Con 1 tweet: che cos’è il giornalismo?

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Il 24 aprile 2013 ho partecipo a un panel del Festival Internazionale del Giornalismo. Ho chiesto al volo su Twitter (@antoniospadaro) una definizione-tweet di giornalismo. Nel giro di poco mi sono arrivate le seguenti (magari aggiornerò la lista… attualmente ferma al 24 aprile ore 8.30). I testi sono riportati in ordine cronologico inverso. Ecco la mia tweet-domanda: Ma secondo voi – con 1 tweet – che cos’è il #giornalismo? (così mi preparo domani per l’ #ijf13 ? http://ow.ly/klHxS

Alessio Persichetti
#giornalismo è dare al lettore una chiave di lettura per costruire un giudizio il più possibile obbiettivo

Suor Cristina
Mediazione di realtà tra spazi e tempi diversi a servizio della verità per il bene sociale

maria fioravanti
ma forse è solo uno strumento ad alta velocità

diocesitursi
servizio di amore alla verità, testimonianza e racconto all’uomo cercatore di verità #giornalismo

Giorgio Santini
in genere no, purtroppo pensa più all’Ordine che non alla grammatica ed alla sintassi

Elisabetta Coe
PER QUEL CHE MI RIGUARDA SI…

Politica Italiana
Il giornalista è ancora quello di una volta? | CyberTeologia http://ow.ly/km5P6 #ijf13″

@MatteoAVFugazza
…si ma è un BETA TEST

 

 

Gian Guido Vecchi
essere testimoni

Vivalitalia
Un lavoro che in genere non sporca le mani. Ti sporca il cuore se baratti la verità con l’arrivismo.

Sabina Fadel
è esercizio di libertà e rigore: ricercare e verificare, superare pre-giudizio, raccontare contestualizzando senza ideologie

Daniele Reho
ilgiornalismo: due occhi aperti su uno scenario. Un cuore cosciente e preparato.

Gabriele Grando
interpretazione della realtà

Dario De filippi
dire la verità sempre anche quella più amara

Massimo
e’ l’arte del ritrarre la realta’ con le parole. Una persona un fatti un paese…

Sara Lorusso
un racconto continuo

Chiarella Minetti
ricerca, analisi, verità. ( almeno dovrebbe ) Five Ws and one H: who,what, when,where, why, how.

Alessandro Zorco
Giornalismo è fedeltà: la realtà, anche quella più complessa, deve essere raccontata in modo semplice e senza mistificazioni

Stefano Femminis
Tecnica, arte e missione

Paolo Zuliani
Informazione oggettiva sui fatti separata da giudizio di valore (opinione). Non è propaganda.

Stefano Femminis
È sempre meglio che lavorare… (vecchia battuta)

Ettore Timi
fatto bene è la benzina della conoscenza e della consapevolezza.

Riccardo Chiaberge
ricerca, cultura e testimonianza

FSE Branca Rover
raccontare agli altri che non sono presenti, ciò che passa sulla linea fra i tuoi occhi, la tua testa e il tuo cuore.

Anne Leahy
regularly transmitting the witness of events

Sauramarta
raccontare ciò che succede in modo da stimolare chi legge a farsi la propria teoria su come siano andate veramente le cose

Roberto Marini
Cercare le notizie cn fatica. Raccontare fatti nudi e crudi. Esprimere opinioni chiare e intellettualmente oneste sui fatti

Carnet di Marcia
raccontare, narrare…

Nomfup
racconto

Pablo H. Breijo
Otros dicen que “periodismo es contar algo que alguien no quiere que se sepa. Lo demás es propaganda”.

Ugo De Berti
è la fiaba di Biancaneve raccontata dallo Specchio Magico.

Alfonso Balsamo
giornalismo è l’arte di chi sa essere “storico dell’istante”, chi racconta com’è la realtà e fa immaginare come dovrà essere

Loredana Zolfanelli
parola performativa…

Juan A Ruiz
“salir, ir, ver, escuchar, retratar, grabar, apuntar, volver y contar”, que diría mi amigo @hdezbreijo

Gianlucabi
raccontare i fatti ;-)

 

Il giornalista

Il dibattito sul giornalismo è sempre vivo e vivace. In occasione del 24 gennaio, festa dei giornalisti, è il caso di riprendere la riflessione. In genere parlando del giornalismo si fa riferimento al giornalista, alla sua figura, al suo ruolo. Si parla, ovviamente, anche dei giornali, dette testate, delle piattaforme. E in realtà oggi dovremmo parlare di più del «pubblico», cioè dei lettori.

Il pubblico sta uscendo da una posizione passiva e sta mettendo sotto pressione l’ecosistema mediatico. La tecnologia abilita nuove forme di rapporto con il pubblico. La credibilità dell’informazione, ad esempio, va dcontinuamente verificata e legittimata in un contesto di relazioni, e dunque diviene «affidabilità»; l’autorevolezza diviene «competenza»; e il giornalista un «testimone competente e affidabile».

Il valore stesso delle notizie, non è più intrinseco al loro stesso contenuto ma si ritrova nella loro capacità di creare relazioni tra i contenuti e tra le persone.

La notizia non è il contenuto che riempie la pagina (o il tempo radio o televisivo) ma il servizio che si presta a qualcuno.

L’informazione interessa e ha senso se crea «conversazione». E questo vale ancora di più e radicalmente per l’informazione che nasce o entra nell’ambiente digitale.

Michelle Atagana, managing editor di Memburn, ha affermato: When you write for print you have a beginning, middle and an end. When you write for online you have a beginning and middle; the end is up to the reader. Because the nature of online is so interactive and readers will call you out in the comments because that is their job and right, you have to leave the story almost open because it’s about conversation, unlike print when it’s more about information.

Risulta interessante leggere come la Corte di Cassazione ha definito il giornalista con sentenza n. 11/1968. Egli è colui che «con opera intellettuale, provvede alla raccolta, elaborazione o commento delle notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, mediando tra il fatto di cui acquisisce la conoscenza e la diffusione di esso attraverso un messaggio (scritto, verbale, grafico o visivo) necessariamente influenzato dalla personale sensibilità e dalla particolare formazione culturale e ideologica” (Cass., 19.5.1990, n. 4547).

E’ interessante confrontarla con la definizione molto sintetica di Jeff SondermanThe journalist has not been replaced but displaced, moved higher up the editorial chain from the production of initial observations to a role that emphasizes verification and interpretation. … Working between the crowd and the algorithm in the information ecosystem is where a journalist is able to have most effect, by serving as an investigator, a translator, a storyteller.

Il giornalista è dunque un investigatore, un traduttore, un narratore che lavora tra la gente e gli algoritmi dell’ecosistema delle informazioni… Questa elasticità della nozione di giornalista, non è altro che l’effetto diretto della rapida e vorticosa trasformazione che sta interessando l’ordinaria concezione di giornalismo. In un tempo in cui gli “organi di informazione” si moltiplicano e si scompongono (dal blo ai social networks), il giornalismo sta non solamente una professione ma anche una dimensione antropologica. 

Questa «socializzazione» dell’informazione ha generato almeno quattro pratiche di carattere giornalistico:

1. il costruire servizi informativi basati sull’aggregazione originale di materiali condivisi su differenti social networks su una piattaforma come Storify  o ancora piattaforme di civic media come Timu, che aggregano contenuti di varia natura realizzati da persone, consapevoli che ciascuno di noi è un living link. 

2. il nascere dei social reader, applicazioni che selezionano le news sulla base di ciò che i nostri amici sui social network condividono: Flipboard, Pulse, Zite, Prismatic, Mynews.is, Circa… Questi software analizzano le connessioni tra iscritti collegati i un social network in modo da scoprire chi, all’interno della propria rete di contatti, condivide le notizie più rilevanti.

3. il nascere di piattaforme di social bookmarking come Reddit e social news come Digg dove le notizie più importanti sono segnalate dagli utenti registrati che possono votare a favore o contro di essa se la ritengono interessante o meno.

4. Il nascere di progetti crowdfunding (finanziamento diffuso) per cui un giornalista chiede al proprio pubblico di essere finanziato per fare un servizio. E’ il caso di Claudia Vago (@tigella), che ha raccolto 2.600 euro per documentare il fenomeno Occupy Wall Street. E lo ha fatto grazie a www.produzionidalbasso.com che permette di organizzare e trovare finanziamenti per qualsiasi forma di autoproduzione, senza filtri e senza nessuna intermediazione. Questo è il punto: il digitale disintermedia, e occorre fare i conti con questa realtà.

E il caso di Claudia Vago è un chiaro esempio di «reputation economy» che spinge anche singoli bloggers a decidere di «professionalizzarsi» e a fare pagare (paywall) l’accesso ai propri post. E’ il caso di Andrew Sullivan, noto blogger britannico trapiantato in America che ha deciso di chiedere ai lettori del suo blog The Dish di sottoscrivere un abbonamento di 20 dollari all’anno.

Quando la rete diventa strumento d’informazione, magari a basso costo, essa produce comunque Leggi tutto “Il giornalista”

Compito del giornalista: valorizzare le tante e diffuse risorse del nostro Paese

Come avevo già scritto, il 21 gennaio mi è stato conferito il premio di giornalismo “Civitas Casertana – Le Buone Notizie” insieme a Maria Concetta Mattei (Tg2) e Stefano Maria Paci (Sky Tg24). Il Presidente della Repubblica, scrivendo al Segretario regionale dell’UCSI tramite il Segretario Generale della Presidenza, ha espresso un apprezzamento e congratulazioni in un messaggio che contiene due idee forti che mi piace rendere note.

 

Gentile Segretario regionale,

la ringrazio per aver informato il Capo dello Stato della realizzazione dell’iniziativa premiale «Civitas Casertana, buone notizie», dedicata al lavoro di quei giornalisti che con rigore, equilibrio, e responsabilità rivolgono uno sguardo particolarmente attento alla valorizzazione delle tante e diffuse risorse presenti nel nostro Paese e, come auspicato dal presidente Napolitano, dimostrano una forte, volontà di partecipazione al successo delle buone cause.

Un mondo dell’informazione libero e caratterizzato da una pluralità di voci e opinioni e ancorato al rispetto intransigente di principi deontologici e regole professionali costituisce uno dei principali indicatori dello stato di avanzamento civile di un popolo e contribuisce a rendere più attiva la partecipazione dei cittadini alla vita democratica del Paese e delle sue Istituzioni. Recentemente, il Presidente della Repubblica, intervenendo per ricordare il rilevante contributo offerto dalla libera informazione alla fondazione dello Stato unitario, ha sottolineato che tra i principi e i valori della Costituzione, al culmine del processo di riscatto democratico, ha posto alla base del nostro stare insieme, vi è proprio la libertà di stampa e di espressione. Questa, dunque, resta essenziale per contribuire alla formazione consapevole dell’opinione pubblica e nutrire la dialettica democratica.

Il Capo dello Stato, nell’esprimere apprezzamento per le finalità che l’iniziativa intende perseguire rivolge ai giornalisti premiati le sue congratulazioni e invia a lei, alle autorità convenute, al comitato promotore e a tutti i presenti un cordiale saluto, al quale unisco il mio personale.

Donato Marra, Segretario Generale della Presidenza della Repubblica

Andrea Melodia, presidente “Unione Cattolica Stampa Italiana”, risponde al mio post su credibilità e servizio pubblico

Il 16 dicembre scorso pubblicavo su questo blog un post dal titolo La “credibilità” dell’informazione in Italia e il “servizio pubblico”. Il post è stato letto da circa 600 persone e ha suscitato commenti di vario segno. Mi è arrivato anche il commento del prof. Andrea Melodia, presidente dell’UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana). Lo riporto qui di seguito, ringraziandone vivamente l’autore per il contributo alla riflessione.

Concordo nella sostanza, ma mi premono alcuni distinguo. Il “mestiere” di giornalista (e uso questo termine per indicare una qualificazione professionale) sempre meno ha senso nella società postmoderna se non garantisce alti livelli di qualità percepita, che è il risultato di una serie di relazioni che oggi si alimentano sia attraverso i media tradizionali, sia attraverso quelli offerti dal web 2.0. Sia attraverso il broadcasting, sia lo sharing. Il fatto che ogni cittadino, minori compresi, sia divenuto potenziale fonte di informazioni, in qualche caso esclusive e con capacità testimoniali spesso superiori a quelle dell’informatore di mestiere, favorisce l’estromissione dal mercato delle fasce qualitativamente medio-basse della professione. La competenza nei linguaggi e nelle loro interazioni, oltre alla competenza nelle materie trattate, costituiscono peraltro condizioni di qualità oggettiva, anche se difficilmente misurabile, che andrebbe sommata alla qualità percepita relazionalmente.

Un problema molto serio si pone di fronte alla questione del consenso. Chi come me viene da una esperienza televisiva generalista difficilmente potrà a pensare che abbia senso una qualità senza ascolti, ma altrettanto bene si rende conto che oggi gli ascolti sembrano opporsi alla qualità. So bene come si possa intervenire sugli ascolti di un telegiornale, minuto per minuto, privilegiando non la rilevanza delle notizie ma la loro irrazionale popolarità. Ma fatico a credere che un sistema relazionale in rete possa garantire maggiore equilibrio. Mi pare che anche qui le manipolazioni siano dietro l’angolo: il mio sistema relazionale sul web sarà sempre più soggetto al controllo, al tracciamento delle preferenze, alla esclusione o all’inclusione in base ad algoritmi segreti e incontrollabili. Il “page rank” di Google perde la sua democratica trasparenza e si sottomette agli interessi dell’investitore pubblicitario, che si garantisce i primi posti nelle risposte. E si tratta di manipolazioni e interferenze poco percepite. Per la pubblicità televisiva e stampata vige l’obbligo di jingle e scritte: e sul web?

Oltre l’indubbia rilevanza dei nuovi modelli comunicativi, che certamente impongono un adeguamento culturale e che introducono elementi di complicazione e nei sistemi informativi e comunicativi dei quali cominciamo appena a conoscere gli effetti, credo sarebbe sbagliato affidare fideisticamente ai nuovi media capacità autonoma di correggere le distorsioni. Essi forniscono certo nuovi strumenti di controllo in mano a tutti i cittadini, ma nessuno garantisce che se ne faccia buon uso. Voglio dire che i vecchi e i nuovi media soffrono dello stesso antico limite: sono strumenti che si possono usare bene o male, secondo le competenze e la rettitudine, e anche secondo le regole che la politica impone loro (o quelle che dovrebbero essere imposte e non lo sono). Inoltre vecchi e nuovi media sono del tutto interconnessi, e i nuovi non cancellano i vecchi: le informazioni sul web provengono ancora in quantità molto significative dalle redazioni dei giornali, e le immagini di origine televisiva sono di casa sul web. Dunque da queste interazioni, da questa complessità, dobbiamo partire per ricostruire un intervento a favore della qualità.

In questo senso credo abbia senso ancora parlare di “servizio al pubblico”, anche – ma non solo – per l’informazione giornalistica. Si tratta solo di prendere atto che il “mestiere” si giustifica se è “popolare” – cioè accessibile a molti, qualche volta a tutti secondo l’antico modello del servizio universale – e, insieme, se è aperto al controllo, alla trasparenza, alla verifica anche interattiva, e capace di fornire le giustificazioni, il percorso e il metodo della sua costruzione. Sempre più una informazione “in diretta” (broadcasting e sharing in questo sono appaiati) e quindi sempre più sottoposta allo stress temporale. Una delle prime cose da imparare e che è meglio arrivare secondi che raccontare panzane.

Dunque un giornalismo per essere credibile deve certamente aprirsi sempre più alla partecipazione e al controllo, e così rafforzerà il suo carattere di servizio, di utilità al pubblico. Ma la competenza professionale, tematica e linguistica, restano esigenze prioritarie; libertà, anche dalle ideologie, e rette intenzioni realizzate attraverso una linea editoriale, sono condizioni essenziali all’esito qualitativo. E il lavoro giornalistico non è né monastico né solitario: è un lavoro di gruppo, e la sua credibilità, spesso anche sul web, attiene non solo alla singola firma ma anche alla compagine di lavoro.

Concludo moralisticamente: in questi giorni si parla molto di coesione sociale, che mi piacerebbe fosse un modo moderno per parlare di fratellanza, tolleranza, carità e amore. Forse per comunicare bene occorre cominciare da lì.

 

 

La “credibilità” dell’informazione in Italia e il “servizio pubblico”

L’«informazione» oggi è un fenomeno molto articolato. In questa mia breve riflessione mi metto non dalla parte delle definizioni consolidate, ma provo a dare qualche indicazione sul magma che viviamo in un momento in cui la disponibilità di informazione sta crescendo in maniera esponenziale.

Credo che occorra almeno distinguere l’informazione «trasmessa» (broadcasting) e quella «condivisa» (sharing nei network sociali). I due contesti generano due visioni della credibilità che sono molto differenti. Nel caso del brodcasting la credibilità è tutta centrata sull’autorevolezza e l’attendibilità di chi trasmette, cioè la testata. Nello sharing questo concetto è più complesso perché l’informazione è tale solo se condivisa all’interno di rapporti «credibili» e autentici. Si dovrebbe meglio parlare di «affidabilità» che è un concetto molto più relazionale e partecipativo. Non solo: nella condivisione è la relazione stessa ad essere «informazione» trasmessa, come ha notato anche Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazionidel 2011.

L’evoluzione del mondo dell’informazione sta decisamente virando, sotto la pressione del web 2.0, in questa seconda direzione. Per cui ormai è raro trovare una testata che non permetta la condivisione dei contenuti su Facebook, Twitter e ad altre piattaforme simili. Dunque anche il brodcasting (e il giornalismo «tradizionale») vive bene se è aperto allo sharing. Almeno parte della valutazione della sua credibilità è affidata alle relazioni.

In questo sistema una fonte è giudicata credibile quanto più è condivisa. E’ la logica del page rank di Google, ad esempio, che ha reso il motore di ricerca così di successo. Essa pone in alto nei risultati non i siti più cliccati, pensì quelli più citati. Ma pensiamo anche a piattaforme come Digg: chi si registra può segnalare una notizia e poi gli altri utenti possono votare a favore o contro di essa se la ritengono interessante o meno. Le pagine più votate vanno sulla homepage nelle sue varie sezioni, che così diventa il giornale on line delle notizie giudicate dal «pubblico» più interessanti.

E così il concetto di «pubblico» rischia lo slittamento semantico in quello di «popolare». In questo quadro il «giornalismo di servizio pubblico» risulta un concetto da chiarire in radice, non univoco o capace di essere compreso secondo la visione classica e consolidata. Il «servizio», ad esempio, oggi non indica più un contenuto informativo, ma l’accesso a un canale. Sempre più grazie all’interattività dell’informazione sfumerà la figura dell’«utente».

Il citizen journalism, ad esempio, a molti oggi sembra la formula più appropriata di «giornalismo pubblico» perché partecipativa. E stanno sviluppandosi dunque piattaforme, come l’Huffington Post (che per contatti ha ormai battuto il New York Times con i suoi 35 milioni di contatti al mese) o l’italiano Il Post, che aggregano contenuti che provengono dal giornalismo non convenzionale. Ma anche giornali intesi come content curation service per cui il «direttore» diventa il curatore di contenuti condivisi da persone a suo avviso affidabili e di cui è «amico» o follower sui network sociali. Grazie alla possibilità di usare i tag (oltre alla scelta dei «giornalisti») la selezione delle notizie può essere anche molto accurata e specialistica. E’ per questo che tempo fa ho creato il mio The CyberTheology Daily (http://www.cyber-theology.net). E’ proprio la dimensione partecipativa il «fine sociale» oggi sempre più in evidenza.

E dunque, per quanto strano possa sembrare, è il «giornalismo partecipativo» ad essere sempre più percepito, specialmente dalle giovani generazioni, come forma di «servizio pubblico». In questo contesto la questione della «credibilità» allora confina e s-confina con quella della «qualità» dell’informazione. La ricchezza quantitativa dell’informazione pone problemi in termini di qualità, infatti. Il rischio è quello di considerare moralisticamente la situazione attuale evidenziando i rischi e dimenticando le opportunità. Ma il rischio è parte integrante dell’innovazione. In ogni caso oggi la qualità non si può più imporre esclusivamente a partire da una autorità culturale predefinita. Il pubblico sta uscendo da una posizione passiva e sta mettendo sotto pressione l’ecosistema mediatico. La credibilità va dunque continuamente verificata e legittimata in un contesto di relazioni, e dunque diviene «affidabilità»; l’autorevolezza «competenza»; e dunque il giornalista un «testimone competente e affidabile».

Il vescovo e i night club: la comunicazione della verità non è una materia opzionale per parlare al mondo

Pubblico la traduzione di un articolo scritto dal teologo gesuita Avery Dulles, creato cardinale da Giovanni Paolo II,  apparso nell’ottobre 1994 sulla rivista «America».

Essendomi scontrato con i giornalisti della carta stampata varie volte, mi diverte sempre apprendere che anche i vescovi, a volte, cadono nelle trappole. Il gesuita Peter Henrici, prima di divenire vescovo in Svizzera, ha raccontato una storia istruttiva (e spero autentica) su un vescovo europeo arrivato a New York. Alla domanda di un giornalista aggressivo: «Quando viene a New York frequenta i locali notturni?», il vescovo rispose con finta ingenuità: «Ci sono locali notturni a New York?». L’indomani rimase sconvolto nel leggere su un giornale il titolo La prima domanda del vescovo: «Ci sono locali notturni a New York?». Il titolo era veritiero, ma così come tante altre notizie, non comunicava la verità.

La comunicazione della verità non è una questione opzionale per la Chiesa. Dal suo divino fondatore la Chiesa ha ricevuto il mandato di diffondere in tutto il mondo la buona novella, inclusa la verità, che Cristo ha insegnato, su chi era ed è. In ogni epoca, la Chiesa ha fatto uso dei mezzi di comunicazione a disposizione, divulgazione orale, lettere, manoscritti, stampa, messaggi radiofonici e trasmissioni televisive. Parlando di nuovi mezzi di comunicazione sociale di massa, nel 1975, Paolo VI dichiarò: «La Chiesa si sentirebbe in colpa davanti al Signore se non utilizzasse questi potenti strumenti di comunicazione che l’abilità umana sta oggi rendendo sempre più perfetti». Giovanni Paolo II ha spesso richiamato l’attenzione sul potere immenso dei mezzi di comunicazione e sull’importanza di metterli al servizio della verità, della giustizia e del decoro morale. È particolare responsabilità dei fedeli laici, afferma, impedire l’uso di questi per manipolare e disinformare.

La Chiesa non ha utilizzato bene i suoi rapporti con la stampa. Leggi tutto “Il vescovo e i night club: la comunicazione della verità non è una materia opzionale per parlare al mondo”