Benedetto XVI, teologo della comunicazione digitale

Benedetto XVI è certamente un «Papa teologo». Tra gli aspetti che saranno da indagare in un futuro studio del suo magistero  è quello legato alla TEOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE. Da Pontefice infatti: 1) ha capito la portata dello sviliuppo della cultura digitale 2) ne ha evidenziato i rischi gravissimi 3) ma ne ha anche intuito le enormi potenzialità.

Rileggendo attentamente e di seguito i testi del magistero di Benedetto XVI sul tema della comunicazione si scoprirebbero delle intuizioni e un programma di riflessione. Si scoprirebbe, tra l’altro, una lucidità di impostazione che offre i lineamenti di una «teologia della comunicazione» adatta ai nostri giorni. Propongo qui alla meditazione attenza il discorso che Bendetto XVI ha tenuto alla Plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali il 28 febbraio 2011 che illustra con le sfide principali che la cultura digitale pone alla teologia.

Qui è possibile ASCOLTARE in streaming  il discorso del Papa che qui sotto trascrivo integralmente.

Cari Fratelli e Sorelle, sono lieto di accogliervi in occasione della Plenaria del Dicastero. Saluto il Presidente, Mons. Claudio Maria Celli, che ringrazio per le cortesi parole, i Segretari, gli Officiali, i Consultori e tutto il Personale.

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali di quest’anno, ho invitato a riflettere sul fatto che le nuove tecnologie non solamente cambiano il modo di comunicare, ma stanno operando una vasta trasformazione culturale. Si va sviluppando un nuovo modo di apprendere e di pensare, con inedite opportunità di stabilire relazioni e costruire comunione. Vorrei adesso soffermarmi sul fatto che il pensiero e la relazione avvengono sempre nella modalità del linguaggio, inteso naturalmente in senso lato, non solo verbale. Il linguaggio non è un semplice rivestimento intercambiabile e provvisorio di concetti, ma il contesto vivente e pulsante nel quale i pensieri, le inquietudini e i progetti degli uomini nascono alla coscienza e vengono plasmati in gesti, simboli e parole. L’uomo, dunque, non solo «usa» ma, in certo senso, «abita» il linguaggio. In particolare oggi, quelle che il Concilio Vaticano II ha definito «meravigliose invenzioni tecniche» (Inter mirifica, 1) stanno trasformando l’ambiente culturale, e questo richiede un’attenzione specifica ai linguaggi che in esso si sviluppano. Le nuove tecnologie «hanno la capacità di pesare non solo sulle modalità, ma anche sui contenuti del pensiero» (Aetatis novae, 4).

I nuovi linguaggi che si sviluppano nella comunicazione digitale determinano, tra l’altro, una capacità più intuitiva ed emotiva che analitica, orientano verso una diversa organizzazione logica del pensiero e del rapporto con la realtà, privilegiano spesso l’immagine e i collegamenti ipertestuali. La tradizionale distinzione netta tra linguaggio scritto e orale, poi, sembra sfumarsi a favore di una comunicazione scritta che prende la forma e l’immediatezza dell’oralità. Le dinamiche proprie delle «reti partecipative», richiedono inoltre che la persona sia coinvolta in ciò che comunica. Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse e la loro visione del mondo: diventano «testimoni» di ciò che dà senso alla loro esistenza. I rischi che si corrono, certo, sono sotto gli occhi di tutti: la perdita dell’interiorità, la superficialità nel vivere le relazioni, la fuga nell’emotività, il prevalere dell’opinione più convincente rispetto al desiderio di verità. E tuttavia essi sono la conseguenza di un’incapacità di vivere con pienezza e in maniera autentica il senso delle innovazioni. Ecco perché la riflessione sui linguaggi sviluppati dalle nuove tecnologie è urgente. Il punto di partenza è la stessa Rivelazione, che ci testimonia come Dio abbia comunicato le sue meraviglie proprio nel linguaggio e nell’esperienza reale degli uomini, «secondo la cultura propria di ogni epoca» (Gaudium et spes, 58), fino alla piena manifestazione di sé nel Figlio Incarnato. La fede sempre penetra, arricchisce, esalta e vivifica la cultura, e questa, a sua volta, si fa veicolo della fede, a cui offre il linguaggio per pensarsi ed esprimersi. E’ necessario quindi farsi attenti ascoltatori dei linguaggi degli uomini del nostro tempo, per essere attenti all’opera di Dio nel mondo.

In questo contesto, è importante il lavoro che svolge il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali nell’approfondire la “cultura digitale”, stimolando e sostenendo la riflessione per una maggiore consapevolezza circa le sfide che attendono la comunità ecclesiale e civile. Non si tratta solamente di esprimere il messaggio evangelico nel linguaggio di oggi, ma occorre avere il coraggio di pensare in modo più profondo, come è avvenuto in altre epoche, il rapporto tra la fede, la vita della Chiesa e i mutamenti che l’uomo sta vivendo. E’ l’impegno di aiutare quanti hanno responsabilità nella Chiesa ad essere in grado di capire, interpretare e parlare il «nuovo linguaggio» dei media in funzione pastorale (cfr Aetatis novae, 2), in dialogo con il mondo contemporaneo, domandandosi: quali sfide il cosiddetto «pensiero digitale» pone alla fede e alla teologia? Quali domande e richieste?

Il mondo della comunicazione interessa l’intero universo culturale, sociale e spirituale della persona umana. Se i nuovi linguaggi hanno un impatto sul modo di pensare e di vivere, ciò riguarda, in qualche modo, anche il mondo della fede, la sua intelligenza e la sua espressione. La teologia, secondo una classica definizione, è intelligenza della fede, e sappiamo bene come l’intelligenza, intesa come conoscenza riflessa e critica, non sia estranea ai cambiamenti culturali in atto. La cultura digitale pone nuove sfide alla nostra capacità di parlare e di ascoltare un linguaggio simbolico che parli della trascendenza. Gesù stesso nell’annuncio del Regno ha saputo utilizzare elementi della cultura e dell’ambiente del suo tempo: il gregge, i campi, il banchetto, i semi e così via.Oggi siamo chiamati a scoprire, anche nella cultura digitale, simboli e metafore significative per le persone, che possano essere di aiuto nel parlare del Regno di Dio all’uomo contemporaneo.

E’ inoltre da considerare che la comunicazione ai tempi dei «nuovi media» comporta una relazione sempre più stretta e ordinaria tra l’uomo e le macchine,dai computer ai telefoni cellulari, per citare solo i più comuni. Quali saranno gli effetti di questa relazione costante? Già il Papa Paolo VI, riferendosi ai primi progetti di automazione dell’analisi linguistica del testo biblico, indicava una pista di riflessione quando si chiedeva: «Non è cotesto sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali, che è nobilitato ed innalzato ad un servizio, che tocca il sacro? È lo spirito che è fatto prigioniero della materia, o non è forse la materia, già domata e obbligata ad eseguire leggi dello spirito, che offre allo spirito stesso un sublime ossequio?» (Discorso al Centro di Automazione dell’Aloisianum di Gallarate, 19 giugno 1964). Si intuisce in queste parole il legame profondo con lo spirito a cui la tecnologia è chiamata per vocazione (cfr Enc. Caritas in veritate, 69).

E’ proprio l’appello ai valori spirituali che permetterà di promuovere una comunicazione veramente umana: al di là di ogni facile entusiasmo o scetticismo, sappiamo che essa è una risposta alla chiamata impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza del Dio della comunione. Per questo la comunicazione biblica secondo la volontà di Dio è sempre legata al dialogo e alla responsabilità, come testimoniano, ad esempio, le figure di Abramo, Mosè, Giobbe e i Profeti, e mai alla seduzione linguistica, come è invece il caso del serpente, o di incomunicabilità e di violenza come nel caso di Caino. Il contributo dei credenti allora potrà essere di aiuto per lo stesso mondo dei media, aprendo orizzonti di senso e di valore che la cultura digitale non è capace da sola di intravedere e rappresentare.

In conclusione mi piace ricordare, insieme a molte altre figure di comunicatori, quella di padre Matteo Ricci, protagonista dell’annuncio del Vangelo in Cina nell’era moderna, del quale abbiamo celebrato il IV centenario della morte. Nella sua opera di diffusione del messaggio di Cristo ha considerato sempre la persona, il suo contesto culturale e filosofico, i suoi valori, il suo linguaggio, cogliendo tutto ciò che di positivo si trovava nella sua tradizione, e offrendo di animarlo ed elevarlo con la sapienza e la verità di Cristo.

Cari amici, vi ringrazio per il vostro servizio; lo affido alla protezione della Vergine Maria e, nell’assicurarvi la mia preghiera, vi imparto la Benedizione Apostolica.

I TRE PILASTRI DEL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA 47a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (2013) Commento a

Quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni («Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione») ha raccolto una serie di indicazioni già date nei precedenti messaggi, e puntando su 3 “pilastri” o temi-chiave che sembrano essere ormai le fondamenta della prospettiva ecclesiale sulla comunicazione.

1) L’AMBIENTE DIGITALE È UNO SPAZIO DI ESPERIENZA REALE

Scrive Benedetto XVI che i social networks non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione. La Rete non è da «usare», ma da abitare perché la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. «L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (corsivo nostro). Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire che cosa la rete ci insegna sul modo di pensare la fede oggi. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza: «sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie.

2) IN RETE SI PENSA INSIEME E SI CONDIVIDE LA RICERCA

Nel suo Messaggio il Papa afferma che lo sviluppo delle reti sta «contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso.

3) IN RETE SI VIVE UN COINVOLGIMENTO INTERATTIVO CON LE DOMANDE DEGLI UOMINI 

Il Pontefice indica il rischio più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece – scrive – «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi . Al contrario il Papa ribadisce la necessità ad essere disponibili «nel coinvolgerci pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede, ci deve far sentire la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio come pure la nostra carità operosa». Se il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai network sociali.

– È CHIARO, DUNQUE CHE la riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’ambiente digitale ha impatto sulla nostra percezione della realtà, di noi stessi e sulle nostre relazioni.

Ricordiamo  che l’Anno della fede è stato inaugurato da una Lettera Apostolica dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, solamente per citare i più noti.

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“Stiamo imparando a superare il modello del pulpito”. Lintervento di mons. Celli al Sinodo

Presento qui l’intervento di mons. Claudio Maria Celli al Sinodo per la Nuova Evangelizzazione. Gli interventi sono di 3 minuti e dunque richiedono estrema concisione.

La nuova evangelizzazione ci chiede di essere attenti alla “novità” del contesto culturale nel quale siamo chiamati ad annunciare la Buona Novella di Gesù Cristo, ma anche alla “novità” dei metodi che dovremmo utilizzare. I Nuovi Media sono rilevanti per entrambi i compiti, poiché stanno cambiando radicalmente la cultura nella quale viviamo e allo stesso tempo offrono nuovi percorsi per condividere il messaggio del Vangelo.

Stiamo vivendo un momento di profondi cambiamenti nella comunicazione. Sono perfettamente evidenti a livello tecnico, ma quelli nella cultura della comunicazione sono ancora più significativi. Le nuove tecnologie non hanno semplicemente cambiato il nostro modo di comunicare, ma hanno trasformato la comunicazione stessa. Le nuove tecnologie e i nuovi media stanno creando una nuova infrastruttura culturale che sta già influendo sul paesaggio e l’ambiente della comunicazione. Questa nuova cultura sta cambiando la vita delle persone e i loro modi di comunicare. Non possiamo semplicemente fare quello che abbiamo sempre fatto, pur con le nuove tecnologie. Ora, più che mai, abbiamo bisogno di quella “audacia e saggezza” di cui Papa Paolo VI parlava nell’Evangelii Nuntiandi.

Dobbiamo riconoscere che oggi l’arena digitale è una realtà nella vita di molte persone, in modo più evidente nel mondo occidentale, ma in crescita anche tra i giovani nel mondo in via di sviluppo. Non dobbiamo considerarlo uno spazio “virtuale”, in qualche modo meno importante del mondo “reale”. Se la Chiesa non è presente in questo spazio, se la Buona Novella non è proclamata anche “digitalmente”, corriamo il rischio di abbandonare molte persone, per le quali questo è il mondo in cui “vivono”: questo è il forum dove essi acquisiscono notizie e informazioni, sviluppano ed esprimono la loro opinione, si impegnano in un dibattito, dialogano e cercano risposte alle loro domande. La Chiesa è già una presenza nello spazio digitale, ma la prossima sfida è quella di cambiare il nostro stile comunicativo per rendere tale presenza efficace.

Dobbiamo occuparci soprattutto della questione del linguaggio. Parlando di linguaggio, desidero fare riferimento ai nostri modi di comunicare e al nostro vocabolario. È luogo comune osservare che lo stile del discorso nel forum digitale, soprattutto nel cosiddetto Web 2.0, è spontaneo, interattivo e partecipativo. Come Chiesa, siamo più abituati a predicare, insegnare e rilasciare dichiarazioni. Sono attività importanti, ma le più efficaci forme di discorso digitale sono quelle che coinvolgono direttamente le persone, che cercano di rispondere alle loro domande specifiche e che sono aperte al dialogo. Nella Chiesa, siamo abituati a usare i testi scritti come modo normale di comunicazione. Non sono convinto che questa forma possa parlare ai più giovani, abituati a un linguaggio differente, un linguaggio radicato nella convergenza di parola scritta, suono e immagini. Abbiamo bisogno di riscoprire la capacità dell’arte, della musica, della direct online payday loans letteratura per esprimere i misteri della nostra fede e riuscire a toccare le menti e i cuori. Abbiamo bisogno di imparare a mostrare il modo in cui celebriamo la nostra fede, il modo in cui cerchiamo di servire, il modo in cui le nostre vite sono piene di grazia e benedizione. Siamo chiamati a comunicare con la nostra testimonianza, condividendo nelle nostre relazioni personali la speranza che abita in noi. Il bisogno di essere meno dipendenti dal testo è più urgente per le difficoltà che emergono a livello di vocabolario. Gran parte del nostro linguaggio religioso ed ecclesiale risulta difficile anche per i credenti. Molte nostre icone e simboli devono essere spiegati ai contemporanei, soprattutto alle giovani generazioni che non hanno ricevuto un’educazione religiosa né in famiglia né a scuola. Non possiamo più a lungo presumere che la maggior parte delle persone, anche in paesi tradizionalmente cristiani, abbia familiarità con le nostre convinzioni fondamentali. Non possiamo ridurre o diluire i contenuti della nostra fede, ma siamo chiamati a trovare nuovi modi per esprimerla nella sua pienezza.

Un’altra caratteristica dei nuovi media può essere una sfida particolare per l’impegno comunicativo della Chiesa; i nuovi media, infatti, sono un mondo aperto, libero e “peer-to-peer” (paritario), non riconoscono o privilegiano automaticamente i contributi di autorità e istituzioni stabilite. In tale ambito, l’autorevolezza non è un diritto, ma deve essere guadagnata. Questo significa che la gerarchia ecclesiastica, come anche quella politica e sociale, deve trovare nuove forme per elaborare la propria comunicazione, affinché il suo contributo a questo forum riceva un’attenzione adeguata. Stiamo imparando a superare il modello del pulpito e dell’assemblea che ascolta per il rispetto della nostra posizione. Siamo obbligati a esprimere noi stessi in modo da coinvolgere e convincere gli altri che a loro volta condividono le nostre idee con i loro amici, “followers” e partners di dialogo. In tale contesto, il ruolo del laicato diventa sempre più centrale. Abbiamo bisogno di valorizzare le “voci” dei molti cattolici presenti nei blogs, nei social networks e in altri forum digitali, affinché possano evangelizzare, condividere le intuizioni del Vangelo, presentare l’insegnamento della Chiesa e rispondere alle domande degli altri. Abbiamo bisogno di riflettere su come fornire loro la migliore preparazione e informazione, perché siano protagonisti credibili e convincenti, testimoni della Buona Novella del Vangelo.

Penso alla Chiesa che è chiamata ad instaurare un dialogo rispettoso con tutti – tenendo presenti le nostre società sempre più multiculturali e multi religiose – a dare ragione a tutti della speranza che porta nel cuore. Una Chiesa che accompagna l’uomo e la donna di oggi nei non facili sentieri della vita, che sa Leggi tutto ““Stiamo imparando a superare il modello del pulpito”. Lintervento di mons. Celli al Sinodo”

The new culture of communication and the Catholic media

The new culture of communication requires that Catholic media rethink their approach, the president of the Pontifical Council for Social Communications told a Fort Wayne audience gathered to celebrate the centennial of Our Sunday VisitorArchbishop Claudio Celli spoke about the Catholic Church’s focus on new evangelization and addressed new media and the communications revolution that has created a vast cultural transformation in the past 25 years, as well as the place Catholic communications must have in the digital world. Here I quote some long passages of his speech which is published in the website of the Pontifical Council for Social Communication:

[…]. It is not easy to offer a comprehensive definition of the New Evangelization – I am sure that the forthcoming Synod will help to address this – I would, however, suggest that the ‘newness’ has to do both with the situation in which we find ourselves and with the response that is required if we are to be faithful to our abiding mission to make known the person of Jesus and his message. We must strive to understand the cultural contexts in which we find ourselves if we are to render an account of our faith in the present situation which, unlike in the past, has a variety of new and important aspects (Instrumentum Laboris, 2012, #42) and our response must be new in its ardour, methods and expression (Pope John Paul II, CELAM, 1983). In this context, it has become common to juxtapose New Evangelization and New Media. This is a good and obvious connection. It is clear that the use of new media can greatly enhance our efforts to communicate and make known the Good News but we must be careful that our reflection on this topic does not remain at the technical or instrumental level. It is not enough to ask how we can use the new media to evangelize; we must begin by appreciating how radically our way of living has been transformed by new technologies and how the media environment or landscape has changed.

The last twenty five years have seen an exponential rate of development in the capacities of the technologies available to support and facilitate human communication. The combination of these developments in mobile telephony, computer technology, fibre-optics and satellites mean that many of us now carry with us devices that allow us instant access to an extra-ordinary range of information, news and opinion from around the globe and that enable us to communicate by word, text or the sharing of images with people and institutions in every corner of the world. This revolution in information and communication technologies, however, cannot be adequately understood merely in instrumental terms: it is not simply a question of communication and the exchange of information growing in terms of volume, speed, efficiency and accessibility but rather that we are also witnessing concomitant changes in the ways in which people use these technologies to communicate, learn, interact and relate – we are living through a change of paradigm in the very culture of communication. As Pope Benedict has pointed out: The new technologies are not only changing the way we communicate, but communication itself, so much so that it could be said that we are living through a period of vast cultural transformation (Message, WCD, 2012).

The new culture of communication requires that Catholic media rethink their approach. We cannot simply do what we have always done, albeit with new technologies. In the early life of the Church, the great Apostles and their disciples brought the Good News of Jesus to the Greek and Roman world. Just as, at that time, a fruitful evangelization required that careful attention be given to understanding the culture and customs of those pagan peoples so that the truth of the gospel would touch their hearts and minds, so also today, the proclamation of Christ in the world of new technologies requires a profound knowledge of this world if the technologies are to serve our mission adequately (Pope Benedict XVI, Message, 2009). I would like to identify some of the more obvious features of this new culture and tease out the implications that follow for Catholic media. I do not intend Leggi tutto “The new culture of communication and the Catholic media”

PRIMO COMMENTO al Messaggio del Papa per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2013): “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Nel contesto dell’Anno della Fede, Benedetto XVI quest’anno, formulando il tema della 47.a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali invita a riflettere sui networks sociali, usando le splendide metafore della “porta” e dello “spazio” e collegando ad esse la verità, la fede e l’evangelizzazione. Il gesto è sorprendente. Il tema infatti è: “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Perché? Qual è il significato profondo di questo messaggio?

La domanda ha accompagnato questi ultimi anni sembra essere la seguente: le “reti sociali” su Internet sono forme di comunicazione e condivisione che contribuiscono alla crescita umana degli individui, o piuttosto un insidioso pericolo che può far aumentare il loro senso di solitudine e di spaesamento?

Ecco il punto: scegliendo il tema della 47.a Giornata delle Comunicazioni Benedetto XVI ha saltato a piè pari l’approccio di tipo moralistico andando al “sodo”, al significato profondo delle reti sociali. E’ come se dicesse: la prima cosa da fare sia capire cosa succede, di cosa stiamo parlando. Il social network è un ambiente di relazione, di conoscenza e l’ambiente in quanto tale fornisce delle grandi opportunità: è porta, è spazio.

Aggiungo io: il criterio di “bontà” è sostanzialmente esterno al social network perché è l’etica della persona, la sua capacità di integrare la presenza in quest’ambiente virtuale con la propria vita di relazione. Chi nella vita reale tende a isolarsi e a preferire relazioni poco coinvolgenti e significative, in cui ci si compromette poco, può trovare nei social network un luogo ideale di espressione, anche del proprio narcisismo. Una persona che vive invece delle relazioni sostanzialmente sane, può trovare in essi una grande opportunità per dare continuità a rapporti che altrimenti sarebbero eccessivamente frammentati.

Dunque il Papa è interessato al fatto che, in un tempo in cui la tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza, è necessario chiedersi: può essa aiutare gli uomini a incontrare Cristo nella fede? Non basta più il superficiale adeguamento di un linguaggio o di pensare la Rete come un “mezzo” di evangelizzazione. E’ invece indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come risposta alle domande di senso e di fede, che anche dalla rete emergono e nella rete si fanno strada.

E ciò che rende peculiare i social networks è l’emergere delle relazioni e l’accentuazione di uno stile dialogico ed interattivo nella comunicazione e nella relazione. Che cosa significherà tutto ciò per l’evangelizzazione e per la tensione inesausta dell’uomo alla verità? Il testo del Messaggio, che uscirà come tradizione il 24 gennaio, ci dirà di più.

Certo è che la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. Il Papa sembra far crollare le pareti del dualismo digitale. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale.

Se il Pontefice indica che le reti sociali possono essere «porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione» allora una delle sfide maggiori oggi consiste nel  non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita.  Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni. La sfida, dunque, non deve essere quella di come usare bene la Rete, come spesso si crede, ma di come vivere bene al tempo della Rete, di come un uomo possa incontrare Cristo nella fede, vivendo la sua vita anche nel contesto delle reti sociali.

 

How to make religious meaning in the online world

California – How theologians might reflect on communication and information technologies and the new culture that they create formed the basis of a symposium sponsored by the Pontifical Council of Social Communication, held at the Jesuit-sponsored Santa Clara University in California (USA) in late June. The PCCS, along with the United States Conference of Catholic Bishops’ Committee on Communications and the University’s Communication Department, convened a gathering of 25 theologians to begin a process of sustained theological reflection. The group focused on three general areas: ecclesiology, approaches from historical theology, and a theological understanding of digital culture, in each area considering the challenges that contemporary communication poses to the church’s theological understanding.

Communication, whether the mass media or the Internet, has changed the environment in which people live, raising questions about church structure, personal identity, parish life, religious self-understanding, and religious formation and participation. For example, people take their identity from popular culture more than from the Church’s catechetics or even from the Gospel. The same mass media also promote a vertical model of the Church in which the local community, the parish, and the diocese disappear, so that only “the Catholic Church” headed by the Pope matters. Each of these poses a serious ecclesiological challenge, as each redefines the nature of the Church.

The group began to explore a “media ecology” approach as a way to understand better how communication technologies and content has redefined the environment for both church life and theological reflection. According to Rev. Paul Soukup, S.J., of Santa Clara University, this communication perspective proposes the analogy of an ecosystem in which communication technologies and the ideas they circulate form the environment for contemporary life. Like a biological environment each aspect affects all the others. How people communicate, whether interpersonally or through technologies, affects how they think, pray, and participate in the Church.

Professor Jochen Hilberath of Innsbruck suggested the model of “Communicative Theology.” This begins in God’s self-communication, in the revelation of a “communicative God.”

Communicative theology, he explained, “did not arise as an abstract theory developed on the planning table and subsequently applied in practice. Quite the contrary! It arose precisely out of the practice of theological communication within groups, in particular in groups that had come together for advanced theological training on various levels.” The model, somewhat like media ecology, holds that the content of any theological reflection and the methods of reflection cannot be separated and take place in a process in which the participants become “acting subjects of theological communication.”

Using this methodology, Professor Bradford Hinze of Fordham University, reflected on “the challenge of creating ecclesial communities of belonging in an age of individualization.” Contemporary culture simultaneously encourages a kind of individualism that can run counter to the ideals of religious identity or participation and provides a collective mass identity based on popular entertainment or virtual worlds. The challenge from new communication technologies exists not only at the individual level, but, as Rev. Brian Lucas of the Australian Catholic Bishops Conference explained, at the level of the episcopal conference. Bishops must compete with a “marketplace” of other ideas, both secular and religious. Bishops and conferences of bishops can no longer presume the attention or even respect of their hearers.

The church’s tradition offers some avenues to respond to this situation. Rev. Franz Josef Eilers, SVD, the Director of the Asian Research Center for Religion & Social Communication and of the Federation of Asian Bishops’ Conferences Office of Social Communication and a long-time promoter of theological reflection on communication provided a review of Church documents and approaches to the theological work on communication. Rev. Anh Vu Ta, of the Graduate School, University of Santo Tomas, Manila Philippines, continued this line by examining the theological ideas of the self-communication of God and God’s communicative acts in revelation as a basis for contemporary work.

The moral approach of St. Thomas Aquinas, with his emphasis on virtue, offers another approach, this time to beauty that balances the more intellectual analyses of moral duties. Rev. Richard Leonard, S.J., director of the Australian Catholic Office for Film and Broadcasting, described such an approach in regards to film, examining the moral role of top-grossing films of the last decade through the lens of virtues. Rev. José M. Galvan, of the Pontificia Università della Santa Croce in Rome, also turned to St. Thomas and proposed an approach to communicative truth based in Thomas’s analysis of the symbolic capacity of human beings. This Christian anthropology aligns human communication analogously with the Trinitarian creative activity.

The group devoted most attention to the digital culture, hearing how the online world dominates people’s attention and even allows for a variety of religious practices. Rev. Joseph Scaria Palakeel, the executive director of the Syro-Malabar Church Internet Mission in Kerala, India, suggested a bridge between the visual culture and its values, as described by Fr. Leonard, and the now dominant digital culture. Beginning with the history of theology, he raised “the possibility of engaging images in theologizing,” that is, asking “whether images too can be employed alongside word and language for theologizing in the present image-dominated culture.”

Expanding on that concept, Rev. Franco Lever, SDB, dean of the faculty of Sciences of Social Communication at the Pontifical Salesian University in Rome, encouraged the group to consider how artists “of the Christian tradition … communicated and celebrated the Christian faith.” He suggested that the new media, which offer a new language of images, movement and text, offer “the opportunity to have a better understanding of ourselves and of God.”

Two theologians, Professor Nadia Delicata of the University of Malta and Professor Matthew John Paul Tan of Campion College in Australia, explored some of the challenges that the digital culture makes to Christianity. Both suggested that Christians can help those in the digital culture find faith in God and honest connectivity through sacramental – especially Eucharistic — theology. Professor Delicata especially focused on the gift of Christianity’s embrace of the physical and the metaphysical, which can offer a counter proposal to the notion of “disembodiment” being experienced in the digital culture.

Taking almost an antithetical perspective, Father Antonio Spadaro, S.J., the editor of a Civilta Cattolica, speculated in his presentation that Christians might have something to learn from the “hacker ethics.” Causing both computer scientists and theologians some pause, Father Spadaro said that the “hacker ethic may even have a prophetical resonance in today’s world which is totally committed to the logic of profit, to remind us that ‘human hearts are yearning for a world where love endures, where gifts are shared.'”

Speaking from a catechetical perspective, Professor Daniella Zsupen-Jerome of New Orleans Loyola University said Leggi tutto “How to make religious meaning in the online world”

Mons. Celli in Ucraina: Cercare la verità per condividerla

Una conferenza magistrale per giornalisti e studenti a maggioranza non cattolica presso l’Istituto di Giornalismo dell’Università Statale T. Shevchenko di Kiev (21 maggio 2012)

 

INTRODUZIONE: Comprendere il senso di un’espressione: comunicare i valori oggi

I. Comunicare nell’epoca dei media digitali: spazio, tempo e relazione
1. I media digitali: un quadro socio-tecnico
2. Media, spazio pubblico e fuga dal privato
3. Una nuova etica del rapporto con il tempo
4. Dalla “vita sullo schermo” all’integrazione di comunicazione reale e virtuale

II.“Comunicare i valori oggi”: famiglia, comunicazione e sfida educativa
1. Comunicazione e famiglia umana
2. Comunicazione e sfida educativa

III.“Comunicare i valori oggi”: dall’agorà al cyberspazio, cercare la Verità per condividerla
1. Punto di riferimento: la verità in conflitto tra saperi e tradizione
2. Comunicare al servizio del bene comune: identità, verità e responsabilità
3. La questione antropologica: centralità e dignità inviolabile dell’uomo

CONCLUSIONE

INTRODUZIONE
“Comunicare i valori oggi” potrebbe essere uno “slogan” pubblicitario, perché attualmente molte aziende considerano la comunicazione come il fattore indispensabile per il successo e affermano che il valore aggiunto è proprio quello comunicativo; pertanto, con l’aiuto di diversi specialisti, sviluppano idee, realizzano progetti e definiscono strategie con obiettivi ben precisi. I mercati diventano ambiti di conversazione, per proporre valori irrinunciabili, passioni, sogni, idee lungimiranti. Pertanto, il mercato, il consumo e la moda, con la loro creatività comunicativa, competono con il sistema tradizionale di trasmissione della cultura[1] e dei valori sociali, che tramandava il patrimonio culturale da una generazione all’altra.

Comprendere il senso di un’espressione: comunicare i valori oggi

Comunicare significa creare negli altri un’esperienza, coinvolgersi fin nelle viscere, e questo è un’abilità emotiva” Daniel Goleman.
Definiamo la parola “comunicare”: dire, esprimere, informare, mettere in comune, rendere comune, cioè condividere per avere in comune.
Questo richiama alla mente la regola delle 5 W insieme all’H della comunicazione tradizionale.

Who? Chi?
Where? Dove?
When? Quando?
What? Cosa?
Why? Perchè?

Tale regola proviene Leggi tutto “Mons. Celli in Ucraina: Cercare la verità per condividerla”

Non c’è contraddizione tra Silenzio e Parola

L’editoriale dell’ultimo numero della Civiltà Cattolica è dedicato al Messaggio di Benedetto XVI per la 46a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Cito qui i primi paragrafi di questa analisi, rinviando al sito de La Civiltà Cattolica per la lettura del testo integrale. All’uscita del documento avevo già presentato in questo blog una prima analisi in 6 punti.

Poesia dal silenzio è il titolo scelto per la prima antologia di versi del Premio Nobel 2011 per la letteratura, Tomas Tranströmer, tradotti in lingua italiana. Il maggiore poeta svedese contemporaneo scrive versi densissimi di senso e molto concisi formalmente. Le sue parole, fedeli in questo senso alla vocazione classica dell’Ars poetica di Orazio, rispondono alla condizione di chi è Stanco di chi non offre che parole, parole senza lingua e scopre invece il desiderio di una Lingua senza parole (Dal marzo ’79). La grande poesia sa bene, infatti, che silenzio e parola non si oppongono. A questa concezione della parola fa riferimento Benedetto XVI nel suo Messaggio per la 46a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, dal titolo «Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione», affermando che silenzio e parola sono «due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi».

Nell’accezione comune questi due momenti sembrano infatti opporsi in una contraddizione insanabile: si pensa che quando non si parla ci sia silenzio e che invece, appena si parla, il silenzio sparisca. Spesso, quando si discute dei media, si afferma, come per automatismo, che essi fanno «rumore», generano un frastuono dal quale occorre ripararsi, ritirandosi. Benedetto XVI, già dal titolo del Messaggio, afferma che silenzio e parola fanno parte di un unico «cammino», capovolgendo la prospettiva e proponendo un modo differente di vedere le cose e di leggere il significato del silenzio e della parola. Questo ci sembra infatti il primo nucleo centrale del Messaggio del Pontefice: il silenzio è parte integrante della comunicazione, parte della capacità dell’uomo di parlare, e non il suo opposto. Gli elogi del silenzio in sé e per sé, al di fuori di un tessuto comunicativo, rischiano di essere un elogio del mutismo, dell’isolamento, dell’autosufficienza. «Il silenzio è parte integrante della comunicazione» perché «senza di esso non esistono parole dense di contenuto», afferma Benedetto XVI. Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso, scrive Ungaretti nella poesia Commiato. La parola che comunica è scavata dal silenzio. Così avviene nella preghiera: il silenzio orante è proprio il luogo nel quale si elabora un linguaggio di comunicazione con Dio; è proprio per esprimere questa parola tutta interiore che l’orante tace esteriormente. Se così non fosse, il suo silenzio sarebbe altro: ricerca di quiete, bisogno di pace e solitudine, ma non ancora preghiera.

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Comunicare non significa semplicemente trasmettere messaggi o riversare contenuti e informazioni. Il Papa ci ricorda che oggi si fa troppa attenzione a chi parla e si dimentica che la comunicazione vera è fatta di ascolto, di dialogo, è ritmata da parola e silenzio: «Nel silenzio, ad esempio, si colgono i momenti più autentici della comunicazione tra coloro che si amano: il gesto, l’espressione del volto, il corpo come segni che manifestano la persona. Nel silenzio parlano la gioia, le preoccupazioni, la sofferenza, che proprio in esso trovano una forma di espressione particolarmente intensa».

Il silenzio inoltre non è solamente ascolto degli altri, ma anche ascolto di sé. Non è una semplice pausa perché gli altri possano parlare, ma anche pausa perché la mia stessa comunicazione sia comprensibile: senza virgole, punti, punti e virgole (cioè silenzi), nel discorso non c’è vera espressione, non si creano le condizioni per intendersi. Il silenzio è dunque ordinato e orientato alla comunicazione: «Nel silenzio ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci». Senza il silenzio la nostra espressività rischia di essere superficiale, inintelligibile, confusa, impropria. Il Pontefice usa con precisione una parola: «ecosistema». Silenzio e parola sono infatti parte di un ambiente comunicativo che ha i suoi equilibri da rispettare per essere virtuoso. In questo senso il silenzio permette alla parola di diventare davvero luogo di esperienza e di incontro, al di là del meccanismo della information overload. E questo ambiente comunicativo prevede anche il bilanciamento virtuoso di immagini e suoni, che sono parte integrante della comunicazione umana. Un discorso che tocca silenzio e parola non può trascurare la presenza dell’immagine e dei suoni, e il silenzio è chiamato a comporsi con la capacità dell’uomo di recepirli.

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Un altro passaggio chiave del Messaggio del Pontefice consiste nel constatare che l’uomo esprime anche dentro la Rete il suo bisogno di silenzio e di preghiera. In tal modo cade un pregiudizio diffuso che consiste nel credere che in Rete ci sia solo «rumore». Il Papa invece Continua a leggere il testo integrale sul sito de La Civiltà Cattolica.

«Anche nella Rete è possibile dialogare, pregare, meditare»

Riporto il testo dell’intervista apparsa il 25 gennaio 2012 su Avvenire. Il titolo è Spadaro: «Anche nella Rete è possibile dialogare, pregare, meditare» ed è stata realizzata da Matteo Liut.

Il silenzio? Non è una «fuga dalla parola» ma è anzi una «piazza» che apre all’ascolto, al dialogo all’espressione di una parola «più densa di significato». Secondo padre Antonio Spadaro, direttore de «La civiltà cattolica», è in questa prospettiva l’autentico valore profetico del messaggio di Benedetto XVI per la Giorna­ta della comunicazioni sociali.

Padre Spadaro, in cosa consiste la complementa­rietà tra silenzio e parola di cui parla il Papa?

Normalmente silenzio e parole vengono considera­ti in opposizione tra loro, ma tale visione non rispec­chia la comunicazione u­mana, basata su una stret­ta relazione tra parola e si­lenzio insieme. Il silenzio, però, non è solo una pausa del discorso, che permette all’altro di parlare e che quindi apre all’ascolto e al dialo­go. Il Papa, infatti, fa un passo avanti e afferma che di fatto il silenzio è «funzionale» all’e­spressione: permette, cioé, di esprimere una parola più densa di significato. Il silenzio, in­somma, per il Papa non è una condizione di vuoto o di assenza, ma è quasi una «piazza» che permette l’incontro e l’espressione di un signi­ficato più profondo. Questa prospettiva rap­presenta un punto di discontinuità rispetto ai discorsi ovvi che si fanno oggi sui media, lad­dove si parla della necessità di ritirarsi dal caos e dal frastuono del flusso mediatico, di fuggire dall’eccesso di informazione. Il Papa, invece, fa sua la richiesta, già indicata dalla poesia, di una parola «scavata» nel silenzio, per dirla con Ungaretti.

Cosa intende Benedetto XVI quando parla di «ecosistema» della comunicazione?

Il concetto di «ecosistema» fa riferimento a un ambiente comunicativo composto insieme da silenzio e parole, in un equilibrio da rispettare se lo si vuole «propizio». Da questa afferma­zione del Papa si capisce che l’ambiente della comunicazione non è il silenzio (per parlare c’è bisogno di silenzio) ma piuttosto il bilancia­mento tra una serie di elementi, inclusi suoni e immagini, che oggi giocano un ruolo impor­tante.

L’invito all’equilibrio è da intendersi rivolto ai professionisti della comunicazione?

In realtà il messaggio di quest’anno «detecno­logizza » la comunicazione, considerandola co­me una dimensione antropologica fondamen­tale quotidiana senza lo specifico riferimento a singole tecnologie. A mio parere questo im­plica anche il fatto che il giornalismo non è più solo un mestiere ma una dimensione antro­pologica, che fa parte della vita di tutti. Quello del Papa quindi è un messaggio aperto che toc­ca la struttura fondamentale del comunicare.

La rete oggi non è solo internet ma la struttu­ra del comunicare. Che visione propone di questa struttura il Papa?

Il rischio oggi è quello di opporre per banaliz­zazione la rete e il silenzio. Invece il Papa af­ferma che anche in rete si aprono vari spazi di silenzio, di riflessione, di meditazione. È un’in­tuizione notevole che scardina i luoghi comu­ni: l’ambiente digitale può essere anche un am­biente di preghiera e quindi di evangelizzazio­ne. Benedetto XVI, inoltre, ricorda che la rete è il luogo delle domande e delle risposte, dimo­strando così di comprendere bene la dinami­ca della comunicazione contemporanea. Il Pa­pa, infatti, è consapevole che mentre un tem­po l’uomo si poneva domande ed era alla ri­cerca di risposte, oggi mancano le domande appropriate. Su questo punto l’originalità del messaggio del Papa sta nell’affermare che il si­lenzio è il luogo dove non solo si trovano le ri­sposte ma si impara a riconoscere le domande giuste.

Quando afferma la possibilità di esprimere pensieri profondi in brevi messaggi il Papa pensa a piattaforme come Twitter?

Forse, ma non solo. Di certo è un richiamo che valorizza tutta una tradizione spirituale cri­stiana basata sulla meditazione di brevi mes­saggi, poche parole dal significato denso e profondo. Una tradizione che oggi, in maniera inaspettata, viene riportata in luce dalle piat­taforme digitali. Benedet­to XVI ricorda che anche in questi strumenti, per le persone formate spiritual­mente, è possibile trovare una consonanza piena con forme espressive basate su una sapienza che fa uso di poche ma dense parole.

La chiave di volta allora è l’appello finale all’«edu­carsi alla comunicazione»?

Mi colpisce l’uso del riflessivo nel verbo «edu­carsi ». Il Papa invita così a non cadere in facili giudizi superficiali per capire in prima perso­na le dinamiche profonde della comunicazio­ne. Non è più possibile essere spettatori passi­vi oggi, cioè al tempo della informazione che passa per condivisione di contenuti. È neces­sario educarsi ad essere protagonisti.

Matteo Liut

PRIMO COMMENTO al Messaggio del Papa per la 46a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2012)

Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione. Il titolo del messaggio per XLVI Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2012 tiene unite due parole che nella accezione comune sono opposte: quando non si parla c’è silenzio; appena si parla sparisce il silenzio. Sembra ovvio, chiaro, banale persino. Spesso, quando si parla dei media, si dice come per un automatismo, che essi fanno “rumore”, frastuono dal quale ripararsi, “ritirarsi”.

Il Papa in questo suo messaggio capovolge la prospettiva e ci propone un modo differente di vedere le cose e di leggere il significato del silenzio e della parola.

1. Parola e silenzio si integrano e non si oppongono –– Il messaggio del Papa scardina l’opposizione tra silenzio e parola, che ha la sua verità, ma solamente in casi estremi. Il Papa in questo suo messaggio chiaramente che il silenzio è parte integrante della comunicazione, parte della parola, della capacità dell’uomo di parlare, non il suo opposto. Parola e Silenzio sono due elementi imprescindibili e integranti del processo comunicativo. E tra di loro si integrano e non si oppongono. Si deve sperare che da oggi in poi non si debba più assistere ad elogi del silenzio in sé e per sé, al di fuori dii un tessuto comunicativo. Chi prega sta in silenzio, ma in realtà non è di per sé vero. Chi prega elabora un linguaggio di comunicazione con Dio ed è proprio per elaborare questa parola, questo discorso, che tace esteriormente.

2. Comunicare non significa trasmettere messaggi –– Il messaggio del Papa scardina anche un’altra errata convinzione. Infatti noi, bombardati da messaggi, pensiamo troppo spesso che comunicare significhi semplicemente trasmettere, parlare, riversare contenuti e informazioni. Invece il Papa ci ricorda che oggi si fa troppa attenzione a chi parla e si dimentica che la comunicazione vera è fatta di ascolto, di dialogo, che è fatto di ritmi di parola e silenzio. IL silenzio inoltre non è solamente ascolto degli altri, ma anche ascolto di sé. Non è una semplice “pausa” perché gli altri possano parlare, ma anche pausa perché la mia stessa comunicazione sia comprensibile: senza virgole, punti, punti e virgole (cioè silenzi) nel discorso non c’è vera espressione, non si creano le condizioni per intendersi. Il silenzio è “ordinato” alla comunicazione.

3. Il silenzio non è un “vuoto” –– Il messaggio del Papa scardina il pregiudizio per il quale il silenzio significa assenza di linguaggio, cioè “assenza”, vuoto puro. Il silenzio in realtà non è “nulla”, ma è uno spazio aperto, una dimensione di vita, un ambiente nel quale la parola può fiorire.  Il silenzio permette alla parola di diventare davvero luogo di esperienza e luogo di incontro, al di là del meccanisimo della information overload.

4. Il silenzio è parte di un ecosistema comunicativo –– Ma c’è un passo avanti ulteriore: acutamente il Papa scrive: “è necessario creare un ambiente propizio, quasi una sorta di “ecosistema” che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni”. Attenzione! Il Papa non dice che il silenzio è l’ecosistema della parola, ma che la comunicazione è questo ecosistema nel quale l’ecologia implica un equilibrio tra silenzio e parola. E aggiunge anche immagini e suoni. In questo modo il binomio tra silenzio e parola veine infranto dalla presenza dell’immagine e del suono, parte integrante della comunicazione umana.

5. La comunicazione oggi è guidata da risposte che cercando buone domande –– Il Papa, quindi passa a enucleare il nocciolo duro della comunicazione contemporanea, soprattutto legata alla Rete, considerando ciò che la muove come motore interno. Il Papa riconosce questo motore nel fatto che l’uomo è bombardato da risposte delle quali però non conosce le domande. Spesso sono risposte a domande che lui non si è mai posto. Il silenzio dunque permette di fare un discernimento tra le tante risposte che noi riceviamo per riconoscere le domande veramente importanti. Il capovolgimento di prospettiva operato dalle parole del Papa consiste nel fatto che in genere si dice che l’uomo si pone domande e poi cerca risposte. Oggi è invece vero il contrario. E in questo senso l’uomo di conferma come assetato di senso.

6. L’uomo esprime anche in Rete il suo bisogno di silenzio –– Cade un altro pregiudizio: che in Rete ci sia solo rumore. Il Papa nota che “sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a […] trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio”. L’uomo in Rete esprime il bisogno di silenzio e in Rete si aprono spazi di silenzio comunicativo. Senza citare nessuna piattaforma o applicazione particolare, il Papa parla di “essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico” capaci di esprimere “pensieri profondi”. Come non pensare a Twitter o alla dimensione concentrata dei “messaggi di stato”? Come non pensare alle tante “apps dello spirito” che possono aiutare a pregare “se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità”, scrive il Papa.

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* Ma forse c’è una pagina di Romano Guardini che può aiutare a meditare le parole di Benedetto XVI: “E’ proprio dell’essenza di ogni forma di linguaggio l’essere rapportata al silenzio. Solo dal confluire di queste due componenti risulta il fenomeno nella sua interezza. Esse si determinano reciprocamente, poiché solo chi sa tacere può veramente parlare nello stesso modo che l’autentico silenzio è possibile solamente a chi sa parlare. Il vero silenzio non significa una mera entità negativa, tale da rimanere inespressa, ma un comportamento attivo, una commozione fervida della vita interiore, commozione nella quale tale silenzio diviene padrone di sé stesso. Solo da questa commossa serenità proviene alla parola quella forza silenziosa che la rende compiuta.

Il silenzio, inoltre, è un manifestarsi di quell’immagine percepita dai sensi che si rivela allo sguardo interiore. Solo in tale manifestarsi se ne può esperimentare la potenza di significato, e solo da questa esperienza la parola trae tutta la sua energia di espressione. Priva di questo rapporto col silenzio, la parola diviene vaniloquio; senza questo rapporto con la parola, il silenzio diviene mutismo. Questi due elementi – insieme – formano un tutto, ed è un fatto che induce a riflettere la circostanza che per questo tutto non esista alcun concetto. In esso esiste l’uomo” (da Linguaggio – Poesia – Interpretazione, Brescia, Morcelliana, 2000, 15).