noi possiamo e dobbiamo giudicare situazioni di peccato – violenza, corruzione, sfruttamento, ecc. – ma non possiamo giudicare le persone, perché solo Dio può leggere in profondità nel loro cuore». Infatti «parole e gesti duri o moralistici corrono il rischio di alienare ulteriormente coloro che vorremmo condurre alla conversione e alla libertà, rafforzando il loro senso di diniego e di difesa».

5) La rete costruisce cittadinanza

Se la comunicazione ha una rilevanza politica, essa ha anche un peso sempre più forte nel sentirsi cittadini, nel costruire la cittadinanza. Riconoscendo la rete come luogo di una «comunicazione pienamente umana», il Papa afferma che «anche in rete si costruisce una vera cittadinanza. L’accesso alle reti digitali comporta una responsabilità per l’altro, che non vediamo ma è reale, ha la sua dignità che va rispettata. La rete può essere ben utilizzata per far crescere una società sana e aperta alla condivisione».
Il «potere della comunicazione» è la «prossimità». La prossimità innesca una tensione bipolare di avvicinamento e allontanamento e, al suo interno, presenta un’opposizione qualitativa: avvicinarsi bene e avvicinarsi male. Ecco il compito di chi oggi è impegnato nella comunicazione: «In un mondo diviso, frammentato, polarizzato, comunicare con misericordia significa contribuire alla buona, libera e solidale prossimità tra i figli di Dio e fratelli in umanità».

Digital diplomacy, Social Networks and the Holy See. Interview with Ambassador Nigel Baker

Digital_Diplomacy___Flickr_-_Photo_Sharing_The Social Media Week, an international event dedicated to web, technology, innovation and social media, is underway. A week of encounters and experiences which, from 22 to 26 September, take place simultaneously in 11 cities in the world: London, Berlin, Johannesburg, Los Angeles, Sao Paulo, Sydney, Mumbai, Miami, Rotterdam, Chicago and Rome. A global and a local event, then. The theme is fascinating: Re-imagining human connectivity. At the same time, the Foreign & Commonwealth Office in London is organising a week of events around its global network, as part of a wider programme building the capability of its staff in using digital in communications, service delivery and policy-making.
Furthermore, from 22 to 24 September, the Committee for a reform of Vatican media will be meeting. The commission, which includes also members who are not internal to the Vatican itself , is drawing up a planning and a work method.
In this framework of events, I asked the British Ambassador to the Holy See Nigel Baker some questions, knowing his attention to digital diplomacy.

When and why the British Embassy to the Holy See has decided to establish a significant presence on social media? How did you came up with the idea, and what exactly this presence is made of?

As British Ambassador in Bolivia (2007-11) I had already seen the potential of social media. I had a blog in English and Spanish, mainly aimed at a Bolivian audience but which had readers from right around the world. I realised then that for an embassy with limited resources, social media was an excellent way of getting our messages out to a wider audience, as well as hearing what that interested audience had to say, and responding to it.

Isn’t some discretion linked to diplomatic work? How do you match digital communication and discretion?

Although discretion is still very much a part of any diplomat’s life and work, we must also be communicators, and ensure that what we do is relevant to the changing, dynamic world around us. For example, the British public, which pays for the embassy through its taxes, has a right to know what the British Embassy to the Holy See is doing on its behalf. What I realized in Rome, from the outset, was that there was a real challenge in demonstrating that this was an embassy not just focused on the internal business of the Vatican, but accredited and engaged with the most extensive global network in the world; the Holy See network.

Social media certainly does not respect national boundaries…

Certainly not, it is the tool par excellence of the networked world, is therefore an ideal instrument for communicating with the Holy See globally, breaking down the hierarchies and mystique that unnecessarily surround the Holy See, and setting out our stall on the many issues with which Her Majesty’s Government is concerned in its dealing with the Holy See: from international development to the death penalty, the situation in the Middle East to our mutual concerns in Africa. My colleague in Beirut, Ambassador Tom Fletcher, sets it out very well in his own digital blog, The Naked Diplomat.

Has feedback from the public been positive so far? What did you learn from the replies received?

My initial conviction has certainly been confirmed by the response. My blog, carried on Foreign Office and commercial platforms, is I know read by many people in the Vatican and beyond. We have readers from the Philippines and Australia, India and the United States, as well as the United Kingdom; not an audience I could otherwise have reached. Since 2011, we have worked to make our Twitter account live, dynamic and interesting, and have used it to run a number of events from Q&A sessions to competitions – more than 6,300 followers suggest that it is working.

You talk about texts and readers, what about images? Aren’t they more powerful than a thousand words?

Image is vital to people’s understanding of the Holy See, and so both Twitter and Flickr are wonderful tools for visual communication.

I imagine the digtial platforms are helping you to develop your network of contacts…

We use LinkedIn both as a platform for the blog, as well as for developing a wider range of contacts. None of this is particularly revolutionary, and I have noticed that more embassies to the Holy See have started to follow our lead. It requires some effort, and resource, but I think is well worth it. My whole embassy team is involved.

Nowadays, we start to talk about Digital Diplomacy or eDiplomacy. The Foreign and Commonwealth Office has a strategy in this respect, and defines it as “solving foreign policy problems using the internet”. Could you please tell us a little bit more about this concept?

Some examples, if I may, The Foreign Office (FCO) keeps British nationals informed of essential travel advice updates and crisis information across all its digital channels – monitoring those channels, especially in crisis situations where social media allows us proactively provide those affected with real-time information, and responding to major queries. Ambassadors use social media to explain their work, to extend UK influence and to set the record straight when necessary. The FCO uses digital channels to help reinforce the objectives of major conferences, events and visits, for example carrying out extensive engagement with the Somali Diaspora in the run-up to a Somalia conference hosted by the UK, or the extensive digital engagement around the world during the recent conference on Ending Sexual Violence in Conflict. We have moved our human rights reporting online, allowing us to move to more frequent reporting and to invite comments from the public. The FCO funds projects to promote internet freedom. And last year we hosted a major conference to push forward international work on the future of cyberspace.

An intense activity, which we could define as a wide involvement of people at various levels, from interested citizens to experts…

Indeed. Internet gives us increasing access to people affected – directly and indirectly – by key international issues, and those who are influential in key debates. By listening and engaging with them we get a better understanding of what the issues are and how we can help solve them. We can also involve people more directly in our policy work, for example by crowdsourcing feedback on our Human Rights report. We can reach out to local subject experts via platforms like Twitter and LinkedIn to get a more nuanced view of how (say) trade, energy or social issues impact people differently in different countries. And as I have already mentioned, we can also use the internet to communicate our policy work better so that people can understand why we are doing what we do and how it is helping to deal with those issues. For me, the main question to be asked by any foreign service should not be: do we need to be digital? It should be: can we afford not to be in the digital space? For the UK, the answer is a resounding no.

What are the main advantages you could experience? Did you notice also problems or aspects to improve?

I think the main advantages include access to people with whom traditionally diplomats have not had contact (which can also be a challenge, because inevitably digital engagement means we expose ourselves to a wider world than the once closed “corridors of power”). It gives us a more nuanced understanding of the places, people and issues we are dealing with. An ability to target our messages more accurately, and therefore convey information in more appropriate ways to different audiences. Communication is now a two-way street: we listen as well as we talk, and this helps us to test policy ideas quickly and easily with wide variety of groups. An ability to respond more rapidly to changing events – particularly in a crisis. Again, something that can also be a challenge.

I suppose that listening has an impact on the services offered by your Government. Listening means paying attention to real requirements…

By listening, we can give British Nationals better access to services and transactions delivered by government. This is especially helpful when they are abroad. And it also means we can also use our extensive global network of embassies and other missions in a genuinely universal way. For example, when our team in London working on the death penalty wishes to get a message out to multiple audiences, they know that my embassy is plugging in to a broad, largely Catholic audience. At the same time, they can reach, through our other missions and their digital followers, completely different publics elsewhere. Perhaps for the first time, in this way, diplomacy – if digital is used well – becomes truly global.

I reckon it wasn’t easy to learn a new language, to inhabit the digital environment…

The challenges are real. The FCO is a massive organisation and this is a fast moving and evolving landscape so there will always be areas to improve. It has not always been easy to adapt to a new and more open way of talking about what we do, learning a new language to suit the platforms we are using, understanding better how to engage with people rather than simply broadcast messages. What I learned about my profession when I became a diplomat in 1989 remains relevant, but digital requires also that we do things differently and need to develop new skills – the secrecy and exclusivity of the diplomatic bag no longer applies! We need to develop a distinctive voice on an internet crowded with opinions.

And you need to understand when it is time to write, and the time to remain silent…

Indeed, we need to understand when not to write. Once out, our opinions can never be erased.

The Holy See has also a strong digital footprint and the Holy Father has a presence on Twitter. How do you value this presence?

Pope Francis was very clear in Evangelii Gaudium. If the Church cannot communicate its message, it is moribund. Its raison d’etre is tied up with the Gospel, the Good News, and I emphasise here the “News”. It, too, has to operate across a global network of multiple languages, cultures, ideas and opinions. One of the key difficulties for the Holy See before digital was that, too often, its voice was being interpreted, filtered and sometimes mistranslated by others – the global media – which as intermediaries were often heard more clearly than the original information source. Engaging in digital allows the Holy See to get its voice across directly. For a diplomat accredited to the Holy See, getting the unfiltered message, quickly and succinctly, is invaluable also for us.

Which were your thoughts when Benedict XVI decided to have a presence on twitter?

I was therefore delighted to see the Holy See Twitter experiment begin, and it has clearly been a success. Critics have said that complex messages cannot be transmitted in 140 characters. I think Benedict XVI and now Pope Francis have proved those critics wrong. First of all, the message does not need to be over-complicated. The discipline of paring down what we want to say to its essence is a valuable one – who was it who said that Jesus would have been very at home with Twitter? Secondly, the reach is truly extraordinary. Several languages, millions of followers, and with every tweet re-tweeted the Pope can reach 60 million people in seconds. We were delighted when Pope Francis decided totweet his support for my government’s efforts to end sexual violence in conflict with a tweet that had huge impact with all those involved, from governments to human rights defenders. As a great teacher, Pope Benedict saw the need. As a great communicator, Pope Francis has taken it to another dimension. That will surely continue. There is no going back.

Antonio Spadaro

Diplomazia, Network sociali, Vaticano. Intervista all’Ambasciatore Nigel Baker

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È in corso la Social Media Week, evento internazionale dedicato al Web, alla Tecnologia, all’Innovazione e ai Social Media. Una settimana di incontri ed esperienze che, dal 22 al 26 settembre, si svolge in contemporanea in 11 città del mondo: Londra, Berlino, Johannesburg, Los Angeles, Sao Paulo, Sydney, Mumbai, Miami, Rotterdam, Chicago e Roma. Dunque un evento globale e locale. Il tema è affascinante: Re-immaginare la connettività umana. In contemporanea il  Foreign & Commonwealth Office a Londra sta organizzando una settimana di eventi in tutto il suo network globale, come parte di un programma più ampio per sviluppare la capacità del suo staff di implementare il digitale nella comunicazione, nella fornitura di servizi, nella costruzione di politiche. Inoltre, dal 22 al 24 settembre, in Vaticano si riunisce il Comitato per proporre una riforma dei Media Vaticani. La Commissione, che comprende anche membri non interni al Vaticano stesso, sta elaborando un piano e un metodo di lavoro.

In questo contesto di eventi ho rivolto all’Ambasciatore del Regno Unito presso la Santa Sede Nigel Baker alcune domande, conoscendo la sua attenzione per la diplomazia digitale.

Quando e perché l’Ambasciata britannica presso la Santa Sede ha deciso di avere una presenza significativa nei network sociali? Come è nata l’idea e in che cosa consiste esattamente questa presenza?

Come Ambasciatore britannico in Bolivia (2007-11), avevo già visto il potenziale dei social network. Scrivevo un blog in inglese e spagnolo, maggiormente diretto ad un pubblico boliviano, ma che aveva lettori in tutto il mondo. Mi sono quindi reso conto come, per un’Ambasciata che ha risorse limitate, i social media fossero un modo eccellente di far arrivare i nostri messaggi ad un pubblico più vasto; per ascoltare l’opinione di questo nostro pubblico interessato, e rispondere a loro.

Ma al lavoro diplomatico non è legata anche una certa discrezione? Come si coniuga comunicazione digitale e discrezione?

Nonostante la discrezione faccia ancora molto parte della vita e del lavoro di ogni diplomatico, dobbiamo anche essere dei comunicatori, ed assicurarci che quello che facciamo abbia rilevanza con il mondo in cambiamento e dinamico intorno a noi. Per esempio, il pubblico britannico, che paga per questa Ambasciata attraverso le tasse, ha il diritto di sapere cosa l’Ambasciata Britannica presso la Santa Sede stia facendo per loro conto. Quello che ho capito a Roma fin dall’inizio, era l’esistenza di una sfida reale nel dimostrare che questa era un’Ambasciata focalizzata non solo sugli affari interni del Vaticano, ma accreditata ed impegnata con iI network globale più esteso al mondo: il network della Santa Sede.

E i social network certo non rispettano i confini nazionali…

No, certo, e sono il mezzo par excellence del mondo interconnesso. Proprio per questo sono uno strumento ideale per comunicare con la Santa Sede a livello globale, abbattendo le gerarchie e l’aureola di mistero che inutilmente circonda la Santa Sede; e per delineare il nostro posto sulle molte questioni di interesse al Governo di Sua Maestà nel suo operare con la Santa Sede: dallo sviluppo Internazionale alla pena di morte, dalla situazione in Medio Oriente alla preoccupazione in Africa. Il mio collega a Beirut, l’Ambasciatore Tom Fletcher, lo delinea molto bene nel suo blog, “The Naked Diplomat”.

I feedback del “pubblico” sono stati buoni? Cosa può dedurre dalle risposte che riceve?

La mia convinzione iniziale è stata sicuramente confermata dalla risposta. Il mio blog, pubblicato sulle piattaforme del Foreign Office ed anche commerciali, so che è letto da molte persone in Vaticano ed oltre. Abbiamo lettori dalle Filippine ed Australia, India e Stati Uniti d’America, come anche dal Regno Unito; pubblico che altrimenti non avrei mai raggiunto. Dal 2011, abbiamo lavorato per rendere il nostro canale Twitter vivo, dinamico ed interessante, e lo abbiamo usato per svolgere molti eventi, da sessioni di Q&A a concorsi – più di 6,300 follower suggeriscono che stia funzionando.

Lei parla di testi e di lettori, ma le immagini? Non sono più potenti di molte parole?

Un’immagine è essenziale per una migliore comprensione della Santa Sede alle persone, così sia Twitter che Flickr sono strumenti meravigliosi di comunicazione visuale.

E poi immagino che le piattaforme digitali incrementino i vostri contatti…

Usiamo anche LinkedIn, sia come piattaforma per il blog, ma anche per sviluppare una serie più vasta di contatti. Niente di questo è particolarmente rivoluzionario, ed ho notato che sempre più Ambasciate presso la Santa Sede hanno iniziato a seguire la nostra strada. C’è bisogno di qualche sforzo, di risorse, ma credo ne valga la pena. Tutto il mio team dell’Ambasciata ne è coinvolto.

Oggi si comincia a parlare di “Digital diplomacy” o eDiplomacy. The Foreign and Commonwealth Office ha una strategia al riguardo, e la definisce come “solving foreign policy problems using the internet”. Potrebbe spiegarci meglio questo concetto?

Vorrei fare qualche esempio, se posso. Il Foreign Office tiene i cittadini britannici informati sugli aggiornamenti essenziali per viaggiare all’estero sicuri attraverso i suoi canali digitali. Svolge una azione di monitoraggio di quei canali, specialmente nelle situazioni di crisi, in cui i social media ci permettono di dare informazioni in tempo reale a coloro i quali ne sono coinvolti; rispondendo alle richieste più importanti. Gli Ambasciatori usano i social network per raccontare del loro lavoro, per estendere l’influenza del Regno Unito, per rettificare false informazioni direttamente, se necessario. Il Foreign Office usa i canali digitali per aiutare a rafforzare gli obiettivi di importanti conferenze, eventi, visite, per esempio realizzando un ampio impegno con la Diaspora Somala prima della Conferenza sulla Somalia organizzata dal Regno Unito, oppure la grande partecipazione digitale nel mondo durante il recente Summit globale sulla Fine della Violenza Sessuale nei Conflitti. Abbiamo trasferito online il nostro Rapporto sui Diritti Umani, cosa che ci ha permesso di passare a pubblicare Relazioni più di frequente ed invitare il pubblico a commentare. Il Foreign Office finanzia progetti per la promozione della libertà di internet. Lo scorso anno abbiamo organizzato un’importante conferenza per dare impulso ad un lavoro internazionale sul futuro del cyberspazio.

Una attività intensa che si potrebbe definire di coinvolgimento ampio di persone a vari livelli: dal cittadino interessato fino all’esperto…

Sì, infatti. Internet ci offre crescente accesso alle persone interessate, direttamente e indirettamente, alle questioni principali internazionali, e a coloro i quali sono influenti nei dibattiti che contano. Ascoltando e impegnandosi con loro, abbiamo una comprensione migliore di quale siano le questioni e come possiamo aiutare per risolverle. Possiamo anche coinvolgere le persone più direttamente nel nostro lavoro politico, per esempio assegnando a gruppi esterni il compito di raccogliere reazioni sul nostro Rapporto sui Diritti Umani. Possiamo raggiungere gli esperti di questioni locali attraverso Twitter e LinkedIn, per avere un punto di vista più sfumato su come (ad esempio) commercio, energia o affari sociali possano avere un impatto diverso su persone in paesi differenti. E come ho già accennato, in Rete possiamo comunicare meglio il nostro lavoro politico, così che le persone possano capire perché stiamo facendo ciò che facciamo, e come questo possa aiutare ad affrontare quelle questioni. Per me, la domanda principale che un qualunque servizio estero si deve porre non dovrebbe essere: “Abbiamo bisogno di essere digitali?”. Dovrebbe essere: “Ci possiamo permettere di non essere presenti nello spazio digitale?” Per il Regno Unito , la risposta è un sonoro “no”.

Quali sono i vantaggi principali che avete potuto verificare? Avete notaio anche qualche problema o qualche aspetto da migliorare?

Credo che i vantaggi principali comprendano il raggiungere persone con cui i diplomatici tradizionalmente non avevano contatti. Questa può essere anche una sfida, perché inevitabilmente la presenza digitale implica che ci esponiamo ad un mondo più ampio dei chiusi “corridoi di potere” di una volta. Ci offre una comprensione più sfumata dei luoghi, persone e questioni con cui abbiamo a che fare. La capacità di rivolgere i nostri i messaggi in maniera più accurata. Di conseguenza è possibile trasmettere le informazioni in modo più appropriato a diverse platee. La comunicazione è una strada a due corsie: ascoltiamo oltre che parlare. È proprio l’ascolto che ci aiuta a testare idee politiche più velocemente e facilmente. L’ascolto inoltre ci abilita di rispondere più rapidamente ad eventi che cambiano, particolarmente nelle situazioni di crisi. Di nuovo qualcosa che può anche costituire una sfida.

Questo ascolto ha un effetto sui servizi che offrite, immagino. Ascoltare significa essere attenti alle esigenze reali…

Ascoltando le esigenze, possiamo offrire ai cittadini britannici un accesso migliore ai servizi e transazioni fornite dal governo. E questo è particolarmente utile quando si trovano all’estero. Significa anche che possiamo utilizzare la nostra estesa rete globale di ambasciate ed altre missioni in maniera relamente universale. Per esempio, quando il nostro team di Londra che lavora sul tema della pena di morte vuole inviare un messaggio ad una pubblico variegato, sa che la mia Ambasciata ha accesso ad un vasto pubblico, in larga parte cattolico. Allo stesso tempo, possono raggiungere, attraverso le altre missioni ed i loro follower, platee completamente differenti, ovunque. Forse per la prima volta, in questo modo, la diplomazia diventa realmente globale.

Immagino che non sia stato semplice imparare un nuovo linguaggio, vivere nell’ambiente digitale…

Le sfide sono reali. Il Foreign Office è una solida organizzazione e questo è uno scenario che si muove ed evolve rapidamente; pertanto ci saranno sempre aspetti da migliorare. Non è stato sempre semplice adattarsi ad una nuova e più aperta maniera di parlare di cosa facciamo, imparare un nuovo linguaggio che si addica alle piattaforme sulle quali siamo presenti, capire meglio come coinvolgere le persone invece di trasmettere semplicemente messaggi. Quello che ho imparato sulla mia professione quando sono diventato diplomatico nel 1989 rimane pertinente, ma il digitale richiede anche di fare le cose in modo differente e la necessità di sviluppare nuove abilità – la segretezza ed esclusività della valigia diplomatica non è più in uso! Dobbiamo sviluppare una voce peculiare in una rete internet affollata di opinioni.

E si deve capire quando è il tempo di scrivere e quando è il tempo di tacere…

Certamente, dobbiamo comprendere quando sia meglio non scrivere. Una volta uscite, le nostre opinioni non potranno essere mai cancellate.

Anche la Santa Sede ha una forte presenza digitale e il Santo Padre è presente su Twitter. Come valuta questa presenza? 

Papa Francesco è stato molto chiaro nell’Evangelii Gaudium. Se la Chiesa non riesce a comunicare il suo messaggio, è moribonda. La sua raison d’etre è legata al Vangelo, alla Buona Novella, e sottolineo qui la “Novella”. Allo stesso tempo, deve operare attraverso un network globale di molteplici lingue, culture, idee ed opinioni. Una delle difficoltà principali della Santa Sede prima dell’era digitale è stata che, troppo spesso, la sua voce è stata interpretata, filtrata, e qualche volta tradotta male da altri – i media globali – che, come intermediari, venivano spesso sentiti più chiaramente della fonte originale d’informazione. Impegnarsi nel digitale permette alla Santa Sede di far sentire la sua voce direttamente. Per un diplomatico accreditato alla Santa Sede, ricevere il messaggio non filtrato, rapidamente e in maniera succinta, ha un valore enorme.

Che cosa ha pensato quando Benedetto XVI ha deciso di essere presente su Twitter?

Sono stato quindi lietissimo di vedere l’inizio dell’esperimento della Santa Sede su Twitter. È stato chiaramente un successo. I critici avevano detto che messaggi complessi non possono essere trasmessi in 140 caratteri. Credo che Benedetto XVI e adesso Papa Francesco abbiano dimostrato che le critiche fossero sbagliate. Per prima cosa, il messaggio non deve essere troppo complicato. La disciplina di ridurre ciò che vogliamo dire alla sua essenza è preziosa – chi è stato a dire che Gesù si sarebbe trovato a suo agio su Twitter? In secondo luogo, la portata è realmente straordinaria. Molte lingue, milioni di follower, e con ogni tweet che viene ritwittato, il Papa può raggiungere milioni di persone nel giro di qualche secondo. Siamo stati lietissimi quando Papa Francesco ha deciso di inviare il suo supporto agli sforzi del mio governo di porre fine alla violenza sessuale nei conflitti, con un tweet che ha avuto un enorme impatto su tutti coloro che ne sono coinvolti, dai governi ai difensori dei diritti umani. Come un grande insegnante, Papa Benedetto ha visto il bisogno. Come un grande comunicatore, Papa Francesco lo ha portato su un’altra dimensione. Questo continuerà di sicuro. Non c’è ritorno.

(Antonio Spadaro SJ)

 

 

 

 

 

Le 4 tensioni interne della “Evangelii Gaudium” di #PapaFrancesco

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Con l’uscita della prima Esortazione apostolica di Papa Francesco posso dire esattamente che cosa ho vissuto intervistando Papa Francesco a partire dal 19 agosto scorso [raccolta adesso in: Papa Francesco, La mia porta è sempre aperta. Una conversazione con Antonio Spadaro, Milano, Rizzoli, 2013]. Ho incontrato il Papa a pochi giorni dal suo rientro dal Brasile [ne ho parlato nel mio Il disegno di Papa Francesco. Il volto futuro della Chiesa, Bologna, Emi, 2013] e mentre ormai ultimava l’Evangelii Gaudium. Era un periodo vulcanico, di grande grazia ed energia. Mi rendo conto adesso di questo ulteriore aspetto dell’esperienza vissuta con lui: vedere il pensiero del Papa prendere forma e diventare dialogo vivo nella nostra conversazione per poi seguire i suoi sentieri e condensarsi un una Esortazione apostolica.

La Evangelii Gaudium richiede una lettura attenta. Una lettura immediata e rapida è possibile e anche opportuna. Tuttavia per entrare nei nodi del testo occorre fare una seconda lettura perché si tratta di un testo che contiene un disegno ed è frutto di una maturazione durata anni, se non decenni, non solo di riflessione, ma anche (e soprattutto) di esperienza pastorale. Su La Civiltà Cattolica proverò a compiere una mia prima lettura di secondo livello, diciamo così, su radici, struttura e significato dell’Esortazione.

Qui vorrei solamente mettere in evidenza in maniera estremamente schematica alcune tensioni interne positive al testo che lo rendono dinamico e ne “agitano” lo sviluppo.

1) La tensione tra spirito e istituzione

Scrive Papa Francesco: «La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso lenostre previsioni e rompere i nostri schemi» (22). Esiste una tensione dialettica intraecclesiale nel discorso che fa Papa Francesco tra Spirito e istituzione: l’uno non nega mai l’altro, ma il primo deve animare la seconda in maniera efficace, incisiva. In modo da contrastare l’«introversione ecclesiale» (27), come l’aveva definita Giovanni Paolo II, che resta sempre una grande tentazione. Scrive il Papa: «Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (49). Poi, più avanti, afferma: che la Chiesa è «popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale» (111). È interessante notare questa ulteriore tensione fruttuosa che anima il testo: quella tra la Chiesa come «popolo pellegrino» e quella come «istituzione», che rispecchia le due definizioni di Chiesa predilette da papa Francesco, così come anche emerge nella intervista che mi ha concesso: «popolo fedele di Dio in cammino» (Lumen gentium) e «santa madre Chiesa gerarchica» (Sant’Ignazio di Loyola).

2)  La tensione tra differenza e unità 

Nel testo emerge una tensione tra differenza culturale e unità della Chiesa. Scrive il Papa: «Questo Popolo di Dio si incarna nei popoli della Terra, ciascuno dei quali ha la propria cultura» (115): «la diversità culturale non minaccia l’unità della Chiesa» (117). Ciò significa che evangelizzare non significa affatto imporre determinate forme culturali, per quanto antiche e raffinate. Il rischio è di sacralizzare una cultura, di cadere nel fanatismo scambiato per fervore (cfr ivi). Uno tra gli effetti più significativi di questa tensione è il ricorso agli episcopato locali nel discernimento evangelico sulla storia. Leggiamo: «Non è opportuno che il Papa sostituisca gli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”» (16). Oltre alle tante volte in cui è citata la Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi a causa del documento di Aparecida, ritroviamo citati gli episcopati di Africa (62), Asia (62 e 110), Stati Uniti (64 e 220), Francia (66), Oceania (118), Brasile (191), Filippine (215), Congo (230) e India (250). Il Papa stimola le comunità cristiane ad «analizzare obiettivamente la situazione del loro paese» (184).

3) La tensione tra missione e discernimento

Le sfide richiedono un attento discernimento spirituale per riconoscere Dio all’opera nel mondo, le modalità della sua azione: «riconoscere e interpretare le mozioni dello spirito buono e dello spirito cattivo, ma – e qui sta la cosa decisiva – scegliere quelle dello spirito buono e respingere quelle dello spirito cattivo» (51). D’altra parte non basta riconoscere che Dio è all’opera, bisogna operare per portare il Vangelo, per annunciare il kerygma. Da qui le tante esortazioni esclamative: «Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario!» (80); «Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!» (83); (101); «Non lasciamoci rubare la forza missionaria!» (109). Da qui l’appello, o meglio, il «sogno», come l’ha definito il Papa, della «trasformazione missionaria della Chiesa».

 4) La tensione tra i limiti e l’importanza della medesima Esortazione

Il Papa non crede «che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo» (16). E prosegue: «Non è compito del Papa offrire un’analisi dettagliata e completa sulla realtà contemporanea, ma esorto tutte le comunità ad avere una “sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi”» (51). «Né il Papa né la Chiesa posseggono il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale o della proposta di soluzioni per i problemi contemporanei» (184). «Nel dialogo con lo Stato e con la società, la Chiesa non dispone di soluzioni per tutte le questioni particolari» (241). Proprio all’inizio ribadisce di non avere «l’intenzione di offrire un trattato» (18). Tuttavia il Papa vuol dire cose importanti. «mostrare l’importante incidenza pratica» delle questioni che affronta. Sa bene, scrive, che «ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e delle conseguenze importanti» (25). Il tono spesso è quello della urgenza. Non è affatto un testo parenetico, come qualcuno ha frainteso. Ripeto: il Papa parla di «significato programmatico».

Queste tensioni interiori non sono le uniche. Ho indicato solamente quelle che, a mio avviso, maggiormente rendono il testo dinamico, rispondente al suo tono aperto, comprensibile nel dettato, non bloccato dentro schematismi rigidi e formule distanti dall’esperienza. Rinvio per approfondimenti alla lettura de La Civiltà Cattolica.

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Il word cloud generato dall’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium di Papa Francesco

Il primo tweet ufficiale della Segreteria di Stato Vaticana @TerzaLoggia

PRIMO COMMENTO al Messaggio del Papa per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2013): “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Nel contesto dell’Anno della Fede, Benedetto XVI quest’anno, formulando il tema della 47.a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali invita a riflettere sui networks sociali, usando le splendide metafore della “porta” e dello “spazio” e collegando ad esse la verità, la fede e l’evangelizzazione. Il gesto è sorprendente. Il tema infatti è: “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Perché? Qual è il significato profondo di questo messaggio?

La domanda ha accompagnato questi ultimi anni sembra essere la seguente: le “reti sociali” su Internet sono forme di comunicazione e condivisione che contribuiscono alla crescita umana degli individui, o piuttosto un insidioso pericolo che può far aumentare il loro senso di solitudine e di spaesamento?

Ecco il punto: scegliendo il tema della 47.a Giornata delle Comunicazioni Benedetto XVI ha saltato a piè pari l’approccio di tipo moralistico andando al “sodo”, al significato profondo delle reti sociali. E’ come se dicesse: la prima cosa da fare sia capire cosa succede, di cosa stiamo parlando. Il social network è un ambiente di relazione, di conoscenza e l’ambiente in quanto tale fornisce delle grandi opportunità: è porta, è spazio.

Aggiungo io: il criterio di “bontà” è sostanzialmente esterno al social network perché è l’etica della persona, la sua capacità di integrare la presenza in quest’ambiente virtuale con la propria vita di relazione. Chi nella vita reale tende a isolarsi e a preferire relazioni poco coinvolgenti e significative, in cui ci si compromette poco, può trovare nei social network un luogo ideale di espressione, anche del proprio narcisismo. Una persona che vive invece delle relazioni sostanzialmente sane, può trovare in essi una grande opportunità per dare continuità a rapporti che altrimenti sarebbero eccessivamente frammentati.

Dunque il Papa è interessato al fatto che, in un tempo in cui la tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza, è necessario chiedersi: può essa aiutare gli uomini a incontrare Cristo nella fede? Non basta più il superficiale adeguamento di un linguaggio o di pensare la Rete come un “mezzo” di evangelizzazione. E’ invece indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come risposta alle domande di senso e di fede, che anche dalla rete emergono e nella rete si fanno strada.

E ciò che rende peculiare i social networks è l’emergere delle relazioni e l’accentuazione di uno stile dialogico ed interattivo nella comunicazione e nella relazione. Che cosa significherà tutto ciò per l’evangelizzazione e per la tensione inesausta dell’uomo alla verità? Il testo del Messaggio, che uscirà come tradizione il 24 gennaio, ci dirà di più.

Certo è che la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. Il Papa sembra far crollare le pareti del dualismo digitale. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale.

Se il Pontefice indica che le reti sociali possono essere «porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione» allora una delle sfide maggiori oggi consiste nel  non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita.  Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni. La sfida, dunque, non deve essere quella di come usare bene la Rete, come spesso si crede, ma di come vivere bene al tempo della Rete, di come un uomo possa incontrare Cristo nella fede, vivendo la sua vita anche nel contesto delle reti sociali.

 

Vatileaks e la comunicazione della Chiesa

Oggi è apparsa su Repubblica una intervista nella quale intervengo (molto brevemente) sulla questione Vatileaks. Una domanda che il giornalista, Marco Ansaldo, mi ha posto è stata: “Non crede che ci possa essere stato un difetto di comunicazione da parte ecclesiastica nell’affrontare l’argomento?”. Credo si tratti di una domanda importante. Aggiungo qui qualche breve riflessione in più.

Infatti la comunicazione ecclesiale è un grande tema che richiederebbe una riflessione ampia, articolata, attenta.

Io vedo sostanzialmente due problemi da affrontare con calma e rigore.

Il primo: chi scrive di Vaticano oggi spesso non ha la formazione specifica che sarebbe necessaria. Non si può pretendere che un vaticanista abbia la laurea in Teologia o in Diritto canonico o in Storia della Chiesa, e tuttavia non basta per svolgere questo delicato compito avere una formazione generalista. Non dico solamente che bisogna conoscere il linguaggio giusto (a volte si leggono cose inverosimili quali “il tizio è stato ordinato cardinale” o “tutto il clero di Roma, maschile e femminile…”, o il titolo “monsignore” dato a un religioso francescano o salesiano o gesuita). Dico soprattutto che c’è bisogno di categorie per leggere una realtà complessa come la Santa Sede che non può essere ricondotta alla dimensione di uno stato, foss’anche dello Stato della Città del Vaticano. Dunque questo della formazione dei vaticanisti è un tema sul quale la Chiesa stessa deve riflettere, magari fornendo qualche indicazione in più, qualche corso di formazione, forse. Serve, credo, uno sforzo ulteriore.

Il secondo problema: la comunicazione attuale in qualche caso, quello che riesce a fare più rumore, vive di contrapposizioni nette, di bianchi e di neri, di tensioni dialettiche. La comunicazione vaticana invece vive (fortunatamente)  di un’altra logica, più legata alle mediazioni, di profilo alto, tendente a non dare conferme o smentite tagliate con l’accetta, a tenere anche un profilo che faccia comprendere i valori e specialmente quelli spirituali.

Il disagio comunicativo dunque, a mio avviso, è inevitabile. E penso che abbia pure un grande valore di questi tempi. L’informazione vaticana del resto a mio parere vive non di notizie puntuali ma di grandi narrazioni e richiede osservazione lunga, e spesso molta pazienza. Svidercoschi, Zizola, Benny Lay, Accattoli, per citarne qualcuno ed evitando di citare ottimi vaticanisti più giovani che seguo con attenzione, lo avevano compreso. Magister ha definito una volta quello dei vaticanisti un giornalismo tutto speciale che non ha eguali al mondo. Credo che abbia ragione.

Credo però anche che si debba fare i conti con la realtà. Molto è stato fatto e si sta facendo per innestare la comunicazione vaticana nel tessuto vivo della comunicazione digitale e più veloce per evitare che essa appaia ingessata. In questo il lavoro di p. Lombardi e della Sala Stampa mi sembra assolutamente centrato: la direzione è quella giusta. Molto resta ancora da fare. E’ necessario in qualche modo fronteggiare le emergenze, fare dichiarazioni, dare smentite, spiegare i fatti, è vero, ma non si deve smantellare una tradizione comunicativa che è sempre stata di alto profilo.

Un tweet storico. Monsignor Celli spiega www.news.va

articolo di Mario Ponzi. Tratto da L’Osservatore Romano del 29 giugno 2011

Dear friends, I have just launched http://www.news.va . Praised be Our Lord Jesus Christ. With my prayers and blessing. Benedictus XVI (“Cari amici, ho appena lanciato http://www.news.va . Sia lodato Nostro Signore Signore Gesù Cristo. Con le mie preghiere e benedizioni. Benedetto XVI”). È il testo del primo tweet in assoluto di un Pontefice. Il tweet è uno di quei brevi messaggi che i frequentatori della rete si scambiano quotidianamente attraverso i social network – twitter in questo caso – nell’era digitale. Nel lanciare martedì pomeriggio, 28 giugno, nei vespri della solennità dei santi Pietro e Paolo, il nuovo portale della Santa Sede news.va

Benedetto XVI ha anche accolto la proposta di rivolgere la sua benedizione al popolo della rete. L’idea è stata dell’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali: “ma devo dire – ci ha confidato – che il Papa ha accettato immediatamente e di buon grado. Del resto, tiene moltissimo alla comunicazione e soprattutto tiene a che la Chiesa sia presente là dove l’uomo vive e si incontra”. Quando ieri, durante la presentazione del nuovo portale nella Sala Stampa della Santa Sede, l’arcivescovo ha dato la notizia che sarebbe stato il Papa personalmente a lanciarlo, è stato anche ricordato quel lontano 12 febbraio 1931, giorno in cui Pio XI, inaugurando la Radio Vaticana, pronunciò in latino dai suoi microfoni il primo radiomessaggio: “Udite o cieli, quello che sto per dire; ascolti la terra le parole della mia bocca. Udite e ascoltate o popoli lontani”. Da allora sono trascorsi più di ottant’anni e di strada ne è stata percorsa tanta, soprattutto in campo tecnologico. Sono cambiati i tempi, ma certamente non è cambiato l’annuncio. Ne abbiamo parlato con l’arcivescovo Celli in questa Leggi tutto “Un tweet storico. Monsignor Celli spiega www.news.va”