Benedetto XVI, teologo della comunicazione digitale

Benedetto XVI è certamente un «Papa teologo». Tra gli aspetti che saranno da indagare in un futuro studio del suo magistero  è quello legato alla TEOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE. Da Pontefice infatti: 1) ha capito la portata dello sviliuppo della cultura digitale 2) ne ha evidenziato i rischi gravissimi 3) ma ne ha anche intuito le enormi potenzialità.

Rileggendo attentamente e di seguito i testi del magistero di Benedetto XVI sul tema della comunicazione si scoprirebbero delle intuizioni e un programma di riflessione. Si scoprirebbe, tra l’altro, una lucidità di impostazione che offre i lineamenti di una «teologia della comunicazione» adatta ai nostri giorni. Propongo qui alla meditazione attenza il discorso che Bendetto XVI ha tenuto alla Plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali il 28 febbraio 2011 che illustra con le sfide principali che la cultura digitale pone alla teologia.

Qui è possibile ASCOLTARE in streaming  il discorso del Papa che qui sotto trascrivo integralmente.

Cari Fratelli e Sorelle, sono lieto di accogliervi in occasione della Plenaria del Dicastero. Saluto il Presidente, Mons. Claudio Maria Celli, che ringrazio per le cortesi parole, i Segretari, gli Officiali, i Consultori e tutto il Personale.

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali di quest’anno, ho invitato a riflettere sul fatto che le nuove tecnologie non solamente cambiano il modo di comunicare, ma stanno operando una vasta trasformazione culturale. Si va sviluppando un nuovo modo di apprendere e di pensare, con inedite opportunità di stabilire relazioni e costruire comunione. Vorrei adesso soffermarmi sul fatto che il pensiero e la relazione avvengono sempre nella modalità del linguaggio, inteso naturalmente in senso lato, non solo verbale. Il linguaggio non è un semplice rivestimento intercambiabile e provvisorio di concetti, ma il contesto vivente e pulsante nel quale i pensieri, le inquietudini e i progetti degli uomini nascono alla coscienza e vengono plasmati in gesti, simboli e parole. L’uomo, dunque, non solo «usa» ma, in certo senso, «abita» il linguaggio. In particolare oggi, quelle che il Concilio Vaticano II ha definito «meravigliose invenzioni tecniche» (Inter mirifica, 1) stanno trasformando l’ambiente culturale, e questo richiede un’attenzione specifica ai linguaggi che in esso si sviluppano. Le nuove tecnologie «hanno la capacità di pesare non solo sulle modalità, ma anche sui contenuti del pensiero» (Aetatis novae, 4).

I nuovi linguaggi che si sviluppano nella comunicazione digitale determinano, tra l’altro, una capacità più intuitiva ed emotiva che analitica, orientano verso una diversa organizzazione logica del pensiero e del rapporto con la realtà, privilegiano spesso l’immagine e i collegamenti ipertestuali. La tradizionale distinzione netta tra linguaggio scritto e orale, poi, sembra sfumarsi a favore di una comunicazione scritta che prende la forma e l’immediatezza dell’oralità. Le dinamiche proprie delle «reti partecipative», richiedono inoltre che la persona sia coinvolta in ciò che comunica. Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse e la loro visione del mondo: diventano «testimoni» di ciò che dà senso alla loro esistenza. I rischi che si corrono, certo, sono sotto gli occhi di tutti: la perdita dell’interiorità, la superficialità nel vivere le relazioni, la fuga nell’emotività, il prevalere dell’opinione più convincente rispetto al desiderio di verità. E tuttavia essi sono la conseguenza di un’incapacità di vivere con pienezza e in maniera autentica il senso delle innovazioni. Ecco perché la riflessione sui linguaggi sviluppati dalle nuove tecnologie è urgente. Il punto di partenza è la stessa Rivelazione, che ci testimonia come Dio abbia comunicato le sue meraviglie proprio nel linguaggio e nell’esperienza reale degli uomini, «secondo la cultura propria di ogni epoca» (Gaudium et spes, 58), fino alla piena manifestazione di sé nel Figlio Incarnato. La fede sempre penetra, arricchisce, esalta e vivifica la cultura, e questa, a sua volta, si fa veicolo della fede, a cui offre il linguaggio per pensarsi ed esprimersi. E’ necessario quindi farsi attenti ascoltatori dei linguaggi degli uomini del nostro tempo, per essere attenti all’opera di Dio nel mondo.

In questo contesto, è importante il lavoro che svolge il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali nell’approfondire la “cultura digitale”, stimolando e sostenendo la riflessione per una maggiore consapevolezza circa le sfide che attendono la comunità ecclesiale e civile. Non si tratta solamente di esprimere il messaggio evangelico nel linguaggio di oggi, ma occorre avere il coraggio di pensare in modo più profondo, come è avvenuto in altre epoche, il rapporto tra la fede, la vita della Chiesa e i mutamenti che l’uomo sta vivendo. E’ l’impegno di aiutare quanti hanno responsabilità nella Chiesa ad essere in grado di capire, interpretare e parlare il «nuovo linguaggio» dei media in funzione pastorale (cfr Aetatis novae, 2), in dialogo con il mondo contemporaneo, domandandosi: quali sfide il cosiddetto «pensiero digitale» pone alla fede e alla teologia? Quali domande e richieste?

Il mondo della comunicazione interessa l’intero universo culturale, sociale e spirituale della persona umana. Se i nuovi linguaggi hanno un impatto sul modo di pensare e di vivere, ciò riguarda, in qualche modo, anche il mondo della fede, la sua intelligenza e la sua espressione. La teologia, secondo una classica definizione, è intelligenza della fede, e sappiamo bene come l’intelligenza, intesa come conoscenza riflessa e critica, non sia estranea ai cambiamenti culturali in atto. La cultura digitale pone nuove sfide alla nostra capacità di parlare e di ascoltare un linguaggio simbolico che parli della trascendenza. Gesù stesso nell’annuncio del Regno ha saputo utilizzare elementi della cultura e dell’ambiente del suo tempo: il gregge, i campi, il banchetto, i semi e così via.Oggi siamo chiamati a scoprire, anche nella cultura digitale, simboli e metafore significative per le persone, che possano essere di aiuto nel parlare del Regno di Dio all’uomo contemporaneo.

E’ inoltre da considerare che la comunicazione ai tempi dei «nuovi media» comporta una relazione sempre più stretta e ordinaria tra l’uomo e le macchine,dai computer ai telefoni cellulari, per citare solo i più comuni. Quali saranno gli effetti di questa relazione costante? Già il Papa Paolo VI, riferendosi ai primi progetti di automazione dell’analisi linguistica del testo biblico, indicava una pista di riflessione quando si chiedeva: «Non è cotesto sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali, che è nobilitato ed innalzato ad un servizio, che tocca il sacro? È lo spirito che è fatto prigioniero della materia, o non è forse la materia, già domata e obbligata ad eseguire leggi dello spirito, che offre allo spirito stesso un sublime ossequio?» (Discorso al Centro di Automazione dell’Aloisianum di Gallarate, 19 giugno 1964). Si intuisce in queste parole il legame profondo con lo spirito a cui la tecnologia è chiamata per vocazione (cfr Enc. Caritas in veritate, 69).

E’ proprio l’appello ai valori spirituali che permetterà di promuovere una comunicazione veramente umana: al di là di ogni facile entusiasmo o scetticismo, sappiamo che essa è una risposta alla chiamata impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza del Dio della comunione. Per questo la comunicazione biblica secondo la volontà di Dio è sempre legata al dialogo e alla responsabilità, come testimoniano, ad esempio, le figure di Abramo, Mosè, Giobbe e i Profeti, e mai alla seduzione linguistica, come è invece il caso del serpente, o di incomunicabilità e di violenza come nel caso di Caino. Il contributo dei credenti allora potrà essere di aiuto per lo stesso mondo dei media, aprendo orizzonti di senso e di valore che la cultura digitale non è capace da sola di intravedere e rappresentare.

In conclusione mi piace ricordare, insieme a molte altre figure di comunicatori, quella di padre Matteo Ricci, protagonista dell’annuncio del Vangelo in Cina nell’era moderna, del quale abbiamo celebrato il IV centenario della morte. Nella sua opera di diffusione del messaggio di Cristo ha considerato sempre la persona, il suo contesto culturale e filosofico, i suoi valori, il suo linguaggio, cogliendo tutto ciò che di positivo si trovava nella sua tradizione, e offrendo di animarlo ed elevarlo con la sapienza e la verità di Cristo.

Cari amici, vi ringrazio per il vostro servizio; lo affido alla protezione della Vergine Maria e, nell’assicurarvi la mia preghiera, vi imparto la Benedizione Apostolica.

La rete ci rende stupidi?

Alle ore 11.30 del 24 gennaio 2013 nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali sul tema: “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”. Sono intervenuti: S.E. Mons. Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali; il Rev.mo Mons. Paul Tighe, Segretario del medesimo Pontificio Consiglio. Ne pubblico di seguito gli interventi:

INTERVENTO DI S.E. MONS. CLAUDIO MARIA CELLI

1. Desidero dare inizio a questo nostro incontro sottoponendo alla vostra considerazione vari dati statistici riguardanti la frequentazione delle reti sociali. Alcuni di questi dati sono legati alla realtà americana ed emergono da una indagine condotta dalla Georgetown University di Washington nel 2012; gli altri, come avrò l’opportunità di sottolineare, sono forniti da una società internazionale e riguardano i dati relativi a 21 Paesi dei 5 Continenti.

2. Il secondo punto di riferimento è dato da una linea di pensiero tendente a sottolineare gli effetti negativi che l’uso di Internet causa nello sviluppo della nostra persona. Faccio riferimento agli articoli e ai libri di un autore americano, il quale, senza mezzi termini, si domanda se la rete non ci renda stupidi, affermando come la rete, se da un lato rende più rapido il lavoro e più stimolante il tempo libero, dall’altra parte favorisce la riduzione delle nostre capacità di pensare in modo approfondito. La rete ci renderebbe superficiali, dato che ci porta a scorrere in forma frenetica fonti disparate per ricavarne dei dati. L’autore si domanda, inoltre, se la rete non stia modificando anche il nostro cervello.

3. In questo contesto, si situa il Messaggio di questa Giornata Mondiale che presenta una valutazione positiva dei social media, anche se non ingenua. Essi sono visti come opportunità di dialogo e di dibattito e con la riconosciuta capacità di rafforzare i legami di unità tra le persone e di promuovere efficacemente l’armonia della famiglia umana. Questa positività esige Leggi tutto “La rete ci rende stupidi?”

I TRE PILASTRI DEL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA 47a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (2013) Commento a

Quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni («Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione») ha raccolto una serie di indicazioni già date nei precedenti messaggi, e puntando su 3 “pilastri” o temi-chiave che sembrano essere ormai le fondamenta della prospettiva ecclesiale sulla comunicazione.

1) L’AMBIENTE DIGITALE È UNO SPAZIO DI ESPERIENZA REALE

Scrive Benedetto XVI che i social networks non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione. La Rete non è da «usare», ma da abitare perché la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. «L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (corsivo nostro). Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire che cosa la rete ci insegna sul modo di pensare la fede oggi. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza: «sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie.

2) IN RETE SI PENSA INSIEME E SI CONDIVIDE LA RICERCA

Nel suo Messaggio il Papa afferma che lo sviluppo delle reti sta «contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso.

3) IN RETE SI VIVE UN COINVOLGIMENTO INTERATTIVO CON LE DOMANDE DEGLI UOMINI 

Il Pontefice indica il rischio più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece – scrive – «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi . Al contrario il Papa ribadisce la necessità ad essere disponibili «nel coinvolgerci pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede, ci deve far sentire la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio come pure la nostra carità operosa». Se il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai network sociali.

– È CHIARO, DUNQUE CHE la riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’ambiente digitale ha impatto sulla nostra percezione della realtà, di noi stessi e sulle nostre relazioni.

Ricordiamo  che l’Anno della fede è stato inaugurato da una Lettera Apostolica dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, solamente per citare i più noti.

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“Stiamo imparando a superare il modello del pulpito”. Lintervento di mons. Celli al Sinodo

Presento qui l’intervento di mons. Claudio Maria Celli al Sinodo per la Nuova Evangelizzazione. Gli interventi sono di 3 minuti e dunque richiedono estrema concisione.

La nuova evangelizzazione ci chiede di essere attenti alla “novità” del contesto culturale nel quale siamo chiamati ad annunciare la Buona Novella di Gesù Cristo, ma anche alla “novità” dei metodi che dovremmo utilizzare. I Nuovi Media sono rilevanti per entrambi i compiti, poiché stanno cambiando radicalmente la cultura nella quale viviamo e allo stesso tempo offrono nuovi percorsi per condividere il messaggio del Vangelo.

Stiamo vivendo un momento di profondi cambiamenti nella comunicazione. Sono perfettamente evidenti a livello tecnico, ma quelli nella cultura della comunicazione sono ancora più significativi. Le nuove tecnologie non hanno semplicemente cambiato il nostro modo di comunicare, ma hanno trasformato la comunicazione stessa. Le nuove tecnologie e i nuovi media stanno creando una nuova infrastruttura culturale che sta già influendo sul paesaggio e l’ambiente della comunicazione. Questa nuova cultura sta cambiando la vita delle persone e i loro modi di comunicare. Non possiamo semplicemente fare quello che abbiamo sempre fatto, pur con le nuove tecnologie. Ora, più che mai, abbiamo bisogno di quella “audacia e saggezza” di cui Papa Paolo VI parlava nell’Evangelii Nuntiandi.

Dobbiamo riconoscere che oggi l’arena digitale è una realtà nella vita di molte persone, in modo più evidente nel mondo occidentale, ma in crescita anche tra i giovani nel mondo in via di sviluppo. Non dobbiamo considerarlo uno spazio “virtuale”, in qualche modo meno importante del mondo “reale”. Se la Chiesa non è presente in questo spazio, se la Buona Novella non è proclamata anche “digitalmente”, corriamo il rischio di abbandonare molte persone, per le quali questo è il mondo in cui “vivono”: questo è il forum dove essi acquisiscono notizie e informazioni, sviluppano ed esprimono la loro opinione, si impegnano in un dibattito, dialogano e cercano risposte alle loro domande. La Chiesa è già una presenza nello spazio digitale, ma la prossima sfida è quella di cambiare il nostro stile comunicativo per rendere tale presenza efficace.

Dobbiamo occuparci soprattutto della questione del linguaggio. Parlando di linguaggio, desidero fare riferimento ai nostri modi di comunicare e al nostro vocabolario. È luogo comune osservare che lo stile del discorso nel forum digitale, soprattutto nel cosiddetto Web 2.0, è spontaneo, interattivo e partecipativo. Come Chiesa, siamo più abituati a predicare, insegnare e rilasciare dichiarazioni. Sono attività importanti, ma le più efficaci forme di discorso digitale sono quelle che coinvolgono direttamente le persone, che cercano di rispondere alle loro domande specifiche e che sono aperte al dialogo. Nella Chiesa, siamo abituati a usare i testi scritti come modo normale di comunicazione. Non sono convinto che questa forma possa parlare ai più giovani, abituati a un linguaggio differente, un linguaggio radicato nella convergenza di parola scritta, suono e immagini. Abbiamo bisogno di riscoprire la capacità dell’arte, della musica, della direct online payday loans letteratura per esprimere i misteri della nostra fede e riuscire a toccare le menti e i cuori. Abbiamo bisogno di imparare a mostrare il modo in cui celebriamo la nostra fede, il modo in cui cerchiamo di servire, il modo in cui le nostre vite sono piene di grazia e benedizione. Siamo chiamati a comunicare con la nostra testimonianza, condividendo nelle nostre relazioni personali la speranza che abita in noi. Il bisogno di essere meno dipendenti dal testo è più urgente per le difficoltà che emergono a livello di vocabolario. Gran parte del nostro linguaggio religioso ed ecclesiale risulta difficile anche per i credenti. Molte nostre icone e simboli devono essere spiegati ai contemporanei, soprattutto alle giovani generazioni che non hanno ricevuto un’educazione religiosa né in famiglia né a scuola. Non possiamo più a lungo presumere che la maggior parte delle persone, anche in paesi tradizionalmente cristiani, abbia familiarità con le nostre convinzioni fondamentali. Non possiamo ridurre o diluire i contenuti della nostra fede, ma siamo chiamati a trovare nuovi modi per esprimerla nella sua pienezza.

Un’altra caratteristica dei nuovi media può essere una sfida particolare per l’impegno comunicativo della Chiesa; i nuovi media, infatti, sono un mondo aperto, libero e “peer-to-peer” (paritario), non riconoscono o privilegiano automaticamente i contributi di autorità e istituzioni stabilite. In tale ambito, l’autorevolezza non è un diritto, ma deve essere guadagnata. Questo significa che la gerarchia ecclesiastica, come anche quella politica e sociale, deve trovare nuove forme per elaborare la propria comunicazione, affinché il suo contributo a questo forum riceva un’attenzione adeguata. Stiamo imparando a superare il modello del pulpito e dell’assemblea che ascolta per il rispetto della nostra posizione. Siamo obbligati a esprimere noi stessi in modo da coinvolgere e convincere gli altri che a loro volta condividono le nostre idee con i loro amici, “followers” e partners di dialogo. In tale contesto, il ruolo del laicato diventa sempre più centrale. Abbiamo bisogno di valorizzare le “voci” dei molti cattolici presenti nei blogs, nei social networks e in altri forum digitali, affinché possano evangelizzare, condividere le intuizioni del Vangelo, presentare l’insegnamento della Chiesa e rispondere alle domande degli altri. Abbiamo bisogno di riflettere su come fornire loro la migliore preparazione e informazione, perché siano protagonisti credibili e convincenti, testimoni della Buona Novella del Vangelo.

Penso alla Chiesa che è chiamata ad instaurare un dialogo rispettoso con tutti – tenendo presenti le nostre società sempre più multiculturali e multi religiose – a dare ragione a tutti della speranza che porta nel cuore. Una Chiesa che accompagna l’uomo e la donna di oggi nei non facili sentieri della vita, che sa Leggi tutto ““Stiamo imparando a superare il modello del pulpito”. Lintervento di mons. Celli al Sinodo”

The new culture of communication and the Catholic media

The new culture of communication requires that Catholic media rethink their approach, the president of the Pontifical Council for Social Communications told a Fort Wayne audience gathered to celebrate the centennial of Our Sunday VisitorArchbishop Claudio Celli spoke about the Catholic Church’s focus on new evangelization and addressed new media and the communications revolution that has created a vast cultural transformation in the past 25 years, as well as the place Catholic communications must have in the digital world. Here I quote some long passages of his speech which is published in the website of the Pontifical Council for Social Communication:

[…]. It is not easy to offer a comprehensive definition of the New Evangelization – I am sure that the forthcoming Synod will help to address this – I would, however, suggest that the ‘newness’ has to do both with the situation in which we find ourselves and with the response that is required if we are to be faithful to our abiding mission to make known the person of Jesus and his message. We must strive to understand the cultural contexts in which we find ourselves if we are to render an account of our faith in the present situation which, unlike in the past, has a variety of new and important aspects (Instrumentum Laboris, 2012, #42) and our response must be new in its ardour, methods and expression (Pope John Paul II, CELAM, 1983). In this context, it has become common to juxtapose New Evangelization and New Media. This is a good and obvious connection. It is clear that the use of new media can greatly enhance our efforts to communicate and make known the Good News but we must be careful that our reflection on this topic does not remain at the technical or instrumental level. It is not enough to ask how we can use the new media to evangelize; we must begin by appreciating how radically our way of living has been transformed by new technologies and how the media environment or landscape has changed.

The last twenty five years have seen an exponential rate of development in the capacities of the technologies available to support and facilitate human communication. The combination of these developments in mobile telephony, computer technology, fibre-optics and satellites mean that many of us now carry with us devices that allow us instant access to an extra-ordinary range of information, news and opinion from around the globe and that enable us to communicate by word, text or the sharing of images with people and institutions in every corner of the world. This revolution in information and communication technologies, however, cannot be adequately understood merely in instrumental terms: it is not simply a question of communication and the exchange of information growing in terms of volume, speed, efficiency and accessibility but rather that we are also witnessing concomitant changes in the ways in which people use these technologies to communicate, learn, interact and relate – we are living through a change of paradigm in the very culture of communication. As Pope Benedict has pointed out: The new technologies are not only changing the way we communicate, but communication itself, so much so that it could be said that we are living through a period of vast cultural transformation (Message, WCD, 2012).

The new culture of communication requires that Catholic media rethink their approach. We cannot simply do what we have always done, albeit with new technologies. In the early life of the Church, the great Apostles and their disciples brought the Good News of Jesus to the Greek and Roman world. Just as, at that time, a fruitful evangelization required that careful attention be given to understanding the culture and customs of those pagan peoples so that the truth of the gospel would touch their hearts and minds, so also today, the proclamation of Christ in the world of new technologies requires a profound knowledge of this world if the technologies are to serve our mission adequately (Pope Benedict XVI, Message, 2009). I would like to identify some of the more obvious features of this new culture and tease out the implications that follow for Catholic media. I do not intend Leggi tutto “The new culture of communication and the Catholic media”

PRIMO COMMENTO al Messaggio del Papa per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2013): “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Nel contesto dell’Anno della Fede, Benedetto XVI quest’anno, formulando il tema della 47.a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali invita a riflettere sui networks sociali, usando le splendide metafore della “porta” e dello “spazio” e collegando ad esse la verità, la fede e l’evangelizzazione. Il gesto è sorprendente. Il tema infatti è: “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Perché? Qual è il significato profondo di questo messaggio?

La domanda ha accompagnato questi ultimi anni sembra essere la seguente: le “reti sociali” su Internet sono forme di comunicazione e condivisione che contribuiscono alla crescita umana degli individui, o piuttosto un insidioso pericolo che può far aumentare il loro senso di solitudine e di spaesamento?

Ecco il punto: scegliendo il tema della 47.a Giornata delle Comunicazioni Benedetto XVI ha saltato a piè pari l’approccio di tipo moralistico andando al “sodo”, al significato profondo delle reti sociali. E’ come se dicesse: la prima cosa da fare sia capire cosa succede, di cosa stiamo parlando. Il social network è un ambiente di relazione, di conoscenza e l’ambiente in quanto tale fornisce delle grandi opportunità: è porta, è spazio.

Aggiungo io: il criterio di “bontà” è sostanzialmente esterno al social network perché è l’etica della persona, la sua capacità di integrare la presenza in quest’ambiente virtuale con la propria vita di relazione. Chi nella vita reale tende a isolarsi e a preferire relazioni poco coinvolgenti e significative, in cui ci si compromette poco, può trovare nei social network un luogo ideale di espressione, anche del proprio narcisismo. Una persona che vive invece delle relazioni sostanzialmente sane, può trovare in essi una grande opportunità per dare continuità a rapporti che altrimenti sarebbero eccessivamente frammentati.

Dunque il Papa è interessato al fatto che, in un tempo in cui la tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza, è necessario chiedersi: può essa aiutare gli uomini a incontrare Cristo nella fede? Non basta più il superficiale adeguamento di un linguaggio o di pensare la Rete come un “mezzo” di evangelizzazione. E’ invece indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come risposta alle domande di senso e di fede, che anche dalla rete emergono e nella rete si fanno strada.

E ciò che rende peculiare i social networks è l’emergere delle relazioni e l’accentuazione di uno stile dialogico ed interattivo nella comunicazione e nella relazione. Che cosa significherà tutto ciò per l’evangelizzazione e per la tensione inesausta dell’uomo alla verità? Il testo del Messaggio, che uscirà come tradizione il 24 gennaio, ci dirà di più.

Certo è che la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. Il Papa sembra far crollare le pareti del dualismo digitale. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale.

Se il Pontefice indica che le reti sociali possono essere «porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione» allora una delle sfide maggiori oggi consiste nel  non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita.  Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni. La sfida, dunque, non deve essere quella di come usare bene la Rete, come spesso si crede, ma di come vivere bene al tempo della Rete, di come un uomo possa incontrare Cristo nella fede, vivendo la sua vita anche nel contesto delle reti sociali.

 

La questione di Dio nel continente digitale

Ripropongo qui il testo di mons. Claudio Maria Celli,  arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, pubblicato su L’Osservatore Romano il 20 settembre 2012, dal titolo: “La questione di Dio nel continente digitale dedicato al magistero pontificio e la sfida delle frontiere della nuova evangelizzazione.

L’Instrumentum laboris, redatto dalla segreteria generale del Sinodo dei vescovi in vista dei lavori della prossima assemblea generale ordinaria, dedica quattro paragrafi (59-62) al tema dei media nel contesto della nuova evangelizzazione, con un titolo assai significativo: «Le nuove frontiere dello scenario comunicativo». Il documento riconosce che l’attuale mondo della comunicazione «offre enormi possibilità e rappresenta una delle grandi sfide della Chiesa» (n. 59), che le «nuove tecnologie digitali hanno dato origine ad un vero e proprio nuovo spazio sociale, i cui legami sono in grado di influire nella società e sulla cultura» (n. 60) e che «dall’influsso che esercitano dipende la percezione di noi stessi, degli altri e del mondo» (n. 60).

Emerge, quindi, a tutto tondo, la consapevolezza che ci troviamo di fronte a una cultura — i recenti interventi del magistero pontificio parlano appunto di una «cultura digitale» — che è originata dalle nuove tecnologie comunicative e che essa sia una grande sfida per la comunità ecclesiale.

Poiché durante i lavori del sinodo cadrà il cinquantesimo anniversario dell’apertura del concilio Vaticano II, mi sembra non solo interessante ma doveroso ritornare, prima di tutto, al documento fondante della riflessione ecclesiale sugli strumenti della comunicazione sociale, vale a dire il decreto conciliare Inter mirifica, approvato il 4 dicembre 1963.

I padri conciliari, prendendo atto che si tratta di «meravigliose invenzioni tecniche», che «più direttamente riguardano lo spirito dell’uomo e che hanno offerto nuove possibilità di comunicare, con massima facilità, ogni sorta di notizie, idee, insegnamenti» (n. 1), sono anche ampiamente consapevoli di avere a che fare con «strumenti che per loro natura sono in grado di raggiungere e muovere non solo i singoli, ma le stesse moltitudini e l’intera società umana» (n. 1) e che «contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire lo spirito, nonché a diffondere e a consolidare il Regno di Dio» (n. 2). In questa prospettiva, il decreto afferma che la Chiesa «ritiene suo dovere servirsi anche degli strumenti della comunicazione sociale per predicare l’annuncio di questa salvezza ed insegnare agli uomini il retto uso degli strumenti stessi» (n. 3).

Questa visione dei media come “strumenti” pervaderà negli anni seguenti il magistero, vale a dire l’istruzione pastorale sulle comunicazioni sociali Communio et progressio pubblicata dalla Pontificia Commissione per le Comunicazioni Sociali, il 23 marzo 1971, l’istruzione pastorale Aetatis novae pubblicata dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali — questo è il suo nuovo nome — il 22 febbraio 1992, e i vari interventi del Papa Paolo VI. Sia sufficiente ricordare, a questo proposito, un significativo passaggio dell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi dove Paolo VI, riferendosi ai mezzi di comunicazione sociale, afferma che «posti al servizio del Vangelo, essi sono capaci di estendere quasi all’infinito il campo di ascolto della Parola di Dio, e fanno giungere la Buona Novella a milioni di persone» (n. 45).

Gran parte del mondo comunicativo cambierà radicalmente con la scoperta e l’ampia diffusione delle nuove tecnologie che, come sottolineano gli esperti, non saranno più solo uno strumento, ma diventano un vero e proprio ambiente di vita. Saranno i due ultimi Pontefici Leggi tutto “La questione di Dio nel continente digitale”

Seminario per i vescovi del Medio Oriente sulle Comunicazioni

Il 18 aprile scorso ho partecipato con una relazione al Seminario sulla Comunicazione per i vescovi del Medio Oriente. Ecco il comunicato finale del Seminario

Communiqué final du séminaire sur les communications au Moyen-Orient

Écrit le 23 avr 2012 dans DialoguesSynode

Communiqué (Beyrouth) : Le Conseil pontifical pour les Communications Sociales et le Conseil des Patriarches Catholiques d’Orient ont organisé un séminaire, qui a eu lieu à Béthanie – Harissa (Liban) entre le17 et le 20 avril 2012, sur le thème de « la communication au Moyen-Orient comme instrument d’évangélisation, de dialogue et de paix ».

Ont participé quarante-cinq patriarches et évêques venus du Liban, de la Syrie, de l’Egypte, de  l’Irak, de la Jordanie et de la Terre Sainte, de Chypre, de l’Arménie et du Vatican. Etaient également présents une trentaine de  prêtres, religieux, religieuses, laïcs et spécialistes dans le domaine des médias.

Le séminaire a eu lieu selon les recommandations du Synode des Évêques du Moyen-Orient, tenu à Rome en Octobre 2010, et en vue de  la visite de Sa Sainteté le Pape Benoît XVI au Liban en septembre prochain pour remettre l’Exhortation apostolique aux Églises catholiques du Moyen-Orient. Le séminaire s’inscrit aussi dans la préparation de l’année de la foi, déclarée à l’occasion des cinquante ans de l’ouverture du Concile Vatican II.

Sa Béatitude le Patriarche Béchara Raï a ouvert le séminaire avec ces mots: « Il est attendu des pasteurs des Eglises de l’Orient arabe, profondément secoué par les révolutions des peuples –  que les moyens de communication et leurs techniques nourrissent – qu’ils appellent les citoyens chrétiens à continuer d’assumer leur rôle historique, dans leurs pays respectifs, de vivre leurs valeurs, de dénoncer toute  violence, d’appeler au dialogue, à l’entente et à trouver des solutions pacifiques qui défendent les droits de tous. »

Sa Béatitude a souligné que « ces nouveaux moyens de communication sont des dons de Dieu. Ils s’adressent à tous dans le cadre de liens fraternels qui les rend coopérateurs dans l’actualisation du plan de salut. »

A l’issue du Séminaire, les participants ont proposé les recommandations suivantes :

1) L’Église est consciente de l’immense progrès réalisé par les moyens de communications sociales qui ont créé une révolution médiatique et culturelle. Elle est invitée à accompagner les hommes dans cette voie, et à demeurer parmi eux partout où ils vivent.

2) L’Eglise veut participer à la dynamique de la culture numérique pour poursuivre la défense de la vérité, de la liberté et de la dignité humaine qui lui sont données par le Créateur. Etant responsable de la proclamation de l’Evangile, elle désire l’annoncer à temps et à contre-courant.  Elle commettrait un péché d’omission si elle négligeait l’utilisation de cette nouvelle technologie au service de la prédication.

3) Les médias sont un espace fertile pour communiquer avec les Eglises sœurs et pour dialoguer avec les diverses cultures et religions, voire avec tous ceux qui sont en quête de vérité. Il est essentiel que ce dialogue soit honnête, ouvert aux autres, dans le respect mutuel des vérités de chacun.

4) L’Eglise invite ses fidèles à ne pas se contenter de rester de simples consommateurs dans l’utilisation des moyens de communication, et de  prendre un rôle d’acteurs et de producteurs pour transmettre le message de l’Evangile à un monde qui aspire à l’authenticité, au dialogue, à la paix et  à la justice.

5) Les participants appellent à introduire  dans le programme des séminaires, des facultés de théologie, des universités et des écoles catholiques, une formation aux moyens de communications, à l’ère numérique et à l’éthique d’internet.

6) Chaque diocèse (ou éparchie)  est appelée à utiliser les médias traditionnels et nouveaux, et à créer un site Web dans un but pastoral en vue de créer une communion entre les fidèles et entre les diocèses catholiques, et de développer cette coopération jusqu’ à une action commune dans les domaines médiatiques si besoin est. Et il est demandé que leur communication soit de haute qualité dans la forme comme dans le contenu, afin d’être à la hauteur du message à transmettre et de l’attente des hommes et en particulier celle des jeunes.

7) Certes les moyens modernes de communication offrent de nombreuses possibilités, toutefois les auditeurs ont insisté sur la nécessité de veiller à la protection des enfants et des jeunes contre les risques qu’ils peuvent encourir, et de les sensibiliser à une éthique de l’usage de ces techniques, rappelant le devoir des parents en la matière.

8 ) Le séminaire appelle toutes les Eglises du Moyen-Orient (les diocèses comme les institutions) à promouvoir une politique de communication active et efficace, et, une politique de formation des prêtres et des laïcs dans ce domaine. Une traduction  concrète de ces recommandations se révèle enfin impérative.

à Beyrouth, 20 avril 2012

Non c’è contraddizione tra Silenzio e Parola

L’editoriale dell’ultimo numero della Civiltà Cattolica è dedicato al Messaggio di Benedetto XVI per la 46a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Cito qui i primi paragrafi di questa analisi, rinviando al sito de La Civiltà Cattolica per la lettura del testo integrale. All’uscita del documento avevo già presentato in questo blog una prima analisi in 6 punti.

Poesia dal silenzio è il titolo scelto per la prima antologia di versi del Premio Nobel 2011 per la letteratura, Tomas Tranströmer, tradotti in lingua italiana. Il maggiore poeta svedese contemporaneo scrive versi densissimi di senso e molto concisi formalmente. Le sue parole, fedeli in questo senso alla vocazione classica dell’Ars poetica di Orazio, rispondono alla condizione di chi è Stanco di chi non offre che parole, parole senza lingua e scopre invece il desiderio di una Lingua senza parole (Dal marzo ’79). La grande poesia sa bene, infatti, che silenzio e parola non si oppongono. A questa concezione della parola fa riferimento Benedetto XVI nel suo Messaggio per la 46a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, dal titolo «Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione», affermando che silenzio e parola sono «due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi».

Nell’accezione comune questi due momenti sembrano infatti opporsi in una contraddizione insanabile: si pensa che quando non si parla ci sia silenzio e che invece, appena si parla, il silenzio sparisca. Spesso, quando si discute dei media, si afferma, come per automatismo, che essi fanno «rumore», generano un frastuono dal quale occorre ripararsi, ritirandosi. Benedetto XVI, già dal titolo del Messaggio, afferma che silenzio e parola fanno parte di un unico «cammino», capovolgendo la prospettiva e proponendo un modo differente di vedere le cose e di leggere il significato del silenzio e della parola. Questo ci sembra infatti il primo nucleo centrale del Messaggio del Pontefice: il silenzio è parte integrante della comunicazione, parte della capacità dell’uomo di parlare, e non il suo opposto. Gli elogi del silenzio in sé e per sé, al di fuori di un tessuto comunicativo, rischiano di essere un elogio del mutismo, dell’isolamento, dell’autosufficienza. «Il silenzio è parte integrante della comunicazione» perché «senza di esso non esistono parole dense di contenuto», afferma Benedetto XVI. Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso, scrive Ungaretti nella poesia Commiato. La parola che comunica è scavata dal silenzio. Così avviene nella preghiera: il silenzio orante è proprio il luogo nel quale si elabora un linguaggio di comunicazione con Dio; è proprio per esprimere questa parola tutta interiore che l’orante tace esteriormente. Se così non fosse, il suo silenzio sarebbe altro: ricerca di quiete, bisogno di pace e solitudine, ma non ancora preghiera.

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Comunicare non significa semplicemente trasmettere messaggi o riversare contenuti e informazioni. Il Papa ci ricorda che oggi si fa troppa attenzione a chi parla e si dimentica che la comunicazione vera è fatta di ascolto, di dialogo, è ritmata da parola e silenzio: «Nel silenzio, ad esempio, si colgono i momenti più autentici della comunicazione tra coloro che si amano: il gesto, l’espressione del volto, il corpo come segni che manifestano la persona. Nel silenzio parlano la gioia, le preoccupazioni, la sofferenza, che proprio in esso trovano una forma di espressione particolarmente intensa».

Il silenzio inoltre non è solamente ascolto degli altri, ma anche ascolto di sé. Non è una semplice pausa perché gli altri possano parlare, ma anche pausa perché la mia stessa comunicazione sia comprensibile: senza virgole, punti, punti e virgole (cioè silenzi), nel discorso non c’è vera espressione, non si creano le condizioni per intendersi. Il silenzio è dunque ordinato e orientato alla comunicazione: «Nel silenzio ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci». Senza il silenzio la nostra espressività rischia di essere superficiale, inintelligibile, confusa, impropria. Il Pontefice usa con precisione una parola: «ecosistema». Silenzio e parola sono infatti parte di un ambiente comunicativo che ha i suoi equilibri da rispettare per essere virtuoso. In questo senso il silenzio permette alla parola di diventare davvero luogo di esperienza e di incontro, al di là del meccanismo della information overload. E questo ambiente comunicativo prevede anche il bilanciamento virtuoso di immagini e suoni, che sono parte integrante della comunicazione umana. Un discorso che tocca silenzio e parola non può trascurare la presenza dell’immagine e dei suoni, e il silenzio è chiamato a comporsi con la capacità dell’uomo di recepirli.

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Un altro passaggio chiave del Messaggio del Pontefice consiste nel constatare che l’uomo esprime anche dentro la Rete il suo bisogno di silenzio e di preghiera. In tal modo cade un pregiudizio diffuso che consiste nel credere che in Rete ci sia solo «rumore». Il Papa invece Continua a leggere il testo integrale sul sito de La Civiltà Cattolica.

«Anche nella Rete è possibile dialogare, pregare, meditare»

Riporto il testo dell’intervista apparsa il 25 gennaio 2012 su Avvenire. Il titolo è Spadaro: «Anche nella Rete è possibile dialogare, pregare, meditare» ed è stata realizzata da Matteo Liut.

Il silenzio? Non è una «fuga dalla parola» ma è anzi una «piazza» che apre all’ascolto, al dialogo all’espressione di una parola «più densa di significato». Secondo padre Antonio Spadaro, direttore de «La civiltà cattolica», è in questa prospettiva l’autentico valore profetico del messaggio di Benedetto XVI per la Giorna­ta della comunicazioni sociali.

Padre Spadaro, in cosa consiste la complementa­rietà tra silenzio e parola di cui parla il Papa?

Normalmente silenzio e parole vengono considera­ti in opposizione tra loro, ma tale visione non rispec­chia la comunicazione u­mana, basata su una stret­ta relazione tra parola e si­lenzio insieme. Il silenzio, però, non è solo una pausa del discorso, che permette all’altro di parlare e che quindi apre all’ascolto e al dialo­go. Il Papa, infatti, fa un passo avanti e afferma che di fatto il silenzio è «funzionale» all’e­spressione: permette, cioé, di esprimere una parola più densa di significato. Il silenzio, in­somma, per il Papa non è una condizione di vuoto o di assenza, ma è quasi una «piazza» che permette l’incontro e l’espressione di un signi­ficato più profondo. Questa prospettiva rap­presenta un punto di discontinuità rispetto ai discorsi ovvi che si fanno oggi sui media, lad­dove si parla della necessità di ritirarsi dal caos e dal frastuono del flusso mediatico, di fuggire dall’eccesso di informazione. Il Papa, invece, fa sua la richiesta, già indicata dalla poesia, di una parola «scavata» nel silenzio, per dirla con Ungaretti.

Cosa intende Benedetto XVI quando parla di «ecosistema» della comunicazione?

Il concetto di «ecosistema» fa riferimento a un ambiente comunicativo composto insieme da silenzio e parole, in un equilibrio da rispettare se lo si vuole «propizio». Da questa afferma­zione del Papa si capisce che l’ambiente della comunicazione non è il silenzio (per parlare c’è bisogno di silenzio) ma piuttosto il bilancia­mento tra una serie di elementi, inclusi suoni e immagini, che oggi giocano un ruolo impor­tante.

L’invito all’equilibrio è da intendersi rivolto ai professionisti della comunicazione?

In realtà il messaggio di quest’anno «detecno­logizza » la comunicazione, considerandola co­me una dimensione antropologica fondamen­tale quotidiana senza lo specifico riferimento a singole tecnologie. A mio parere questo im­plica anche il fatto che il giornalismo non è più solo un mestiere ma una dimensione antro­pologica, che fa parte della vita di tutti. Quello del Papa quindi è un messaggio aperto che toc­ca la struttura fondamentale del comunicare.

La rete oggi non è solo internet ma la struttu­ra del comunicare. Che visione propone di questa struttura il Papa?

Il rischio oggi è quello di opporre per banaliz­zazione la rete e il silenzio. Invece il Papa af­ferma che anche in rete si aprono vari spazi di silenzio, di riflessione, di meditazione. È un’in­tuizione notevole che scardina i luoghi comu­ni: l’ambiente digitale può essere anche un am­biente di preghiera e quindi di evangelizzazio­ne. Benedetto XVI, inoltre, ricorda che la rete è il luogo delle domande e delle risposte, dimo­strando così di comprendere bene la dinami­ca della comunicazione contemporanea. Il Pa­pa, infatti, è consapevole che mentre un tem­po l’uomo si poneva domande ed era alla ri­cerca di risposte, oggi mancano le domande appropriate. Su questo punto l’originalità del messaggio del Papa sta nell’affermare che il si­lenzio è il luogo dove non solo si trovano le ri­sposte ma si impara a riconoscere le domande giuste.

Quando afferma la possibilità di esprimere pensieri profondi in brevi messaggi il Papa pensa a piattaforme come Twitter?

Forse, ma non solo. Di certo è un richiamo che valorizza tutta una tradizione spirituale cri­stiana basata sulla meditazione di brevi mes­saggi, poche parole dal significato denso e profondo. Una tradizione che oggi, in maniera inaspettata, viene riportata in luce dalle piat­taforme digitali. Benedet­to XVI ricorda che anche in questi strumenti, per le persone formate spiritual­mente, è possibile trovare una consonanza piena con forme espressive basate su una sapienza che fa uso di poche ma dense parole.

La chiave di volta allora è l’appello finale all’«edu­carsi alla comunicazione»?

Mi colpisce l’uso del riflessivo nel verbo «edu­carsi ». Il Papa invita così a non cadere in facili giudizi superficiali per capire in prima perso­na le dinamiche profonde della comunicazio­ne. Non è più possibile essere spettatori passi­vi oggi, cioè al tempo della informazione che passa per condivisione di contenuti. È neces­sario educarsi ad essere protagonisti.

Matteo Liut