Corsi e ricorsi di post-verità

«Utopie, progetti arditi e castelli in aria», così scrisse nel novembre 1849 Carlo Maria Curci, fondatore de La Civiltà Cattolica, riportando i giudizi di alcuni suoi critici sul suo progetto editoriale. Sta di fatto che nell’aprile 1850 quel periodico è uscito davvero. E non ha mai smesso fino ad oggi: con i suoi 167 anni è la rivista culturale più antica d’Italia: una lunga storia sul confine della modernità mediatica. È appena apparso il fascicolo 4000.

La prospettiva lunga può aiutare a capire, specialmente i cambiamenti. Che accadeva in quegli anni? I quotidiani cominciavano a diffondersi. La questione che si poneva, allora come oggi, era: l’innovazione tecnologica dell’informazione destina l’uomo a essere più stupido? La Civiltà Cattolica sin dall’inizio ha fatto una scelta giornalistica radicale. In un tempo nel quale le riviste ecclesiastiche di cultura erano in latino e usavano un tono aulico e distante, Curci, insieme a un gruppo di gesuiti, decise che si doveva usare la lingua dei giornali dell’epoca, quelli di un inquieto risorgimento rivoluzionario, liberale, socialista e pure anarchico. Cioè una lingua «militante». Il giornalismo veniva percepito come «procace, ciarliero», un pericolo che gettava scompiglio lì dove la «verità» del libro dava stabilità alla società e alla religione. Questi «fogli volanti e quotidiani» con la loro rapidità di diffusione sembravano dar corpo a una sorta di post-verità. Che fare, dunque? Osteggiare la pericolosa marea di carta o immergercisi a capofitto?
La scelta di Civiltà Cattolica fu l’immersione senza salvagente.
E colpisce come nel primo «progetto» editoriale del 1849 si dedichi un’ampia riflessione agli aspetti pratici della diffusione, ipotizzando l’acquisto di una presse mécanique da Parigi, del costo di 7.000 franchi, capace di stampare allora 1.000 fogli all’ora.

Ecco l’altra domanda: la tecnologia ha a che fare con la questione della «verità»? Proprio questa domanda è stato lo «start up» di Civiltà Cattolica, a prescindere dal fatto che si concordi o meno con le sue posizioni, nel tempo discutibili. Il fatto che si stampino 17 fogli al minuto, come allora, o che una notizia arrivi istantaneamente a un numero indefinito di persone, come oggi, solleva il problema di che cosa sia la verità e quale essa sia. Se prima l’alternativa era tra verità o eresia, adesso è tra verità o propaganda retorica ed emozionale. E forse non è un caso che l’espressione post-truth sia apparsa per la prima volta sulla più antica rivista culturale degli Stati Uniti, The Nation, di 15 anni più giovane rispetto a La Civiltà Cattolica.

La migrazione dei «fogli volanti» sugli schermi mobili ha prodotto due risultati: fake news  e hate speech, da una parte; sapere approfondito e partecipazione democratica, dall’altra. La scelta del 1850 di Civiltà Cattolica ci porta a dire che arroccarsi sui tempi andati è suicida, anche perché indietro non si torna. Occorre immergersi, anche se le connessioni son diventate schegge. E occorre farlo per non lasciare la complessità delle cose a chiacchiera di intrattenimento o di attacco o di egemonia o di crociata. E anche perché non si può delegare la verità a un astrattamente puro fact checking. È per questo che da tempo la rivista più antica d’Italia media e sminuzza i suoi contenuti su Facebook, Twitter (@civcatt), Instagram. Ha un sito sito mobile friendly, ed è una delle primissime riviste italiane ad essere presente su Telegram.

Oggi per la prima volta La Civiltà Cattolica esce pure in lingua inglese, spagnola, francese e coreana. Le istanze di altri Paesi e culture entreranno a far parte del cuore stesso della rivista come mai prima: è il frutto maturo di un mondo connesso.

La convinzione di fondo è questa: la tecnologia non ci rende stupidi. Erode le distanze mentali, potenzia le occasioni di conoscenza e aumenta la portata delle informazioni (giuste o sbagliate) all’interno di reti di relazione. E proprio in questo senso ha a che fare con la verità. Nel bene e nel male. E lo scopo di una rivista di cultura oggi è proprio quello di inserirsi nello sciame eccitato per interrompere il flusso e il riflusso, strutturando un discorso discreto, dialogico, chiaro, capace di bucare la filter bubble delle notizie tribali. Papa Francesco ci ha scritto un biglietto autografo di auguri per il numero 4000 augurandoci di essere «una rivista ponte, di frontiera». E questo Civiltà Cattolica vuole essere nel mondo dei muri: un ponte gettato su frontiere.L’articolo è apparso originariamente sull’inserto Nova del Sole 24Ore il 19 febbraio 2017.

 

The welcoming of those young people who prefer to live together without getting married…

20140214-Papa-Francesco-reuter-agi-660x371The Pope spoke to parish priests, that is, to pastors who have their hands in everything and who know well the concrete situations of people.  No one knows the varied reality of life better than they do.

The Pope asked the parish priest 2 things:

  • to witness to the grace of the Sacrament of Marriage and its strength, to make people aware of the grace and the beauty of marriage.
  • to be concretely attentive, without the attitudes of bureaucrats, to situations and people.  The Church is a mother and she takes care of people tenderly.

And this is why he asks for the welcoming of those young people who prefer to live together without getting married.

But the Pope has done nothing more than to repeat what the Synod of Bishops 2016 approved with more than an 80% consensus (Relatio finalis, nn. 70-71, read below) and that is that one realizes that simply cohabiting is often chosen due to a general mentality against definitive commitments, but also because the couple is waiting for existential security (work and a fixed salary).

All these situations must be addressed in a constructive manner, trying to transform them into an opportunity to journey towards the fullness of marriage and family in the light of the Gospel.

Rather, in many circumstances, the decision to live together is a sign of a relationship that needs to be directed to an outlook of stability to which it is important to focus.

***

THE FINAL REPORT OF THE SYNOD OF BISHOPS TO THE HOLY FATHER, POPE FRANCIS, 24 October 2015

nn. 70-71

70. In some countries, […] an increasing number of those who have lived together for a long period of time ask for the celebration of marriage in Church. Oftentimes, the choice of simply living together results from not only a general aversion towards institutions and making firm commitments but also an expectation of a sense of security in life (awaiting a job and a steady salary). And finally, in other countries, de facto unions are becoming more numerous, because of not only the rejection of the values of family and marriage but also, for some, marriage is seen as a luxury due to their state in society. Consequently, in the latter case, the lack of material resources forces couples to live in de facto unions. All these situations must be addressed in a constructive manner, attempting to turn them into opportunities leading to conversion and the fullness of marriage and the family in the light of the Gospel.

71. The choice of a civil marriage or, in many cases, simply living together, is often not motivated by prejudice or resistance against a sacramental union, but from situations or cultural contingencies. In many circumstances, the decision to live together is a sign of a relationship which wants, in reality, to lead to a stable union in the future. This intention, which translates into a lasting, reliable bond, open to life, can be considered a commitment on which to base a path to the Sacrament of Marriage, discovered as God’s plan in one’s life. The path of growth, which can lead to a sacramental marriage, is to be encouraged by recognizing the traces of a generous and enduring love, namely, the desire of a couple to seek the good of others before their own; the experience of forgiveness requested and given; and the aspiration to form a family not for itself but open to the good of the ecclesial community and all of society. While pursuing these goals, value can also be given to those signs of love which properly correspond to the reflection of God’s love in an authentic conjugal plan.

La Civiltà Cattolica mai è stata e mai sarà una rivista-sarcofago. Ecco perché.

FullSizeRender 7La Civiltà Cattolica è la più antica rivista culturale d’Italia. L’11 febbraio 2017 ha pubblicato il suo fascicolo numero 4000.

La Civiltà Cattolica è una rivista impossibile: esce due volte al mese, è scritta solo da gesuiti e da persone che vivono insieme e che, nonostante questo, sono ancora vive!

La Civiltà Cattolica è una rivista di cultura seria, impegnativa ma popolare e che scrive di tutto ciò che è umano: teologia, scienza, politica, cinema, economia, arte…

La Civiltà Cattolica da adesso esce in 5 lingue: italiano, spagnolo, inglese, francese e coreano. La rivista, infatti, nasce internazionale nel 1850, diventa nazionale nel 1861, ridiventa internazionale nel 2017

Perché questa svolta linguistica?

  • la rivista da sempre ha avuto una aspirazione e una ispirazione internazionale
  • il Papa ci chiede di essere ponte. Il ponte non è un casa. Il ponte è attraversato e fornisce il contesto del passaggio. Noi accogliamo sempre di più e meglio articoli di gesuiti da tutto il mondo. Adesso immaginando la loro traduzione in altre lingue sappiamo che possiamo svolgere un compito di collegamento importante.
  • La rivista diventa internazionale da Roma, luogo dove risiede non solamente un leader religioso importante, ma anche un leader morale e, in certo senso, politico di livello internazionale

Per questo abbiamo incontrato il Papa e abbiamo incontrato il Presidente Mattarella. La rivista ha le sue radici saldamente piantate su due colli: il colle Vaticano e il colle Quirinale.

La rivista si presenta oggi con tutta la sua storia, fatta di luci e di ombre, di alti e di bassi. La rivista non è una raccolta di carta, ma è una storia viva. E questa storia, fatta di volti e persone, è organica alla storia di questo Paese.

Non difendiamo tutte le sue scelte. Tutt’altro. Siamo talvolta anche critici nei confronti dei nostri predecessori. Talaltra invece li ammiriamo e torniamo a loro per avere ispirazione. Sappiamo però che una rivista culturale si impasta con i tempi che attraversa. Un giornalista l’ha definita come un «barometro». Io aggiungerei anche la definizione di «termometro».

E dopo 167 anni questa rivista vuole dire al suo pubblico di lettori almeno 4 cose:

  • che è ancora qui per stabile — come dicevano i nostri predecessori— un legame di «amicizia e segreta intimità» con i lettori.
  • che i suoi scrittori si considerano non «intellettuali» ma «lavoratori»: la definizione è del nostro fondatore.
  • che oggi c’è spazio per una riflessione «in mare aperto» che non intende difendere «idee cattoliche», ma incarnare lo sguardo di Cristo sul mondo. E questo con Inquietudine Incompletezza Immaginazione.
  • E vuole dire anche un’altra cosa. Oggi avvertiamo una tentazione forte — a volte anche nel mondo cattolico —, quella di serrare le file. Si avverte la tentazione di opporre al caos percepito la risposta di un cattolicesimo intransigente e identitario.

Noi oggi riconosciamo che una «civiltà cattolica» non è una bolla chiusa in se stessa né alimenta rancori nei confronti di un mondo che sembra ormai perso e alla deriva, abbandonato da Dio. La Civiltà Cattolica non è quella costruita sull’intransigenza dei puri che uccide lo spirito. La tentazione identitaria è la necrosi del cristianesimo.

Ci ha detto Papa Francesco nel suo discorso nell’occasione dell’udienza del 9 febbraio scorso: «La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita. Ma bisogna penetrare l’ambiguità, bisogna entrarci, come ha fatto il Signore Gesù assumendo la nostra carne. Il pensiero rigido non è divino perché Gesù ha assunto la nostra carne che non è rigida se non nel momento della morte».

E noi non vogliamo essere, non siamo mai stati e mai saremo una rivista-sarcofago

Nell’editoriale del primo fascicolo del 1850, la nostra rivista ha dato una chiara interpretazione della propria «cattolicità»: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica».

Noi facciamo nostre, mille fascicoli dopo, le parole che i nostri predecessori scrivevano nel 1975, in occasione della pubblicazione del numero 3.000: si deve

«escludere ogni pretesa integrista: sia la pretesa di costruire una “civiltà cattolica” noncurante della pluralità delle idee, delle concezioni del mondo oggi vigenti e del diritto che i non-cattolici hanno di farle valere in forza della loro libertà di coscienza; sia la pretesa che i “cattolici” possano e debbano costruire la “nuova civiltà” da soli, respingendo l’apporto che possono dare altri, portatori di valori diversi, ma pure validi perché “umani”».

(schema della mia introduzione alla tavola rotonda di presentazione del numero 4000 di Civiltà Cattolica il 18 febbario 2017 con Emma Fattorini, Andrea Riccardi e Giuliano Amato)

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My interview with Martin Scorsese for La Civiltà Cattolica. “Silence”: a voyage inside violence and grace.

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DOWNLOAD THE COMPLETE INTERVIEW FROM HERE

“When I was younger, I was thinking of making a film about being a priest. […] Now, if you do have the calling, how do you deal with your own pride?  […]  And I realized that with Silence, almost 60 years later, I was making that film. Rodrigues is struggling directly with that question”.  So, Martin Scorsese on Silence, his current film that will be released in theaters in January.  The film was inspired by the dramatic story of the Japanese martyrs of the 17th Century.

It is a brief excerpt of a wide-ranging interview that I carried out with the director, and that’s why I met him twice, in his home in New York and then in Rome, at the beginning and at the end of an eight month dialogue.  The interview is published in complete form on the Civilta Cattolica’s new internet site, at the address www.laciviltacattolica.it both in the original English and in Italian translation.

Research on faith and grace in the long genesis of the film.  In our conversation, Scorsese lays himself bare revealing the long process of the gestation of the film, but also a unique way of living the story, that he recognizes as part of his own life: a complex, contradictory life, but also rich in grace: “there was the desire to make the actual film on the one hand; and on the other hand, the presence of the Endo novel, the story, as a kind of spur to thinking about faith; about life and how it’s lived, about grace and how it’s received, about how they can be the same”.  The “long process of gestation” of this work lasted 19 years that “became a way of living with the story, and living life—my own life—around it”; so much so that “I look back and I see it all coming together in my memory as a kind of pilgrimage”.  The director admits he is “obsessed by the spiritual” and “the question on what we are”.

Inside Silence.  On the character that intrigues him the most: «I think that the most fascinating and intriguing of all the characters is Kichijiro… Kichijiro is Johnny Boy of Mean Streets… Johnny Boy and Kichijiro fascinate me. They become the venue for destruction or salvation».  About the violence of some scenes, Scorsese notes that being spiritual for him means «looking at us closely» and doing this we must accept that «but right now, violence is here.  It’s something that we do. It’s important to show that. So that one doesn’t make the mistake of thinking that violence is something that others do — that “violent people” do. … Some people say that Good Fellas is funny. The people are funny, the violence isn’t».

A film about Christian spirituality but not “of Bernanos”.  The director says that having found inspiration in authors like Jacques Lusseyran (the blind leader of the French resistance), Dietrich Bonhoeffer, Elie Wiesel and Primo Levi, rather than in Bernanos, in whom «there’s something so hard, so unrelentingly harsh in Bernanos. Whereas in Endo, tenderness and compassion are always there».  And he recalls his interrupted project of didactic films for TV on the saints, inspired above all by Rossellini in Europa ’51 and Flowers of Saint Francis, «the most beautiful film I’ve ever seen about being a saint».  On the figure of Christ, he puts in first place, in cinema, Il Vangelo secondo Matteo by Pasolini; in art the face of Christ painted by El Greco because it was «more compassionate that the one painted by Piero della Francesca».  For Scorsese—he recalls the importance in his youth of an extraordinary priest («Father Principe.  I learned so much from him, and that includes mercy with oneself and with others»–compassion is essentially the «key is the denial of the self».

Literary influences.  In the reconstruction of the process of achieving the work, beyond the cinema influences, mentor-readings emerge.  From Flannery O’Connor—he states that her The Violent Bear It shocked him—to Notes of the Underground by Dostoevsky («Taxi Driver is my Notes of the Underground!»); from the Joyce of A Portrait of the Artist as a Young Man who blocks out the God of «storms and lightning» of his religious formation as a kid, to the confrontation with the mystery and the wonder about the human in the books Absence of Mind and Gilead by Marilynne Robinson.

Person stories and his family. In the course of our conversation, inevitably personal stories of the Italian-American director (his family came from Polizzi Generosa, in province of Palermo) came up.  From the esteemed figure of the father «in that word» in which « organized crime was present in this world, so people had to walk a tightrope»; to the at first terrible and then very beautiful experience of the birth of his daughter; from the school of life to the character required by his physical limitation, up to the memory of his «moment of self-destruction» that he acknowledges as «a kind of arrogance, of pride».

Images and spirit.  To my question on how he makes the photography of a film make us see the spirit, Scorsese answers that «there are certain intangible things that words simply can’t express» which manifest themselves precisely «in the joining of images» within a film.  The spirit, therefore, manifests itself in the editin, ,that is precisely the action of filmmaking.

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La mia intervista a Martin Scorsese. «Silence», un viaggio dentro la violenza e la grazia

15356563_10154688912902508_869443098421653439_n«Quando ero giovane volevo fare un film sull’essere un prete […] Ma se davvero si ha la chiamata, come si fa ad affrontare il proprio orgoglio? […] E ho capito che, quasi sessant’anni dopo, stavo facendo quel film. Rodrigues è direttamente alle prese con quella domanda». Così Martin Scorsese a proposito di Silence, il suo ultimo film che a gennaio uscirà nelle sale cinematografiche. La pellicola è ispirata alla drammatica vicenda dei martiri giapponesi del XVII secolo.

Si tratta di un breve stralcio di un’ampia intervista che ho realizzato con il regista, e che per questo ho incontrato due volte, nella sua casa di New York e poi a Roma, all’inizio e alla fine di un dialogo durato otto mesi. L’intervista è pubblicata in forma integrale sul nuovo sito internet della Civiltà Cattolica, all’indirizzo www.laciviltacattolica.it sia in originale INGLESE sia in traduzione ITALIANA.

La ricerca su fede e grazia nella lunga genesi del film. Nel nostro colloquio Scorsese si mette a nudo rivelando il lungo processo di gestazione del film, ma anche un modo singolare di viverne la storia, che riconosce come parte della propria vita: una vita complessa, contraddittoria, ma alla ricerca di una grazia: «Da una parte c’era il desiderio di fare proprio questo film – racconta il regista – e dall’altra parte c’era la presenza del romanzo di Endo, di quella storia, come una specie di sprone a riflettere sulla fede; sulla vita e su come si vive; sulla grazia e su come la si riceve; su come alla fine possono essere la stessa cosa». È durato 19 anni il «lungo processo di gestazione» di questo lavoro» che è diventato «un modo di vivere con la storia e di vivere la vita – la mia vita – attorno a essa»; tanto che «guardo indietro e vedo che tutto nella mia memoria si riunisce come in una sorta di pellegrinaggio». Il regista si riconosce «ossessionato dallo spirituale» e «dalla domanda su ciò che siamo».

Dentro Silence. Sul personaggio che lo coinvolge di più: «Penso che il più affascinante e intrigante di tutti i personaggi sia Kichijiro… Kichijiro è Johnny Boy di Mean Streets… Johnny Boy e Kichijiro mi affascinano. Diventano ricettacoli di distruzione o di salvezza». A proposito della violenza di alcune scene, Scorsese annota che essere spirituali per lui significa «guardarci da vicino» e facendo questo dobbiamo accettare che «per il momento, la violenza è qui. È qualcosa che facciamo. Mostrarlo è importante. Così non si fa l’errore di pensare che la violenza sia qualcosa che fanno altri, che fanno “le persone violente”… Qualcuno dice che Quei bravi ragazzi è divertente. Le persone sono divertenti, la violenza non lo è».

 Un film di spiritualità cristiana ma non “alla Bernanos”. Il regista dice di aver trovato ispirazione in autori come Jacques Lusseyran (il leader cieco della resistenza francese), Dietrich Bonhoeffer, Elie Wiesel e Primo Levi, piuttosto che in Bernanos, in cui «c’è qualcosa di così duro, di inesorabilmente aspro. Invece in Endo la tenerezza e la compassione son sempre presenti». E ricorda il suo progetto interrotto di film didattici per la Tv sui santi, ispirati soprattutto dal Rossellini di Europa ’51 e Francesco giullare di Dio, «il più bel film su un santo che io abbia mai visto». Sulla figura di Cristo, mette invece al primo posto, nel cinema, Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini; nell’arte, il volto di Cristo dipinto da El Greco «più compassionevole di quello dipinto da Piero della Francesca». Per Scorsese — che ricorda l’importanza nella sua gioventù di un prete straordinario («padre Principe. Da lui ho imparato tantissimo, e tra l’altro la pietà con sé stessi e con gli altri») — la compassione è essenzialmente il «frutto della negazione dell’io».

Le influenze letterarie. Nella ricostruzione del processo di realizzazione dell’opera, emergono oltre alle influenze cinematografiche, le letture-guida del regista. Da Flannery O’Connor – afferma che il suo Il cielo è dei violenti lo ha sconvolto – alle Memorie del sottosuolo di DostoevskijTaxi driver è il mio Memorie del sottosuolo!»); dal Joyce di Ritratto dell’artista da giovane, che scontorna il Dio «tuoni e fulmini» della sua formazione religiosa di ragazzino, al confronto col mistero e con la meraviglia sull’umano nei libri Absence of Mind e Gilead di Marilynne Robinson.

Le vicende personali e la famiglia. Nel corso della nostra conversazione si affacciano inevitabilmente anche le vicende personali del regista italo-americano (la sua famiglia è arrivata da Polizzi Generosa, in provincia di Palermo). Dalla stimata figura del padre «in quel mondo» in cui «era presente la criminalità organizzata, sicché la gente doveva camminare sul filo del rasoio»; all’esperienza prima terribile e poi bellissima della nascita della figlia; dalla scuola di vita e di carattere obbligata dai suoi limiti fisici, fino alla memoria del suo «momento di autodistruzione, che riconosce come una forma di arroganza, di orgoglio».

La immagini e lo spirito. Alla mia domanda su come fa la fotografia di un film a farci vedere lo spirito, Scorsese risponde che «ci sono certe cose intangibili che le parole, semplicemente, non possono esprimere» e che si manifestano proprio «nel congiungersi delle immagini» all’interno di un film.  Lo spirito, dunque, si manifesta nell’editing, che è proprio l’azione del fare cinema.

SCARICA DA QUI L’INTERVISTA INTEGRALE

Manuale di cyber-attacco contro Papa Francesco

INTRODUZIONE — Date un’occhiata a questo tweet. Leggetelo perché adesso c’è bisogno di raccontare una storia nei dettagli.

Questa è la descrizione di una vicenda illuminante e che fa capire come funziona in rete la strategia dell’opposizione anti-papale che, pur se piccola è molto rumorosa. Ne hanno dato conto in maniera ampia Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi qui. Questa mia invece è solo la modesta descrizione di un caso concreto di attacco indiretto (di cui sono stato oggetto) ma interessante per capire le dinamiche concrete di un trolling che nasce in ambiti che si definiscono cattolici.

Dunque: date un’occhiata a questo tweet:

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CAPITOLO UNO —Perché la prima regola del manuale anti-Francesco è quella di creare una narrativa, una storia. Ma prima di narrare la storia bisogna raccontare un antefatto costituito da questo tweet. Un antefatto sempre omesso dalla storia dei detrattori del Pontefice, ma fondamentale per capire il vero senso della storia.

L’antefatto è quel tweet appena citato. Che cosa dice? Eccolo in traduzione: “Chi ha bisogno di Gesù quando uno ha Tony Spadaro e @Pontifex? È come Grima Lingua di Verme e Saruman”.

Perché è stato scritto? E che c’entro io? È stato scritto perché ero intervenuto su Twitter alcune volte per dire che Amoris Laetitia è un documento magisteriale di grande importanza.

Ovviamente quello è un tweet irrispettoso e offensivo, come ben sanno gli estimatori del Signore degli Anelli, soprattutto verso il Santo Padre identificato come il “cattivo”. E ovviamente contro il sottoscritto definito “Lingua di Verme”. Ecco l’immagine a cui  quel tweet fa riferimento…

Dunque: chi è il verme? Occorre tenerlo bene in mente per capire la storia: secondo il tweet del “Professor Pownd” sono io!

Per risponde a quell’offesa nei miei confronti in maniera leggera e ironica ho semplicemente postato dal mio account Twitter un fotogramma proprio di Lord of the rings che ritrae una scena che riguarda Wormtongue (Lingua di Verme) e senza alcun commento. Quindi in realtà l’accusa di essere un verme era rivolta a me e la mia risposta ironica era rivolta al “Professor Pownd”. Punto. Fine della storia vera. Ma adesso comincia quella più interessante, quella finta.

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CAPITOLO DUE — A questo punto qualcosa è accaduto. Qui comincia la narrativa degli oppositori di Francesco. Per questo ricostruisco la vicenda: è da manuale e può servire per capire meglio come funziona l’informazione “post-veritativa” dell’opposizione anti-papale.

Dicevo: a questo punto qualcosa è accaduto. Qualcuno si è inventato (cioè l’ha immaginato, l’ha pensato, gli è venuto in mente…) che quel tweet si riferisse a uno dei 4 cardinali che hanno espresso i loro dubia. La storia finta comincia qui. Perché lo ha fatto? Chiedetelo a chi ha pensato questa irriverente comparazione, che non sono certo io. Addirittura si comincia a dire che io avrei scritto contro un cardinale specifico. Se ne fa persino il nome! Ovviamente nulla di tutto questo si trova nel mio tweet. Ma così deve essere per far cominciare la storia finta.

Nell’ambito di certe cerchie anti-Francesco che sono in rete funziona una tecnica da manuale: uno scrive una cosa e poi altri account seguono ripetendola alla lettera in continuazione cercando di farla diventare “virale”. A volte funziona, a volte no. Siamo a quello che qualcuno ha chiamato la “post-verità che si basa sullo spargimento di odio e diffamazione: bugie e mezze verità costruite ad arte e diffuse da un esercito di simpatizzanti. È la tecnica del trolling organizzato che assalta l’avversario fino a intasarne gli spazi di discussione e soprattutto la pazienza.

In questo incappano però anche brave persone, che restano turbate dalla “propaganda” e, almeno nel mio caso, mi scrivono tweet e mail accorate pregando per il mio ravvedimento. Sono persone che “cadono nella rete”, diciamo così, in buona coscienza. Ma in realtà è impossibile giudicare la coscienza in questo caso in termini generali. Alcuni trolls possono sentirsi in buona coscienza a combattere la loro crociata contro quello che gli viene additato come il “nemico”. La strategia consiste nell’identificare un target, un obiettivo preciso: il nemico.

Quando mi sono accorto della manipolazione ho cancellato quel tweet per evitare che altri continuassero a dare libero corso ai commenti bassi e volgari. Ed erano tutte persone che si presentavano come difensori dell’ortodossia cattolica, purtroppo. Ma non è stato sufficiente cancellare quel tweet. Anzi.

CAPITOLO TRE — La notizia falsa è arrivata saltando da un post all’altro, da un tweet all’altro, a uno dei più critici di Francesco negli Stati Uniti, Ross Douthat, che scrive editoriali per il New York Times. Queste voci sono approdate a una grande testata, dunque. Io con un semplice tweet ho fatto presente a Douthat che aveva scritto una cosa falsa inviando il tweet che rivela che la “lingua di verne” ero io. A Douthat è bastato il mio tweet: per quanto critico, anche nei miei confronti, ha capito l’errore oggettivo. Si è scusato e ha corretto il suo post on line. Bisogna sempre verificare le fonti!

img_1736Si può sbagliare ma poi ci si corregge. Douthat l’ha fatto. I blog del sottobosco ultraconservatore no. Chiaro che parliamo di standard differenti. Ma colpisce come una testata quale First Things non abbia avuto il coraggio di ammettere che era stata tratta in inganno. Ciascuno è responsabile degli standards di qualità che offre.

Ma la cosa non finisce qui. La CNN mi chiede una opinione su quel che sta accadendo. E io la concedo tranquillamente. Questo manda in delirio l’esercito del trolls. E quindi si passa a una seconda fase più virulenta.

CAPITOLO QUATTRO — Qualcuno nota che io ho re-twittato il tweet di un account @hablafrancisco che desta curiosità. Il tweet diceva che l’espressione “4 Cardinali” suona come il titolo di una banda di rock & roll degli anni ’60. Parte la curiosità per questa cosa e qualcuno tenta di violare l’account. L’account era semplicemente uno dei miei 3, anche se sottoutilizzato e lasciato parcheggiare. Parte nuovamente la macchina del fango per dire che sotto c’ero io che volevo mimetizzarmi sotto un account fasullo e anonimo. Da qui parte un’altra macchina del fango e altri simpatici epiteti esornativi. E si ripete la stessa tattica passo dopo passo. Si genera un’altra storia: quella dell’account fasullo e anonimo. Mentre era semplicemente il… mio!

Se avessi voluto davvero “nascondermi” non l’avrei re-twittato. Ovvio. E poi “nascondermi” per cosa? Quella citata era una battuta di una mia amica americana: non capisco bene la mancanza di rispetto. Commentava non l’agire dei cardinali ma l’espressione “4 Cardinali” così come veniva riportata da tanti blogs come una specie di tic. Certo se paragonata all’offesa al Santo Padre  del primo tweet (e di tanti altri del sottobosco antipapale) può essere considerata una battuta simpatica (e tale era, voleva essere…). E invece no: ecco lo scandalo a scopo strumentale. Curioso che uno degli scandalizzati, il noto Raymond Arroyo, abbia postato subito dopo una foto del cardinal Dolan mentre balla con alcune subrette in un palcoscenico, ma questo già che provocare costernazione tra il suo pubblico ha provocato esultanza. 

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Non c’è forse qualcosa di strano? 

CAPITOLO CINQUE — La cosa passa in Italia a scoppio ritardato e di riciclo, come spesso in questi casi. E questa volta avviene grazie a Marco Tosatti, che si fa collettore di questo genere di storie. Tosatti semplicemente ricopia (citandolo) uno dei vari blog americani aggiungendo qualche nota ironica personale. Poi cerca di spargere la voce inviando ossessivamente lo stesso tweet per ben 15 volte di seguito dal suo account. Interessante notare pure a chi lo invia: da militanti antipapali ai responsabili più ufficiali della stampa vaticana. Faccio presente (gentilmente) al dott. Tosatti che è caduto nell’errore di Douthat e gli cito il primo tweet. Resto perplesso anche davanti a una cosa: lui, signore settantenne, dà a me, signore cinquantenne, del “giovanile”. Questa cosa dice molto della nostra Italia e di un errore generazionale. Ma questa è un’altra storia…

Lui mi risponde subito. E mi dice questo:fullsizerender_1

“A me è ignoto…”. Senza alcun problema Tosatti ammette che non sa nulla della vicenda e non capisce la mia obiezione! Aveva solamente dato retta e prestato voce italiana a uno dei blog americani antipapali che hanno fatto da “eco” alla notizia falsa. Ciascuno è responsabile dei propri standard qualitativi. Poi a Tosatti fa eco un’altra fonte di pensiero ostile al Pontefice in maniera più o meno celata (La Nuova Bussola Quotidiana) e dopo altri ancora che non hanno verificato le fonti ma che si sono prestati a fare da cassa di risonanza ricopiando tali e quali le stesse informazioni nella galassia troll nostrana.

CAPITOLO SEI — Un’altra cosa interessante riguarda la notizia che il Papa sarebbe fuori di sé  per i “dubbi” dei 4 cardinali su Amoris Laetitia. Edward Pentin ha scritto che Francesco lo è, secondo le sue fonti. Lo stesso giornalista mi invia una serie di domande alle quali mi intima di rispondere “per evitare che la mia non risposta sia riportata come non risposta”. Le domande contengono accuse dirette, eco di quelle sparse dal sistema organizzato dei “trolls”. Ovviamente non rispondo. Ma rifletto sul fatto che mi vien da sorridere quando sento che il Papa è “fuori di sé” dalla rabbia quando accadono queste cose. Davvero sorrido quando leggo questi commenti. Per fare arrabbiare Bergoglio ci vuole ben altro. E non sono certamente queste le cose che lo turbano! Le sue vere preoccupazioni sono pastorali. Lo turba la povertà, l’ingiustizia, il martirio dei cristiani, la violenza, ma non certo queste critiche, E poi ha dovuto affrontare ben altro nella vita per essere turbato da queste cose…

CAPITOLO SETTE — Qual è la morale della storia? Qualcuno ha provato a strumentalizzare la questione dei dubbi dei quattro cardinali per alzare la tensione e creare divisone nella Chiesa. La strategia mediatica è partita subito dopo che i dubia dei Cardinali sono stati resi pubblici e consegnati alla stampa. Non c’era stata grande reazione se non in alcuni circoli. Quindi qualcuno ha pensato bene di creare più rumore possibile per richiamare l’attenzione.

Che cosa ci fa capire questa strategia? Proprio il ricorso alla diffamazione e alla strumentalizzazione, a mio avviso, fa capire tre cose.

— La prima è che l’azione di Francesco è efficace e tocca le corde giuste che reagiscono vivacemente. Mette il dito nella piaga.

— La seconda cosa è che “gli spiriti si esprimono”, come direbbe Bergoglio. Il clima di odio e di provocazione è sempre segno del cattivo spirito che nulla ha a che fare con il Vangelo. Cosi si può fare discernimento con facilità! Se tutto fosse apparentemente tranquillo sarebbe peggio.

— La terza è che quelli ostili a Francesco sono gruppi autoreferenziali che non reggono il dibattito aperto e sereno ma cercano un nemico e vi si abbattono contro, facendosi eco l’un l’altro. Alcuni siti sono un copia incolla acritico. Per non parlare di alcuni account Twitter. Ma queste sono cose note… 

CAPITOLO OTTO — Come uscire da questa impasse? Con la pazienza. Ci vuole tanta pazienza. E confidare nel processo in corso. Gli attacchi fanno parte del processo e sono inevitabili.

CAPITOLO NOVE — Ma le posizioni critiche verso Francesco sono tutte così? Cominciamo a dire che tutti i Papi hanno avuto opposizioni e critiche anche feroci. Basta fare anche adesso un giro in rete per vedere quante volte e con quale aggressività san Giovanni Paolo II ha dovuto subire critiche volgari e pesanti da chi lo riteneva un eretico aperturista. Ho visto un sito che raccoglieva oltre 100 affermazioni ritenute eretiche del Pontefice santo. Quindi niente di nuovo sotto il sole. Ma no, non tutte le posizioni critiche verso Francesco sono così. Alcune sono quelle amate dal Pontefice, cioè sono critiche non polemiche o strumentali, ma che aprono a un dialogo vero e pacato, non provocatorio. Quelle che servono.

*

N.B. Ho ripreso qui anche alcune riflessioni emerse nell’intervista che ho dato ad Austin Iveregh per la testata Crux e che è possibile leggere qui

«Amoris Laetitia es obviamente un acto de magisterio». Mi conversación con el cardenal Schönborn

immagine-k12g-u107095816044700c-1024x576lastampa-itQui in  Italiano. Here in English 

Conversar con el cardenal Christoph Schönborn, arzobispo de Viena, supone crear un espacio de reflexión que exige atención y serenidad. La lucidez de sus reflexiones va siempre de la mano de su profundidad espiritual. En este sentido, se corresponde bien con el carisma de la Orden de Predicadores y que resume el lema de Santo Tomás de Aquino, contemplata aliis tradere, “comunicar a los otros las realidades contempladas”. Y eso precisamente fue nuestra conversación: una transmisión, un intercambio, no de una serie de abstractas tesis intelectuales o escolásticas, sino de unos razonamientos que han encontrado su confirmación en la oración. El tono y el ritmo de la conversación reflejan también esta misma dimensión contemplativa.

Algunos hablan de “La Alegría del Amor” como de un documento menor, de una opinión personal del Papa Francisco (por decirlo así), sin pleno valor magisterial. ¿Qué valor posee esta exhortación? ¿Es un acto de magisterio? Esto parece evidente, pero es bueno aclararlo en estos tiempos, para evitar que algunas voces que sostienen lo contrario puedan crear confusión entre los creyentes.

Es obviamente un acto de magisterio: es una exhortación apostólica. Está muy claro que el Papa está ejerciendo aquí su papel de pastor, de maestro y profesor de la fe, después de haber consultado los dos sínodos sobre la familia. Y sin duda hay que decir que se trata de un documento pontificio de gran nivel, un verdadero magisterio de sacra doctrina, que nos remite a la actualidad de la palabra de Dios. La he leído muchas veces, y siempre que lo hago percibo la delicadeza de su composición y cada vez mayor cantidad de detalles repletos de enseñanza.

No faltan pasajes en la exhoratación que demuestran clara y decisivamente su valor doctrinal. El tono y el contenido de lo que se dice permiten reconocer la intención del texto —por ejemplo, cuando el Papa escribe: “Pido con urgencia…”, “Ya no podemos seguir diciendo…” “He querido presentar a toda la Iglesia…” y así sucesivamente—. “La Alegría del Amor” es un acto del magisterio que permite que la enseñanza de la Iglesia se haga presente y relevante en el mundo de hoy. Al igual que leemos el Concilio de Nicea a la luz del Concilio de Constantinopla y el Concilio Vaticano I a la luz del Concilio Vaticano II, tenemos que leer las previas afirmaciones del magisterio sobre la familia a la luz de las aportaciones que hace “La Alegría del Amor”. Eso nos permitirá dilucidar vívidamente la distinción entre la continuidad de los principios doctrinales y la discontinuidad de las perspectivas y reconocer aquellas expresiones que estuvieron condicionadas históricamente. Esta es la función que corresponde al magisterio vivo: interpretar verazmente la palabra de Dios, ya sea escrita o recogida por la tradición.

¿Le han sorprendido algunas cosas? ¿Y ha habido otras que le hayan movido a la reflexión? ¿Ha habido pasajes que ha tenido que pararse a leer varias veces?

Lo que me sorprendió muy gratamente fue la metodología. En este ámbito de la realidad humana, el Santo Padre renovó esencialmente el discurso de la Iglesia en las páginas de su exhortación apostólica “La Alegría del Evangelio”, como también lo hizo la constitución pastoral “Gaudium et Spes” del Concilio Vaticano II, que esboza ya los principios doctrinales y las reflexiones sobre el ser humano que hoy en día siguen en constante evolución. Hay aquí una profunda apertura para asumir la realidad.

¿Diría usted que esta perspectiva, tan abierta a la realidad, y también a la fragilidad, puede perjudicar la fortaleza de la doctrina?

Rotundamente no. El gran desafío del Papa Francisco es precisamente demostrar que esta perspectiva, por ser capaz de comprender y estar transida de benevolencia y de confianza, no causa daño alguno a la fortaleza de la doctrina. Por el contrario, esta perspectiva forma parte de los pilares de la doctrina. Francisco entiende la doctrina como el “hoy” de la Palabra de Dios, la Palabra encarnada en la historia, y la predica mientras va escuchando las preguntas que surgen por el camino. Lo que rechaza es esa actitud de encerrarse en discursos abstractos, impropios de quien vive y da testimonio de encuentro con el Señor que nos cambia la vida. Esa abstracta y doctrinaria perspectiva que domestica algunas declaraciones para imponerlas a una élite, y olvida que si cerramos los ojos a nuestro prójimo, también nos estamos volviendo ciegos a Dios, como dijo Benedicto XVI en “Deus caritas est”.

A uno le llama la atención esa insistencia del Papa en “La Alegría del Amor” de que la familia no es una realidad preconcebida y perfecta. Entonces ¿por qué tendemos a ser tan excesivamente idealistas cuando hablamos sobre las relaciones matrimoniales? ¿Es quizá un idealismo romántico que corre el riesgo de pecar de platónico?

La misma Biblia describe la vida familiar no como un ideal abstracto, sino como lo que el Santo Padre llama “un proceso dinámico” (AL 122 y 113). Los ojos del Buen Pastor miran a las personas, no a las ideas que pretenden justificar a posteriori la realidad de nuestra esperanza. La distancia que existe entre estas concepciones teóricas y el mundo en el que la Palabra se encarna, nos lleva a desarrollar “una fría moral de escritorio” (AL 312). A veces hemos hablado del matrimonio de forma tan abstracta que pierde todos sus atractivos. El Papa habla muy claro: la familia no es una realidad perfecta, porque está formada por pecadores. La familia en un proceso en camino. Creo que esta es la piedra angular de todo el documento. Y me parece que esta manera de mirar las cosas no tiene nada que ver con el secularismo, con el aristotelismo opuesto al platonismo. Creo más bien que es realismo bíblico, el modo de mirar a los seres humanos que nos brinda la Escritura.

Tal como escuchó de los propios Padres sinodales, el Papa es consciente del hecho de que no podemos seguir hablando de las personas en categorías tan abstractas ni condicionar la praxis concreta a la generalidad de una norma.

Respecto a los principios, la doctrina sobre el matrimonio y los sacramentos es clara. Y el Papa Francisco la ha expuesto una vez más con gran claridad. Respecto a la disciplina, el Papa toma en consideración la infinita variedad de situaciones concretas y afirma que no podemos esperar una nueva serie de normas, a modo de ley canónica, que pueda ser aplicable a todos los casos. En cuanto a la praxis, dada la complejidad de las situaciones y de las familias afectadas, el Santo Padre dice que lo que sí es posible es un nuevo y decidido esfuerzo para asumir el responsable discernimiento personal y pastoral que exigen los casos concretos. Hay que tener en cuenta que, “puesto que el grado de responsabilidad no es el mismo en todos los casos, las consecuencias o los efectos de una norma no necesariamente deben ser siempre los mismos” (AL 300). Añade, muy claramente y sin ambigüedad alguna, que este discernimiento alcanza también a “la disciplina sacramental, puesto que el discernimiento puede reconocer que en una situación particular no hay culpa grave” (AL 300, nota al pie 336). Y especifica también que “la conciencia de las personas debe ser mejor incorporada en la praxis de la Iglesia” (AL 303), especialmente en “conversación con el sacerdote, en el fuero interno” (AL 300).

Después de esta exhortación, ya no tiene sentido preguntar si, en general, todas las personas divorciadas que se han vuelto a casar pueden o no pueden recibir los sacramentos.

La doctrina de fe y costumbres existe—la disciplina basada tanto en la sagrada doctrina como en la vida de la Iglesia—y existe también la praxis, que está determinada tanto por la persona como por la comunidad. “La Alegría del Amor” se sitúa en el plano concretísimo de la vida de cada persona. Hay aquí una evolución, claramente expresada por el Papa Francisco, en la percepción que la Iglesia tiene de las circunstancias condicionantes y atenuantes, circunstancias que son características de nuestra propia época:

La Iglesia posee una sólida reflexión acerca de los condicionamientos y circunstancias atenuantes. Por eso, ya no es posible decir que todos los que se encuentran en alguna situación así llamada «irregular» viven en una situación de pecado mortal, privados de la gracia santificante. Los límites no tienen que ver solamente con un eventual desconocimiento de la norma. Un sujeto, aun conociendo bien la norma, puede tener una gran dificultad para comprender «los valores inherentes a la norma» o puede estar en condiciones concretas que no le permiten obrar de manera diferente y tomar otras decisiones sin una nueva culpa. Como bien expresaron los Padres sinodales, «puede haber factores que limitan la capacidad de decisión» (AL 301).

Pero estas orientaciones ya estaban contenidas de algún modo en el famoso Nº. 84 del “Familiaris Consortio” de San Juan Pablo II, que Francisco cita varias veces, como cuando dice: “Los pastores, por amor a la verdad, están obligados a discernir bien las situaciones” (FC 84; AL 79).

San Juan Pablo II distinguió, en efecto, una gran variedad de situaciones. Supo ver una diferencia entre quienes han tratado sinceramente de salvar su primer matrimonio y fueron abandonados sin justificación y quienes han destruido un matrimonio canónicamente válido con grave culpa por su parte. Y habla luego de aquellos que afrontan un segundo enlace con la intención de sacar adelante a sus hijos y que están subjetivamente seguros en conciencia de que el primer matrimonio, ya irreparablemente roto, nunca fue válido. Cada una de estas situaciones debe ser objeto de una valoración moral distinta.
Hay realmente muchos puntos de partida diferentes para ir hacia esa participación cada vez más profunda en la vida de la Iglesia a la que todos estamos llamados. Juan Pablo II presupone ya implícitamente que no podemos decir de forma simplista que cualquier caso de una persona divorciada que se vuelve a casar equivale a una vida en pecado mortal, apartada de la comunión de amor entre Cristo y la Iglesia. Ya entonces se estaba abriendo la puerta a una comprensión cada vez mayor, mediante el discernimiento de las diversas situaciones que no son objetivamente idénticas y gracias a la valoración responsable del fuero interno.

Por eso tengo la impresión de que esto es un paso más en la evolución de nuestra comprensión de la doctrina.

La complejidad de las situaciones familiares, que hoy es mucho mayor de lo que era habitual en nuestras sociedades occidentales hace solo unas décadas, ha hecho necesario mirar esta complejidad con mayor matización. Hoy mucho más que en el pasado, la situación objetiva de una persona no lo dice todo de esa persona en cuanto a su relación con Dios o con la Iglesia. Esta evolución nos obliga a repensar qué queremos decir cuando hablamos de situaciones objetivas de pecado. Y eso lleva implícito que también evolucione paralelamente nuestra comprensión y el modo de expresar la doctrina.

Francisco ha dado un paso importante al obligarnos a clarificar algo que había permanecido implícito en “Familiaris Consortio”: el vínculo entre la objetividad de una situación de pecado y la vida de gracia en relación con Dios y con su Iglesia, y —como consecuencia lógica—la concreta imputabilidad de pecado. El cardenal Ratzinger explicó en los años 90 que ya no podemos hablar automáticamente de una situación de pecado mortal en el caso de nuevas uniones maritales. Me acuerdo de haberle preguntado al cardenal Ratzinger en 1994, con motivo de la publicación por parte de la Congregación para la Doctrina de la Fe de un documento sobre personas divorciadas y casadas de nuevo: “¿Es posible que la vieja praxis que conocimos antes del concilio y que dábamos por segura, sea todavía válida?” Porque ahora esto abría la posibilidad, discerniendo en el fuero interno con nuestro confesor, de recibir los sacramentos, dado que no habría motivo de escándalo.” Su respuesta fue muy clara, respondió precisamente lo mismo que el Papa Francisco afirma: no hay una norma general que pueda cubrir todos los casos particulares. La norma general puede ser muy clara, pero es igualmente claro que esta no puede abarcar exhaustivamente todos los casos.

El Papa afirma que “en algunos casos”, cuando una persona está en situación objetiva de pecado—pero sin sentirse subjetivamente culpable o sin ser totalmente culpable—es posible vivir en gracia de Dios, amar y crecer en la vida de gracia y caridad, recibiendo para ello la ayuda de la Iglesia, incluyendo los sacramentos, también la Eucaristía, que “no es un premio para los perfectos, sino un generoso remedio y un alimento para los débiles.” ¿Cómo puede esta afirmación integrarse en la doctrina tradicional de la Iglesia? ¿Supone esto una ruptura con lo que se había dicho en el pasado?

Considerando la perspectiva del documento, creo que un punto fundamental en la elaboración de “La Alegría del Amor” es que todos nosotros—no importa a qué abstracta categoría podamos pertenecer—estamos llamados a pedir misericordia y a anhelar la conversión: “Señor, yo no soy digno de que entres en mi casa…” Cuando el Papa Francisco habla en una nota a pie de página sobre la ayuda que dan los sacramentos en algunos supuestos de situaciones irregulares, lo hace a pesar de que el problema —que es importante en sí mismo— ha sido formulado de un modo incorrecto cuando se teoriza y también a pesar de que algunos prefieren tratarlo en dircursos generalizadores antes que por medio del discernimiento individual del cuerpo de Cristo, al que todos y cada uno de nostros estamos obligados.

Con extraordinaria perspicacia, el Papa Francisco nos pide que meditemos sobre 1 Cor 11:17-34 (AL 186), que es el pasaje más importante sobre la comunión eucarística. Esto le permite resituar el problema y colocarlo precisamente allí donde San Pablo lo coloca. Es un modo sutil de marcar una hermenéutica diferente para dar respuesta a las preguntas más acuciantes. Hay que entrar en las dimensiones prácticas de la vida para “discernir el Cuerpo”, mendigando misericordia. Es posible que a alguien que lleve una vida acorde con las normas le falte discernimiento y, como Pablo dice, “come y bebe su propia condenación”.

Nos dirigimos a los sacramentos como mendigos, como aquel rcaudador de impuestos que, en la parte de atrás del templo, no se atreve a levantar los ojos. Es posible que, en ciertos casos, quien está en situación objetiva de pecado pueda recibir la ayuda de los sacramentos. El Papa nos invita no solo a valorar las circunstancias externas (que tienen su propia importancia) sino también a preguntarnos a nosotros mismos si de verdad sentimos esa sed de su perdón misericordioso, de modo que podamos corresponder mejor al dinamismo santificador de la gracia. No podemos pasar de la regla general al caso particular teniendo solo en cuenta las cuestiones formales.

Pero alguien podría preguntar: ¿y qué significa exactamente “en algunos casos”? ¿No se podría hacer una especie de inventario para aclararlo?

Así correríamos el riesgo de caer en una casuística abstracta. Y algo todavía más serio: correríamos el riesgo de crear —incluso si en la norma se incluyen excepciones— un “derecho” a recibir la Eucaristía en una situación objetiva de pecado. Creo que el Papa nos está pidiendo aquí, por amor a la verdad, que apliquemos el discernimiento en cada caso concreto, tanto en el fuero interno como en el externo.

Por favor, acláreme esto: el Papa Francisco habla aquí de una “situación objetiva de pecado”. Obviamente, no se refiere a quien haya recibido una declaración de nulidad de su primer matrimonio y que luego se casó, ni tampoco a aquellos que hayan logrado vivir juntos “como hermano y hermana” (su caso podría ser irregular, pero no viven de hecho en una situación objetiva de pecado). En consecuencia, el Papa se refiere aquí a quienes no han logrado realizar objetivamente nuestro concepto de matrimonio y transformar su modo de vida de acuerdo con esa exigencia. ¿Es así?

Así es, en efecto. Precisamente por su amplia experiencia de acompañamiento espiritual, cuando el Santo Padre habla de “situaciones objetivas de pecado” no se detiene en los tipos de casos que se describen en el nº 84 de Familiaris Consortio. Hace referencia de un modo mucho más amplio a “ciertas situaciones que no realizan objetivamente nuestra concepción del matrimonio. Hay que alentar la maduración de una conciencia iluminada” y reconocer “el peso de condicionamientos concretos”. (AL 303).

La conciencia juega un papel crucial

Ya lo creo:
“Esa conciencia puede reconocer no sólo que una situación no responde objetivamente a la propuesta general del Evangelio. También puede reconocer con sinceridad y honestidad aquello que, por ahora, es la respuesta generosa que se puede ofrecer a Dios, y descubrir con cierta seguridad moral que esa es la entrega que Dios mismo está reclamando en medio de la complejidad concreta de los límites, aunque todavía no sea plenamente el ideal objetivo” (AL 303).

“La Alegría del Evangelio,” “La Alegría del Amor”… Parece que el Papa Francisco quisiera insistir en la cuestión de la alegría. ¿por qué cree usted que es así? ¿Es necesario hablar hoy de la alegría? ¿Corremos el riesgo de perderla? ¿Quizá porque la misericordia es molesta? ¿Quizá porque estamos preocupados por la inclusión? Qué tipo de miedos despiertan las palabras del Papa en algunos? ¿Se podría explicar esto?

El llamamiento a la misericordia apunta a la necesidad de salir de nosotros mismos para practicar la misericordia y obtener a cambio la misericordia del Padre. La Iglesia de “La Alegría del Evangelio” es la Iglesia que se atreve a salir de sí misma y salir de uno mismo puede generar miedos. Tenemos que salir fuera de nuestras preconcebidas seguridades, para que así podamos reencontrarnos en Cristo. El Papa Francisco nos toma de la mano para llevarnos en la dirección correcta del testimonio y de la fe. Quiere mostrarnos un encuentro capaz de cambiar nuestra vida, un encuentro de amor que tendrá lugar solo si somos capaces de salir al encuentro de los demás.
La conversión pastoral busca continuamente esa presencia de Dios que sigue actuando hoy. Esa presencia suscita alegría, la alegría del amor. El amor es exigente; pero no hay alegría más grande que el amor.

Antonio Spadaro, S.J. es director de La Civiltà Cattolica. El cardenal Christoph Schönborn es arzobispo de Viena y presidente de la Conferencia Espiscopal Austriaca. Una versión más amplia de esta entrevista se publicó en italiano en La Civiltà Cattolica.

(Traducción para America en español: Juan V. Fernández de la Gala)

Qui in  Italiano. Here in English 

In Albania beatificato p. Giovanni Fausti. Civiltà Cattolica ne pubblica gli scritti “profetici”

coverNell’elenco di 38 martiri uccisi sotto il regime comunista in Albania figura anche padre Giovanni Fausti (1899-1946) e i suoi compagni. Saranno tutti beatificati il 5 novembre 2016 nella piazza davanti alla cattedrale di Santo Stefano a Scutari. Il 21 settembre 2013 Papa Francesco si era recato in Albania per il suo quarto viaggio internazionale dopo quelli in Brasile, Terra Santa e Corea. La popolazione del «Paese delle Aquile» ha molto sofferto nella sua storia, e soprattutto nelle seconda metà del Novecento per la rigidissima dittatura comunista di Enver Hoxha iniziata nel 1944 e finita con la morte del dittatore nel 1985. La Costituzione albanese era l’unica a contenere l’ateismo pratico. Sono state distrutte oltre 1800 chiese, e molte altre sono state trasformate in cinema, teatro, sale da ballo.

Rimane impressa nella memoria l’immagine del grande viale che conduce alla piazza Madre Teresa, luogo nel quale il Pontefice ha celebrato la Messa davanti a tanti cattolici, ma anche a tanti musulmani, venuti per essere presenti all’evento. Lungo il viale si succedevano grandi striscioni con l’immagine dei martiri che hanno dato la vita per testimoniare la loro fede. Tra questi volti quello del p. Fausti, missionario e precursore del dialogo islamico-cristiano. E l’Albania è l’unico Paese europeo a maggioranza musulmana.

padre_giovanni_faustiIl p. Fausti scriveva sulla Civiltà Cattolica e, come risulta dal diario delle «consulte» (cioè la riunione di redazione) della rivista, fu lo stesso Pio XI a commissionare alcuni articoli sul tema dell’islàm. Il Pontefice era convinto che si fosse fatto poco per avvicinare i musulmani. Riteneva necessario studiarne a fondo la lingua, la religione, i costumi, il loro modo di pensare. È per rispondere a questa richiesta che, negli anni Trenta, si muovono gli interventi della Civiltà Cattolica su questo tema. La loro redazione (tra il 1931 e il 1935) non fu affidata a un uomo di «laboratorio», cioè a uno studioso professore esperto di questi temi, né a un redattore stabile della rivista, ma a un uomo di «frontiera», un gesuita che nelle sue pagine definisce se stesso come un «umile missionario in terra d’Islam», il quale aveva non solamente una solida competenza nella materia, ma conosceva anche direttamente il mondo e la cultura islamica. P. Fausti era un convinto sostenitore del «Vangelo dialogante», inculturato nella fede e nella cultura del popolo. P. Fausti pagò con la vita la propria fedeltà al popolo albanese: fu fucilato dai comunisti la mattina del 4 marzo 1946 nei pressi del cimitero cattolico di Scutari.

A distanza di quasi ottant’anni dalla redazione degli articoli di p. Fausti, voluti da Pio XI, Papa Francesco ha visitato la terra albanese. Essa è stata la prima dell’Europa a ricevere una visita del Pontefice. E certamente questa scelta non è stata casuale. Il Papa delle «periferie» per entrare in Europa il Papa delle «periferie» ha scelto un Paese candidato all’ingresso nell’Unione europea, e dunque non ancora in essa integrato. Ma Francesco ha scelto l’Albania soprattutto perché le confessioni religiose presenti nel Paese, tutte oppresse sotto la dittatura, hanno imparato a convivere bene insieme: musulmani (sunniti e bektashi) e cristiani (ortodossi e cattolici). L’Albania smentisce quanti usano la religione per alimentare i conflitti. Il messaggio di p. Fausti, dunque, torna a farsi attuale.

Nel suo primo discorso pubblico in terra albanese presso il Salone dei ricevimenti del Palazzo Presidenziale Francesco ha subito affermato uno dei motivi principali del suo viaggio: «Mi rallegro in modo particolare per una felice caratteristica dell’Albania, che va preservata con ogni cura e attenzione: mi riferisco alla pacifica convivenza e alla collaborazione tra gli appartenenti a diverse religioni. Il clima di rispetto e fiducia reciproca tra cattolici, ortodossi e musulmani è un bene prezioso per il Paese e acquista un rilievo speciale in questo nostro tempo nel quale, da parte di gruppi estremisti, viene travisato l’autentico senso religioso e vengono distorte e strumentalizzate le differenze tra le diverse confessioni, facendone però un pericoloso fattore di scontro e di violenza, anziché occasione di dialogo aperto e rispettoso e di riflessione comune su ciò che significa credere in Dio e seguire la sua legge».

Con decisione e chiarezza Francesco ha proseguito: «Nessuno pensi di poter farsi scudo di Dio mentre progetta e compie atti di violenza e sopraffazione! Nessuno prenda a pretesto la religione per le proprie azioni contrarie alla dignità dell’uomo e ai suoi diritti fondamentali, in primo luogo quello alla vita e alla libertà religiosa di tutti!». I riferimenti alla situazione che viviamo in Medio Oriente sono chiari. Di fronte a una religione strumentalizzata, l’esperienza albanese dimostra invece che «la pacifica e fruttuosa convivenza tra persone e comunità appartenenti a religioni diverse è non solo auspicabile, ma concretamente possibile e praticabile. La pacifica convivenza tra le differenti comunità religiose, infatti, è un bene inestimabile per la pace e per lo sviluppo armonioso di un popolo. È un valore che va custodito e incrementato ogni giorno, con l’educazione al rispetto delle differenze e delle specifiche identità aperte al dialogo ed alla collaborazione per il bene di tutti, con l’esercizio della conoscenza e della stima gli uni degli altri. È un dono che va sempre chiesto al Signore nella preghiera. Possa l’Albania proseguire sempre su questa strada, diventando per tanti Paesi un esempio a cui ispirarsi!».

Il Pontefice ha ribadito questo pensiero incontrando i leaders delle altre religioni e denominazioni cristiane e immaginando la libertà religiosa, adesso di recente acquisita, come uno «spazio comune» che deve essere «un ambiente di rispetto e collaborazione che va costruito con la partecipazione di tutti, anche di coloro che non hanno alcuna convinzione religiosa». Francesco ha individuato due atteggiamenti che possono essere utili nella promozione di questa libertà fondamentale.

«Il primo – ha affermato – è quello di vedere in ogni uomo e donna, anche in quanti non appartengono alla propria tradizione religiosa, non dei rivali, meno ancora dei nemici, bensì dei fratelli e delle sorelle. Chi è sicuro delle proprie convinzioni non ha bisogno di imporsi, di esercitare pressioni sull’altro: sa che la verità ha una propria forza di irradiazione. Tutti siamo, in fondo, pellegrini su questa terra, e in questo nostro viaggio, mentre aneliamo alla verità e all’eternità, non viviamo come entità autonome ed autosufficienti, né come singoli né come gruppi nazionali, culturali o religiosi, ma dipendiamo gli uni dagli altri, siamo affidati gli uni alle cure degli altri. Ogni tradizione religiosa, dal proprio interno, deve riuscire a dare conto dell’esistenza dell’altro».

Il secondo atteggiamento è «l’impegno in favore del bene comune. Ogni volta che l’adesione alla propria tradizione religiosa fa germogliare un servizio più convinto, più generoso, più disinteressato all’intera società, vi è autentico esercizio e sviluppo della libertà religiosa. Questa appare allora non solo come uno spazio di autonomia legittimamente rivendicato, ma come una potenzialità che arricchisce la famiglia umana con il suo progressivo esercizio. Più si è a servizio degli altri e più si è liberi!». Il Papa ha invitato dunque le persone credenti in Dio a guardarsi attorno, a vedere quanti sono i bisogni dei poveri, e quanto le nostre società debbano ancora trovare cammini «verso una giustizia sociale più diffusa, verso uno sviluppo economico inclusivo». Gli uomini e donne ispirati dai valori delle proprie tradizioni religiose possono offrire un contributo insostituibile. Ed è proprio questo un terreno particolarmente fecondo anche per il dialogo interreligioso. Dunque: il dialogo si fa non discutendo sulle idee, ma facendo insieme qualcosa per il bene di tutti.

Rileggendo le parole di p. Fausti alla luce di quelle di Francesco, si scopre una lezione forte e una voce chiara anche per i nostri giorni. Le intuizioni sul dialogo tra islam e cristianesimo, teorizzate da questo uomo di frontiera oltre che martire, possono essere un terreno privilegiato per cementare il dialogo interreligioso, anche oggi, specialmente alla luce del pontificato di Francesco. Il volume che raccoglie i suoi scritti su cristianesimo e islam, considerando gli anni nei quali furono scritti, fanno parte di un capitale di sapienza che può aiutarci a vivere meglio il momento presente con tutte le sue tensioni e le sue sfide.

Las 3 homilías más importantes del Papa Francisco a los Jesuitas

161024_gc36_pope_francis_visit_ie_1-750x420-1HOMILÍA DEL SANTO PADRE FRANCISCO
CON OCASIÓN DE LA FIESTA DE SAN IGNACIO DE LOYOLA

Iglesia del Santísimo Nombre de Jesús, Roma
Miércoles 31 de julio de 2013

En esta Eucaristía en la que celebramos a nuestro padre Ignacio de Loyola, a la luz de las lecturas que hemos escuchado, desearía proponer tres sencillos pensamientos guiados por tres expresiones: poner en el centro a Cristo y a la Iglesia; dejarse conquistar por Él para servir; sentir la vergüenza de nuestras limitaciones y pecados para ser humildes ante Él y ante nuestros hermanos.

1. El escudo de nosotros, jesuitas, es un monograma, el acrónimo de «Iesus Hominum Salvator» (IHS). Cada uno de vosotros podrá decirme: ¡lo sabemos muy bien! Pero este escudo nos recuerda continuamente una realidad que jamás debemos olvidar: la centralidad de Cristo para cada uno de nosotros y para toda la Compañía, a la que san Ignacio quiso precisamente llamar «de Jesús» para indicar el punto de referencia. Por lo demás, también al comienzo de los Ejercicios Espirituales nos sitúa ante nuestro Señor Jesucristo, nuestro Creador y Salvador (cf. EE, 5). Y esto nos lleva a nosotros, jesuitas, y a toda la Compañía a estar «descentrados», a tener delante al «Cristo siempre mayor», el «Deus semper maior», el «intimior intimo meo», que nos lleva continuamente fuera de nosotros mismos, nos lleva a una cierta kenosis, a salir del «propio amor, querer e interés» (ee, 189). No está descontada la pregunta para nosotros, para todos nosotros: ¿es Cristo el centro de mi vida? ¿Pongo verdaderamente a Cristo en el centro de mi vida? Porque existe siempre la tentación de pensar que estamos nosotros en el centro. Y cuando un jesuita se pone él mismo en el centro, y no a Cristo, se equivoca. En la primera lectura Moisés repite con insistencia al pueblo que ame al Señor, que camine por sus sendas, «pues Él es tu vida» (cf. Dt 30, 16.20). ¡Cristo es nuestra vida! A la centralidad de Cristo le corresponde también la centralidad de la Iglesia: son dos fuegos que no se pueden separar: yo no puedo seguir a Cristo más que en la Iglesia y con la Iglesia. Y también en este caso nosotros, jesuitas, y toda la Compañía no estamos en el centro; estamos, por así decirlo, «desplazados», estamos al servicio de Cristo y de la Iglesia, la Esposa de Cristo nuestro Señor, que es nuestra Santa Madre Iglesia Jerárquica (cf. EE, 353). Ser hombres enraizados y fundados en la Iglesia: así nos quiere Jesús. No puede haber caminos paralelos o aislados. Sí, caminos de investigación, caminos creativos, sí; esto es importante: ir hacia las periferias, las muchas periferias. Para esto se requiere creatividad, pero siempre en comunidad, en la Iglesia, con esta pertenencia que nos da el valor para ir adelante. Servir a Cristo es amar a esta Iglesia concreta, y servirla con generosidad y espíritu de obediencia.

2. ¿Cuál es el camino para vivir esta doble centralidad? Contemplemos la experiencia de san Pablo, que es también la experiencia de san Ignacio. El Apóstol, en la segunda lectura que hemos escuchado, escribe: me esfuerzo por correr hacia la perfección de Cristo porque también «yo he sido alcanzado por Cristo» (Flp 3, 12). Para Pablo sucedió en el camino de Damasco; para Ignacio en su casa de Loyola; pero el punto fundamental es común: dejarse conquistar por Cristo. Yo busco a Jesús, yo sirvo a Jesús porque Él me ha buscado antes, porque he sido conquistado por Él: y éste es el núcleo de nuestra experiencia. Pero Él es el primero, siempre. En español existe una palabra que es muy gráfica, que lo explica bien: Él nos «primerea». Es el primero siempre. Cuando nosotros llegamos, Él ha llegado y nos espera. Y aquí querría recordar la meditación sobre el Reino, en la segunda semana. Cristo nuestro Señor, Rey eterno, llama a cada uno de nosotros diciéndonos: «quien quisiere venir conmigo, ha de trabajar conmigo, porque siguiéndome en la pena, también me siga en la gloria» (EE, 95): ser conquistado por Cristo para ofrecer a este Rey toda nuestra persona y toda nuestra fatiga (cf. EE, 96); decir al Señor querer hacer todo para su mayor servicio y alabanza, imitarle en soportar también injurias, desprecio, pobreza (cf. EE, 98). Pero pienso en nuestro hermano en Siria en este momento. Dejarse conquistar por Cristo significa tender siempre hacia aquello que tenemos de frente, hacia la meta de Cristo (cf. Flp 3, 14) y preguntarse con verdad y sinceridad: ¿Qué he hecho por Cristo? ¿Qué hago por Cristo? ¿Qué debo hacer por Cristo? (cf. EE, 53).

3. Y llego al último punto. En el Evangelio Jesús nos dice: «Quien quiera salvar su vida la perderá, pero el que pierda su vida por mi causa la salvará… Si uno se avergüenza de mí…» (Lc 9, 23-26). Y así sucesivamente. La vergüenza del jesuita. La invitación que hace Jesús es la de no avergonzarse nunca de Él, sino seguirle siempre con entrega total, fiándose y confiándose a Él. Pero contemplando a Jesús, como nos enseña san Ignacio en la Primera Semana, sobre todo contemplando al Cristo crucificado, sentimos ese sentimiento tan humano y tan noble que es la vergüenza de no estar a la altura; contemplamos la sabiduría de Cristo y nuestra ignorancia, su omnipotencia y nuestra debilidad, su justicia y nuestra iniquidad, su bondad y nuestra maldad (cf. EE, 59). Pedir la gracia de la vergüenza; vergüenza que me llega del continuo coloquio de misericordia con Él; vergüenza que nos hace sonrojar ante Jesucristo; vergüenza que nos pone en sintonía con el corazón de Cristo que se hizo pecado por mí; vergüenza que pone en armonía nuestro corazón en las lágrimas y nos acompaña en el seguimiento cotidiano de «mi Señor». Y esto nos lleva siempre, individualmente y como Compañía, a la humildad, a vivir esta gran virtud. Humildad que nos hace conscientes cada día de que no somos nosotros quienes construimos el Reino de Dios, sino que es siempre la gracia del Señor que actúa en nosotros; humildad que nos impulsa a ponernos por entero no a nuestro servicio o al de nuestras ideas, sino al servicio de Cristo y de la Iglesia, como vasijas de barro, frágiles, inadecuados, insuficientes, pero en los cuales hay un tesoro inmenso que llevamos y comunicamos (2 Co 4, 7). Siempre me ha gustado pensar en el ocaso del jesuita, cuando un jesuita acaba su vida, cuando declina. Y recuerdo siempre dos imágenes de este ocaso del jesuita: una clásica, la de san Francisco Javier, mirando China. El arte ha pintado muchas veces este ocaso, este final de Javier. También la literatura, en ese bello fragmento de Pemán. Al final, sin nada, pero ante el Señor; esto me hace bien: pensar en esto. El otro ocaso, la otra imagen que me viene como ejemplo, es la del padre Arrupe en el último coloquio en el campo de refugiados, cuando nos había dicho —lo que él mismo decía— «esto lo digo como si fuera mi canto del cisne: orad». La oración, la unión con Jesús. Y, después de haber dicho esto, tomó el avión, llegó a Roma con el ictus, que dio inicio a aquel ocaso tan largo y tan ejemplar. Dos ocasos, dos imágenes que a todos nosotros hará bien contemplar, y volver a estas dos. Y pedir la gracia de que nuestro ocaso sea como el de ellos.

Queridos hermanos, dirijámonos a Nuestra Señora; que Ella, que llevó a Cristo en su vientre y acompañó los primeros pasos de la Iglesia, nos ayude a poner siempre en el centro de nuestra vida y de nuestro ministerio a Cristo y a su Iglesia; que Ella, que fue la primera y más perfecta discípula de su Hijo, nos ayude a dejarnos conquistar por Cristo para seguirle y servirle en cada situación; que Ella, que respondió con la humildad más profunda al anuncio del Ángel: «He aquí la esclava del Señor, hágase en mí según tu palabra» (Lc 1, 38), nos haga experimentar la vergüenza por nuestra indigencia frente al tesoro que nos ha sido confiado, para vivir la humildad ante Dios. Que acompañe nuestro camino la paterna intercesión de san Ignacio y de todos los santos jesuitas, que continúan enseñándonos a hacer todo, con humildad, ad maiorem Dei gloriam.

jesuitssymbolSANTA MISA EN EL DÍA DEL SANTÍSIMO NOMBRE DE JESÚS

HOMILÍA DEL SANTO PADRE FRANCISCO

Iglesia del Gesù, Roma
Viernes 3 de enero de 2014

San Pablo nos dice, lo hemos escuchado: «Tened entre vosotros los mismos sentimientos de Cristo Jesús. El cual, siendo de condición divina, no retuvo ávidamente el ser igual a Dios; al contrario, se despojó de sí mismo tomando la condición de esclavo» (Flp 2, 5-7). Nosotros, jesuitas, queremos ser galardonados en el nombre de Jesús, militar bajo el estandarte de su Cruz, y esto significa: tener los mismos sentimientos de Cristo. Significa pensar como Él, querer como Él, mirar como Él, caminar como Él. Significa hacer lo que hizo Él y con sus mismos sentimientos, con los sentimientos de su Corazón.

El corazón de Cristo es el corazón de un Dios que, por amor, se «vació». Cada uno de nosotros, jesuitas, que sigue a Jesús debería estar dispuesto a vaciarse de sí mismo. Estamos llamados a este abajamiento: ser de los «despojados». Ser hombres que no deben vivir centrados en sí mismos porque el centro de la Compañía es Cristo y su Iglesia. Y Dios es el Deus semper maior, el Dios que nos sorprende siempre. Y si el Dios de las sorpresas no está en el centro, la Compañía se desorienta. Por ello, ser jesuita significa ser una persona de pensamiento incompleto, de pensamiento abierto: porque piensa siempre mirando al horizonte que es la gloria de Dios siempre mayor, que nos sorprende sin pausa. Y ésta es la inquietud de nuestro abismo. ¡Esta santa y bella inquietud!

Pero, porque somos pecadores, podemos preguntarnos si nuestro corazón ha conservado la inquietud de la búsqueda o si, en cambio, se ha atrofiado; si nuestro corazón está siempre en tensión: un corazón que no se acomoda, no se cierra en sí mismo, sino que late al ritmo de un camino que se realiza junto a todo el pueblo fiel de Dios. Es necesario buscar a Dios para encontrarlo, y encontrarlo para buscarlo aún y siempre. Sólo esta inquietud da paz al corazón de un jesuita, una inquietud también apostólica, no nos debe provocar cansancio de anunciar el kerygma, de evangelizar con valentía. Es la inquietud que nos prepara para recibir el don de la fecundidad apostólica. Sin inquietud somos estériles.

Ésta es la inquietud que tenía Pedro Fabro, hombre de grandes deseos, otro Daniel. Fabro era un «hombre modesto, sensible, de profunda vida interior y dotado del don de entablar relaciones de amistad con personas de todo tipo» (Benedicto XVI, Discurso a los jesuitas, 22 de abril de 2006). Pero era también un espíritu inquieto, indeciso, jamás satisfecho. Bajo la guía de san Ignacio aprendió a unir su sensibilidad inquieta pero también dulce, diría exquisita, con la capacidad de tomar decisiones. Era un hombre de grandes aspiraciones; se hizo cargo de sus deseos, los reconoció. Es más, para Fabro es precisamente cuando se proponen cosas difíciles cuando se manifiesta el auténtico espíritu que mueve a la acción (cf. Memorial, 301). Una fe auténtica implica siempre un profundo deseo de cambiar el mundo. He aquí la pregunta que debemos plantearnos: ¿también nosotros tenemos grandes visiones e impulsos? ¿También nosotros somos audaces? ¿Vuela alto nuestro sueño? ¿Nos devora el celo? (cf. Sal 69, 10) ¿O, en cambio, somos mediocres y nos conformamos con nuestras programaciones apostólicas de laboratorio? Recordémoslo siempre: la fuerza de la Iglesia no está en ella misma y en su capacidad de organización, sino que se oculta en la aguas profundas de Dios. Y estas aguas agitan nuestros deseos y los deseos ensanchan el corazón. Es lo que dice san Agustín: orar para desear y desear para ensanchar el corazón. Precisamente en los deseos Fabro podía discernir la voz de Dios. Sin deseos no se va a ninguna parte y es por ello que es necesario ofrecer los propios deseos al Señor. En las Constituciones dice que «se ayuda al prójimo con los deseos presentados a Dios, nuestro Señor» (Constituciones, 638).

Fabro tenía el auténtico y profundo deseo de «estar dilatado en Dios»: estaba completamente centrado en Dios, y por ello podía ir, en espíritu de obediencia, a menudo también a pie, por todos los lugares de Europa, a dialogar con todos con dulzura, y a anunciar el Evangelio. Me surge pensar en la tentación, que tal vez podemos tener nosotros y que muchos tienen, de relacionar el anuncio del Evangelio con bastonazos inquisidores, de condena. No, el Evangelio se anuncia con dulzura, con fraternidad, con amor. Su familiaridad con Dios le llevaba a comprender que la experiencia interior y la vida apostólica van siempre juntas. Escribe en su Memorial que el primer movimiento del corazón debe ser el de «desear lo que es esencial y originario, es decir, que el primer lugar se deje a la solicitud perfecta de encontrar a Dios nuestro Señor» (Memorial, 63). Fabro experimenta el deseo de «dejar que Cristo ocupe el centro del corazón» (Memorial, 68). Sólo si se está centrado en Dios es posible ir hacia las periferias del mundo. Y Fabro viajó sin descanso incluso a las fronteras geográficas, que se decía de él: «Parece que nació para no estar quieto en ninguna parte» (mi, Epistolae i, 362). A Fabro le devoraba el intenso deseo de comunicar al Señor. Si nosotros no tenemos su mismo deseo entonces necesitamos detenernos en oración y, con fervor silencioso, pedir al Señor, por intercesión de nuestro hermano Pedro, que vuelva a fascinarnos: esa fascinación por el Señor que llevaba a Pedro a todas estas «locuras» apostólicas.

Nosotros somos hombres en tensión, somos también hombres contradictorios e incoherentes, pecadores, todos. Pero hombres que quieren caminar bajo la mirada de Jesús. Somos pequeños, somos pecadores, pero queremos militar bajo el estandarte de la Cruz en la Compañía galardonada con el nombre de Jesús. Nosotros, que somos egoístas, queremos también vivir una vida agitada por grandes deseos. Renovemos así nuestra oblación al Eterno Señor del universo para que con la ayuda de su Madre gloriosa podamos querer, desear y vivir los sentimientos de Cristo que se despojó de sí mismo. Como escribía Pedro Fabro, «no busquemos nunca en esta vida un nombre que no se relacione con el de Jesús» (Memorial, 205). Y pidamos a la Virgen ser puestos con su Hijo.
 

Pope Francis visits delegates of General Congregation 36.
Pope Francis visits delegates of General Congregation 36.

CELEBRACIÓN DE LAS VÍSPERAS Y TE DEUM
EN EL BICENTENARIO DE LA
RESTAURACIÓN DE LA COMPAÑÍA DE JESÚS

DISCURSO DEL SANTO PADRE

Iglesia del “Gesù”, Roma
Sábado 27 de septiembre de 2014

Queridos hermanos y amigos en el Señor:

La Compañía distinguida con el nombre de Jesús vivió tiempos difíciles, de persecución. Durante el generalato del padre Lorenzo Ricci «los enemigos de la Iglesia lograron obtener la supresión de la Compañía» (Juan Pablo II, Mensaje al padre Kolvenbach, 31 de julio de 1990) por parte de mi predecesor Clemente XIV. Hoy, recordando su reconstitución, estamos llamados a recuperar nuestra memoria, a hacer memoria, teniendo presentes los beneficios recibidos y los dones particulares (cf. Ejercicios Espirituales, 234). Y hoy quiero hacerlo con vosotros aquí.

En tiempos de tribulación y desconcierto se levanta siempre una polvareda de dudas y sufrimientos, y no es fácil ir adelante, proseguir el camino. Sobre todo en los tiempos difíciles y de crisis se dan tantas tentaciones: detenerse para discutir sobre ideas, dejarse llevar por la desolación, concentrarse en el hecho de ser perseguidos, y no ver otra cosa. Leyendo las cartas del padre Ricci, me ha impresionado mucho un aspecto: su capacidad de no caer en la trampa de estas tentaciones y proponer a los jesuitas, en tiempo de tribulación, una visión de las cosas que los arraigaba aún más en la espiritualidad de la Compañía.

El padre general Ricci, que escribía a los jesuitas de entonces viendo las nubes que ensombrecían el horizonte, fortalecía su pertenecía al cuerpo de la Compañía y su misión. Por tanto, hizo discernimiento en un tiempo de confusión y desconcierto. No perdió tiempo en discutir sobre ideas y en quejarse, sino que se hizo cargo de la vocación de la Compañía. Debía protegerla, y se hizo cargo de ella.

Y esta actitud llevó a los jesuitas a experimentar la muerte y la resurrección del Señor. Ante la pérdida de todo, incluso de su identidad pública, no se resistieron a la voluntad de Dios, no se resistieron al conflicto, tratando de salvarse a sí mismos. La Compañía —y esto es hermoso— vivió el conflicto hasta sus últimas consecuencias, sin reducirlo: vivió la humillación con Cristo humillado, obedeció. Jamás uno se salva del conflicto con la astucia y las estratagemas para resistir. En la confusión y ante la humillación, la Compañía prefirió vivir el discernimiento de la voluntad de Dios, sin buscar un modo de salir del conflicto en una condición aparentemente tranquila. O, al menos, elegante: no lo hizo.

Jamás la aparente tranquilidad colma nuestro corazón, sino la verdadera paz que es don de Dios. No se debe buscar nunca la «componenda» fácil ni poner en práctica fáciles «irenismos». Solo el discernimiento nos salva del verdadero desarraigo, de la verdadera «supresión» del corazón, que es el egoísmo, la mundanidad, la pérdida de nuestro horizonte, de nuestra esperanza, que es Jesús, que es solo Jesús. Y así el padre Ricci y la Compañía, en fase de supresión, prefirieron la historia a una posible «historieta» gris, sabiendo que el amor juzga a la historia, y que la esperanza —incluso en la oscuridad— es más grande que nuestras expectativas.

El discernimiento debe hacerse con recta intención, con mirada sencilla. Por eso el padre Ricci, precisamente en aquella ocasión de confusión y extravío, habla de los pecados de los jesuitas. Parece hacer publicidad en contra. No se defiende sintiéndose víctima de la historia, sino que se reconoce pecador. Mirarse a sí mismo, reconociéndose pecador, evita la actitud de considerarse víctima ante un verdugo. Reconocerse pecador, reconocerse verdaderamente pecador, significa asumir la actitud justa para recibir el consuelo.

Podemos repasar brevemente este camino de discernimiento y de servicio que el padre general indicó a la Compañía. Cuando en 1759 los decretos de Pombal destruyeron las provincias portuguesas de la Compañía, el padre Ricci vivió el conflicto sin quejarse y sin abandonarse a la desolación; al contrario, invitó a rezar para pedir el espíritu bueno, el verdadero espíritu sobrenatural de la vocación, la docilidad perfecta a la gracia de Dios. Cuando en 1761 la tormenta avanzaba en Francia, el padre general pidió poner toda la confianza en Dios. Quería que se aprovecharan las pruebas soportadas para una mayor purificación interior: ellas nos conducen a Dios y pueden servir para su mayor gloria; además, recomienda la oración, la santidad de la vida, la humildad y el espíritu de obediencia. En 1767, después de la expulsión de los jesuitas españoles, sigue invitando a rezar. Y en fin, el 21 de febrero de 1773, apenas seis meses antes de la firma del Breve Dominus ac Redemptor, ante la falta total de ayuda humana, ve la mano de la misericordia de Dios que, a quienes pone a prueba, invita a no confiar en otros sino sólo en Él. La confianza debe aumentar precisamente cuando las circunstancias nos tiran por el suelo. Lo importante para el padre Ricci es que la Compañía sea fiel hasta las últimas consecuencias al espíritu de su vocación, que es la mayor gloria de Dios y la salvación de las almas.

La Compañía, incluso ante su mismo fin, permaneció fiel al fin por el cual había sido fundada. Por eso Ricci concluye con una exhortación a mantener vivo el espíritu de caridad, de unión, de obediencia, de paciencia, de sencillez evangélica, de verdadera amistad con Dios. Todo lo demás es mundanidad. Que el fuego de la mayor gloria de Dios nos atraviese también hoy, quemando toda complacencia y envolviéndonos en una llama que tenemos dentro, que nos concentra y nos expande, nos engrandece y nos empequeñece.

Así, la Compañía vivió la prueba suprema del sacrificio que injustamente se le pedía haciendo suya la oración de Tobit, quien abatido por el dolor suspira, llora e implora: «Eres justo, Señor, y justas son tus obras; siempre actúas con misericordia y fidelidad, tú eres juez del universo. Acuérdate, Señor, de mí y mírame; no me castigues por los pecados y errores que yo y mis padres hemos cometido. Hemos pecado en tu presencia, hemos transgredido tus mandatos y tú nos has entregado al saqueo, al cautiverio y a la muerte, hasta convertirnos en burla y chismorreo, en irrisión para todas las naciones entre las que nos has dispersado». Y concluye con la petición más importante: «Señor, no me retires tu rostro» (Tb 3, 1-4.6d).

Y el Señor respondió mandando a Rafael a quitar las manchas blancas de los ojos de Tobit, para que volviera a ver la luz de Dios. Dios es misericordioso, Dios corona de misericordia. Dios nos quiere y nos salva. A veces el camino que conduce a la vida es estrecho, pero la tribulación, si la vivimos a la luz de la misericordia, nos purifica como el fuego, nos da tanto consuelo e inflama nuestro corazón, aficionándolo a la oración. Durante la supresión, nuestros hermanos jesuitas fueron fervorosos en el espíritu y en el servicio al Señor, gozosos en la esperanza, constantes en la tribulación, perseverantes en la oración (cf. Rm 12, 12). Y esto honró a la Compañía, no ciertamente el encomio de sus méritos. Así será siempre.

Recordemos nuestra historia: a la Compañía se le ha concedido, «gracias a Cristo, no sólo el don de creer en Él, sino también el de sufrir por Él» (Flp 1, 29). Nos hace bien recordar esto.

La nave de la Compañía fue sacudida por las olas, y esto no debe maravillarnos. También la barca de Pedro puede ser sacudida hoy. La noche y el poder de las tinieblas están siempre cerca. Es fatigoso remar. Los jesuitas deben ser «remeros expertos y valerosos» (Pío VII, Sollicitudo omnium ecclesiarum): ¡remad, pues! Remad, sed fuertes, incluso con el viento en contra. Rememos al servicio de la Iglesia. Rememos juntos. Pero, mientras remamos —todos remamos, también el Papa rema en la barca de Pedro—, debemos rezar mucho: «Señor, ¡sálvanos!», «Señor, ¡salva a tu pueblo!». El Señor, aunque somos hombres de poca fe y pecadores, nos salvará. Esperemos en el Señor. Esperemos siempre en el Señor.

La Compañía reconstituida por mi predecesor Pío VII estaba formada por hombres valientes y humildes en su testimonio de esperanza, de amor y de creatividad apostólica, la del Espíritu. Pío VII escribió que quería reconstituir la Compañía para «proveer de manera adecuada a las necesidades espirituales del mundo cristiano sin diferencia de pueblos ni de naciones» (ibid.). Por eso dio la autorización a los jesuitas que aun existían, acá y allá, gracias a un soberano luterano y a una soberana ortodoxa, «para que permanecieran unidos en un solo cuerpo». Que la Compañía permanezca unida en un solo cuerpo.

Y la Compañía fue inmediatamente misionera y se puso a disposición de la Sede apostólica, comprometiéndose generosamente «bajo el estandarte de la cruz por el Señor y su Vicario en la tierra» (Formula Instituti, 1). La Compañía retomó su actividad apostólica con la predicación y la enseñanza, los ministerios espirituales, la investigación científica y la acción social, las misiones y el cuidado de los pobres, de los que sufren y de los marginados.

Hoy la Compañía afronta con inteligencia y laboriosidad también el trágico problema de los refugiados y los prófugos; y se esfuerza con discernimiento por integrar el servicio de la fe y la promoción de la justicia, en conformidad con el Evangelio. Confirmo hoy lo que nos dijo Pablo VI en nuestra trigésima segunda congregación general y que yo mismo escuché con mis oídos: «Dondequiera en la Iglesia, incluso en los campos más difíciles y en vanguardia, en las encrucijadas de las ideologías, en las trincheras sociales, donde ha habido y hay enfrentamiento entre las exigencias estimulantes del hombre y el mensaje perenne del Evangelio, allí han estado y están los jesuitas» (Enseñanzas al Pueblo de Dios XII [1974], 1881). Son palabras proféticas del futuro beato Pablo VI.

En 1814, en el momento de la reconstitución, los jesuitas eran una pequeña grey, una «Compañía mínima» que, sin embargo, después de la prueba de la cruz, sabía que tenía la gran misión de llevar la luz del Evangelio hasta los confines de la tierra. Por tanto, hoy debemos sentirnos así: en salida, en misión. La identidad del jesuita es la de un hombre que adora a Dios sólo y ama y sirve a sus hermanos, mostrando con el ejemplo no sólo en qué cree, sino también en qué espera y quién es Aquel en el que ha puesto su confianza (cf. 2 Tm 1, 12). El jesuita quiere ser un compañero de Jesús, uno que tiene los mismos sentimientos de Jesús.

La bula de Pío VII que reconstituía la Compañía fue firmada el 7 de agosto de 1814 en la basílica de Santa María la Mayor, donde nuestro santo padre Ignacio celebró su primera Eucaristía la noche de Navidad de 1538. María, nuestra Señora, Madre de la Compañía, se sentirá conmovida por nuestros esfuerzos por estar al servicio de su Hijo. Que ella nos guarde y nos proteja siempre.

Selección de la entrevista con el Papa Francisco realizada por Antonio Spadaro para las revistas culturales de la Compañía de Jesús en agosto de 2013

El discernimiento es, por tanto, un pilar de la espiritualidad del Papa. Esto es algo que expresa de forma especial su identidad de jesuita. En consecuencia, le pregunto cómo puede la Compañía de Jesús servir a la Iglesia de hoy, con qué rasgos peculiares, y también cuáles son los riesgos que le pueden amenazar.

«La Compañía es una institución en tensión, siempre radicalmente en tensión. El jesuita es un descentrado. La Compañía en sí misma está descentrada: su centro es Cristo y su Iglesia. Por tanto, si la Compañía mantiene en el centro a Cristo y a la Iglesia, tiene dos puntos de referencia en su equilibrio para vivir en la periferia. Pero si se mira demasiado a sí misma, si se pone a sí misma en el centro, sabiéndose una muy sólida y muy bien “armada” estructura, corre peligro de sentirse segura y suficiente. La Compañía tiene que tener siempre delante el Deus Semper maior, la búsqueda de la Gloria de Dios cada vez mayor, la Iglesia Verdadera Esposa de Cristo nuestro Señor, Cristo Rey que nos conquista y al que ofrecemos nuestra persona y todos nuestros esfuerzos, aunque seamos poco adecuados vasos de arcilla. Esta tensión nos sitúa continuamente fuera de nosotros mismos. El instrumento que hace verdaderamente fuerte a una Compañía descentrada es la realidad, a la vez paterna y materna, de la “cuenta de conciencia”, y precisamente porque le ayuda a emprender mejor la misión».

Aquí el Papa hace referencia a un punto específico de las Constituciones de la Compañía de Jesús, que dice que el jesuita debe «manifestar su conciencia», es decir, la situación interior que vive, de modo que el superior pueda obrar con conocimiento más exacto al enviar una persona a su misión.

«Pero es difícil hablar de la Compañía —prosigue el Papa Francisco—. Si somos demasiado explícitos, corremos el riesgo de equivocarnos. De la Compañía se puede hablar solamente en forma narrativa. Sólo en la narración se puede hacer discernimiento, no en las explicaciones filosóficas o teológicas, en las que es posible la discusión. El estilo de la Compañía no es la discusión, sino el discernimiento, cuyo proceso supone obviamente discusión. El aura mística jamás define sus bordes, no completa el pensamiento. El jesuita debe ser persona de pensamiento incompleto, de pensamiento abierto. Ha habido etapas en la vida de la Compañía en las que se ha vivido un pensamiento cerrado, rígido, más instructivo-ascético que místico: esta deformación generó el Epítome del Instituto».

Con esto el Papa alude a una especie de resumen práctico, en uso en la Compañía y formulado en el siglo XX, que llegó a ser considerado como sustituto de las Constituciones. La formación que los jesuitas recibían sobre la Compañía, durante un tiempo, venía marcada por este texto, hasta el punto que alguno podía no haber leído nunca las Constituciones, que constituyen el texto fundacional. Según el Papa, durante este período en la Compañía las reglas han corrido el peligro de ahogar el espíritu, saliendo vencedora la tentación de explicitar y hacer demasiado claro el carisma.

Prosigue: «No. El jesuita piensa, siempre y continuamente, con los ojos puestos en el horizonte hacia el que debe caminar, teniendo a Cristo en el centro. Esta es su verdadera fuerza. Y esto es lo que empuja a la Compañía a estar en búsqueda, a ser creativa, generosa. Por eso hoy más que nunca ha de ser contemplativa en la acción; tiene que vivir una cercanía profunda a toda la Iglesia, entendida como “pueblo de Dios” y “santa madre Iglesia jerárquica”. Esto requiere mucha humildad, sacrificio y valentía, especialmente cuando se viven incomprensiones o cuando se es objeto de equívocos y calumnias; pero es la actitud más fecunda. Pensemos en las tensiones del pasado con ocasión de los ritos chinos o los ritos malabares, o lo ocurrido en las reducciones del Paraguay».

«Yo mismo soy testigo de incomprensiones y problemas que la Compañía ha vivido aun en tiempo reciente. Entre estas estuvieron los tiempos difíciles en que surgió la cuestión de extender el “cuarto voto” de obediencia al Papa a todos los jesuitas. Lo que a mí me daba seguridad en tiempos del padre Arrupe era que se trataba de un hombre de oración, un hombre que pasaba mucho tiempo en oración. Lo recuerdo cuando oraba sentado en el suelo, como hacen los japoneses. Eso creó en él las actitudes convenientes e hizo que tomara las decisiones correctas».

3 most important homilies of Pope Francis about the Society of Jesus (plus something else)

notic-113HOMILY OF HOLY FATHER FRANCIS ON THE OCCASION OF THE FEAST OF SAINT IGNATIUS

Church of the Gesù, Rome
Wednesday, 31 July 2013

In this Eucharist in which we are celebrating our Father, Ignatius of Loyola, in the light of the Readings we have heard I would like to suggest three simple thoughts, guided by three concepts: putting Christ and the Church at the centre; letting ourselves be won over by him in order to serve; feeling ashamed of our shortcomings and sins so as to be humble in his eyes and in those of our brethren.

1. Our Jesuit coat of arms is a monogram bearing the acronym of “Iesus Hominum Salvator” (IHS). Each one of you could say to me: we know that very well! But this coat of arms constantly reminds us of a reality we must never forget: the centrality of Christ, for each one of us and for the whole Society which St Ignatius wanted to call, precisely, “of Jesus” to indicate its point of reference. Moreover, at the beginning of the Spiritual Exercises we also place ourselves before Our Lord Jesus Christ, our Creator and Saviour (cf. EE, 6). And this brings us Jesuits and the whole Society to be “off-centre”, to stand before “Christ ever greater”, the “Deus semper maior”, the “intimior intimo meo” , who leads us continuously out of ourselves, leads us to a certain kenosis, “to give up self love, self-seeking and self-interest”; (EE, 189). The question: “is Christ the centre of my life? For us, for any one of us, the question do I truly put Christ at the centre of my life?” should not be taken for granted. Because there is always a temptation to think that we are at the centre; and when a Jesuit puts himself and not Christ at the centre he errs. In the first Reading Moses insistently repeats to the People that they should love the Lord and walk in his ways “for that means life to you” (cf. Dt 30:16, 20). Christ is our life! Likewise the centrality of Christ corresponds to the centrality of the Church: they are two focal points that cannot be separated: I cannot follow Christ except in the Church and with the Church. And in this case too we Jesuits — and the entire Society — are not at the centre, we are, so to speak, a corollary, we are at the service of Christ and of the Church, the Bride of Christ Our Lord, who is our holy Mother the hierarchical Church (cf. EE, 353). Men rooted in and founded on the Church: this is what Jesus wants us to be. There can be no parallel or isolated path. Yes, ways of research, creative ways, this is indeed important: to move out to the periphery, the many peripheries. For this reason creativity is vital, but always in community, in the Church, with this belonging that gives us the courage to go ahead. Serving Christ is loving this actual Church, and serving her generously and in a spirit of obedience.

2. What road leads to living this double centrality? Let us look at the experience of St Paul which was also the experience of St Ignatius. In the Second Reading which we have just heard, the Apostle wrote: I press on toward the perfection of Christ, because “Christ Jesus has made me his own” (Phil 3:12). For Paul it happened on the road to Damascus, for Ignatius in the Loyola family home, but they have in common a fundamental point: they both let Christ make them his own. I seek Jesus, I serve Jesus because he sought me first, because I was won over by him: and this is the heart of our experience.

However he goes first, always. In Spanish there is very expressive word that explains it well: El nos “primerea”, he “precedes” us. He is always first. When we arrive he is already there waiting for us. And here I would like to recall the meditation on the “Kingdom in the Second Week”. Christ Our Lord, the eternal King, calls each one of us, saying: “to anyone, then, who chooses to join me, I offer nothing but a share in my hardships; but if he follows me in suffering he will assuredly follow me in glory” (EE, 95); to be won over by Christ to offer to this King our whole person and our every endeavour (cf. EE, 96); saying to the Lord that we intend to do our utmost for the more perfect service and greater praise of his Majesty, putting up with all injustice, all abuse, all poverty (cf EE, 98). But at this moment my thoughts turn to our brother in Syria. Letting Christ make us his own always means straining forward to what lies ahead, to the goal of Christ (cf. Phil 3:14), and it also means asking oneself with truth and sincerity: what have I done for Christ? What am I doing for Christ? What must I do for Christ? (cf. EE, 53).

3. And I come to the last point. In the Gospel Jesus tells us: “whoever would save his life will lose it; and whoever loses his life for my sake, he will save it…. For whoever is ashamed of me…” (Lk 9:23; 26). And so forth. The shame of the Jesuit. Jesus’ invitation is to never be ashamed of him but to follow him always with total dedication, trusting in him and entrusting oneself to him. But as St Ignatius teaches us in the “First Week”, looking at Jesus and, especially, looking at the Crucified Christ, we feel that most human and most noble sentiment which is shame at not being able to measure up to him; we look at Christ’s wisdom and our ignorance, at his omnipotence and our impotence, at his justice and our wickedness, at his goodness and our evil will (cf. EE, 59). We should ask for the grace to be ashamed; shame that comes from the continuous conversation of mercy with him; shame that makes us blush before Jesus Christ; shame that attunes us to the heart of Christ who made himself sin for me; shame that harmonizes each heart through tears and accompanies us in the daily “sequela” of “my Lord”. And this always brings us, as individuals and as the Society, to humility, to living this great virtue. Humility which every day makes us aware that it is not we who build the Kingdom of God but always the Lord’s grace which acts within us; a humility that spurs us to put our whole self not into serving ourselves or our own ideas, but into the service of Christ and of the Church, as clay vessels, fragile, inadequate and insufficient, yet which contain an immense treasure that we bear and communicate (cf. 2 Cor 4:7).

I have always liked to dwell on the twilight of a Jesuit, when a Jesuit is nearing the end of life, on when he is setting. And two images of this Jesuit twilight always spring to mind: a classical image, that of St Francis Xavier looking at China. Art has so often depicted this passing, Xavier’s end. So has literature, in that beautiful piece by Pemán. At the end, without anything but before the Lord; thinking of this does me good. The other sunset, the other image that comes to mind as an example is that of Fr Arrupe in his last conversation in the refugee camp, when he said to us — something he used to say — “I say this as if it were my swan song: pray”. Prayer, union with Jesus. Having said these words he took the plane to Rome and upon arrival suffered a stroke that led to the sunset — so long and so exemplary — of his life. Two sunsets, two images, both of which it will do us all good to look at and to return to. And we should ask for the grace that our own passing will resemble theirs.

Dear brothers, let us turn to Our Lady who carried Christ in her womb and accompanied the Church as she took her first steps. May she help us always to put Christ and his Church at the centre of our life and our ministry. May she, who was her Son’s first and most perfect disciple, help us let Christ make us his own, in order to follow him and serve him in every situation; may she who responded with the deepest humility to the Angel’s announcement: “Behold, I am the handmaid of the Lord; let it be to me me according to your word” (Lk 1:38), enable us to feel ashamed at our own inadequacy before the treasure entrusted to us. May it also enable us to feel humility as we stand before God; and may we be accompanied on our way by the fatherly intercession of St Ignatius and of all the Jesuit Saints who continue to teach us to do all things, with humility, ad maiorem Dei gloriam, for the greater glory of our Lord God.

 

jesuitssymbolHOLY MASS ON THE LITURGICAL MEMORIAL OF THE MOST HOLY NAME OF JESUS

HOMILY OF POPE FRANCIS

Church of the Gesù, Rome
Friday, 3 January 2014

St Paul tells us, as we heard: “Have this mind among yourselves, which was in Christ Jesus, who, though he was in the form of God, did not count equality with God a thing to be grasped, but emptied himself, taking the form of a servant” (Phil 2:5-9). We, Jesuits, want to be designated by the name of Jesus, to serve under the banner of the Cross, and this means: having the same mind as Christ. It means thinking like him, loving like him, seeing like him, walking like him. It means doing what he did and with his same sentiments, with the sentiments of his Heart.

The heart of Christ is the heart of a God who, out of love, “emptied” himself. Each one of us, as Jesuits, who follow Jesus should be ready to empty himself. We are called to this humility: to be “emptied” beings. To be men who are not centred on themselves because the centre of the Society is Christ and his Church. And God is the Deus semper maior, the God who always surprises us. And if the God of surprises is not at the centre, the Society becomes disorientated. Because of this, to be a Jesuit means to be a person of incomplete thought, of open thought: because he thinks always looking to the horizon which is the ever greater glory of God, who ceaselessly surprises us. And this is the restlessness of our inner abyss. This holy and beautiful restlessness!

However, because we are sinners, we can ask ourselves if our heart has preserved the restlessness of the search or if instead it has atrophied; if our heart is always in tension: a heart that does not rest, that does not close in on itself but beats to the rhythm of a journey undertaken together with all the people faithful to God. We need to seek God in order to find him, and find him in order to seek him again and always. Only this restlessness gives peace to the heart of a Jesuit, a restlessness that is also apostolic, but which must not let us grow tired of proclaiming the kerygma, of evangelizing with courage. It is the restlessness that prepares us to receive the gift of apostolic fruitfulness. Without restlessness we are sterile.

It was this restlessness that Peter Faber had, a man of great aspirations, another Daniel. Faber was a “modest, sensitive man with a profound inner life. He was endowed with the gift of making friends with people from every walk of life” (Benedict XVI, Address to the Jesuits, 22 April 2006). Yet his was also a restless, unsettled, spirit that was never satisfied. Under the guidance of St Ignatius he learned to unite his restless but also sweet — I would say exquisite — sensibility, with the ability to make decisions. He was a man with great aspirations; he was aware of his desires, he acknowledged them. Indeed for Faber, it is precisely when difficult things are proposed that the true spirit is revealed which moves one to action (cf. Memoriale, 301). An authentic faith always involves a profound desire to change the world. Here is the question we must ask ourselves: do we also have great vision and impetus? Are we also daring? Do our dreams fly high? Does zeal consume us (cf. Ps 68:10)? Or are we mediocre and satisfied with our “made in the lab” apostolic programmes? Let us always remember: the Church’s strength does not reside in herself and in her organizational abilities, but it rests hidden in the deep waters of God. And these waters stir up our aspirations and desires expanding the heart. It is as St Augustine says: pray to desire and aspire to expand the heart. Faber could discern God’s voice in his desires. One goes nowhere without desire and that is why we need to offer our own desires to the Lord. The Constitutions say that: “we help our neighbour by the desires we present to the Lord our God” (Constitutions, 638).

Faber had the true and deep desire “to be expanded in God”: he was completely centred in God, and because of this he could go, in a spirit of obedience, often on foot, throughout Europe and with charm dialogue with everyone and proclaim the Gospel. The thought comes to mind of the temptation, which perhaps we might have and which so many have of condemnation, of connecting the proclamation of the Gospel with inquisitorial blows. No, the Gospel is proclaimed with gentleness, with fraternity, with love. His familiarity with God led him to understand that interior experience and apostolic life always go together. He writes in his Memoriale that the heart’s first movement should be that of “desiring what is essential and primordial, that is, the first place be left to the perfect intention of finding our Lord God” (Memoriale, 63). Faber experiences the desire to “allow Christ to occupy the centre of his heart” (Memoriale, 68). It is only possible to go to the limits of the world if we are centred in God! And Faber travelled without pause to the geographic frontiers, so much so that it was said of him: “it seems he was born not to stay put anywhere” (mi, Epistolae i, 362). Faber was consumed by the intense desire to communicate the Lord. If we do not have his same desire, then we need to pause in prayer, and, with silent fervour, ask the Lord, through the intercession of our brother Peter, to return and attract us: that fascination with the Lord that led Peter to such apostolic “folly”.

We are men in tension, we are also contradictory and inconsistent men, sinners, all of us. But we are men who want to journey under Jesus’ gaze. We are small, we are sinners, but we want to fight under the banner of the Cross in the Society designated by the name of Jesus. We who are selfish want nonetheless to live life aspiring to great deeds. Let us renew then our oblation to the Eternal Lord of the universe so that by the help of his glorious Mother we may will, desire and live the mind of Christ who emptied himself. As St Peter Faber wrote, “let us never seek in this life to be tied to any name but that of Jesus” (Memoriale, 205). And let us pray to Our Lady that we may be emissaries with her Son.

 

14590462_10154502517587508_6805479485441573727_nCELEBRATION OF VESPERS AND TE DEUM ON THE OCCASION OF THE BICENTENNIAL OF THE RE-ESTABLISHMENT OF THE SOCIETY OF JESUS

ADDRESS OF POPE FRANCIS

Chiesa del Gesù

Saturday, 27 September 2014

Dear brothers and friends in the Lord,

The Society under the name of Jesus has lived difficult times of persecution. During the leadership of Fr Lorenzo Ricci, “enemies of the Church succeeded in obtaining the suppression of the Society” (John Paul II, Message to Fr Kolvenbach, July 31, 1990) by my predecessor Clement XIV. Today, remembering its restoration, we are called to recover our memory, calling to mind the benefits received and the particular gifts (cf. Spiritual Exercises, 234). Today, I want to do that here with you.

In times of trial and tribulation, dust clouds of doubt and suffering are always raised and it is not easy to move forward, to continue the journey. Many temptations come, especially in difficult times and in crises: to stop to discuss ideas, to allow oneself to be carried away by the desolation, to focus on the fact of being persecuted, and not to see anything else. Reading the letters of Fr Ricci, one thing struck me: his ability to avoid being blocked by these temptations and to propose to the Jesuits, in a time of trouble, a vision of the things that rooted them even more in the spirituality of the Society.

Father General Ricci, who wrote to the Jesuits at the time, watching the clouds thickening on the horizon, strengthened them in their membership in the body of the Society and its mission. This is the point: in a time of confusion and turmoil he discerned. He did not waste time discussing ideas and complaining, but he took on the charge of the vocation of the Society. He had to preserve the Society and he took charge of it.

And this attitude led the Jesuits to experience the death and resurrection of the Lord. Faced with the loss of everything, even of their public identity, they did not resist the will of God, they did not resist the conflict, trying to save themselves. The Society – and this is beautiful – lived the conflict to the end, without minimizing it. It lived humiliation along with the humiliated Christ; it obeyed. You never save yourself from conflict with cunning and with strategies of resistance. In the confusion and humiliation, the Society preferred to live the discernment of God’s will, without seeking a way out of the conflict in a seemingly quiet manner. Or at least in an elegant way: this they did not do.

It is never apparent tranquillity that satisfies our hearts, but true peace that is a gift from God. One should never seek the easy “compromise” nor practice facile “irenicism”. Only discernment saves us from real uprooting, from the real “suppression” of the heart, which is selfishness, worldliness, the loss of our horizon. Our hope is Jesus; it is only Jesus. Thus Fr Ricci and the Society during the suppression gave priority to history rather than a possible grey “little tale”, knowing that love judges history and that hope – even in darkness – is greater than our expectations.

Discernment must be done with right intention, with a simple eye. For this reason, Fr Ricci is able, precisely in this time of confusion and bewilderment, to speak about the sins of the Jesuits. He does not defend himself, feeling himself to be a victim of history, but he recognizes himself as a sinner. Looking at oneself and recognizing oneself as a sinner avoids being in a position of considering oneself a victim before an executioner. Recognizing oneself as a sinner, really recognizing oneself as a sinner, means putting oneself in the correct attitude to receive consolation.

We can review briefly this process of discernment and service that this Father General indicated to the Society. When in 1759, the decrees of Pombal destroyed the Portuguese provinces of the Society, Fr Ricci lived the conflict, not complaining and letting himself fall into desolation, but inviting prayers to ask for the good spirit, the true supernatural spirit of vocation, the perfect docility to God’s grace. When in 1761, the storm spread to France, the Father General asked that all trust be placed in God. He wanted that they take advantage of the hardships suffered to reach a greater inner purification; such trials lead us to God and can serve for his greater glory. Then, he recommends prayer, holiness of life, humility and the spirit of obedience. In 1760, after the expulsion of the Spanish Jesuits, he continues to call for prayer. And finally, on February 21, 1773, just six months before the signing of the Brief Dominus ac Redemptor, faced with a total lack of human help, he sees the hand of God’s mercy, which invites those undergoing trials not to place their trust in anyone but God. Trust must grow precisely when circumstances throw us to the ground. Of importance for Fr Ricci is that the Society, until the last, should be true to the spirit of its vocation, which is for the greater glory of God and the salvation of souls.

The Society, even faced with its own demise, remained true to the purpose for which it was founded. In this light, Ricci concludes with an exhortation to keep alive the spirit of charity, unity, obedience, patience, evangelical simplicity, true friendship with God. Everything else is worldliness. The flame of the greater glory of God even today flows through us, burning every complacency and enveloping us in a flame, which we have within, which focuses us and expands us, makes us grow and yet become less.

In this way, the Society lived through the supreme test of the sacrifice unjustly asked of it, taking up the prayer of Tobit, who with a soul struck by grief, sighs, cries and then prays: “You are righteous, O Lord, and all your deeds are just; all your ways are mercy and truth; you judge the world. And now, O Lord, remember me and look favorably upon me. Do not punish me for my sins and for my unwitting offenses and those that my ancestors committed before you. They sinned against you, and disobeyed your commandments. So you gave us over to plunder, exile, and death, to become the talk, the byword, and an object of reproach among all the nations among whom you have dispersed us”. It concludes with the most important request: “Do not, O Lord, turn your face away from me”. (Tb 3,1-4.6d).

And the Lord answered by sending Raphael to remove the white spots from Tobit’s eyes, so that he could once again see the light of God. God is merciful, God crowns with mercy. God loves us and saves us. Sometimes the path that leads to life is narrow and cramped, but tribulation, if lived in the light of mercy, purifies us like fire, brings much consolation and inflames our hearts, giving them a love for prayer. Our brother Jesuits in the suppression were fervent in the spirit and in the service of the Lord, rejoicing in hope, constant in tribulation, persevering in prayer (cf. Rom 12:13). And that gave honour to the Society, but certainly not in praise of its merits. It will always be this way.

Let us remember our history: “the Society was given the grace not only to believe in the Lord, but also to suffer for His sake” (Philippians 1:29). We do well to remember this.

The ship of the Society has been tossed around by the waves and there is nothing surprising in this. Even the boat of Peter can be tossed about today. The night and the powers of darkness are always near. It is tiring to row. The Jesuits must be brave and expert rowers (Pius VII, Sollecitudo omnium ecclesiarum): row then! Row, be strong, even against a headwind! We row in the service of the Church. We row together! But while we row – we all row, even the Pope rows in the boat of Peter – we must pray a lot, “Lord, save us! Lord save your people.” The Lord, even if we are men of little faith, will save us. Let us hope in the Lord! Let us hope always in the Lord!

The Society, restored by my predecessor Pius VII, was made up of men, who were brave and humble in their witness of hope, love and apostolic creativity, which comes from the Spirit. Pius VII wrote of wanting to restore the Society to “supply himself in an adequate way for the spiritual needs of the Christian world, without any difference of peoples and nations” (ibid). For this, he gave permission to the Jesuits, which still existed here and there, thanks to a Lutheran monarch and an Orthodox monarch, “to remain united in one body.” That the Society may remain united in one body!

And the Society was immediately missionary and made itself available to the Apostolic See, committing itself generously “under the banner of the cross for the Lord and His Vicar on earth” (Formula of the Institute, 1). The Society resumed its apostolic activity of preaching and teaching, spiritual ministries, scientific research and social action, the missions and care for the poor, the suffering and the marginalized.

Today, the Society also deals with the tragic problem of refugees and displaced persons with intelligence and energy; and it strives with discernment to integrate the service of faith and the promotion of justice in conformity with the Gospel. I confirm today what Paul VI told us at our 32nd General Congregation and which I heard with my own ears: “Wherever in the Church, even in the most difficult and extreme situations, in the crossroads of ideologies, in the social trenches, where there has been and there is confrontation between the deepest desires of man and the perennial message of the Gospel, Jesuits have been present and are present.” These are prophetic words of the future Blessed Paul VI.

In 1814, at the time of the restoration, the Jesuits were a small flock, a “least Society,” but which knew how to invest, after the test of the cross, in the great mission of bringing the light of the Gospel to the ends of the earth. This is how we must feel today therefore: outbound, in mission. The Jesuit identity is that of a man who loves God and loves and serves his brothers, showing by example not only what he believes, but also what he hopes, and who is the One in whom he has put his trust (cf. 2 Tim 1:12). The Jesuit wants to be a companion of Jesus, one who has the same feelings of Jesus.

The bull of Pius VII that restored the Society was signed on August 7, 1814, at the Basilica of Saint Mary Major, where our holy father Ignatius celebrated his first Mass on Christmas Eve of 1538. Mary, Our Lady, Mother of the Society, will be touched by our efforts to be at the service of her Son. May she watch over us and protect us always.

 

FOTOEMI4From: INTERVIEW WITH POPE FRANCIS

by Fr Antonio Spadaro for the cultural reviews of the Society of Jesus

Discernment is therefore a pillar of the spirituality of Pope Francis. It expresses in a particular manner his Jesuit identity. I ask him then how the Society of Jesus can be of service to the church today, and what characteristics set it apart. I also ask him to comment on the possible risks that the Society runs.

“The Society of Jesus is an institution in tension,” the pope replied, “always fundamentally in tension. A Jesuit is a person who is not centered in himself. The Society itself also looks to a center outside itself; its center is Christ and his church. So if the Society centers itself in Christ and the church, it has two fundamental points of reference for its balance and for being able to live on the margins, on the frontier. If it looks too much in upon itself, it puts itself at the center as a very solid, very well ‘armed’ structure, but then it runs the risk of feeling safe and self-sufficient. The Society must always have before itself the Deus semper maior, the always-greater God, and the pursuit of the ever greater glory of God, the church as true bride of Christ our Lord, Christ the king who conquers us and to whom we offer our whole person and all our hard work, even if we are clay pots, inadequate. This tension takes us out of ourselves continuously. The tool that makes the Society of Jesus not centered in itself, really strong, is, then, the account of conscience, which is at the same time paternal and fraternal, because it helps the Society to fulfill its mission better.”

The pope is referring to the requirement in the Constitutions of the Society of Jesus that the Jesuit must “manifest his conscience,” that is, his inner spiritual situation, so that the superior can be more conscious and knowledgeable about sending a person on mission.

“But it is difficult to speak of the Society,” continues Pope Francis. “When you express too much, you run the risk of being misunderstood. The Society of Jesus can be described only in narrative form. Only in narrative form do you discern, not in a philosophical or theological explanation, which allows you rather to discuss. The style of the Society is not shaped by discussion, but by discernment, which of course presupposes discussion as part of the process. The mystical dimension of discernment never defines its edges and does not complete the thought. The Jesuit must be a person whose thought is incomplete, in the sense of open-ended thinking. There have been periods in the Society in which Jesuits have lived in an environment of closed and rigid thought, more instructive-ascetic than mystical: this distortion of Jesuit life gave birth to the Epitome Instituti.”

The pope is referring to a compendium, formulated in the 20th century for practical purposes, that came to be seen as a replacement for the Constitutions. The formation of Jesuits for some time was shaped by this text, to the extent that some never read the Constitutions, the foundational text. During this period, in the pope’s view, the rules threatened to overwhelm the spirit, and the Society yielded to the temptation to explicate and define its charism too narrowly.

Pope Francis continues: “No, the Jesuit always thinks, again and again, looking at the horizon toward which he must go, with Christ at the center. This is his real strength. And that pushes the Society to be searching, creative and generous. So now, more than ever, the Society of Jesus must be contemplative in action, must live a profound closeness to the whole church as both the ‘people of God’ and ‘holy mother the hierarchical church.’ This requires much humility, sacrifice and courage, especially when you are misunderstood or you are the subject of misunderstandings and slanders, but that is the most fruitful attitude. Let us think of the tensions of the past history, in the previous centuries, about the Chinese rites controversy, the Malabar rites and the Reductions in Paraguay.

“I am a witness myself to the misunderstandings and problems that the Society has recently experienced. Among those there were tough times, especially when it came to the issue of extending to all Jesuits the fourth vow of obedience to the pope. What gave me confidence at the time of Father Arrupe [superior general of the Jesuits from 1965 to 1983] was the fact that he was a man of prayer, a man who spent much time in prayer. I remember him when he prayed sitting on the ground in the Japanese style. For this he had the right attitude and made the right decisions.”

 

tumblr_ocmn1jp2zg1qz6bc9o1_1280A private encounter of Pope Francis with some Polish Jesuits

July 30, 2016

I want to add something now.  I ask you to work with seminarians.  Above all, give them what you have received from the Exercises: the wisdom of discernment.  The Church today needs to grow in the ability of spiritual discernment.  Some priestly formation programs run the risk of educating in the light of overly clear and distinct ideas, and therefore to act within limits and criteria that are rigidly defined a priori, and that set aside concrete situations: «you must do this, you must not do this.».  And then the seminarians, when they become priests, find themselves in difficulty in accompanying the life of so many young people and adults.  Because many are asking: «can you do this or can you not?». That’s all.  And many people leave the confessional disappointed.  Not because the priest is bad, but because the priest doesn’t have the ability to discern situations, to accompany them in authentic discernment.  They don’t have the needed formation.  Today the Church needs to grow in discernment, in the ability to discern. And priests above all really need it for their ministry.  This is why we need to teach it to seminarians and priests in formation: they are the ones usually entrusted with the confidences of the conscience of the faithful.  Spiritual direction is not solely a priestly charism, but also lay, it is true.  But, I repeat, you must teach this above all to priests, helping them in the light of the Exercises in the dynamic of pastoral discernment, which respects the law but knows how to go beyond.  This is an important task for the Society.  A thought of Fr. Hugo Rahner has often struck me[2].  He thought clearly and wrote clearly!  Hugo said that the Jesuit must be a man with the nose for the supernatural, that is he must be a man gifted with a sense of the divine and of the diabolical relative to the events of human life and history. The Jesuit must therefore be capable of discerning both in the field of God and in the field of the devil.  This is why in the Exercises St Ignatius asks to be introduced both to the intentions of the Lord of life and to those of the enemy of human nature and to his lies.  What he has written is bold, it is truly bold, but discernment is precisely this!  We need to form future priests not to general and abstract ideas, which are clear and distinct, but to this keen discernment of spirits so that they can help people in their concrete life.  We need to truly understand this: in life not all is black on white or white on black. No!  The shades of grey prevail in life.  We must them teach to discern in this grey area.