I TRE PILASTRI DEL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA 47a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (2013) Commento a

Quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni («Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione») ha raccolto una serie di indicazioni già date nei precedenti messaggi, e puntando su 3 “pilastri” o temi-chiave che sembrano essere ormai le fondamenta della prospettiva ecclesiale sulla comunicazione.

1) L’AMBIENTE DIGITALE È UNO SPAZIO DI ESPERIENZA REALE

Scrive Benedetto XVI che i social networks non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione. La Rete non è da «usare», ma da abitare perché la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. «L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (corsivo nostro). Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire che cosa la rete ci insegna sul modo di pensare la fede oggi. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza: «sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie.

2) IN RETE SI PENSA INSIEME E SI CONDIVIDE LA RICERCA

Nel suo Messaggio il Papa afferma che lo sviluppo delle reti sta «contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso.

3) IN RETE SI VIVE UN COINVOLGIMENTO INTERATTIVO CON LE DOMANDE DEGLI UOMINI 

Il Pontefice indica il rischio più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece – scrive – «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi . Al contrario il Papa ribadisce la necessità ad essere disponibili «nel coinvolgerci pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede, ci deve far sentire la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio come pure la nostra carità operosa». Se il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai network sociali.

– È CHIARO, DUNQUE CHE la riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’ambiente digitale ha impatto sulla nostra percezione della realtà, di noi stessi e sulle nostre relazioni.

Ricordiamo  che l’Anno della fede è stato inaugurato da una Lettera Apostolica dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, solamente per citare i più noti.

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PRIMO COMMENTO al Messaggio del Papa per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2013): “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Nel contesto dell’Anno della Fede, Benedetto XVI quest’anno, formulando il tema della 47.a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali invita a riflettere sui networks sociali, usando le splendide metafore della “porta” e dello “spazio” e collegando ad esse la verità, la fede e l’evangelizzazione. Il gesto è sorprendente. Il tema infatti è: “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Perché? Qual è il significato profondo di questo messaggio?

La domanda ha accompagnato questi ultimi anni sembra essere la seguente: le “reti sociali” su Internet sono forme di comunicazione e condivisione che contribuiscono alla crescita umana degli individui, o piuttosto un insidioso pericolo che può far aumentare il loro senso di solitudine e di spaesamento?

Ecco il punto: scegliendo il tema della 47.a Giornata delle Comunicazioni Benedetto XVI ha saltato a piè pari l’approccio di tipo moralistico andando al “sodo”, al significato profondo delle reti sociali. E’ come se dicesse: la prima cosa da fare sia capire cosa succede, di cosa stiamo parlando. Il social network è un ambiente di relazione, di conoscenza e l’ambiente in quanto tale fornisce delle grandi opportunità: è porta, è spazio.

Aggiungo io: il criterio di “bontà” è sostanzialmente esterno al social network perché è l’etica della persona, la sua capacità di integrare la presenza in quest’ambiente virtuale con la propria vita di relazione. Chi nella vita reale tende a isolarsi e a preferire relazioni poco coinvolgenti e significative, in cui ci si compromette poco, può trovare nei social network un luogo ideale di espressione, anche del proprio narcisismo. Una persona che vive invece delle relazioni sostanzialmente sane, può trovare in essi una grande opportunità per dare continuità a rapporti che altrimenti sarebbero eccessivamente frammentati.

Dunque il Papa è interessato al fatto che, in un tempo in cui la tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza, è necessario chiedersi: può essa aiutare gli uomini a incontrare Cristo nella fede? Non basta più il superficiale adeguamento di un linguaggio o di pensare la Rete come un “mezzo” di evangelizzazione. E’ invece indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come risposta alle domande di senso e di fede, che anche dalla rete emergono e nella rete si fanno strada.

E ciò che rende peculiare i social networks è l’emergere delle relazioni e l’accentuazione di uno stile dialogico ed interattivo nella comunicazione e nella relazione. Che cosa significherà tutto ciò per l’evangelizzazione e per la tensione inesausta dell’uomo alla verità? Il testo del Messaggio, che uscirà come tradizione il 24 gennaio, ci dirà di più.

Certo è che la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. Il Papa sembra far crollare le pareti del dualismo digitale. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale.

Se il Pontefice indica che le reti sociali possono essere «porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione» allora una delle sfide maggiori oggi consiste nel  non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita.  Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni. La sfida, dunque, non deve essere quella di come usare bene la Rete, come spesso si crede, ma di come vivere bene al tempo della Rete, di come un uomo possa incontrare Cristo nella fede, vivendo la sua vita anche nel contesto delle reti sociali.

 

Il giornalismo? Non solo un mestiere ma una dimensione della vita di tutti

Riporto qui l’omelia che ho pronunciato in occasione della celebrazione della memoria di San Francesco di Sales (anticipata al sabato precedente) nella messa per i giornalisti di Caserta nel giorno nel quale mi è stato conferito il premio di giornalismo “Civitas Casertana – Le Buone Notizie” insieme a Maria Concetta Mattei (Tg2) e Stefano Maria Paci (Sky Tg24). Aggiungo che sono davvero onorato dalla motivazione che recita: “a padre Antonio Spadaro per aver saputo aprire nuove frontiere nell’informazione coniugando la rete alla carta stampata e alla teologia e per aver cominciato una nuova strada per La Civiltà Cattolica”. Lo prendo più come un augurio che come un onore al merito… Si sente anche l’eco di questo blog di CyberTeologia. Sono grato del sostegno e della stima dei colleghi.

Cari amici e colleghi giornalisti è per me un grande piacere e un grande onore essere a Caserta oggi per celebrare la memoria liturgica di San Francesco di Sales e quindi ricevere il Premio “Civitas Casertana – Le Buone Notizie”. In realtà noi che parliamo di «buone notizie» abbiamo ascoltato «la» Buona Notizia, che è la buona notizia del Vangelo, l’eu anghellon. Parlarvi nell’omelia di questa celebrazione ha dunque per me un significato simbolico forte.

Mi interrogo su che cosa sia una «buona notizia». Noi spesso immaginiamo che le «buone notizie» siano le notizie di ottimismo, gli happy ends. E in un certo senso lo sono. Ma non basta. La vita umana è fatta di eventi lieti ed eventi più difficili da vivere. Se la stampa spesso ci fa meditare più sulle cattive notizie, la soluzione non è semplicemente quella di far meditare sulle buone notizie, sul bene. E’ importante, importantissimo. Ma non basta A volte, anzi, le tante «buone» notizie della vita quotidiana, lo sappiamo tutti per esperienza, emergono da una complessità di difficile discernimento.

Per il credente la Buona Notizia non è una informazione, ma è il Signore. La notizia non è un contenuto informativo, ma una «persona». La fede deve abilitare il cristiano che è giornalista a considerare questa visione rivoluzionaria del modo di intendere comune. Per il cristiano la «notizia» non è innanzitutto un contenuto ma la persona che la incarna. Il Vangelo, cioè la Buona Notizia, per il credente non è solamente un libretto ma è il Cristo stesso che salva la mia vita.

Detto questo, in realtà comprendiamo quanto oggi sia attuale questa visione. Al tempo dei social networks non c’è informazione che non sia condivisione o che non sia aperta alla condivisione. Il tempo del broadcasting, a mio avviso, cioè quello della trasmissione pura e semplice di un messaggio, sta tramontando defintivamente. La notizia passa se è condivisa tra persone (facebook, twitter…). Pensiamo alla “primavera araba” o al mondo in cui i giovani oggi assumono (nel bene e nel male) le informazioni. Se l’informazione passa per condivisione allora passa anche portandosi dentro e dietro una parte di coloro che la condividono, la loro esperienza, il loro vissuto.

Insomma: oggi la dinamica dell’informazione ci fa capire come il giornalismo non sia affatto in crisi ma – in forme ancora difficili da comprendere e valutare bene – sta diventando una dimensione antropologica, un elemento della vita di tutti. Accanto al giornalismo come arte e come mestiere si sta sviluppando il giornalismo come parte della nostra umanità, una dimensione esistenziale. La notizia non può più essere informazione ma è e deve essere comunicazione, non solo contenuto, ma «testimonianza».

In questo San Francesco di Sales ci aiuta a capire e il suo messaggio è di straordinaria attualità per il giornalismo moderno. Perché nel 1923 fu proclamato da Papa Pio XI patrono della stampa cattolica, dei giornalisti, degli scrittori, oltre che dei sordomuti? E sottolineo di passaggio questo legame tra i giornalisti e i sordomuti che non è da sottovalutare.

Sostanzialmente perché si accorse che le persone evitavano le sue prediche e dunque, per opporsi all’eresia calvinista, decise di confutare i loro errori con fogli volanti, da lui scritti fra una predica e l’altra e disseminati in tante copie, che, passando di mano in mano, dovevano finire con raggiungere anche i calvinisti. Francesco di Sales non «dava notizie» ma comunicava se stesso, la sua fede, le cose nelle quali credeva.

Ma accanto a questo volantinaggio è da considerare la capacità di scrivere lettere, pare 30.000, delle quali ce ne sono rimaste solo 2.000. E la lettera è appunto una comunicazione che coinvolge pienamente chi scrive. Benedetto XVI nel suo Messaggio per la 45 Giornata Mondiale delle Comunicazioni ha scritto che «quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali». E oggi le tecnologie dell’informazione, contribuendo a creare una rete di connessioni, spingono gli uomini a farsi «testimoni» dei valori sui quali fondano la propria esistenza.

Il modello che abbiamo davanti agli occhi, quello di Francesco di Sales, dunque è quello di un giornalismo che comunica passione e ha un intento di coinvolgimento, partecipazione, formazione. La stessa attenzione alla «verità» non è una semplice e fredda attenzione alla «oggettività» o alla «neutralità», ma alla comprensione del valore delle cose.

Il giornalismo è dunque una forma di testimonianza capace di interrogare chi scrive e chi legge, chi trasmette e chi riceve, sulla visione delle cose e sui significati, sui valori…Venendo qui, anche celebrando questa eucarestia intendo rappresentare la redazione della mia rivista, La Civiltà Cattolica, che cerca di vivere dal 1850 questa vocazione giornalistica: la condivisione di una esperienza intellettuale illuminata dalla fede cristiana e profondamente innestata nella vita culturale, sociale, economica, politica dei nostri giorni.

La Civiltà Cattolica è una rivista singolare: la sua redazione è una comunità di persone che pensano ma che anche vivono insieme. Ed è la rivista più antica d’Italia, avendo ormai 162 anni di vita. Non è rivista che «si tiene in vita», ma è rivista che «esprime una vita» intellettuale. Resterà viva finché esprimerà una vita. E’ questo il senso del giornalismo: dare forma di notizia alla vita brulicante del mondo.

In particolare, sin dall’editoriale del primo fascicolo del 1850 la nostra rivista ha interpretato così la propria «cattolicità»: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica»

Quindi auguro la stessa cosa a tutti i giornalisti che sono cattolici: che la vostra cattolicità si esprima anche come desiderio di universalità, come desiderio di comporsi con qualunque forma di cosa pubblica. Il Signore ci aiuti a vivere questa apertura come una forma di amore per il mondo creato da Dio, e come testimonianza per fare di questo mondo un luogo migliore.