I TRE PILASTRI DEL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA 47a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (2013) Commento a

Quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni («Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione») ha raccolto una serie di indicazioni già date nei precedenti messaggi, e puntando su 3 “pilastri” o temi-chiave che sembrano essere ormai le fondamenta della prospettiva ecclesiale sulla comunicazione.

1) L’AMBIENTE DIGITALE È UNO SPAZIO DI ESPERIENZA REALE

Scrive Benedetto XVI che i social networks non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione. La Rete non è da «usare», ma da abitare perché la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. «L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (corsivo nostro). Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire che cosa la rete ci insegna sul modo di pensare la fede oggi. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza: «sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie.

2) IN RETE SI PENSA INSIEME E SI CONDIVIDE LA RICERCA

Nel suo Messaggio il Papa afferma che lo sviluppo delle reti sta «contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso.

3) IN RETE SI VIVE UN COINVOLGIMENTO INTERATTIVO CON LE DOMANDE DEGLI UOMINI 

Il Pontefice indica il rischio più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece – scrive – «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi . Al contrario il Papa ribadisce la necessità ad essere disponibili «nel coinvolgerci pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede, ci deve far sentire la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio come pure la nostra carità operosa». Se il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai network sociali.

– È CHIARO, DUNQUE CHE la riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’ambiente digitale ha impatto sulla nostra percezione della realtà, di noi stessi e sulle nostre relazioni.

Ricordiamo  che l’Anno della fede è stato inaugurato da una Lettera Apostolica dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, solamente per citare i più noti.

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Risposta a 4 dubbi sulla presenza del Papa su Twitter

Nel momento in cui il Papa ha aperto il suo account Twitter si sono avute reazioni di segno diverso e opposto: alcune di grande entusiasmo, altre di preoccupazione. In particolare sono stati sollevati alcuni dubbi che è interessante e importante affrontare perché ci fanno capire meglio la scelta di Benedetto XVI di essere presente nell’ambiente digitale.

1. I messaggi del Papa su Twitter corrono il rischio di essere banalizzati perché esposti al commento stupido o alle battute ironiche.

E’ vero. Nel momento in cui si espone si è più vulnerabili. E più ci si espone, più lo si è. Eppure il Vangelo è fatto per essere annunciato e dunque essere esposto, come il seme, ad ogni tipo di terra. Non è mettendolo al riparo che può portar frutto. Il Vangelo nel mondo è spesso calpestato, deriso. La parola del Papa è spesso sotto attacco, anche dei media. Molto spesso è anche frainteso oltre che deriso. Non è una novità. Direi che anzi c’è da aspettarselo sempre In particolare proprio all’avvio di una iniziativa come la presenza del Papa in un network sociale. In generale, seppure usando la prudenza cristiana, non può essere questo, però, il motivo per tacere. Siamo davanti a una avventura affascinante e, proprio per questo, rischiosa. In ogni caso la presenza del Papa segue quella di molti cristiani, di molti vescovi, di almeno 8 cardinali. Twitter è già un mezzo ordinario di comunicazione pastorale.

2. Il messaggio su Twitter è frammentato, legato a contesti di consumo rapido, manca il silenzio. Non c’è il contesto giusto per la riflessione.

L’obiezione sembra sensata, ma non lo è come sembra. Ed è il Papa stesso a chiarire questo possibile fraintendimento nel suo messaggio per la 46a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Scrive il Papa, infatti: “sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a […] trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio”. Senza citare nessuna piattaforma o applicazione particolare, il Papa continuava dicendo che “Nell’essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità”.

Quindi siamo ad un apparente paradosso: ciò che potrebbe essere considerato il frutto di una vita frenetica che spezza le comunicazioni in balbettii di poche parole, può diventare il canale che permette di poter fruire di una intuizione sapienziale proprio in un contesto di ritmi frenetici e frammentati. Tutti ricordiamo la folgorante poesia Mattina di Giuseppe Ungaretti: M’illumino / d’immenso. Quale potenza espressiva hanno questi due versi! Eppure sono composti, se consideriamo anche il titolo e gli spazi, di appena 30 caratteri.

3. Il Papa è su Twitter ma non “segue” nessuno e dunque non rispetta le regole di una comunicazione adatta ai netorks sociali

In generale l’obiezione è vera e sensata. Tuttavia occorre aprire meglio gli occhi su ciò che accade in Twitter e chi vi è presente. E’ necessario ormai distinguere presenze personali e presenze istituzionali (un po’ come su Facebook i profili e le pagine, in un mini electronic cigarette certo senso). Se il Papa seguisse qualcuno ci si dovrebbe chiedere: chi? perché aluni sì e altri no? E perché? Anche altre figure legate al mondo della religione (come il Dalai Lama, ad esempio) non seguono nessuno proprio per non fare discriminazioni. E se pure seguisse qualcuno (come il presidente Obama, ad esempio, che segue 670.000 persone) avrebbe senso? sarebbe umanamente possibile e plausibile?

La scelta è stata più semplicemente di avere un profilo aperto tramite l’hashtag #askpontifex col quale è possibile porre domande o dire qualcosa. In tal modo tutto è più trasparente e, sì, anche più “esposto” all’esterno senza alcun genere di filtro.

4. Ma la Rete è un luogo “finto”, pieno di rischi e di alienazioni… Il Papa non fa bene a essere presente in questo ambiente.

La rete è luogo di rischi. Anche molto gravi. Ma si impara a vivere non solamente evidenziando i rischi e alimentando le paure, ma affrontando i problemi. Solo così è possibile evitare la deresponsabilizzazione. Oggi infatti si rischia di condannare l’ambiente digitale in quanto tale attribuendo ad esso i problemi che invece sono nostri, umani, da affrontare. E’ chiaro che i media potenziano alcuni aspetti negativi, dalla stampa in avanti. Anzi, direi, dall’invenzione della scrittura in avanti. Ma potenziano anche molti aspetti impositivi: la solidarietà, la condivisione, il pensare insieme, l’open source, i progetti condivisi, le amicizie di persone che già si conoscono e che vivono distanti per motivi di lavoro o altro.

La rete è ancora “bambina”. Bisogna puntare ad aiutare l’uomo a vivere bene al tempo della rete. Il compito è arduo, impegnativo e alto. Anche se volessimo non potremmo cancellare il cambio sociale e forse potremmo dire antropologico che la rete sta imprimendo. Occorre dunque ragionare con coraggio. A mio avviso la strada giusta è evitare di pensare che viviamo due vite: una fisica e una digitale, una vera e una finta. Così si fa crescere l’alienazione e la mancanza di responsabilità (cioè il rischio è di arrivare a dire: se una cosa è finta è finta e dunque anche il male in rete è finto…). La vita è unica, e l’ambiente digitale è parte di essa. Il digitale non può e non deve sostituire il reale. Ma non lo sostituirà, vampirizzando le vite dei nostri figli, solamente se li aiutiamo a vivere l’integrazione e non la schizofrenia.

Infine, sì, la presenza del Papa su Twitter è una novità che colpisce e fa notizia. E tuttavia, a ben guardare, si tratta di una presenza che segue molte atre presenze di pastori della Chiesa. Non si contanto i sacerdoti. I vescovi sono numerosi e tra questi 8 sono i cardinali che da mesi o addirittura anni twittano. La presenza pastorale su Twitter sia nel mondo cattolico sia in quello protestante è cosa ormai consolidata, ordinaria. Esistono anche le famose #twittomelie, ricordiamolo. E sono stati scritti persino libri in proposito. Il Papa accettando di essere presente su Twitter, al di là del contenuto stesso dei suoi messaggio, sostanzialmente incoraggia i credenti e i pastori a essere presenti e a testimoniare il vangelo nell’ambiente digitale.

Se l’Osservatore Romano dice che finiremo tutti hikikomori…

Il 29 novembre scorso l’Osservatore Romano ha pubblicato un articolo di Christian Martini Grimaldi dal titolo “Tra realtà e pregiudizio” dedicato alle relazioni umane dentro e fuori dalla rete. E’ un articolo che sembra smentire l’intelligenza e la sapienza del magistero pontificio sulle comunicazioni di Benedetto XVI (proprio alla vigilia della sua presenza su Twitter!) con la semplice e inutile riproposizione di alcuni stereotipi.

L’articolo prende spunto da una mia frase che è in realtà (nell’articolo non è detto) parte di un mio articolo su Avvenire. In quella frase dico che finché si manterrà il dualismo tra la vita off line e la vita on line – considerando banalmente la prima come la vita “vera” e la seconda come la vita irrimediabilmente “finta” – si moltiplicheranno le alienazioni. Finché si dirà che per vivere relazioni reali bisogna chiudere le relazioni in rete si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente che vive di banalità effimere.

Il messaggio che cercavo di comunicare è che la vita è una sola, sia che essa viva nell’ambiente fisico sia che essa viva nell’ambiente digitale. La rete non è una realtà parallela, ma è chiamata ad essere uno spazio antropologico interconnesso radicalmente con gli altri spazi della nostra vita.

Cosa fa l’autore dell’articolo sull’Osservatore Romano? Scrive che no, la rete è invece solo una «bolla priva di realismo fisico», che in rete dunque finiamo o finiremo tutti per essere “hikikomori”, cioè quei giapponesi che vivono isolati dal resto del mondo, come dimostrato da una serie di fatti e di sindromi che Grimaldi annota, concludendo che, alla fine, sostanzialmente è tutta colpa della rete.

Ma come si fa ancora a ragionare in questo modo, mi chiedo? Cosa fa l’autore dell’articolo? Parte dalla patologia e arriva acriticamente alle sue conclusioni. E’ insomma come se io parlassi dei criminali (della vita “reale”) e quindi deducessi che il mondo è un posto cattivo dove tutti gli uomini finiscono per essere gente depravata. L’autore dell’articolo dimentica tutta la solidarietà che si esprime in rete, l’open source, lo scambio virtuoso, la capacità di condivisione positiva,… Per lui tutto questo non esiste: finiremo tutti per essere hikikomori.

Due considerazioni:

1. Credo che non si debba attribuire alla rete ciò che invece dipende dai nostri limiti relazionali e umani e che trasferiamo sul web esattamente come negli altri ambienti che frequentiamo offline. Attribuire al web le colpe che sono nostre è una forma di deresponsabilizzazione, di inaccettabile posizione di determinismo tecnologico. Questa esteriorizzazione del negativo mi sembra priva di senso.

Il web non ci «determina», invece, e può essere «abitato». Ovviamente però l’abitare non può prescindere dalla saggezza di un adattamento (non Viagra sempre facile) all’ambiente nel quale pian piano si iscrivono i propri valori. E’ una sorta di addomesticamento dello spazio. Articoli come quello pubblicato dall’Osservatore Romano non aiutano ad acquisire la consapevolezza necessaria per abitare quello che i vescovi italiani negli Orientamenti Pastorali CEI, 51 hanno definito come  il “nuovo contesto esistenziale”.

2. L’articolo dell’Osservatore Romano va direttamente in rotta di collisione con il magistero pontificio sulle comunicazioni. Come non ricordare le parole di Benedetto XVI nel suo Messaggio per la 45a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali quando dice che le nuove tecnologie della comunicazione, se usate saggiamente, «possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, di verità e di unità che rimane l’aspirazione più profonda dell’essere umano»? Ripeto: «desiderio di senso e di verità»! E ricordiamo che il titolo del messaggio era Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale. Che l’articolista dell’Osservatore lo abbia dimenticato?

Dobbiamo ricordare, tra l’altro, che con l’apertura dell’Anno della fede e la chiusura del Sinodo sulla «nuova evangelizzazione», Benedetto XVI ha scelto il seguente tema della 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: «Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione». Il Papa dunque ci invita a riflettere sui social networks, collegando ad essi sia la fede sia l’evangelizzazione. E non è un caso, forse, che alcuni interessanti interventi dei padri sinodali si sono soffermati proprio sulla questione dei nuovi linguaggi e della cultura digitale.

L’articolo dell’Osservatore Romano, dicendo che finiremo per essere tutti “hikikomori” sembra capovolgere di 180 gradi questa prospettiva.Il Papa infatti definisce i networks sociali come «porta» e «spazio», cioè uno spazio di esperienza. Il suo invito quindi è ad allargare i nostri orizzonti, ascoltare i desideri profondi che l’uomo ormai oggi esprime molto bene anche in Rete, luogo in cui si fa esperienza reale. Siamo anni luce da posizioni acritiche di dualismo digitale come quelle espresse dall’articolo in questione.

Quando il Papa chiede di “usare saggiamente” le tecnologie delle comunicazione centra il punto: ci vuole saggezza, vigilanza, prudenza cristiana. Questa saggezza è ciò di cui c’è bisogno, non di pessimismo capace solo di creare ulteriori schizofrenie. E’ un compito che richiede responsabilità. Quella responsabilità che non può essere oscurata da, a mio avviso, inaccettabili posizioni di determinismo tecnologico quali quelle espresse da Grimaldi.

E poi articoli di questo genere a che servono? A fare una laudatio temporis acti, un elogio dei bei tempi andati?  La Chiesa non si è mai limitata a questo perché sa di essere chiamata a un compito per più alto e impegnativo.

 

La rete, una risorsa di senso?

Ieri ho tenuto una conferenza al Coordinamento delle Associazioni per la Comunicazione (Copercom). Mi chiedevano come la rete possa essere una “risorsa di senso”.

L’incontro e il dibattito sono stati davvero appassionanti. Innanzitutto ho tenuto a precisare che è stato lo stesso Benedetto XVI nel suo 45 Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, ad affermare che le nuove tecnologie «possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, di verità e di unità che rimane l’aspirazione più profonda dell’essere umano». Quindi ho proseguito sottolineando il fatto che lo stesso Pontefice ha definito i social networks usando le metafore di «porta» e «spazio».

Parlando di porte e di spazio si comprende che il Papa considera la Rete come uno spazio di esperienza. E lo spazio non è un semplice «contenitore» dell’esperienza ma l’apertura di un’estensione. L’invito quindi è ad allargare i nostri orizzonti, ascoltare i desideri profondi che l’uomo ormai oggi esprime molto bene anche in Rete.

La tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza. Per questo è indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come il luogo in cui le vere domande dell’uomo prendono forma, il messaggio che esprime le domande di senso e di fede, che anche nella rete si fanno strada. La cultura del cyberspazio pone nuove sfide alla nostra capacità di formulare e ascoltare un linguaggio simbolico che parli della possibilità e dei segni della trascendenza nella nostra vita.

Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri.

La sfida è chiara: non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso radicalmente con gli altri della nostra vita. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza.

 

Che cos’è la Rete?

Andrew Blum ha scritto di recente un volume dal titolo Tubes: A Journey to the Center of the Internet. Per comprendere la sua tesi si potrebbe vedere anche il video su TED dal titolo What’s internet, really? La sostanza del discorso è: Internet non è un paesaggio della mente o un luogo virtuale, ma anche un insieme di tubi, macchine, cavi, fibra ottica,…: ha una realtà fisica e una geografia ben precisa. Se un topo rosicchia un cavo (ed è l’esperienza dell’autore) si rischia di essere subito off line.

Blum dunque si concentra sulla “fisicità” della Rete che spesso perdiamo di vista o non consideriamo. L’intendo di Blum sembra quello di non smaterializzare troppo la Rete e di smentire una concettualizzazione del web viziata da un dualismo digitale frutto della contrapposizione tra il “virtuale”/immateriale e il “reale”/materiale che ci circonda. Blum ci dice insomma che la Rete crea un ambiente digitale, il quale è saldamente agganciato a una infrastruttura tecnologica fisica, materiale. E fa bene a dirlo.

Il rischio però è quello che, a mio avviso, corre Christian Martini Grimaldi in una sua per altro molto interessante nota sull’Osservatore Romano dal titolo “Basta poco per un flop”. Nella sua riflessione afferma: “La rete internet insomma, a dispetto della nostra percezione, non è né più né meno concreta della rete idrica, o di quella del gas”. E che dunque internet sia “uno strumento come un altro (provate a vivere senza elettricità o senza gas in casa) che molti però proprio per quella percezione di natura eterea (è informe, è inodore, è incolore), dunque “intoccabile” di cui è investito, hanno trasfigurato in una specie di formula apotropaica (quando va bene), in figura mitica in tutti gli altri casi, addirittura capace di ispirare partiti politici e movimenti ideologici di accalappiamento di quel consenso mai stato così incostante e così lunatico come in questo scorcio di secolo”.

Ha ragione l’autore dell’articolo a dire che la Rete rischia di diventare una proiezione mitica, anzi una vera e propria ideologia, potremmo dire. E tuttavia non credo sia possibile sostenere che internet sia uno “strumento” al pari della rete idrica. Si cade in una sorta di  riduzionismo, sostanzialmente identificando la “realtà” e l’esperienza di internet alla infrastruttura tecnologica che la rende possibile. Sarebbe come dire, per fare un esempio, che il “focolare domestico” (home) si possa ridurre all’edificio abitativo (house) di una famiglia!

Finché si ragionerà in termini strumentali non si capirà nulla della Rete e del suo significato.  La Rete “è” semmai una esperienza, cioè l’esperienza che quei cavi rendono possibile. Come mons. Claudio Maria Celli in un suo testo apparso sullo stesso quotidiano vaticano (il 20 settembre 2012) ha notato, lo stesso magistero pontificio sulle comunicazioni sociali ormai ha abbandonato il concetto di “strumento” per abbracciare quello di “ambiente”. E più ancora estesamente in un suo recente discorso ha affermato che “dobbiamo essere attenti a che la nostra riflessione su questo argomento non rimanga su un livello tecnico o strumentale”: “la rivoluzione nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione non può adeguatamente essere compresa solo in termini strumentali”.

Un rischio sottile nell’appiattimento del significato della Rete alla sua infrastruttura consiste in un riduzionismo ancora più grave: il considerare ciò che è tecnico come non umano, inferiore. In realtà proprio lo sviluppo della tecnica può e deve essere letto nel suo fondamento più spirituale di espressione del desiderio umano di conoscere, di comunicare e di entrare in relazione (o di manipolazione di questo desiderio, ovviamente).

Martini Grimaldi dunque ha fatto bene ad aprire la questione e ricordandoci che internet non è qualcosa di puramente “immateriale” e che può facilmente diventare ideologia e demagogia. E tuttavia occorre stare attenti, d’altra parte, a non ridurre la realtà e l’esperienza della Rete a cavi e tubi, perdendone i significati antropologici. Come la “casa” non è semplicemente un edificio, come il “pasto” non è solamente il miscuglio di alcuni ingredienti.

Semmai invece Leggi tutto “Che cos’è la Rete?”

In rete e fuori il nostro io resta uno solo

Ecco l’intervento del sociologo Nathan Jurgenson, pubblicato su Avvenire del 9 settembre 2012, a partire dal quale ho scritto la mia riflessione sul dualismo digitale.

Il potere dei social media di introdursi con forza nelle nostre vite quotidiane e la quasi-ubiquità delle nuove tecnologie ci hanno costretto a riconcettualizzare il digitale e il fisico: l’online e l’offline.

Molti sono vittime del pregiudizio che ritiene il digitale e il fisico come separati: io lo chiamo “dualismo digitale”. Il dualista digitale ritiene che il mondo digitale sia virtuale e che quello fisico sia reale. Questo pregiudizio motiva molte delle critiche a siti come Facebook, ma ritengo il dualismo digitale sostanzialmente fallace. Sostengo invece che il digitale e il fisico sono sempre più mescolati, e definisco questa prospettiva opposta, che “implode” atomi e bit piuttosto che tenerli concettualmente separati, “realtà aumentata”. Le realtà materiali e quelle digitali si co­costruiscono dialetticamente a vicenda. Questo si oppone all’idea che internet sia come Matrix , dove c’è un reale (Zion) che si abbandona quando si entra nello spazio virtuale (Matrix) – una prospettiva obsoleta, dato che Facebook è sempre più reale, e il nostro mondo sempre più digitale. Ho usato la prospettiva della realtà aumentata per criticare il dualismo ogni volta che l’ho incontrato. Per esempio il cyberattivismo e l’attivismo nel mondo fisico vanno colti nello stesso contesto, e ne vanno ricostruite le interazioni.

Considerato in se stesso, è vero, molto del cyberattivismo non conclude un granché. Ma usato congiuntamente agli sforzi offline può essere potente. E ovviamente la mia tesi è molto più facile da sostenere dopo le rivolte nel mondo arabo, che hanno usato sia le modalità di organizzazione digitale che quelle fisiche. Recentemente ho criticato la cyber-antropologa Amber Case per il suo uso superato dell’espressione della Turkle “secondo sé” ( second self ) per descrivere la nostra presenza online. La mia critica riguarda il fatto che separare concettualmente il primo e il secondo sé crea una falsa opposizione, poiché le persone ormai mescolano il loro sé fisico e quello digitale fino a rendere la distinzione irrilevante. Ma il dualismo continua ad abbondare. Libri famosi si ostinano a criticare i social media dalla prospettiva del dualismo digitale. Tutti questi lavori sostengono che il problema principale dei social media sia l’aver abbandonato la ricchezza del contatto fisico, reale, faccia a faccia per le relazioni digitali, virtuali e banali offerte da Facebook. La critica deriva dal pregiudizio sistematico che considera il fisico e il digitale come separati; spesso, come un trade off a somma zero in cui il tempo e le energie spesi da una parte sono sottratti all’altra. Questa è l’epitome del dualismo digitale. Ed è un inganno. Io propongo una prospettiva diversa, secondo la quale la nostra realtà è sia tecnologica che organica, sia digitale che fisica, insieme e nello stesso momento. Non entriamo e usciamo da realtà separate, una fisica e una digitale, alla Matrix , ma viviamo piuttosto in un’unica realtà, una realtà aumentata fatta di atomi e bit. E i nostri sé non sono scissi tra queste due sfere come come fossero un primo e un secondo sé contrapposti: formano piuttosto un sé aumentato. Un sé cyborg , come lo Leggi tutto “In rete e fuori il nostro io resta uno solo”

Realtà: duale, digitale o aumentata? L’ontologia di un mondo ibrido

Ripropongo qui un mio articolo apparso su Avvenire del 9 settembre 2012 col titolo “Dobbiamo indagare l’ontologia del nuovo mondo ibrido” all’interno di un dibattito dal titolo “Realtà. Duale, digitale o aumentata?”. Con Chiara Giaccardi – autrice di un’altra riflessione sulla stessa pagina del quotidiano dal titolo “Online/offline? Per i nostri figli non c’è differenza” – abbiamo discusso sul tema a partire da un post del sito di Nathan Jurgenson dal titolo Digital Dualism versus Augmented Reality.

L’irruzione dei social network nelle nostre vite impone nuove domande sul rapporto tra l’esistenza sul web e quelal in carne e ossa: si escludono, si ostacolano, si completano? Ma in fondo non è che la versione aggiornata dell’antica esigenza di coniugare spirito e materia.

Le nuove tecnologie digitali e i social network non sono più interpretabili come semplici strumenti tecnologici, ma creano un ambiente che determina uno stile di pensiero, contribuendo a definire un modo nuovo di stringere le relazioni, addirittura un modo di abitare il mondo e di organizzarlo. Non si tratta di un ambiente separato, ma sempre più integrato, connesso con quello della vita quotidiana. Non un luogo specifico all’interno del quale entrare in alcuni momenti per vivere online, e da cui uscire per rientrare nella vita offline. Una delle sfide maggiori oggi è quella di non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita. Invece di farci uscire dal nostro mondo per solcare il mondo virtuale, la tecnologia ha fatto entrare il mondo digitale dentro il nostro mondo ordinario. I media digitali non sono porte di uscita dalla realtà, ma estensioni capaci di arricchire la nostra capacità di vivere le relazioni e scambiare informazioni. La Rete sembra essere un vero e proprio tessuto connettivo attraverso il quale esprimiamo la nostra identità e la nostra stessa presenza sociale. La sfida, dunque, non deve essere quella di come usare bene la Rete, come spesso si crede, ma come vivere bene al tempo della Rete. Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni.

 

Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale. Il vero nucleo problematico della questione che stiamo affrontando è dato dal fatto che l’esistenza virtuale appare configurarsi con uno statuto ontologico incerto: prescinde dalla presenza fisica, ma offre una forma, a volte anche vivida, di presenza sociale. Essa, certo, Leggi tutto “Realtà: duale, digitale o aumentata? L’ontologia di un mondo ibrido”