La riforma e le riforme nella Chiesa: gli atti del Seminario di Civiltà Cattolica

047730 specialisti – ecclesiologi, storici, ecumenisti, canonisti ed esperti di pastorale – ai massimi livelli, provenienti da tredici diversi paesi, riprendono la questione della necessità di riforme nella Chiesa (Ecclesia semper reformanda), considerando in particolare il rinnovamento richiesto dal concilio Vaticano II. Sviscerano e sviluppano il tema, avendo lo scopo di offrire, con umiltà e audacia, un contributo di ispirazione ai processi che la Chiesa sta vivendo in questo tempo sotto la guida di Francesco.

Descrizione
A cinquant’anni dalla chiusura del Vaticano II, la ricezione del concilio può dirsi semplicemente conclusa? Fra quanto già allora fu prospettato e l’implementazione che ne è seguita, non vi sono temi o istanze da riesaminare? Non è questione soltanto di rinnovare con lucidità e coraggio strutture e istituzioni, ma anche di convertirsi sempre di nuovo a una mentalità evangelica, missionaria, aperta, «in uscita».

img_1945Nei diversi contributi offerti in questo libro da un gruppo internazionale di teologi, sotto l’egida de La Civiltà Cattolica col suo direttore,il gesuita p. Antonio Spadaro, e con la guida dell’argentino Carlos María Galli, vengono affrontati argomenti ricchi e complessi. Dopo una sezione sulla visione che papa Francesco ha della riforma della Chiesa e una riflessione sulle fonti permanenti del rinnovamento ecclesiale, si susseguono interventi puntuali sulle lezioni che vengono dalla storia, sulla comunione sinodale come chiave – a tutti i livelli – della vita e del rinnovamento del popolo di Dio, sulla questione dell’unità dei cristiani, per concludere con uno sguardo articolato verso una realtà di Chiesa più povera, più fraterna e più inculturata.

Gli autori – ecclesiologi, storici, ecumenisti, canonisti, pastoralisti –, lungi dal limitarsi a una discussione accademica, intellettualmente accattivante ma poco praticabile, esprimono volta per volta indicazioni su come approfondire e articolare le riforme della Chiesa, nei loro aspetti vitali e strutturali, suggerendo criteri di azione e ipotesi concrete per la prassi (a breve, medio e lungo termine).
Un libro di grande rilievo sotto il profilo teologico, gravido di conseguenze pastorali e istituzionali. Un umile ma audace contributo di ispirazione ai processi che la Chiesa sta vivendo sotto la guida di papa Francesco.

Questi i nomi del gruppo internazionale di autori e autrici che hanno contribuito al volume:6f5ccd01-7a36-4349-b603-e75af2fc5875
Alphonse Borras (Belgio); Piero Coda (Italia); Mario de França Miranda, sj (Brasile); Peter de Mey (Belgio); Severino Dianich (Italia) Massimo Faggioli (Stati Uniti); Joseph Famerée, sci (Belgio) Diego Javier Fares, sj (Argentina); Víctor Manuel Fernández (Argentina) José Mario C. Francisco, sj (Filippine); Carlos María Galli (Argentina) William Henn, ofm cap (Stati Uniti); Hervé Legrand, op (Francia) Angelo Maffeis (Italia); Mary Melone, sfa (Italia); Serena Noceti (Italia) John W. O’Malley, sj (Stati Uniti); Giancarlo Pani, sj (Italia); Salvador Pié-Ninot (Spagna); Hermann J. Pottmeyer (Germania); Andrea Riccardi (Italia); Gilles Routhier (Canada); Léonard Santedi Kinkupu (Rep. Dem. del Congo); Jorge A. Scampini, op (Argentina); Juan Carlos Sca nnone, sj (Argentina); Silvia Scatena (Italia); Carlos Schickendantz (Cile); Antonio Spadaro, sj (Italia); Dario Vitali (Italia); Myriam Wijlens (Olanda)

Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale

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Ecco il corpo centrale del mio intervento all’incontro dei Vescovi responsabili per la comunicazione sociale delle Conferenze episcopali in Europa (CCEE), che si tiene ad Atene dal 3 al 5 novembre e dal titolo Communication as encounter, between authenticity and pragmatism.

Aquí, la versión en Español
* Here below you will also find an abstract in English

Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana: non una opzione, ma un dato di fatto. La rete oggi si presenta come un tessuto connettivo delle esperienze umane. Non uno strumento. Le tecnologie della comunicazione stanno dunque creando un ambiente digitale nel quale l’uomo impara a informarsi, a conoscere il mondo, a stringere e mantenere in vita le relazioni, contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo, guidando e ispirando i comportamenti individuali, familiari, sociali. Per cui «l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (Benedetto XVI). L’evangelizzazione non può non considerare questa realtà.

Vorrei, dunque, qui esporre 6 sfide importanti che la comunicazione digitale pone alla nostra pastorale, considerando, come aveva scritto Benedetto XVI, che «le reti sociali sono alimentate da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo».

1. Dalla pastorale della risposta alla pastorale della domanda

Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione, la cosiddetta information overload. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, cioè riconoscerlo per me importante, significativo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo.

Al tempo dei motori di ricerca, le risposte sono a portata di mano, sono dovunque. Per questo è importante oggi non tanto dare risposte. Tutti danno risposte! “The teacher doesn’t need to give any answers because answers are everywhere” (Sugata Mitra, professore di Educational Technology alla Newcastle University). Oggi è importante riconoscere le domande importanti, quelle fondamentali. E così fare in modo che nella nostra vita resti aperta, che Dio ci possa ancora parlare.

L’annuncio cristiano oggi corre il  rischio di presentare un messaggio accanto agli altri, una risposta tra le tante. Più che presentare il Vangelo come il libro che contiene tutte le risposte, bisognerebbe imparare a presentarlo come il libro che contiene tutte le domande giuste.

La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento spirituale che significa riconoscere tra le tante risposte che oggi riceviamo quali sono le domande importanti, quelle vere e fondamentali. E’ un lavoro complesso, che richiede una grande sensibilità spirituale.

“Non bisogna mai rispondere a domande che nessuno si pone” (Evangelii Gaudium, 155).

La Chiesa sa coinvolgersi con le domande e i dubbi degli uomini? Sa risvegliare i quesiti insopprimibili del cuore, sul senso dell’esistenza? Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze», dunque.

Mi ha colpito il fatto che Papa Francesco, rispondendo a una domanda posta da un giornalista sul volo che da Tel Aviv lo riportava a Roma abbia detto: “

“Non so se mi sono avvicinato un po’ alla sua inquietudine…”

2. Dalla pastorale centrata sui contenuti alla pastorale centrata sulle persone

Oggi sta cambiando anche la modalità di fruizione dei contenuti.

Stiamo assistendo al crollo delle programmazioni… Fino a qualche tempo fa MTV (Music Television) tra i giovani era considerata una emittente di «culto». Adesso sta subendo una crisi o, se vogliamo, una sua trasformazione da quel che era – cioè emittente di una notevole quantità di video musicali introdotti da VJ – in emittente di reality show e serie televisive indirizzate soprattutto al target adolescenziale e ai giovani adulti.

I giovani, infatti, ormai fruiscono la musica da internet e non ci sono più ragioni perché la fruiscano dalla Tv. La Tv è un rumore di fondo, il brusio del mondo. La si lascia parlare… Raramente oggi trova posto nelle camere dei ragazzi. Oggi, inoltre, il vedere implica la selezione, e la possibilità del commento e dell’interazione. E questa possibilità è data da un social network come YouTube.

La fede sembra partecipare di questa logica. Le programmazioni sono sostituite dalle ricerche personali e dai contenuti accessibili sempre in rete.

Il catechismo era una forma per presentare in maniera ordinata, coerente e scandita i contenuti della fede. In un tempo in cui i palinsesti sono in crisi, questa modalità di presentare la fede è in crisi.

Quali sfide tutto questo pone alla fede e alla sua comunicazione? Come far sì che la Chiesa non diventi un container da tenere accesso come un televisore che «parla» senza comunicare?

Una direzione di risposta a questa domanda la troviamo in un passaggio di mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, nel suo intervento al Sinodo dei vescovi sulla Nuova Evangelizzazione: «la gerarchia ecclesiastica, come anche quella politica e sociale, deve trovare nuove forme per elaborare la propria comunicazione, affinché il suo contributo a questo forum riceva un’attenzione adeguata. Stiamo imparando a superare il modello del pulpito e dell’assemblea che ascolta per il rispetto della nostra posizione. Siamo obbligati a esprimere noi stessi in modo da coinvolgere e convincere gli altri che a loro volta condividono le nostre idee con i loro amici, “followers” e partners di dialogo».

La vita della Chiesa è chiamata ad assumere una forma sempre più comunicativa e partecipativa.

3. Dalla pastorale della trasmissione alla pastorale della testimonianza

La vera novità dell’ambiente digitale è la sua natura di social network, cioè il fatto che permette di far emergere non solo le relazioni tra me e te, ma le mie relazioni e le tue relazioni. Cioè in rete emergono non solo le persone e i contenuti, ma emergono le relazioni.

Comunicare dunque non significa più trasmettere ma condividere.

La società digitale non è più pensabile e comprensibile solamente attraverso i contenuti. Non ci sono innanzitutto le cose, ma le «persone». Ci sono soprattutto le relazioni: lo scambio dei contenuti che avviene all’interno delle relazioni tra persone. La base relazionale della conoscenza in Rete è radicale.

Si capisce bene dunque quanto sia importante la testimonianza. È questo un aspetto determinante. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. Pensiamo alle librerie digitali o agli store musicali. Ma gli esempi si possono moltiplicare: si tratta sempre e comunque di quegli user generated contents che hanno fatto la «fortuna» e il significato dei social network.

La logica delle reti sociali ci fa comprendere meglio di prima che il contenuto condiviso è sempre strettamente legato alla persona che lo offre. Non c’è, infatti, in queste reti nessuna informazione «neutra»: l’uomo è sempre coinvolto direttamente in ciò che comunica.

In questo senso il cristiano che vive immerso nelle reti sociali è chiamato a un’autenticità di vita molto impegnativa: essa tocca direttamente il valore della sua capacità di comunicazione. Infatti, ha scritto Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni del 2011, «quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali».

Il documento di Aparecida al n. 145 affermava chiaramente: “La missione non si limita a un programma e a un progetto; no, essa significa condividere l’esperienza dell’avvenimento dell’incontro con Cristo, testimoniarlo e annunciarlo da persona a persona, da comunità a comunità, e dalla Chiesa fino ai confini della terra (cf. At 1,8)”

La fede quindi non solo si «trasmette», ma soprattutto può essere suscitata nell’incontro personale, nelle relazioni autentiche.

Sempre il documento di Aparecida al n. 489, pur essendo stato scritto prima della nascita dei social networks, già affermava: «i siti Internet possono rinforzare e stimolare un interscambio di esperienze e informazioni che intensificano l’esperienza religiosa, fornendo accompagnamento e orientamento”

4. Dalla pastorale della propaganda alla pastorale della prossimità

Evangelizzare, dunque, non significa affatto fare «propaganda» del vangelo. La Chiesa in Rete è chiamata dunque non a una «emittenza» di contenuti religiosi, ma a una «condivisione» del Vangelo.

E per Papa Francesco questa condivisione è larga. Scrive chiaramente: «internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio». Il Papa sembra leggere nella rete il segno di un dono e di una vocazione dell’umanità ad essere unita, connessa.

Rivive, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, «la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (Evangelii Gaudium, 87).

Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014, Papa Francesco ha definito il potere dei «media» come «prossimità.

Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Papa Francesco, parlando ai comunicatori nel 2002, aveva scelto la parabola del buon samaritano, come immagine di riferimento del comunicatore.

5. Dalla pastorale delle idee alla pastorale della narrazione

– Le foto «taggate», «geolocalizzate», collocate nel tempo esatto in cui sono state condivise sono l’album fotografico live della nostra vita.

– I nostri tweets o gli updates dello stato su Facebook e i post dei nostri blog conservano i nostri pensieri, ma anche i nostri stati emotivi.

Le librerie on line e gli altri negozi tengono traccia dei nostri gusti, delle nostre scelte, dei nostri acquisti e a volte anche dei commenti.

I video su YouTube costruiscono per frammenti il film della nostra vita fatto dai nostri video e da quelli che ci piacciono.

Infatti lo streaming della nostra vita non è fatto solo di ciò che immettiamo in Rete ma anche di ciò che «gradiamo», da ciò che ci piace, e che segnaliamo agli altri anche grazie al pulsante like ai nostri followers e ai nostri friends.

L’esperienza condivisa sui social networks è l’opposto di ciò che accadeva ai tempi di Robert Musil che scriveva: «la probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente».

Oggi invece i social networks offrono l’opportunità di rendere più significativa l’esperienza vissuta soggettivamente proprio grazie alla pubblicazione e alla condivisione in una rete di relazioni. Le notizie dei giornali sono invece irrelate a me e dunque, in un certo senso, finiscono per essere percepite come meno «straordinarie» o comunque meno interessanti.

La rete è una opportunità perché narrare in ogni caso è restituire i soggetti della conoscenza alla densità simbolica ed esperienziale del mondo. E oggi è molto alimentato il bisogno di narrazione all’interno di legami e relazioni. La narrazione di rete può essere, sì, individualistica e autoreferenziale, ma può essere anche polifonica e aperta.

Interessante a questo proposito la possibilità di aggregare materiali condivisi su differenti social networks su una piattaforma come Storify che permette l’interconnessione con Twitter, Facebook, Flickr, Youtube,…  e le apre alla condivisione. Alla base è la consapevolezza che ciascuno di noi è un living link. L’interattività è la cifra radicale di questo lifestreaming.

6. Una pastorale attenta all’interiorità e all’interattività

La vita spirituale dell’uomo contemporaneo è certamente toccata dal mondo in cui le persone scoprono e vivono le dinamiche proprie della Rete, che sono interattive e immersive. L’uomo che ha una certa abitudine all’esperienza di internet infatti appare più pronto all’interazione che all’interiorizzazione.

E generalmente «interiorità» è sinonimo di profondità, mentre «interattività» è spesso sinonimo di superficialità. Saremo condannati alla superficialità? E’ possibile coniugare profondità e interattività? La sfida è di grande portata.

Sostanzialmente possiamo constatare che l’uomo di oggi, abituato all’interattività, interiorizza le esperienze se è in grado di tessere con esse una relazione viva e non puramente passiva, recettiva. L’uomo di oggi ritiene valide le esperienze nelle quali è richiesta la sua «partecipazione» e il suo coinvolgimento.

Oggi la profondità si coniuga con una immersione in una vera e propria «realtà virtuale»

Nel web inteso come luogo antropologico non ci sono «profondità» da esplorare ma «nodi» da navigare e connettere tra di loro in maniera fitta. Ciò che appare «superficiale» è solamente il procedere in modo, magari inatteso e non previsto, da un nodo all’altro. La spiritualità dell’uomo contemporaneo è molto sensibile a queste esperienze…

«la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione».

Quale sarà dunque la spiritualità di quelle persone il cui modus cogitandi è in fase di «mutazione» a causa del loro abitare nell’ambiente digitale? Una via per evitare questa perdita consiste nell’evitare di opporre troppo velocemente profondità a interazione, superficialità a interiorizzazione.

La rete non è certo priva di ambiguità e utopie. In ogni caso la società fondata sulle reti di connessione comincia a porre sfide davvero significative sia alla pastorale sia alla comprensione stessa della fede cristiana, a partire dal suo linguaggio di espressione. Le sfide sono esigenti. Il nostro compito lo è altrettanto.

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Summary in English

(by the Communication Office of the Council of European Bishops’ Conferences – CCEE)

logoccee“It is not possible to speak of pastoral issues and communication without understanding the spiritual value of communications technology”, according to Fr Antonio Spadaro SJ, director of the Jesuit journal La civiltà cattolica, speaking at the meeting of European bishops responsible for social communications gathered in Athens.

Spadaro said that the internet “is not a tool” but “an environment and an experience” which “in varying ways is increasingly becoming an integral part of daily life”. It is “a connective web of human experiences” which influences the human person’s modus cogitandi. In fact, in the society of information overload in which we live, “the problem today is not finding the meaningful message but de-coding it, that is, recognising its importance for me, its significance on the basis of the many responses I receive”. At the same time, the internet, also being experience, “is becoming one of the ordinary ways available to humanity to express its spiritual nature”. Hence, the Jesuit said, humankind’s effort “to instill ‘the effect of spiritual functions’ in ‘mechanical instruments’”. And to the sceptics of the digital world, Spadaro responded that “as long as it is said there is need to get away from internet relationships in order to experience real relationships, the schizophrenia will be confirmed of a generation which experiences the digital environment as a purely recreational environment in which a second self is called upon, a dual identity which lives on fleeting banalities, as in a bubble devoid of any physical realism, real contact with the world and with others”. Instead the director of La civiltà cattolica recalled that increasingly part of our life is digital: “we exist on the internet”, hence the idea that “part of our life of faith, too, is digital”.

Therefore it seems legitimate to ask if in the time of search engines where answers are at your fingertips, can the internet be a dimension where it is possible to proclaim and live the Gospel? And, at a time when planning has been replaced by personal research and accessible content again on the internet, is the manner of presentation of the traditional catechism which proposed the content of faith in an ordered and coherent manner, still valid on the internet? According to Spadaro “the Christian proclamation today runs the risk of presenting a message alongside others, a response among so many. More than presenting the Gospel as the book containing all the answers, one has to learn to present it as the book which contains all the right questions”. The real challenge for the Church, Spadaro said, is that of “assuming an evermore communicative and participatory form”, because “to communicate therefore no longer means transmitting but sharing”. In fact, what emerges in the internet “is not just people and content, but relations”. So “today the internet person trusts opinions in the form of witness”. In fact, for Spadaro “the logic of social networks makes us understand better than before that shared content is always strictly linked to the person offering it. In fact, in these networks there is no ‘neutral’ information: the human person is always involved directly in what he or she communicates”. Hence the responsibility of the Christian who lives immersed in social networks to “a very commited authenticity of life”. Summing up, Spadaro said that the Church on the internet “is therefore called not to ‘broadcasting’ of religious content, but to a ‘sharing’ of the Gospel” and the Christian, also a “living link”, is called above all to narrate their own faith “within bonds and relationships” and in a polyphonic and open manner. In fact, Sapdaro concluded, “the human person today believes the experiences in which his or her participation and involvement is required to be valid”.

Le sfide pastorali sulla famiglia da affrontare con coraggio

famiglia

1. Il vangelo della famiglia e le sfide di oggi. La forza e la carica di umanità della famiglia sono incalcolabili. Il primo compito dei pastori deve essere innanzitutto quello di valorizzare ciò che è attrattivo nella vita familiare. Proprio per questo mai la famiglia può essere issata come una bandiera ideologica di alcun tipo. È una esperienza fragile e complessa – e per questo ricca – che mette in gioco non le idee ma le persone. Le sfide che oggi essa affronta hanno una radice comune: l’uomo e la donna stanno interpretando se stessi in maniera diversa dal passato. L’antropologia a cui la Chiesa ha tradizionalmente fatto riferimento e il suo linguaggio non sono più compresi come una volta. Come porsi in maniera corretta, cioè evangelica, davanti a queste sfide?

2. Un criterio di discernimento. Sant’Ignazio negli Esercizi Spirituali scrive che Dio vede il mondo come un campo di battaglia con morti e feriti (cfr nn. 106.108). Questa visione muove Dio all’Incarnazione. Quando il Papa parla della Chiesa come «ospedale da campo dopo una battaglia» chiarisce il ruolo della Chiesa alla luce dello sguardo di Dio sul mondo: vede tanta gente ferita che chiede da noi vicinanza. L’ospedale da campo non è solo una bella immagine poetica, ma genera un vero e proprio modello ecclesiologico da sviluppare (anche nella linea del progresso e dell’approfondimento del dogma indicato da san Vincenzo di Lerino). Ed è l’opposto dell’immagine di una fortezza assediata. Da questa immagine deriva una comprensione della missione della Chiesa e anche dei sacramenti di salvezza. E qual è il campo di battaglia oggi? Una ferita mortale dell’umanità di oggi consiste nel fatto che le persone fanno sempre più fatica ad uscire da se stesse e a stringere patti di fedeltà con un’altra persona, persino se amata. La Chiesa vede davanti a sé questa umanità, individualista e spesso incapace di essere generativa. La sua prima preoccupazione deve essere quella di non chiudere le porte, di aprire, di uscire per andare incontro a quest’uomo e a questa donna che fanno fatica ad amare (Cfr EG 139-141), e per questo si scoprono spesso impauriti e feriti dalla vita.

3. La Chiesa fiaccola. Confrontandoci, dunque, sulle sfide e sui drammi delle coppie, in realtà ci esprimiamo anche più in generale sul compito della Chiesa nel mondo d’oggi. La Chiesa è lumen, luce, perché sul suo volto si riflette la luce di Cristo, che è Lumen gentium (LG, 1). Essa può essere intesa come «faro». La caratteristica di un faro è quella di essere fermo su un «solidissimo fondamento» e di dare luce. Ma c’è un altro modello di Chiesa, quella che potremmo definire la Chiesa «fiaccola». Qual è la differenza tra faro e fiaccola? Il faro sta fermo, è visibile ma non si muove. La fiaccola, invece, cammina lì dove sono gli uomini, illumina quella porzione di umanità nella quale si trova (cfr GS, 1). E se l’umanità andasse verso il baratro? Anche in questo caso la fiaccola è chiamata ad accompagnare gli uomini nel loro camino. In tal modo potrebbe strappare gli uomini dal baratro, perché potrebbe farglielo vedere! In ogni caso «La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino» (LF, 57). Non basta invece che la Chiesa emetta luce dall’alto. Viviamo il privilegio di vivere in tempi di grandi contraddizioni, che sollecita molto la nostra libertà, la nostra maturità e la nostra adesione al Vangelo. Dunque, se l’umanità si allontanasse troppo, anche la sua luce evangelica sulla coppia umana, per quanto potente, diverrebbe talmente flebile da scomparire per molti, e diventare privilegio di pochi eletti che stanno nel recinto di un porto sicuro. Oggi tra il buio e la penombra c’è bisogno della luce agile di fiaccole che illuminano i nostri tortuosi cammini. Dunque oggi più che mai la Chiesa è chiamata ad accompagnare i processi culturali e sociali che riguardano la famiglia, per quanto ambigui, difficili e poliedrici possano essere (Cfr IL 31.125). Nessuna periferia deve essere priva della luce di Cristo: è necessario accompagnare e illuminare le nuove periferie esistenziali della famiglia e della vita di coppia. Newman parlava di una «luce gentile»,, kindly light… Questa è la luce della consolazione: «Consolate, consolate il mio popolo…», ci ricorda Isaia (40,1).

4. Missione e sfide difficili da comprendere. In maniera molto significativa e realistica il Santo Padre, parlando ai Superiori Generali degli Ordini religiosi maschili, ha fatto l’esempio di una figlia adottata da due donne: «Ricordo il caso di una bambina molto triste che alla fine confidò alla maestra il motivo del suo stato d’animo: “La fidanzata di mia madre non mi vuol bene”». Ha quindi commentato: «Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Come annunciare Cristo a questi ragazzi e ragazze? Come annunciare Cristo a una generazione che cambia?» (Cfr Civ Catt 2014 I 3-17). La questione omosessuale si presenta qui come una importante sfida educativa (Cfr IL 120). Dobbiamo essere sempre consapevoli che l’atteggiamento che teniamo verso le situazioni che definiamo «disordinate» e «irregolari» di coppia determinerà l’avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli (Cfr IL 138). La stessa questione omosessuale, inoltre, ci interpella a una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva evangelica. La Chiesa forse non ha affrontato fino ad oggi la questione con il dovuto ascolto e discernimento, considerandola solamente un residuale elemento di disordine.

5. La consolazione e la dimensione sanante del sacramento. «Serve una Chiesa capace ancora di ridare cittadinanza a tanti dei suoi figli che camminano come in un esodo» (Francesco, Incontro con l’Episcopato brasiliano, 27/7/ 2013). La cittadinanza cristiana è frutto della misericordia. Se la Chiesa è davvero madre, tratta i suoi figli non solamente secondo il suo «cuore», ma anche secondo le sue uterine «viscere di misericordia» (Lc 1,78): non sottomette il suo abbraccio a regole, ma semmai a processi di gestazione, allevamento e formazione, anche di carattere penitenziale (Cfr EG, 47) Allora la domanda radicale che alcune coppie in situazioni problematiche pongono è se possano esistere, per la misericordia viscerale di Dio, situazioni radicalmente irrecuperabili, così che la Chiesa non possa far altro che escludere definitivamente la loro possibilità di accedere al sacramento della riconciliazione. Come possiamo comportarci, ad esempio, davanti a una donna che, dopo un matrimonio fallito e dopo anni di una vita ricostruita con seconde nozze e figli, si pente di gravi peccati passati (un aborto, ad esempio, praticato prima del divorzio) e vogliono riconciliarsi sacramentalmente con Dio? No, non possono esistere situazioni irrecuperabili perché, come di recente ha affermato il Papa, «Questo è il mistero della Chiesa: quando la Chiesa chiede al Signore di consolare il suo popolo» (Discorso ai Vespri, Tirana, 21/9/2014) In questo senso è necessario anche riscoprire i sacramenti nella loro forza di aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. «Come il cibo del corpo serve a restaurare le forze perdute, l’Eucaristia fortifica la carità» (CCC 1394). E allora come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi vive situazioni familiari complesse? Ricordiamo che «La crescita della vita cristiana richiede di essere alimentata dalla Comunione eucaristica, pane del nostro pellegrinaggio» (CCC 1392). L’eucarestia è il pane del cammino di noi peccatori, «un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (EG, 47).

6. Il pensiero incompleto del «discernimento pastorale». Il discernimento pastorale, vissuto con prudenza, saggezza e audacia, appare la strada giusta per pensare in termini di misericordia. Occorre riscoprire così il patrimonio dottrinale della tradizione in modo da prendere sul serio la odierna condizione umana. Questo discernimento pastorale è il risultato di quello che il Santo Padre ha definito «pensiero incompleto» e aperto (Civ Catt 2013 III 449-477), che sempre, in continuazione, guarda il cammino all’orizzonte, avendo come stella polare Cristo. Il pensiero è «incompleto» non perché debole o approssimativo, ma semmai perché «approssimato», cioè perché ha sempre presente il prossimo, la persona, la salvezza di ciascuno.  Il discernimento pastorale in tutti i casi punta sempre alla maggiore crescita possibile della persona. Del resto è proprio questa la maggior gloria di Dio (cfr Ireneo di Lione, Contro le eresie, 4,20,5-7).

(Sigle: IL Instrumentum Laboris, EG Evangelii Gaudium, LF Lumen Fidei, GS Gaudium et Spes, LG Lumen Gentium, CCC Catechismo della Chiesa Cattolica, Civ Catt La Civiltà Cattolica)

P. Antonio Spadaro S.I., direttore de La Civiltà Cattolica

Le 4 tensioni interne della “Evangelii Gaudium” di #PapaFrancesco

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Con l’uscita della prima Esortazione apostolica di Papa Francesco posso dire esattamente che cosa ho vissuto intervistando Papa Francesco a partire dal 19 agosto scorso [raccolta adesso in: Papa Francesco, La mia porta è sempre aperta. Una conversazione con Antonio Spadaro, Milano, Rizzoli, 2013]. Ho incontrato il Papa a pochi giorni dal suo rientro dal Brasile [ne ho parlato nel mio Il disegno di Papa Francesco. Il volto futuro della Chiesa, Bologna, Emi, 2013] e mentre ormai ultimava l’Evangelii Gaudium. Era un periodo vulcanico, di grande grazia ed energia. Mi rendo conto adesso di questo ulteriore aspetto dell’esperienza vissuta con lui: vedere il pensiero del Papa prendere forma e diventare dialogo vivo nella nostra conversazione per poi seguire i suoi sentieri e condensarsi un una Esortazione apostolica.

La Evangelii Gaudium richiede una lettura attenta. Una lettura immediata e rapida è possibile e anche opportuna. Tuttavia per entrare nei nodi del testo occorre fare una seconda lettura perché si tratta di un testo che contiene un disegno ed è frutto di una maturazione durata anni, se non decenni, non solo di riflessione, ma anche (e soprattutto) di esperienza pastorale. Su La Civiltà Cattolica proverò a compiere una mia prima lettura di secondo livello, diciamo così, su radici, struttura e significato dell’Esortazione.

Qui vorrei solamente mettere in evidenza in maniera estremamente schematica alcune tensioni interne positive al testo che lo rendono dinamico e ne “agitano” lo sviluppo.

1) La tensione tra spirito e istituzione

Scrive Papa Francesco: «La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso lenostre previsioni e rompere i nostri schemi» (22). Esiste una tensione dialettica intraecclesiale nel discorso che fa Papa Francesco tra Spirito e istituzione: l’uno non nega mai l’altro, ma il primo deve animare la seconda in maniera efficace, incisiva. In modo da contrastare l’«introversione ecclesiale» (27), come l’aveva definita Giovanni Paolo II, che resta sempre una grande tentazione. Scrive il Papa: «Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (49). Poi, più avanti, afferma: che la Chiesa è «popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale» (111). È interessante notare questa ulteriore tensione fruttuosa che anima il testo: quella tra la Chiesa come «popolo pellegrino» e quella come «istituzione», che rispecchia le due definizioni di Chiesa predilette da papa Francesco, così come anche emerge nella intervista che mi ha concesso: «popolo fedele di Dio in cammino» (Lumen gentium) e «santa madre Chiesa gerarchica» (Sant’Ignazio di Loyola).

2)  La tensione tra differenza e unità 

Nel testo emerge una tensione tra differenza culturale e unità della Chiesa. Scrive il Papa: «Questo Popolo di Dio si incarna nei popoli della Terra, ciascuno dei quali ha la propria cultura» (115): «la diversità culturale non minaccia l’unità della Chiesa» (117). Ciò significa che evangelizzare non significa affatto imporre determinate forme culturali, per quanto antiche e raffinate. Il rischio è di sacralizzare una cultura, di cadere nel fanatismo scambiato per fervore (cfr ivi). Uno tra gli effetti più significativi di questa tensione è il ricorso agli episcopato locali nel discernimento evangelico sulla storia. Leggiamo: «Non è opportuno che il Papa sostituisca gli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”» (16). Oltre alle tante volte in cui è citata la Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi a causa del documento di Aparecida, ritroviamo citati gli episcopati di Africa (62), Asia (62 e 110), Stati Uniti (64 e 220), Francia (66), Oceania (118), Brasile (191), Filippine (215), Congo (230) e India (250). Il Papa stimola le comunità cristiane ad «analizzare obiettivamente la situazione del loro paese» (184).

3) La tensione tra missione e discernimento

Le sfide richiedono un attento discernimento spirituale per riconoscere Dio all’opera nel mondo, le modalità della sua azione: «riconoscere e interpretare le mozioni dello spirito buono e dello spirito cattivo, ma – e qui sta la cosa decisiva – scegliere quelle dello spirito buono e respingere quelle dello spirito cattivo» (51). D’altra parte non basta riconoscere che Dio è all’opera, bisogna operare per portare il Vangelo, per annunciare il kerygma. Da qui le tante esortazioni esclamative: «Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario!» (80); «Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!» (83); (101); «Non lasciamoci rubare la forza missionaria!» (109). Da qui l’appello, o meglio, il «sogno», come l’ha definito il Papa, della «trasformazione missionaria della Chiesa».

 4) La tensione tra i limiti e l’importanza della medesima Esortazione

Il Papa non crede «che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo» (16). E prosegue: «Non è compito del Papa offrire un’analisi dettagliata e completa sulla realtà contemporanea, ma esorto tutte le comunità ad avere una “sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi”» (51). «Né il Papa né la Chiesa posseggono il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale o della proposta di soluzioni per i problemi contemporanei» (184). «Nel dialogo con lo Stato e con la società, la Chiesa non dispone di soluzioni per tutte le questioni particolari» (241). Proprio all’inizio ribadisce di non avere «l’intenzione di offrire un trattato» (18). Tuttavia il Papa vuol dire cose importanti. «mostrare l’importante incidenza pratica» delle questioni che affronta. Sa bene, scrive, che «ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e delle conseguenze importanti» (25). Il tono spesso è quello della urgenza. Non è affatto un testo parenetico, come qualcuno ha frainteso. Ripeto: il Papa parla di «significato programmatico».

Queste tensioni interiori non sono le uniche. Ho indicato solamente quelle che, a mio avviso, maggiormente rendono il testo dinamico, rispondente al suo tono aperto, comprensibile nel dettato, non bloccato dentro schematismi rigidi e formule distanti dall’esperienza. Rinvio per approfondimenti alla lettura de La Civiltà Cattolica.

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Il word cloud generato dall’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium di Papa Francesco

La “nuvola” di Papa Benedetto: tutti i suoi tweets

Il 3 dicembre 2012 Bendetto XVI aveva inaugurato la sua presenza su Twitter aprendo 8 accounts in altrettante lingue, alle quali il 17 gennaio ha aggiunto quello in latino. Il primo tweet è statp inviato dall’account @pontifex il 12 dicembre. Più volte il gesto che il Papa ha compiuto il 12 dicembre 2012 sullo schermo touch di un iPad è stato collegato a livello simbolico a quello compiuto da Pio XI il 12 febbraio 1931, quando l’allora Pontefice, tra i microfoni e le valvole termoioniche della Radio Vaticana, lanciava il suo primo messaggio radiofonico. E, prima ancora Leone XIII nel 1896 aveva impresso la sua benedizione sul nitrato di cellulosa della pellicola dei fratelli Lumière

La Chiesa ha sempre annunciato il Vangelo attraverso i canali attivi in un preciso momento storico. La pellicola del cinema e il microfono di una radio da una parte, e un iPad aperto su un social network come Twitter dall’altra, costituiscono due forme differenti di comunicazione, e diremmo quasi due epoche. Come la radio ha rappresentato la trasmissione dell’informazione ad ampio raggio, così Twitter rappresenta la conoscenza connettiva e condivisa con tutti i suoi rischi e le sue potenzialità.

Pare che la pagina vuota dell’account Twitter @pontifex stia facendo percepire meglio di altro il concetto di “Sede vacante”. Questo fa riflettere. Tuttavia i tweets di Benedetto XVI non sono stati cancellati ma archiviati. Anche il sito http://www.vatican.va/ è in “sede vacante”. E’ l’adeguamento tra il contesto digitale e quello reale. La sede vacante appare in maniera coerente nei due contesti senza schizofrenie. L’account @pontifex è del Papa e non di un solo Papa. Comunque stiamo parlando di una situazione nuova, senza modelli precedenti (anche questa!). Penso però che sia stata presa la decisione giusta, capace di distinguere tra “streaming” e “archivio”.

Elenco anch’io qui di seguito i tweets del Papa. In alto ho posto l’immagine della «tagcloud» sviluppata dalle parole di questo tweets. La grandezza delle parole sono proporzionali alla loro ricorrenza. Per vederlo meglio bisogna fare click sull’immagine.

Per approfondimenti puoi andare qui: Twitter Theology

12 dic
Cari amici, è con gioia che mi unisco a voi via twitter. Grazie per la vostra generosa risposta. Vi benedico tutti di cuore.

12 dic
Come possiamo vivere meglio l’Anno della fede nel nostro quotidiano?

12 dic
Dialoga con Gesù nella preghiera, ascolta Gesù che ti parla nel Vangelo, incontra Gesù presente in chi ha bisogno.

12 dic
Dialoga con Gesù nella preghiera, ascolta Gesù che ti parla nel Vangelo, incontra Gesù presente in chi ha bisogno.

12 dic
Come vivere la fede in Gesù Cristo in un mondo senza speranza?

12 dic
Con la certezza che chi crede non è mai solo. Dio è la roccia sicura su cui costruire la vita e il suo amore è sempre fedele.

12 dic
Come essere più portati alla preghiera quando siamo così occupati con le questioni del lavoro, della famiglia e del mondo?

12 dic
Offrire ogni cosa che fai al Signore, chiedere il suo aiuto in ogni circostanza della vita quotidiana e ricordare che ti è sempre accanto.

19 dic
La fede di ognuno ha momenti di luce, ma anche di buio. Se vuoi camminare sempre nella luce, lasciati guidare dalla Parola di Dio.

19 dic
Maria vive con gioia l’annuncio che sarà madre di Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo. La vera gioia viene dall’unione con Dio.

21 dic
Quando neghi Dio, neghi la dignità dell’uomo. Chi difende Dio, sta difendendo l’uomo

21 dic
Noi play pokies free online non possediamo la verità, è la Verità che possiede noi. Cristo, che è la Verità, ci prende per mano

21 dic
Al termine dell’anno, preghiamo che la Chiesa, nonostante i suoi limiti, cresca sempre di più come casa di Dio

24 dic
Quale tradizione familiare natalizia della sua infanzia ricorda ancora?

24 dic
Il presepe che si faceva insieme nella nostra casa mi dava grande gioia. Aggiungevamo figure ogni anno e usavamo muschio per decorarlo

1 gen
Il Signore vi benedica e vi protegga nel nuovo anno

2 gen
Quando ci affidiamo totalmente al Signore, tutto cambia. Noi siamo figli di un Padre che ci ama e non ci abbandona mai

6 gen
Gli uomini sapienti seguirono la stella e arrivarono a Gesù, la grande luce che illumina tutta l’umanità.

7 gen
Vi chiedo di unirvi a me nella preghiera per la Siria, affinché il dialogo costruttivo prenda il posto dell’orribile violenza.

7 gen
I Nigeriani occupano un posto speciale nel mio cuore; molti di loro sono stati vittime di violenze senza senso negli ultimi mesi.

7 gen
Difendiamo il diritto all’obiezione di coscienza degli individui e delle istituzioni, promuovendo

9 gen
Seguendo l’esempio di Cristo, impariamo a donare totalmente noi stessi. Chi non riesce a donare se stesso, dona sempre troppo poco.

13 gen
Ogni cristiano, in quest’Anno della fede, possa riscoprire la bellezza di essere rinato dall’amore di Dio, e vivere come suo vero figlio

13 gen
Che cosa avviene nel Battesimo? Siamo uniti per sempre a Gesù, rinati ad una nuova vita

16 gen
Se amiamo il nostro prossimo, scopriremo il volto di Cristo nel povero, nel debole, nel malato e nel sofferente.

20 gen
Che cosa ci chiede il Signore per l’unità dei Cristiani? Pregare con costanza, praticare la giustizia, amare la bontà e camminare con Lui.

23 gen
Molti falsi idoli emergono oggi. Se i cristiani vogliono essere fedeli, non devono avere timore di andare controcorrente.

27 gen
Che cosa significa per noi la Domenica, giorno del Signore? E’ un giorno per il riposo e la famiglia, ma prima di tutto un giorno per Lui

30 gen
Ogni essere umano è amato da Dio Padre. Nessuno si senta dimenticato, perché il nome di ciascuno è scritto nel Cuore del Signore.

2 feb
Un mio pensiero affettuoso va oggi a ogni religiosa e religioso: possano sempre seguire Cristo fedelmente nella povertà castità e obbedienza

3 feb
Imitando la Vergine Maria, accogliamo e custodiamo nel nostro animo la Parola di Gesù, per riconoscerlo Signore della nostra vita

6 feb
Ogni cosa è dono di Dio: solo riconoscendo questa vitale dipendenza dal Creatore troveremo libertà e pace.

10 feb
Dobbiamo avere fiducia nella potenza della misericordia di Dio. Noi siamo tutti peccatori, ma la Sua grazia ci trasforma e ci rende nuovi.

13 feb
Nel Tempo di Quaresima che iniziamo, rinnoviamo il nostro impegno di conversione dando più spazio a Dio.

17 feb
La Quaresima è un tempo favorevole per riscoprire la fede in Dio come base della nostra vita e della vita della Chiesa

24 feb
In questo momento particolare, vi chiedo di pregare per me e per la Chiesa, confidando come sempre nella Provvidenza di Dio.

27 feb
Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano, di essere amato da Dio che ha dato suo Figlio per noi.

28 dic
Grazie per il vostro amore e il vostro sostegno. Possiate sperimentare sempre la gioia di mettere Cristo al centro della vostra vita.

PRIMO COMMENTO al Messaggio del Papa per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2013): “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Nel contesto dell’Anno della Fede, Benedetto XVI quest’anno, formulando il tema della 47.a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali invita a riflettere sui networks sociali, usando le splendide metafore della “porta” e dello “spazio” e collegando ad esse la verità, la fede e l’evangelizzazione. Il gesto è sorprendente. Il tema infatti è: “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Perché? Qual è il significato profondo di questo messaggio?

La domanda ha accompagnato questi ultimi anni sembra essere la seguente: le “reti sociali” su Internet sono forme di comunicazione e condivisione che contribuiscono alla crescita umana degli individui, o piuttosto un insidioso pericolo che può far aumentare il loro senso di solitudine e di spaesamento?

Ecco il punto: scegliendo il tema della 47.a Giornata delle Comunicazioni Benedetto XVI ha saltato a piè pari l’approccio di tipo moralistico andando al “sodo”, al significato profondo delle reti sociali. E’ come se dicesse: la prima cosa da fare sia capire cosa succede, di cosa stiamo parlando. Il social network è un ambiente di relazione, di conoscenza e l’ambiente in quanto tale fornisce delle grandi opportunità: è porta, è spazio.

Aggiungo io: il criterio di “bontà” è sostanzialmente esterno al social network perché è l’etica della persona, la sua capacità di integrare la presenza in quest’ambiente virtuale con la propria vita di relazione. Chi nella vita reale tende a isolarsi e a preferire relazioni poco coinvolgenti e significative, in cui ci si compromette poco, può trovare nei social network un luogo ideale di espressione, anche del proprio narcisismo. Una persona che vive invece delle relazioni sostanzialmente sane, può trovare in essi una grande opportunità per dare continuità a rapporti che altrimenti sarebbero eccessivamente frammentati.

Dunque il Papa è interessato al fatto che, in un tempo in cui la tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza, è necessario chiedersi: può essa aiutare gli uomini a incontrare Cristo nella fede? Non basta più il superficiale adeguamento di un linguaggio o di pensare la Rete come un “mezzo” di evangelizzazione. E’ invece indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come risposta alle domande di senso e di fede, che anche dalla rete emergono e nella rete si fanno strada.

E ciò che rende peculiare i social networks è l’emergere delle relazioni e l’accentuazione di uno stile dialogico ed interattivo nella comunicazione e nella relazione. Che cosa significherà tutto ciò per l’evangelizzazione e per la tensione inesausta dell’uomo alla verità? Il testo del Messaggio, che uscirà come tradizione il 24 gennaio, ci dirà di più.

Certo è che la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. Il Papa sembra far crollare le pareti del dualismo digitale. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale.

Se il Pontefice indica che le reti sociali possono essere «porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione» allora una delle sfide maggiori oggi consiste nel  non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita.  Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni. La sfida, dunque, non deve essere quella di come usare bene la Rete, come spesso si crede, ma di come vivere bene al tempo della Rete, di come un uomo possa incontrare Cristo nella fede, vivendo la sua vita anche nel contesto delle reti sociali.

 

La Chiesa non è un hub: risposta a Claudio Canal de “il Manifesto”

Il 1 agosto scorso il quotidiano il Manifesto ha pubblicato una recensione sul mio libro Cyberteologia a firma di Claudio Canal. Si tratta di una riflessione che valorizza il contributo che con il mio volume ho inteso dare allo studio dell’intelligenza della fede al tempo della Rete. Di questo sono grato all’autore. L’incipit della recensione, a dire il vero, è alquanto strana e improbabile con le sue domande “fantateologiche”, ma si comprende bene che servono ad “agganciare” il lettore: il suo è l’articolo di un quotidiano.

A metà circa Canal si sofferma su un punto che dunque ritiene centrale. E lo fa in maniera sostanzialmente polemica nei miei confronti, affermando che la Rete “non solo rappresenta la realtà, ma è in grado di produrla”. E da qui egli deduce che “Per questo è inaccettabile per l’autore [cioè il sottoscritto, ndr] ogni forma di Chiesa Opensource in cui i fedeli partecipino alla sua costruzione e al suo «mantenimento» in vita in una specie di Wikicclesia permanente”.

Che dire? Canal comprende bene che qui la posta in gioco è grossa. Cioè comprende che il tema dell’autorità è un tema caldo. Da questa intuizione però sembra compiere un maldestro e goffo salto acrobatico di pensiero, attribuendomi addirittura l’inaccettabilità del fatto che i fedeli partecipino alla edificazione della Chiesa. Il che è, a mio avviso, semplicemente assurdo! Non è il mio pensiero, ovviamente.

Il problema però è facilmente risolvibile. Canal crede che io dica che la logica peer-to-peer (cioè nodo-a-nodo) sia errata mentre io dico semplicemente che, quando si parla di Chiesa, è insufficiente. Tra errore e insufficienza c’è una bella differenza, e per nulla sottile. Scrivo nel mio libro, infatti: “Questo non significa che la logica peer-to-peer sia sbagliata in sé, però si deve dire che la logica teologica non è riducibile ad essa: è «altro» e ben «più» di essa”.

Canal invece si fa prendere la mano e mi accusa di un “romanocentrismo [che] manda nel cestino con un semplice delete teologico tutte le collettività cristiane e non solo, alle prese con forme nuove di connettività, comunione, cooperazione attraverso la Rete e di lì nel mondo e che nella centralità cattolica non si riconoscono”.

Lasciando da parte ogni commento su queste deduzioni acrobatiche, veniamo al punto. Il modello di Rete «paritario» detto peer-to-peer (o P2P) non possiede nodi gerarchizzati come i client e i server fissi, ma un numero di nodi equivalenti aperti verso altri nodi della Rete che mentre ricevono trasmettono e viceversa. Insomma: non esiste una vera “trascendenza”. E prevale il modello sociologico dello scambio o del baratto. Su questo non c’è nulla di male. Anzi: molte relazioni ecclesiali si fondano proprio su uno scambio ordinario, normale e generoso. D’altra parte, se il «cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi» – come ha scritto Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali del 2009 – allora la Rete può essere davvero un ambiente privilegiato in cui questa esigenza profondamente umana possa prendere forma.

Il cristianesimo, in qualunque sua forma, tuttavia prevede l’apertura a una Grazia indeducibile e inesauribile allo scambio orizzontale.

Ogni comunità ecclesiale non è semplicemente un circolo di amici o un dopolavoro. E ciò che trasmette lo riceve da lontano. Nel cattolicesimo, in particolare, Leggi tutto “La Chiesa non è un hub: risposta a Claudio Canal de “il Manifesto””

Social Media e Chiesa: intervista al TG1

Pio XI: il Papa che aveva intuito la dinamica dei social network

Abbiamo festeggiato quest’anno gli 80 anni della Radio Vaticana. Una cosa che sembra balzare evidente in questa storia è l’atteggiamento del papa Pio XI nel momento in cui firma i Patti Lateranensi l’11 febbraio del ’29. Ben poco a questo Papa interessava il territorio vero e proprio. La Città del Vaticano è grande 0,44 km quadrati. Il motivo per averlo era semplice e lo esplicitò lo stesso 11 febbraio in un discorso ai parroci di Roma dicendo che la sovranità territoriale era necessaria «non conoscendosi nel mondo, almeno fino ad oggi, altra forma di sovranità vera e propria se non appunto territoriale». Se ce ne fosse stata un’altra credo che l’avrebbe scelta.

Ciò che però il Papa desiderava davvero era la ferrovia e la Radio. Soprattutto la Radio, comprendo che il territorio della Chiesa è il mondo e che solo i media potenti e globali – allora la Radio – avrebbero dato la vera «sovranità» alla Chiesa. E per questo chiamò Marconi, l’inventore. Lo Stato può essere anche piccolissimo, ma serve perché attraverso di esso è possibile avere una stazione e una radio indipendenti.

E’ necessario soprattutto prestare attenzione alle parole con le quali Pio XI benedisse gli strumenti della Radio. Eccole: benedic hanc machinarum seriem ad etheris undas ciendas ut apostolica verba cum longinquis etiam gentibus communicantes, in unam tecum familiam congregemur. E cioè: «Benedici questa serie di macchine che servono a trasmettere nelle onde dell’etere affinché comunicando le parole apostoliche anche ai popoli lontani siamo riuniti con te in un’unica famiglia». Che cosa si intuisce “dentro” queste parole? Che Pio XI aveva già in mente le comunità virtuali mediate dalla tecnologia… Infatti mentre poi il fascismo intenderà la Radio come l’espansione delle adunate di ascolto del duce, la Radio Vaticana pretende, diciamo così, di parlare al cuore, alle persone immaginando «un’unica famiglia», appunto. E dunque mettendo un medium globale a servizio delle relazioni e non della propaganda, cioè dei contenuti. In questa benedizione i contenuti sono finalizzati alla relazione. E questa oggi è la logica dei social networks che, comunicando contenuti, saldano relazioni. Pio XI, pensando alla radio aveva in mente un network sociale probabilmente perché considerava un modello di relazioni reali più che il modello del mero broadcasting radiofonico. E in questo modo ha, tra l’altro, indicato una strada per comprendere il senso di una radio ai nostri giorni..

Il 12 febbraio 1931, quindi, Pio XI lanciava il suo primo radiomessaggio Qui arcano Dei. Lo fece in latino perché, come ricorda il card. Confalonieri, «il latino era lingua universale della Chiesa». Dunque non un motivo formale, ma un motivo di universalità, di globalità. Si tratta di un messaggio bellissimo che si rivolge prima «a tutto il creato» (e innanzitutto alle cose!), poi «a Dio» (cioè: sta usando la radio per rivolgersi a Dio, per pregare!), poi «ai cattolici» e poi a tutti gli uomini per categorie… E così disse:

A tutto il Creato

«Essendo, per arcano disegno di Dio, Successori del Principe degli Apostoli, di coloro cioè la cui dottrina e predicazione per divino comando è destinata a tutte le genti e ad ogni creatura (Mt., 28, 19; Mc., 16, 15), e potendo pei primi valerci da questo luogo della mirabile invenzione marconiana, Ci rivolgiamo primieramente a tutte le cose e a tutti gli uomini, loro dicendo, qui e in seguito, con le parole stesse della Sacra Scrittura: «Udite, o cieli, quello che sto per dire, ascolti la terra le parole della mia bocca (Deut., 32, 1). Udite, o genti tutte, tendete l’orecchio, o voi tutti che abitate il globo, uniti in un medesimo intento, il ricco e il povero (Ps – XLVIII, 1) – Udite, o isole, ed ascoltate, o popoli lontani » (Is., 49, 1).

A Dio

E sia la Nostra prima parola: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà (Lc., 2, 14). Gloria a Dio, che diede ai nostri giorni tale potere agli uomini (Mt., 9, 8) da fare giungere le loro parole veramente sino ai confini della terra (Ps. XVIII, 5; Rom., 10, 18); e pace in terra, dove siamo i Rappresentanti di quel divino Redentore Gesù (2 Cor., 5, 20), che venendo annunziò la pace, la pace ai lontani e la pace ai vicini (Ef., 2, 17), pacificando nel Sangue della Sua Croce, sia le cose che stanno sulla terra, come quelle che sono nei cieli (Col., 1, 20).

E’ possibile leggere in messaggio per intero nel sito vatican.va

 

Nuovi modelli di Chiesa nel mondo dei nuovi media


thechurchtools-blogspot-ourgodglorypromoRiprendo una riflessione di Jim Rice dal titolo New
Models of the Church in a New Media World. Più volte ho proposto su La Civiltà Cattolica o al recente Seminario per i vescovi brasiliani, una riflessione simile riferendomi al card. Dulles e chiedendomi se la Rete non possa essere in qualche modo un modello per dire la Chiesa, mostrandone i vantaggi e i limiti.

In his seminal 1974 book Models of the Church, theologian Avery Dulles offered five paradigms, or “models,” each of which called attention to certain aspects of the worldwide Christian church. The church, Dulles wrote, is in essence a mystery — a reality of which we cannot speak directly. Thus we must draw on analogies to understand the church in deeper ways.

Dulles developed five models, drawing on a range of theological schools and traditions, both Protestant and Catholic, to illuminate different aspects of the church. His models included church as institution, mystical communion, sacrament, herald, and servant. Dulles was careful to point out that no single model, by itself, adequately paints a complete picture of the church; each contains important insights about the nature of the church.

But he also stressed that the particular models he articulated, although comprising relatively timeless truths that have stood up for millennia, are not immutable. “To immure oneself behind a fixed theological position is humanly and spiritually disastrous,” Dulles wrote. “The images and forms of Christian life will continue to change, as they have in previous centuries. In a healthy community of faith, the production of new myths and symbols goes on apace.”

In our time, the explosion of new media — and in particular the ability of digital media to collapse time and space and to create real-time global connections — offers a 21st century model that may helpfully supplement older paradigms for understanding the church. 

We now have vivid examples of the “universal body of Christ” that never before existed. The instantaneous global interactions made possible by new media provide us with tangible analogies of God’s transcendence — and immanence — that have the potential to lead to profound new insights and understandings about the very nature of God and God’s realm on earth.

For example, the connections made by a typical Facebook user — real, if fleeting, interactions with multiple people scattered far afield — give an easily understandable glimpse, a tiny picture, of what it means to be linked to the universal catholic church, across all barriers of Leggi tutto “Nuovi modelli di Chiesa nel mondo dei nuovi media”