Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale

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Ecco il corpo centrale del mio intervento all’incontro dei Vescovi responsabili per la comunicazione sociale delle Conferenze episcopali in Europa (CCEE), che si tiene ad Atene dal 3 al 5 novembre e dal titolo Communication as encounter, between authenticity and pragmatism.

Aquí, la versión en Español
* Here below you will also find an abstract in English

Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana: non una opzione, ma un dato di fatto. La rete oggi si presenta come un tessuto connettivo delle esperienze umane. Non uno strumento. Le tecnologie della comunicazione stanno dunque creando un ambiente digitale nel quale l’uomo impara a informarsi, a conoscere il mondo, a stringere e mantenere in vita le relazioni, contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo, guidando e ispirando i comportamenti individuali, familiari, sociali. Per cui «l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (Benedetto XVI). L’evangelizzazione non può non considerare questa realtà.

Vorrei, dunque, qui esporre 6 sfide importanti che la comunicazione digitale pone alla nostra pastorale, considerando, come aveva scritto Benedetto XVI, che «le reti sociali sono alimentate da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo».

1. Dalla pastorale della risposta alla pastorale della domanda

Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione, la cosiddetta information overload. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, cioè riconoscerlo per me importante, significativo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo.

Al tempo dei motori di ricerca, le risposte sono a portata di mano, sono dovunque. Per questo è importante oggi non tanto dare risposte. Tutti danno risposte! “The teacher doesn’t need to give any answers because answers are everywhere” (Sugata Mitra, professore di Educational Technology alla Newcastle University). Oggi è importante riconoscere le domande importanti, quelle fondamentali. E così fare in modo che nella nostra vita resti aperta, che Dio ci possa ancora parlare.

L’annuncio cristiano oggi corre il  rischio di presentare un messaggio accanto agli altri, una risposta tra le tante. Più che presentare il Vangelo come il libro che contiene tutte le risposte, bisognerebbe imparare a presentarlo come il libro che contiene tutte le domande giuste.

La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento spirituale che significa riconoscere tra le tante risposte che oggi riceviamo quali sono le domande importanti, quelle vere e fondamentali. E’ un lavoro complesso, che richiede una grande sensibilità spirituale.

“Non bisogna mai rispondere a domande che nessuno si pone” (Evangelii Gaudium, 155).

La Chiesa sa coinvolgersi con le domande e i dubbi degli uomini? Sa risvegliare i quesiti insopprimibili del cuore, sul senso dell’esistenza? Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze», dunque.

Mi ha colpito il fatto che Papa Francesco, rispondendo a una domanda posta da un giornalista sul volo che da Tel Aviv lo riportava a Roma abbia detto: “

“Non so se mi sono avvicinato un po’ alla sua inquietudine…”

2. Dalla pastorale centrata sui contenuti alla pastorale centrata sulle persone

Oggi sta cambiando anche la modalità di fruizione dei contenuti.

Stiamo assistendo al crollo delle programmazioni… Fino a qualche tempo fa MTV (Music Television) tra i giovani era considerata una emittente di «culto». Adesso sta subendo una crisi o, se vogliamo, una sua trasformazione da quel che era – cioè emittente di una notevole quantità di video musicali introdotti da VJ – in emittente di reality show e serie televisive indirizzate soprattutto al target adolescenziale e ai giovani adulti.

I giovani, infatti, ormai fruiscono la musica da internet e non ci sono più ragioni perché la fruiscano dalla Tv. La Tv è un rumore di fondo, il brusio del mondo. La si lascia parlare… Raramente oggi trova posto nelle camere dei ragazzi. Oggi, inoltre, il vedere implica la selezione, e la possibilità del commento e dell’interazione. E questa possibilità è data da un social network come YouTube.

La fede sembra partecipare di questa logica. Le programmazioni sono sostituite dalle ricerche personali e dai contenuti accessibili sempre in rete.

Il catechismo era una forma per presentare in maniera ordinata, coerente e scandita i contenuti della fede. In un tempo in cui i palinsesti sono in crisi, questa modalità di presentare la fede è in crisi.

Quali sfide tutto questo pone alla fede e alla sua comunicazione? Come far sì che la Chiesa non diventi un container da tenere accesso come un televisore che «parla» senza comunicare?

Una direzione di risposta a questa domanda la troviamo in un passaggio di mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, nel suo intervento al Sinodo dei vescovi sulla Nuova Evangelizzazione: «la gerarchia ecclesiastica, come anche quella politica e sociale, deve trovare nuove forme per elaborare la propria comunicazione, affinché il suo contributo a questo forum riceva un’attenzione adeguata. Stiamo imparando a superare il modello del pulpito e dell’assemblea che ascolta per il rispetto della nostra posizione. Siamo obbligati a esprimere noi stessi in modo da coinvolgere e convincere gli altri che a loro volta condividono le nostre idee con i loro amici, “followers” e partners di dialogo».

La vita della Chiesa è chiamata ad assumere una forma sempre più comunicativa e partecipativa.

3. Dalla pastorale della trasmissione alla pastorale della testimonianza

La vera novità dell’ambiente digitale è la sua natura di social network, cioè il fatto che permette di far emergere non solo le relazioni tra me e te, ma le mie relazioni e le tue relazioni. Cioè in rete emergono non solo le persone e i contenuti, ma emergono le relazioni.

Comunicare dunque non significa più trasmettere ma condividere.

La società digitale non è più pensabile e comprensibile solamente attraverso i contenuti. Non ci sono innanzitutto le cose, ma le «persone». Ci sono soprattutto le relazioni: lo scambio dei contenuti che avviene all’interno delle relazioni tra persone. La base relazionale della conoscenza in Rete è radicale.

Si capisce bene dunque quanto sia importante la testimonianza. È questo un aspetto determinante. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. Pensiamo alle librerie digitali o agli store musicali. Ma gli esempi si possono moltiplicare: si tratta sempre e comunque di quegli user generated contents che hanno fatto la «fortuna» e il significato dei social network.

La logica delle reti sociali ci fa comprendere meglio di prima che il contenuto condiviso è sempre strettamente legato alla persona che lo offre. Non c’è, infatti, in queste reti nessuna informazione «neutra»: l’uomo è sempre coinvolto direttamente in ciò che comunica.

In questo senso il cristiano che vive immerso nelle reti sociali è chiamato a un’autenticità di vita molto impegnativa: essa tocca direttamente il valore della sua capacità di comunicazione. Infatti, ha scritto Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni del 2011, «quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali».

Il documento di Aparecida al n. 145 affermava chiaramente: “La missione non si limita a un programma e a un progetto; no, essa significa condividere l’esperienza dell’avvenimento dell’incontro con Cristo, testimoniarlo e annunciarlo da persona a persona, da comunità a comunità, e dalla Chiesa fino ai confini della terra (cf. At 1,8)”

La fede quindi non solo si «trasmette», ma soprattutto può essere suscitata nell’incontro personale, nelle relazioni autentiche.

Sempre il documento di Aparecida al n. 489, pur essendo stato scritto prima della nascita dei social networks, già affermava: «i siti Internet possono rinforzare e stimolare un interscambio di esperienze e informazioni che intensificano l’esperienza religiosa, fornendo accompagnamento e orientamento”

4. Dalla pastorale della propaganda alla pastorale della prossimità

Evangelizzare, dunque, non significa affatto fare «propaganda» del vangelo. La Chiesa in Rete è chiamata dunque non a una «emittenza» di contenuti religiosi, ma a una «condivisione» del Vangelo.

E per Papa Francesco questa condivisione è larga. Scrive chiaramente: «internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio». Il Papa sembra leggere nella rete il segno di un dono e di una vocazione dell’umanità ad essere unita, connessa.

Rivive, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, «la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (Evangelii Gaudium, 87).

Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014, Papa Francesco ha definito il potere dei «media» come «prossimità.

Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Papa Francesco, parlando ai comunicatori nel 2002, aveva scelto la parabola del buon samaritano, come immagine di riferimento del comunicatore.

5. Dalla pastorale delle idee alla pastorale della narrazione

– Le foto «taggate», «geolocalizzate», collocate nel tempo esatto in cui sono state condivise sono l’album fotografico live della nostra vita.

– I nostri tweets o gli updates dello stato su Facebook e i post dei nostri blog conservano i nostri pensieri, ma anche i nostri stati emotivi.

Le librerie on line e gli altri negozi tengono traccia dei nostri gusti, delle nostre scelte, dei nostri acquisti e a volte anche dei commenti.

I video su YouTube costruiscono per frammenti il film della nostra vita fatto dai nostri video e da quelli che ci piacciono.

Infatti lo streaming della nostra vita non è fatto solo di ciò che immettiamo in Rete ma anche di ciò che «gradiamo», da ciò che ci piace, e che segnaliamo agli altri anche grazie al pulsante like ai nostri followers e ai nostri friends.

L’esperienza condivisa sui social networks è l’opposto di ciò che accadeva ai tempi di Robert Musil che scriveva: «la probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente».

Oggi invece i social networks offrono l’opportunità di rendere più significativa l’esperienza vissuta soggettivamente proprio grazie alla pubblicazione e alla condivisione in una rete di relazioni. Le notizie dei giornali sono invece irrelate a me e dunque, in un certo senso, finiscono per essere percepite come meno «straordinarie» o comunque meno interessanti.

La rete è una opportunità perché narrare in ogni caso è restituire i soggetti della conoscenza alla densità simbolica ed esperienziale del mondo. E oggi è molto alimentato il bisogno di narrazione all’interno di legami e relazioni. La narrazione di rete può essere, sì, individualistica e autoreferenziale, ma può essere anche polifonica e aperta.

Interessante a questo proposito la possibilità di aggregare materiali condivisi su differenti social networks su una piattaforma come Storify che permette l’interconnessione con Twitter, Facebook, Flickr, Youtube,…  e le apre alla condivisione. Alla base è la consapevolezza che ciascuno di noi è un living link. L’interattività è la cifra radicale di questo lifestreaming.

6. Una pastorale attenta all’interiorità e all’interattività

La vita spirituale dell’uomo contemporaneo è certamente toccata dal mondo in cui le persone scoprono e vivono le dinamiche proprie della Rete, che sono interattive e immersive. L’uomo che ha una certa abitudine all’esperienza di internet infatti appare più pronto all’interazione che all’interiorizzazione.

E generalmente «interiorità» è sinonimo di profondità, mentre «interattività» è spesso sinonimo di superficialità. Saremo condannati alla superficialità? E’ possibile coniugare profondità e interattività? La sfida è di grande portata.

Sostanzialmente possiamo constatare che l’uomo di oggi, abituato all’interattività, interiorizza le esperienze se è in grado di tessere con esse una relazione viva e non puramente passiva, recettiva. L’uomo di oggi ritiene valide le esperienze nelle quali è richiesta la sua «partecipazione» e il suo coinvolgimento.

Oggi la profondità si coniuga con una immersione in una vera e propria «realtà virtuale»

Nel web inteso come luogo antropologico non ci sono «profondità» da esplorare ma «nodi» da navigare e connettere tra di loro in maniera fitta. Ciò che appare «superficiale» è solamente il procedere in modo, magari inatteso e non previsto, da un nodo all’altro. La spiritualità dell’uomo contemporaneo è molto sensibile a queste esperienze…

«la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione».

Quale sarà dunque la spiritualità di quelle persone il cui modus cogitandi è in fase di «mutazione» a causa del loro abitare nell’ambiente digitale? Una via per evitare questa perdita consiste nell’evitare di opporre troppo velocemente profondità a interazione, superficialità a interiorizzazione.

La rete non è certo priva di ambiguità e utopie. In ogni caso la società fondata sulle reti di connessione comincia a porre sfide davvero significative sia alla pastorale sia alla comprensione stessa della fede cristiana, a partire dal suo linguaggio di espressione. Le sfide sono esigenti. Il nostro compito lo è altrettanto.

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Summary in English

(by the Communication Office of the Council of European Bishops’ Conferences – CCEE)

logoccee“It is not possible to speak of pastoral issues and communication without understanding the spiritual value of communications technology”, according to Fr Antonio Spadaro SJ, director of the Jesuit journal La civiltà cattolica, speaking at the meeting of European bishops responsible for social communications gathered in Athens.

Spadaro said that the internet “is not a tool” but “an environment and an experience” which “in varying ways is increasingly becoming an integral part of daily life”. It is “a connective web of human experiences” which influences the human person’s modus cogitandi. In fact, in the society of information overload in which we live, “the problem today is not finding the meaningful message but de-coding it, that is, recognising its importance for me, its significance on the basis of the many responses I receive”. At the same time, the internet, also being experience, “is becoming one of the ordinary ways available to humanity to express its spiritual nature”. Hence, the Jesuit said, humankind’s effort “to instill ‘the effect of spiritual functions’ in ‘mechanical instruments’”. And to the sceptics of the digital world, Spadaro responded that “as long as it is said there is need to get away from internet relationships in order to experience real relationships, the schizophrenia will be confirmed of a generation which experiences the digital environment as a purely recreational environment in which a second self is called upon, a dual identity which lives on fleeting banalities, as in a bubble devoid of any physical realism, real contact with the world and with others”. Instead the director of La civiltà cattolica recalled that increasingly part of our life is digital: “we exist on the internet”, hence the idea that “part of our life of faith, too, is digital”.

Therefore it seems legitimate to ask if in the time of search engines where answers are at your fingertips, can the internet be a dimension where it is possible to proclaim and live the Gospel? And, at a time when planning has been replaced by personal research and accessible content again on the internet, is the manner of presentation of the traditional catechism which proposed the content of faith in an ordered and coherent manner, still valid on the internet? According to Spadaro “the Christian proclamation today runs the risk of presenting a message alongside others, a response among so many. More than presenting the Gospel as the book containing all the answers, one has to learn to present it as the book which contains all the right questions”. The real challenge for the Church, Spadaro said, is that of “assuming an evermore communicative and participatory form”, because “to communicate therefore no longer means transmitting but sharing”. In fact, what emerges in the internet “is not just people and content, but relations”. So “today the internet person trusts opinions in the form of witness”. In fact, for Spadaro “the logic of social networks makes us understand better than before that shared content is always strictly linked to the person offering it. In fact, in these networks there is no ‘neutral’ information: the human person is always involved directly in what he or she communicates”. Hence the responsibility of the Christian who lives immersed in social networks to “a very commited authenticity of life”. Summing up, Spadaro said that the Church on the internet “is therefore called not to ‘broadcasting’ of religious content, but to a ‘sharing’ of the Gospel” and the Christian, also a “living link”, is called above all to narrate their own faith “within bonds and relationships” and in a polyphonic and open manner. In fact, Sapdaro concluded, “the human person today believes the experiences in which his or her participation and involvement is required to be valid”.

6 punti centrali del MESSAGGIO di #PapaFrancesco per la 48a Giornata Mondiale delle COMUNICAZIONI

selfieEcco alcune mie prime note sul Messaggio di Papa Francesco per la 48a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Una riflessione più ampia, anche alla luce di altri discorsi del Papa sulla Comunicazione, verrà pubblicata sul prossimo numero de La Civiltà Cattolica.   *Più in basso si trova il testo completo del Messaggio*

Il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali ha per titolo “Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro”. Il testo afferma alcuni punti centrali del modo proprio di Papa Francesco di vivere e comprendere la capacità dell’uomo di comunicare in maniera autentica. Collocandosi in continuità con i messaggi di Benedetto XVI scritti per la medesima occasione, esprime anche una profonda maturazione della consapevolezza della Chiesa sulle questioni che riguardano la comunicazione al tempo delle reti digitali.

Elenco qui 6 punti centrali di questo messaggio…

1. Internet esprime la «profezia» di un mondo nuovo

Papa Francesco avvia il suo discorso con una sorta di contemplazione del mondo in cui viviamo. Il mondo sta diventando sempre più piccolo, e noi siamo sempre più vicini gli uni agli altri. I miei amici sui social network, al di là del fatto che vivano in Brasile o in Italia, in India o in Australia, sono sempre alla distanza di un click. Tutti siamo più connessi e interdipendenti. E tuttavia questa comunicazione globale non è sufficiente per superare le divisioni. Anzi: il mondo, oggi unito dalle reti, vive il paradosso di essere diviso. Ecco: per il Papa la cultura della comunicazione non può convivere con quella dello scarto; queste due culture rimangono antitetiche. Le reti, che ci uniscono e ci collegano, devono spingerci alla visione di un mondo differente da quello pieno di divisioni, che abbiano davanti. Si tratta di una sorta di appello a che la gift culture, la cultura del dono sia il centro verso cui gli scambi convergono, in una rete nella quale la condivisione delle risorse risulta sempre  più facile e spontanea (open source, creative commons…). La rete, dunque, può contribuire a plasmare una mentalità di condivisione aperta, In un certo senso, dunque, internet esprime la «profezia» di un mondo nuovo, perché può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà. Proprio qui entra in gioco la «prossimità»: i media possono aiutarci ad avvertire il senso di solidarietà e il desiderio di lottare per i diritti umani, risvegliandone la nostra consapevolezza, contro la logica dello «scarto».

 2. Internet: una rete di persone, non di fili

La rete non è un mero assemblaggio di materiali e strumenti elettrici ed elettronici: «la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili, ma di persone», scrive il Papa. La rete internet insomma non è affatto come la rete idrica, o di quella del gas. Invece è vero che la nostra vita è già una rete, anche senza i computer, i tablet e gli smartphones. Però queste tecnologie della comunicazione possono potenziare e aiutare a vivere la nostra esperienza di vita come rete; se dunque non fossero in grado di spingerci ad una maggiore accoglienza reciproca, o far maturare la nostra personale umanità e la nostra reciproca comprensione, non risponderebbero alla loro vocazione. Perché, se la comunicazione non ci rende più «prossimi» gli uni altri altri, se non ci fa vivere la vicinanza, allora non risponde alla sua vocazione umana e cristiana.
Papa Francesco scrive chiaramente: «internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio». Il Papa sembra leggere nella rete il segno di un dono e di una vocazione dell’umanità ad essere unita, connessa. Rivive, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, «la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (Evangelii Gaudium, 87).

3. Chi è il mio «prossimo» nell’ambiente digitale? Le «reti di prossimità»

Dato che la rete è una rete di persone, tutte le domande su internet e, in generale, sulla comunicazione sono riconducibili all’unica domanda evangelica: «chi è il mio prossimo?» (Lc 10,29). Occorre comprendere bene come il significato stesso di «prossimo» si evolva proprio a causa della rete che abbatte le barriere dello spazio e del tempo. Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Papa Francesco, parlando ai comunicatori nel 2002, aveva scelto la parabola del buon samaritano, come immagine di riferimento del comunicatore. Il concetto di comunicazione di cui egli parla fa perno non sul messaggio né, tanto meno, sulle tecniche, ma sulle persone che comunicano. Comunicare, dunque, significa condividere un messaggio all’interno di reti di prossimità; significa coinvolgersi, testimoniare ciò che si comunica, facendosi carico di chi ci sta accanto. Significa toccare l’altra persona, essendo consapevoli del contatto. Significa, in definitiva, prendere consapevolezza del sostanziale significato dell’essere uomini e figli di Dio.
È vero, d’altra parte, che oggi la comunicazione tende alla manipolazione e al consumismo, aggredisce come i banditi che ridussero in fin di vita l’uomo soccorso dal buon samaritano. È la sensazione che spesso proviamo, quando siamo bersagliati da raffiche di immagini seducenti o sconsolanti. Il buon samaritano oggi passa non solamente per le strade di città e villaggi, ma anche per le «“strade” digitali».
La rete, dunque, può essere anche intesa come una peculiare «periferia esistenziale», affollata di una umanità che cerca una salvezza o una speranza.

4. Una Chiesa «accidentata», ma dalle porte aperte anche in rete

Dunque, se ci chiedessimo perché, in definitiva, la Chiesa e i cristiani devono essere presenti nell’ambiente digitale, la risposta sarebbe semplice: perché la Chiesa è chiamata ad essere dove sono gli uomini. E oggi gli uomini vivono anche nell’ambiente digitale. La comunità ecclesiale non può dunque sottrarsi a questa nuova chiamata, proprio per la sua vocazione missionaria fondamentale: «Lo ripeto spesso: tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima. E le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra queste strade ci sono anche quelle digitali».
Se il Papa parla spesso di una Chiesa dalle porte aperte, nel suo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni, afferma chiaramente che aprire le porte delle chiese, significa anche aprirle nell’ambiente digitale.

 5. Per una comunicazione non «di massa» ma «popolare»

Il Papa, proponendo l’immagine del buon samaritano, in realtà, propone una immagine della comunicazione che taglia fuori l’onnipresenza mediatrice del mercato. La comunicazione non è marketing persuasivo, né tantomeno espressione del mercato, ma istanza fondamentale dell’essere umano, che riconosce se stesso nel momento in cui si avvicina agli altri. Essa, per il Papa, tende a coincidere con la prossimità. Per questo, nel suo ambito, occorre «saper discernere e riuscire a smascherare la presenza di interessi politici ed economici». Come detto in precedenza, uno degli obiettivi della comunicazione mediatica, è al contrario quello di dar voce a chi non ce l’ha, di «rendere visibili volti altrimenti invisibili». Da qui discende una radicale distinzione tra la comunicazione e la cultura di massa e la comunicazione e la cultura popolare che andrebbe maggiormente approfondita. Da qui discende una radicale distinzione tra la comunicazione e la cultura di massa e la comunicazione e la cultura popolare che andrebbe maggiormente approfondita.

6. Dialogo e rapporto tra Ecclesia e Agorà

Il Papa conclude il suo messaggio con un appello: siamo davanti non a problemi dell’informazione ma a una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova. «Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale», scrive Francesco. Il termine non è nuovo, ma sappiamo bene che il termine «cittadino» ha per lui un significato rilevante. Aveva scritto tempo fa che esserlo significa «convocato ad associarsi in vista del ben comune», al fine di un progetto comune. Le nuove tecnologie digitali hanno dato origine ad un vero e proprio nuovo spazio sociale, i cui legami sono in grado di influire nella società e sulla cultura.  Il Papa pone dunque il tema del rapporto tra ecclesia e agorà che va rimodulato di continuo a vari livelli. Quello della comunicazione digitale è un livello oggi molto sensibile. L’obiettivo resta il bene comune.
Il Papa ha molto a cuore il dialogo quotidiano con tutti coloro che ci stanno accanto, il dialogo della condivisione pratica. L’atteggiamento necessario da questo tipo di dialogo è per il Papa «l’essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte». Tutto ciò che è «idea» personale, opinione, adesione partitica oppure tradizione, linguaggio, modo di fare non può essere considerato un assoluto, scrive Papa Francesco. Aveva già detto Benedetto XVI (discorso alla Curia, 21/12/12) che per dialogare occorre «imparare ad accettare l’altro nel suo essere e pensare in modo diverso». Questa è la premessa per un dialogo autentico.
Gli sforzi di comprensione diventano dunque un processo in cui, mediante l’ascolto dell’altro, ambedue le parti possono trovare purificazione e arricchimento. Anche quando le scelte di fondo non devono essere cambiate  – la fede, ad esempio – questi sforzi hanno «il significato di passi comuni verso l’unica verità» (ivi). E’ dunque necessario, scrive Papa Francesco, «sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze».

Ecco il testo completo del Messaggio:

48ª GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI
Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro

Messaggio del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle,

oggi viviamo in un mondo che sta diventando sempre più “piccolo” e dove, quindi, sembrerebbe essere facile farsi prossimi gli uni agli altri. Gli sviluppi dei trasporti e delle tecnologie di comunicazione ci stanno avvicinando, connettendoci sempre di più, e la globalizzazione ci fa interdipendenti. Tuttavia all’interno dell’umanità permangono divisioni, a volte molto marcate. A livello globale vediamo la scandalosa distanza tra il lusso dei più ricchi e la miseria dei più poveri. Spesso basta andare in giro per le strade di una città per vedere il contrasto tra la gente che vive sui marciapiedi e le luci sfavillanti dei negozi. Ci siamo talmente abituati a tutto ciò che non ci colpisce più. Il mondo Leggi tutto “6 punti centrali del MESSAGGIO di #PapaFrancesco per la 48a Giornata Mondiale delle COMUNICAZIONI”

La rete ci rende stupidi?

Alle ore 11.30 del 24 gennaio 2013 nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali sul tema: “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”. Sono intervenuti: S.E. Mons. Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali; il Rev.mo Mons. Paul Tighe, Segretario del medesimo Pontificio Consiglio. Ne pubblico di seguito gli interventi:

INTERVENTO DI S.E. MONS. CLAUDIO MARIA CELLI

1. Desidero dare inizio a questo nostro incontro sottoponendo alla vostra considerazione vari dati statistici riguardanti la frequentazione delle reti sociali. Alcuni di questi dati sono legati alla realtà americana ed emergono da una indagine condotta dalla Georgetown University di Washington nel 2012; gli altri, come avrò l’opportunità di sottolineare, sono forniti da una società internazionale e riguardano i dati relativi a 21 Paesi dei 5 Continenti.

2. Il secondo punto di riferimento è dato da una linea di pensiero tendente a sottolineare gli effetti negativi che l’uso di Internet causa nello sviluppo della nostra persona. Faccio riferimento agli articoli e ai libri di un autore americano, il quale, senza mezzi termini, si domanda se la rete non ci renda stupidi, affermando come la rete, se da un lato rende più rapido il lavoro e più stimolante il tempo libero, dall’altra parte favorisce la riduzione delle nostre capacità di pensare in modo approfondito. La rete ci renderebbe superficiali, dato che ci porta a scorrere in forma frenetica fonti disparate per ricavarne dei dati. L’autore si domanda, inoltre, se la rete non stia modificando anche il nostro cervello.

3. In questo contesto, si situa il Messaggio di questa Giornata Mondiale che presenta una valutazione positiva dei social media, anche se non ingenua. Essi sono visti come opportunità di dialogo e di dibattito e con la riconosciuta capacità di rafforzare i legami di unità tra le persone e di promuovere efficacemente l’armonia della famiglia umana. Questa positività esige Leggi tutto “La rete ci rende stupidi?”

I TRE PILASTRI DEL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA 47a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (2013) Commento a

Quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni («Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione») ha raccolto una serie di indicazioni già date nei precedenti messaggi, e puntando su 3 “pilastri” o temi-chiave che sembrano essere ormai le fondamenta della prospettiva ecclesiale sulla comunicazione.

1) L’AMBIENTE DIGITALE È UNO SPAZIO DI ESPERIENZA REALE

Scrive Benedetto XVI che i social networks non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione. La Rete non è da «usare», ma da abitare perché la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. «L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (corsivo nostro). Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire che cosa la rete ci insegna sul modo di pensare la fede oggi. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza: «sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie.

2) IN RETE SI PENSA INSIEME E SI CONDIVIDE LA RICERCA

Nel suo Messaggio il Papa afferma che lo sviluppo delle reti sta «contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso.

3) IN RETE SI VIVE UN COINVOLGIMENTO INTERATTIVO CON LE DOMANDE DEGLI UOMINI 

Il Pontefice indica il rischio più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece – scrive – «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi . Al contrario il Papa ribadisce la necessità ad essere disponibili «nel coinvolgerci pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede, ci deve far sentire la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio come pure la nostra carità operosa». Se il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai network sociali.

– È CHIARO, DUNQUE CHE la riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’ambiente digitale ha impatto sulla nostra percezione della realtà, di noi stessi e sulle nostre relazioni.

Ricordiamo  che l’Anno della fede è stato inaugurato da una Lettera Apostolica dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, solamente per citare i più noti.

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