Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale

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Ecco il corpo centrale del mio intervento all’incontro dei Vescovi responsabili per la comunicazione sociale delle Conferenze episcopali in Europa (CCEE), che si tiene ad Atene dal 3 al 5 novembre e dal titolo Communication as encounter, between authenticity and pragmatism.

Aquí, la versión en Español
* Here below you will also find an abstract in English

Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana: non una opzione, ma un dato di fatto. La rete oggi si presenta come un tessuto connettivo delle esperienze umane. Non uno strumento. Le tecnologie della comunicazione stanno dunque creando un ambiente digitale nel quale l’uomo impara a informarsi, a conoscere il mondo, a stringere e mantenere in vita le relazioni, contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo, guidando e ispirando i comportamenti individuali, familiari, sociali. Per cui «l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (Benedetto XVI). L’evangelizzazione non può non considerare questa realtà.

Vorrei, dunque, qui esporre 6 sfide importanti che la comunicazione digitale pone alla nostra pastorale, considerando, come aveva scritto Benedetto XVI, che «le reti sociali sono alimentate da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo».

1. Dalla pastorale della risposta alla pastorale della domanda

Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione, la cosiddetta information overload. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, cioè riconoscerlo per me importante, significativo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo.

Al tempo dei motori di ricerca, le risposte sono a portata di mano, sono dovunque. Per questo è importante oggi non tanto dare risposte. Tutti danno risposte! “The teacher doesn’t need to give any answers because answers are everywhere” (Sugata Mitra, professore di Educational Technology alla Newcastle University). Oggi è importante riconoscere le domande importanti, quelle fondamentali. E così fare in modo che nella nostra vita resti aperta, che Dio ci possa ancora parlare.

L’annuncio cristiano oggi corre il  rischio di presentare un messaggio accanto agli altri, una risposta tra le tante. Più che presentare il Vangelo come il libro che contiene tutte le risposte, bisognerebbe imparare a presentarlo come il libro che contiene tutte le domande giuste.

La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento spirituale che significa riconoscere tra le tante risposte che oggi riceviamo quali sono le domande importanti, quelle vere e fondamentali. E’ un lavoro complesso, che richiede una grande sensibilità spirituale.

“Non bisogna mai rispondere a domande che nessuno si pone” (Evangelii Gaudium, 155).

La Chiesa sa coinvolgersi con le domande e i dubbi degli uomini? Sa risvegliare i quesiti insopprimibili del cuore, sul senso dell’esistenza? Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze», dunque.

Mi ha colpito il fatto che Papa Francesco, rispondendo a una domanda posta da un giornalista sul volo che da Tel Aviv lo riportava a Roma abbia detto: “

“Non so se mi sono avvicinato un po’ alla sua inquietudine…”

2. Dalla pastorale centrata sui contenuti alla pastorale centrata sulle persone

Oggi sta cambiando anche la modalità di fruizione dei contenuti.

Stiamo assistendo al crollo delle programmazioni… Fino a qualche tempo fa MTV (Music Television) tra i giovani era considerata una emittente di «culto». Adesso sta subendo una crisi o, se vogliamo, una sua trasformazione da quel che era – cioè emittente di una notevole quantità di video musicali introdotti da VJ – in emittente di reality show e serie televisive indirizzate soprattutto al target adolescenziale e ai giovani adulti.

I giovani, infatti, ormai fruiscono la musica da internet e non ci sono più ragioni perché la fruiscano dalla Tv. La Tv è un rumore di fondo, il brusio del mondo. La si lascia parlare… Raramente oggi trova posto nelle camere dei ragazzi. Oggi, inoltre, il vedere implica la selezione, e la possibilità del commento e dell’interazione. E questa possibilità è data da un social network come YouTube.

La fede sembra partecipare di questa logica. Le programmazioni sono sostituite dalle ricerche personali e dai contenuti accessibili sempre in rete.

Il catechismo era una forma per presentare in maniera ordinata, coerente e scandita i contenuti della fede. In un tempo in cui i palinsesti sono in crisi, questa modalità di presentare la fede è in crisi.

Quali sfide tutto questo pone alla fede e alla sua comunicazione? Come far sì che la Chiesa non diventi un container da tenere accesso come un televisore che «parla» senza comunicare?

Una direzione di risposta a questa domanda la troviamo in un passaggio di mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, nel suo intervento al Sinodo dei vescovi sulla Nuova Evangelizzazione: «la gerarchia ecclesiastica, come anche quella politica e sociale, deve trovare nuove forme per elaborare la propria comunicazione, affinché il suo contributo a questo forum riceva un’attenzione adeguata. Stiamo imparando a superare il modello del pulpito e dell’assemblea che ascolta per il rispetto della nostra posizione. Siamo obbligati a esprimere noi stessi in modo da coinvolgere e convincere gli altri che a loro volta condividono le nostre idee con i loro amici, “followers” e partners di dialogo».

La vita della Chiesa è chiamata ad assumere una forma sempre più comunicativa e partecipativa.

3. Dalla pastorale della trasmissione alla pastorale della testimonianza

La vera novità dell’ambiente digitale è la sua natura di social network, cioè il fatto che permette di far emergere non solo le relazioni tra me e te, ma le mie relazioni e le tue relazioni. Cioè in rete emergono non solo le persone e i contenuti, ma emergono le relazioni.

Comunicare dunque non significa più trasmettere ma condividere.

La società digitale non è più pensabile e comprensibile solamente attraverso i contenuti. Non ci sono innanzitutto le cose, ma le «persone». Ci sono soprattutto le relazioni: lo scambio dei contenuti che avviene all’interno delle relazioni tra persone. La base relazionale della conoscenza in Rete è radicale.

Si capisce bene dunque quanto sia importante la testimonianza. È questo un aspetto determinante. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. Pensiamo alle librerie digitali o agli store musicali. Ma gli esempi si possono moltiplicare: si tratta sempre e comunque di quegli user generated contents che hanno fatto la «fortuna» e il significato dei social network.

La logica delle reti sociali ci fa comprendere meglio di prima che il contenuto condiviso è sempre strettamente legato alla persona che lo offre. Non c’è, infatti, in queste reti nessuna informazione «neutra»: l’uomo è sempre coinvolto direttamente in ciò che comunica.

In questo senso il cristiano che vive immerso nelle reti sociali è chiamato a un’autenticità di vita molto impegnativa: essa tocca direttamente il valore della sua capacità di comunicazione. Infatti, ha scritto Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni del 2011, «quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali».

Il documento di Aparecida al n. 145 affermava chiaramente: “La missione non si limita a un programma e a un progetto; no, essa significa condividere l’esperienza dell’avvenimento dell’incontro con Cristo, testimoniarlo e annunciarlo da persona a persona, da comunità a comunità, e dalla Chiesa fino ai confini della terra (cf. At 1,8)”

La fede quindi non solo si «trasmette», ma soprattutto può essere suscitata nell’incontro personale, nelle relazioni autentiche.

Sempre il documento di Aparecida al n. 489, pur essendo stato scritto prima della nascita dei social networks, già affermava: «i siti Internet possono rinforzare e stimolare un interscambio di esperienze e informazioni che intensificano l’esperienza religiosa, fornendo accompagnamento e orientamento”

4. Dalla pastorale della propaganda alla pastorale della prossimità

Evangelizzare, dunque, non significa affatto fare «propaganda» del vangelo. La Chiesa in Rete è chiamata dunque non a una «emittenza» di contenuti religiosi, ma a una «condivisione» del Vangelo.

E per Papa Francesco questa condivisione è larga. Scrive chiaramente: «internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio». Il Papa sembra leggere nella rete il segno di un dono e di una vocazione dell’umanità ad essere unita, connessa.

Rivive, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, «la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (Evangelii Gaudium, 87).

Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014, Papa Francesco ha definito il potere dei «media» come «prossimità.

Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Papa Francesco, parlando ai comunicatori nel 2002, aveva scelto la parabola del buon samaritano, come immagine di riferimento del comunicatore.

5. Dalla pastorale delle idee alla pastorale della narrazione

– Le foto «taggate», «geolocalizzate», collocate nel tempo esatto in cui sono state condivise sono l’album fotografico live della nostra vita.

– I nostri tweets o gli updates dello stato su Facebook e i post dei nostri blog conservano i nostri pensieri, ma anche i nostri stati emotivi.

Le librerie on line e gli altri negozi tengono traccia dei nostri gusti, delle nostre scelte, dei nostri acquisti e a volte anche dei commenti.

I video su YouTube costruiscono per frammenti il film della nostra vita fatto dai nostri video e da quelli che ci piacciono.

Infatti lo streaming della nostra vita non è fatto solo di ciò che immettiamo in Rete ma anche di ciò che «gradiamo», da ciò che ci piace, e che segnaliamo agli altri anche grazie al pulsante like ai nostri followers e ai nostri friends.

L’esperienza condivisa sui social networks è l’opposto di ciò che accadeva ai tempi di Robert Musil che scriveva: «la probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente».

Oggi invece i social networks offrono l’opportunità di rendere più significativa l’esperienza vissuta soggettivamente proprio grazie alla pubblicazione e alla condivisione in una rete di relazioni. Le notizie dei giornali sono invece irrelate a me e dunque, in un certo senso, finiscono per essere percepite come meno «straordinarie» o comunque meno interessanti.

La rete è una opportunità perché narrare in ogni caso è restituire i soggetti della conoscenza alla densità simbolica ed esperienziale del mondo. E oggi è molto alimentato il bisogno di narrazione all’interno di legami e relazioni. La narrazione di rete può essere, sì, individualistica e autoreferenziale, ma può essere anche polifonica e aperta.

Interessante a questo proposito la possibilità di aggregare materiali condivisi su differenti social networks su una piattaforma come Storify che permette l’interconnessione con Twitter, Facebook, Flickr, Youtube,…  e le apre alla condivisione. Alla base è la consapevolezza che ciascuno di noi è un living link. L’interattività è la cifra radicale di questo lifestreaming.

6. Una pastorale attenta all’interiorità e all’interattività

La vita spirituale dell’uomo contemporaneo è certamente toccata dal mondo in cui le persone scoprono e vivono le dinamiche proprie della Rete, che sono interattive e immersive. L’uomo che ha una certa abitudine all’esperienza di internet infatti appare più pronto all’interazione che all’interiorizzazione.

E generalmente «interiorità» è sinonimo di profondità, mentre «interattività» è spesso sinonimo di superficialità. Saremo condannati alla superficialità? E’ possibile coniugare profondità e interattività? La sfida è di grande portata.

Sostanzialmente possiamo constatare che l’uomo di oggi, abituato all’interattività, interiorizza le esperienze se è in grado di tessere con esse una relazione viva e non puramente passiva, recettiva. L’uomo di oggi ritiene valide le esperienze nelle quali è richiesta la sua «partecipazione» e il suo coinvolgimento.

Oggi la profondità si coniuga con una immersione in una vera e propria «realtà virtuale»

Nel web inteso come luogo antropologico non ci sono «profondità» da esplorare ma «nodi» da navigare e connettere tra di loro in maniera fitta. Ciò che appare «superficiale» è solamente il procedere in modo, magari inatteso e non previsto, da un nodo all’altro. La spiritualità dell’uomo contemporaneo è molto sensibile a queste esperienze…

«la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione».

Quale sarà dunque la spiritualità di quelle persone il cui modus cogitandi è in fase di «mutazione» a causa del loro abitare nell’ambiente digitale? Una via per evitare questa perdita consiste nell’evitare di opporre troppo velocemente profondità a interazione, superficialità a interiorizzazione.

La rete non è certo priva di ambiguità e utopie. In ogni caso la società fondata sulle reti di connessione comincia a porre sfide davvero significative sia alla pastorale sia alla comprensione stessa della fede cristiana, a partire dal suo linguaggio di espressione. Le sfide sono esigenti. Il nostro compito lo è altrettanto.

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Summary in English

(by the Communication Office of the Council of European Bishops’ Conferences – CCEE)

logoccee“It is not possible to speak of pastoral issues and communication without understanding the spiritual value of communications technology”, according to Fr Antonio Spadaro SJ, director of the Jesuit journal La civiltà cattolica, speaking at the meeting of European bishops responsible for social communications gathered in Athens.

Spadaro said that the internet “is not a tool” but “an environment and an experience” which “in varying ways is increasingly becoming an integral part of daily life”. It is “a connective web of human experiences” which influences the human person’s modus cogitandi. In fact, in the society of information overload in which we live, “the problem today is not finding the meaningful message but de-coding it, that is, recognising its importance for me, its significance on the basis of the many responses I receive”. At the same time, the internet, also being experience, “is becoming one of the ordinary ways available to humanity to express its spiritual nature”. Hence, the Jesuit said, humankind’s effort “to instill ‘the effect of spiritual functions’ in ‘mechanical instruments’”. And to the sceptics of the digital world, Spadaro responded that “as long as it is said there is need to get away from internet relationships in order to experience real relationships, the schizophrenia will be confirmed of a generation which experiences the digital environment as a purely recreational environment in which a second self is called upon, a dual identity which lives on fleeting banalities, as in a bubble devoid of any physical realism, real contact with the world and with others”. Instead the director of La civiltà cattolica recalled that increasingly part of our life is digital: “we exist on the internet”, hence the idea that “part of our life of faith, too, is digital”.

Therefore it seems legitimate to ask if in the time of search engines where answers are at your fingertips, can the internet be a dimension where it is possible to proclaim and live the Gospel? And, at a time when planning has been replaced by personal research and accessible content again on the internet, is the manner of presentation of the traditional catechism which proposed the content of faith in an ordered and coherent manner, still valid on the internet? According to Spadaro “the Christian proclamation today runs the risk of presenting a message alongside others, a response among so many. More than presenting the Gospel as the book containing all the answers, one has to learn to present it as the book which contains all the right questions”. The real challenge for the Church, Spadaro said, is that of “assuming an evermore communicative and participatory form”, because “to communicate therefore no longer means transmitting but sharing”. In fact, what emerges in the internet “is not just people and content, but relations”. So “today the internet person trusts opinions in the form of witness”. In fact, for Spadaro “the logic of social networks makes us understand better than before that shared content is always strictly linked to the person offering it. In fact, in these networks there is no ‘neutral’ information: the human person is always involved directly in what he or she communicates”. Hence the responsibility of the Christian who lives immersed in social networks to “a very commited authenticity of life”. Summing up, Spadaro said that the Church on the internet “is therefore called not to ‘broadcasting’ of religious content, but to a ‘sharing’ of the Gospel” and the Christian, also a “living link”, is called above all to narrate their own faith “within bonds and relationships” and in a polyphonic and open manner. In fact, Sapdaro concluded, “the human person today believes the experiences in which his or her participation and involvement is required to be valid”.

Discorso di insediamento di Giorgio Napolitano (con riflessione su Rete e Partiti)

ITALY-POLITIC-PRESIDENT-NAPOLITANORiporto di seguito il discorso d’insediamento (versione integrale) del Presidente Napolitano. Evidenzio in particolare il passaggio circa il rapporto tra Rete e partiti:

Non può, d’altronde, reggere e dare frutti neppure una contrapposizione tra Rete e forme di organizzazione politica quali storicamente sono da ben più di un secolo e ovunque i partiti.

La Rete fornisce accessi preziosi alla politica, inedite possibilità individuali di espressione e di intervento politico e anche stimoli all’aggregazione e manifestazione di consensi e di dissensi. Ma non c’è partecipazione realmente democratica, rappresentativa ed efficace alla formazione delle decisioni pubbliche senza il tramite di partiti capaci di rinnovarsi o di movimenti politici organizzati, tutti comunque da vincolare all’imperativo costituzionale del “metodo democratico”.

 Ecco il discorso integrale….

DISCORSO D’INSEDIAMENTO DI GIORGIO NAPOLITANO

Aula della Camera dei Deputati, 22/04/2013

Signora Presidente, onorevoli deputati, onorevoli senatori, signori delegati delle Regioni,

lasciatemi innanzitutto esprimere – insieme con un omaggio che in me viene da molto lontano alle istituzioni che voi rappresentate – la gratitudine che vi debbo per avermi con così largo suffragio eletto Presidente della Repubblica. E’ un segno di rinnovata fiducia che raccolgo comprendendone il senso, anche se sottopone a seria prova le mie forze : e apprezzo in modo particolare che mi sia venuto da tante e tanti nuovi eletti in Parlamento, che appartengono a una generazione così distante, e non solo anagraficamente, dalla mia.

So che in tutto ciò si è riflesso qualcosa che Leggi tutto “Discorso di insediamento di Giorgio Napolitano (con riflessione su Rete e Partiti)”

Il card. Bagnasco su Chiesa, internet e i bisogni antichi

Sul numero del 27 gennaio di Famiglia Cristiana si legge una intervista al cardinal Bagnasco. Tra le varie domande ce n’è una su Chiesa e internet. La riporto qui di seguito. L’intervista integrale si può leggere sul sito di Famiglia Cristiana.

Antonio Sciortino:  Le coscienze dei giovani, lo ha detto anche lei molte volte, sembrano influenzate dalla Tv, da Internet e dalle Reti sociali più che dagli stessi educatori. Il fatto che la Chiesa prenda sempre più confidenza con questi mezzi, può essere la via giusta per raggiungere ed educare le nuove generazioni? E come integrare il mondo virtuale con il rapporto diretto faccia a faccia?

Card. Bagnasco:

«La Rete sta cambiando il modo di vivere e di lavorare, modificando con la velocità e la mobilità dei suoi linguaggi, il rapporto con il tempo e con lo spazio.

Tuttavia, a ben guardare, il suo successo è legato al fatto che corrisponde a bisogni antichi, come quello di comunicare, di entrare in contatto, di condividere contenuti. In una parola di superare l’individualismo che chiude in sé stessi.

La Chiesa ha saputo integrare i linguaggi della modernità come la radio, la Tv e ancor prima il cinema. Oggi è chiamata ad abitare anche questo “nuovo contesto esistenziale”.

Non bisogna avere pregiudizi di fronte a questa nuova frontiera, ma occorre sviluppare un senso critico che metta al riparo dalla superficialità e soprattutto non impoverisca la relazione immediata che mai potrà essere abbandonata».

I TRE PILASTRI DEL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA 47a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (2013) Commento a

Quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni («Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione») ha raccolto una serie di indicazioni già date nei precedenti messaggi, e puntando su 3 “pilastri” o temi-chiave che sembrano essere ormai le fondamenta della prospettiva ecclesiale sulla comunicazione.

1) L’AMBIENTE DIGITALE È UNO SPAZIO DI ESPERIENZA REALE

Scrive Benedetto XVI che i social networks non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione. La Rete non è da «usare», ma da abitare perché la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. «L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (corsivo nostro). Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire che cosa la rete ci insegna sul modo di pensare la fede oggi. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza: «sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie.

2) IN RETE SI PENSA INSIEME E SI CONDIVIDE LA RICERCA

Nel suo Messaggio il Papa afferma che lo sviluppo delle reti sta «contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso.

3) IN RETE SI VIVE UN COINVOLGIMENTO INTERATTIVO CON LE DOMANDE DEGLI UOMINI 

Il Pontefice indica il rischio più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece – scrive – «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi . Al contrario il Papa ribadisce la necessità ad essere disponibili «nel coinvolgerci pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede, ci deve far sentire la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio come pure la nostra carità operosa». Se il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai network sociali.

– È CHIARO, DUNQUE CHE la riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’ambiente digitale ha impatto sulla nostra percezione della realtà, di noi stessi e sulle nostre relazioni.

Ricordiamo  che l’Anno della fede è stato inaugurato da una Lettera Apostolica dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, solamente per citare i più noti.

Leggi tutto “I TRE PILASTRI DEL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA 47a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (2013) Commento a”

La Chiesa

da Avvenire del 4 dicembre 2012, pag. 3

C’è chi ritiene che Twitter con i suoi spazi ridot­ti all’osso sia il luogo della frammentazione e della parcellizzazione. «Ma se pensiamo alla tradizione della Chiesa, che nella bre­vità delle antifone oppure di un versetto della Scrit­tura ha trovato lo stile per trasmettere il messaggio di salvezza, beh allora pos­siamo dire che la comu­nità ecclesiale è abituata a comunicare anche con po­che decine di caratteri», sostiene padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, che nel suo ebook appena uscito, Twitter Theology, indaga sul rapporto fra il social network e l’esperienza di fede.

Ecco perché il gesuita non è sorpreso dell’account che porterà la voce del Pa­pa nell’oceano dei cin­guettii. «È un passaggio naturale – afferma –. La Chiesa si è sempre servita per annunciare il Vangelo dei canali utilizzati in un preciso momento storico. E, come negli anni Trenta è nata Radio Vaticana mentre la scatola parlante si diffondeva fra le fami­glie, così oggi suona l’ora di Twitter. Nessuna sor­presa, pertanto».

Certo, cambia l’approccio rispetto ai media tradizio­nali. E Twitter ha le sue re­gole. «La brevità che lo ca­ratterizza – sottolinea pa­dre Spadaro – può essere portatrice di sapienza e saggezza. Lo ha ricordato anche Benedetto XVI nel­l’ultimo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali spiegando che ‘nella es­senzialità di brevi messag­gi si possono esprimere pensieri profondi’. Non faceva esplicito riferimen­to a Twitter, ma indicava u­na rotta». E il religioso ag­giunge: «Il ritmo odierno della vita richiede messag­gi concisi ma incisivi co­me punte di un chiodo. Per questo la nuova evangeliz­zazione passa anche da quelle forme che incidono sul contemporaneo».

Altra colonna di Twitter è la sfida di rilanciare i con­tenuti. «Vista nell’ottica ecclesiale è una forma di comunicazione per testi­monianza – dichiara il ge­suita –. Ogni volta che ritwitto un messaggio, vuol dire che quanto ho letto mi ha colpito e voglio farlo conoscere a chi mi segue. Non è un gesto tec­nico, ma piuttosto un mo­do per indicare anche se stessi, evidenzia sempre il Papa».

In fondo, chiarisce padre Spadaro, «una delle ragio­ni per cui i social network sono entrati nell’ordinario ecclesiale è che in Rete si esprimono anche i bisogni religiosi e le domande di senso. Non si tratta, quin­di, di una mera presenza o di desiderio di protagoni­smo. Ormai non c’è diffe­renza fra vita on line e vita off line , ossia quella den­tro e fuori del web. Una parte del quotidiano si svolge in Rete. E la Chiesa, per sua vocazione, è chia­mata ad essere là dove l’uomo si trova».

 

 

Abitare il continente digitale

Riporto qui una intervista a cura di Alberto Friso che è apparsa sul Messaggero di Sant’Antonio del giugno 2012 col titolo “Antonio Spadaro. Abitare il continente digitale” (pp. 68-70).

Web, smartphone, tablet, app, social network, avatar e via dicendo. Per alcune persone queste parole sono pane quotidiano, per altre invece disegnano un mondo astruso, un parco giochi per il quale non si possiede ancora il biglietto d’ingresso. Padre Antonio Spadaro – gesuita, direttore de «La Civiltà Cattolica» e docente alla Pontificia Università Gregoriana – il biglietto per il continente digitale non solo ce l’ha, ma ne ha fatto anche un ottimo uso, diventando nel tempo uno dei più attenti esploratori di internet e dintorni, come testimonia da ultimo il suo Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete (Vita e pensiero 2012).

Chi bazzica internet e la fede cristiana, o anche una sola delle due categorie, troverà pane per i suoi denti. Non a caso il libro ha trovato buona accoglienza dentro e fuori la Chiesa, grazie alla densità di pensiero che si accompagna a una felice chiarezza espositiva. Il testo poi è zeppo di punti interrogativi, ma non è una questione di stile o di retorica: sono domande aperte alle quali l’autore contribuisce a rispondere, senza mai mettere un punto fermo definitivo. A questa selva di interrogativi ne abbiamo aggiunti alcuni altri, rivolti direttamente a padre Spadaro, per saggiare il terreno del digitale con l’occhio del credente.

Msa. Lei insiste molto nel dire che la Rete «non è uno strumento, ma un “ambiente” nel quale noi viviamo». Quali sono le conseguenze?

Spadaro. Le conseguenze sono enormi, perché si tratta di definire ciò di cui stiamo parlando. Nel momento in cui consideriamo internet uno strumento, sottolineiamo solo l’aspetto utilitaristico. La Rete invece è un ambiente, è l’aria che respiriamo, fa parte della nostra vita ordinaria, e ci chiama a uno stile di presenza anziché di uso.

Quali sono le ricadute per quanto riguarda la Chiesa?

La Chiesa non è impreparata in proposito, anzi, ha recepito la rivoluzione digitale. Non è, come molti credono, retrograda su questi argomenti: c’è attenzione e una piena consapevolezza dell’importanza di internet. Penso agli ultimi messaggi per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: Benedetto XVI descrive con grande chiarezza la Rete come ambiente da vivere, anziché come mezzo utilitaristico. Le conseguenze di questo modo di pensare, poi, sono molteplici.

Per la Chiesa nel web è preferibile costruire cattedrali o frequentare i crocicchi delle strade? Qual è lo stile corretto?

Non farei una distinzione troppo netta, escludendo l’una o l’altra modalità. L’unica modalità di presenza da escludere, a livello di logica, è quella della propaganda ideologica. Non si tratta di vivere nei crocicchi, nei nodi e basta, opponendo forme di presenza tra di loro. Il discorso è più complesso. La differenza consiste nel modo in cui si trasmettono i contenuti. Nella Rete così come la conosciamo, un messaggio passa non per trasmissione, o broadcasting, come avviene in televisione o in radio, dove un’emittente invia informazioni a riceventi fissati a priori, ma per condivisione, o sharing. Il modello è quello dei social network. Significa che i contenuti passano attraverso le relazioni e, viceversa, che senza relazioni efficaci i contenuti non passano. L’ha detto molto bene il Papa nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali del 2011: nel momento in cui si è presenti nelle reti sociali, automaticamente si è testimoni di qualcosa, dei propri valori e della propria visione delle cose.

Spaventa allo stesso tempo giornalisti e sacerdoti la sparizione dei pulpiti nel web. Ogni contenuto è esposto a commenti. È come se durante un’omelia l’uditorio – composto da cristiani e pagani, a favore e ostili, preparati e ignoranti – potesse pubblicare in tempo reale una sorta di «giornale murale» direttamente sull’ambone.

È così, ed è un’altra grossa sfida. Si va sviluppando sempre più la dimensione interattiva. Un messaggio passa se si interagisce col messaggio stesso. La logica dell’approfondimento una volta coincideva esclusivamente con l’interiorizzazione dei contenuti, invece oggi si fa sempre più presente l’interazione con i contenuti.

Tuttavia non si potrà prescindere, per una vera conoscenza, dall’approfondimento.

Assolutamente. Ma cambiano le modalità. La parola stessa «approfondimento», andare in profondità, non ci aiuta a capire quanto sta accadendo oggi, perché siamo abituati a contrapporla a superficialità, all’orizzontale. Invece nel digitale prevale una forma di «approfondimento orizzontale», che consiste nel legare tra di loro cose disparate, creare nodi tra le realtà, infittire la capacità di relazione tra le cose. La profondità consiste allora solo nel riconoscere che le cose sono più connesse di quanto si immagini, ma restano orizzontali, tutte sullo stesso piano.

Leggo ancora nel suo libro: «La Rete, di sua natura, è fondata sui link, cioè sui collegamenti reticolari, orizzontali e non gerarchici». Non esiste un centro del web. Al limite esistono luoghi di maggior successo o più visitati o più influenti. Ma la Chiesa vive di un’altra logica, con un messaggio donato dall’alto, in una dimensione verticale evidente. C’è spazio per la verticalità in internet?

Questo, secondo me, è proprio uno Leggi tutto “Abitare il continente digitale”

Il cyberspazio, quel mondo in cui spiritualità e tecnologia si incrociano

intervista realizzata da Vittoria Prisciandaro per il mensile Jesus, giugno 2012, 108-109.

Pioniere nel pensare la fede ai tempi della Rete, una laurea in Filosofia, dottore di ricerca in Teologia, una passione per la critica letteraria: padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore di La Civiltà Cattolica, sfugge alle etichette che imprigionano una formazione complessa e una curiosità che attraversa mondi diversi. Di recente ha pubblicato Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete. A lui abbiamo rivolto alcune domande.

Come questi mondi diversi l’hanno condotta alla Cyberteologia?

E’ la lettura critica della poesia ad avermi condotto a occuparmi di tecnologie e che solo la teologia è in grado di darmi la giusta curiosità e le giuste categorie per comprenderla. Mi sono reso conto “sulla mia pelle” che noi abitiamo il linguaggio e che la mia casa, sebbene suddivisa in stanze, è la mia casa. Del resto, la tecnologia esprime il desiderio dell’uomo di una pienezza che sempre lo supera sia a livello di presenza e relazione sia a livello di conoscenza: il cyberspazio sottolinea la nostra finitudine e richiama una pienezza. Cercarla significa in qualche modo, operare in un campo in cui la spiritualità e la tecnologia si incrociano”.

In uno dei capitoli del libro si chiede se ci sono liturgie e sacramenti in Internet. Che risposta si dà?

Il senso della partecipazione come «prendere parte» a una celebrazione non è riducibile alla sua componente psicologica o all’«eccitazione» nella quale a volte si trasforma il senso della partecipazione a un videogame. L’evento liturgico non è fruibile in maniera digitalizzata, virtualizzata. La liturgia, infatti, «lavora» sempre sul corpo, organizzando le sfere dell’emozione, della sensibilità, dell’azione in modo che tali sfere siano la presenza del sacro, del mistero di Cristo. La realtà dell’evento liturgico non è mai riducibile all’informazione che ne abbiamo. D’altra parte occorre fare i conti con il fatto che le «macchine di relazione» vanno trasformandosi da surrogati a estensioni della sensibilità. Oggi persino molti rapporti affettivi, anche quelli più ordinari, sono mediati da macchine. L’espansione dei nostri sensi biologici tramite le macchine tende ad assumere una «normalità» per cui, ad esempio, quando il cellulare non ha campo, si ha l’impressione che una forma importante di relazione non sia più possibile e si avverte un senso di isolamento. Se la realtà è irresolubile nell’informazione resta vero che l’informazione permette una qualche forma di partecipazione all’evento. Occorre approfondire questa partecipazione all’ambito liturgico, che certo è molto più interattiva e coinvolgente della pura fruizione televisiva”. 

Etica hacker e visione cristiana: ripartiamo dal dibattito che un suo articolo su Civiltà Cattolica aveva suscitato. E gli hacker di recente hanno sabotato i siti anche del Vaticano…

Non sono stati gli “hackers” ma semmai i “crackers”, i pirati informatici. Il termine hacker individua una figura molto più complessa e costruttiva che si è formata a partire dalla fine degli anni ’60 e negli anni ’70, legata alle evoluzioni dell’informatica. Hacker è chi si impegna nell’affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte nei propri ambiti d’interesse. Per lo più il termine si riferisce a esperti di informatica, ma di per sé può essere esteso a persone che vivono in maniera creativa molti altri aspetti della loro vita. Quella hacker è potremmo dire, una sorta di «filosofia» di vita, di atteggiamento esistenziale, giocoso e impegnato, che spinge alla creatività e alla condivisione, opponendosi ai modelli di controllo, competizione e proprietà privata. All’interno di questa visione l’etica hacker può acquistare persino risonanze profetiche per il mondo d’oggi votato alla logica del profitto, per ricordare che il «cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi», come dice Benedetto XVI”.

Autorità, gerarchia e network: come si concilia la visione gerarchica della Chiesa cattolica con una prospettiva sapienziale tratta dalla rete?

La Rete, di sua natura, è fondata sui link, cioè sui collegamenti reticolari, orizzontali e non gerarchici: potere e autorità defluiscono da un centro alla periferia. L’universale della cybercultura è anche sprovvisto di un centro oltre che di linee direttrici univoche. La Chiesa invece vive di un’altra logica, cioè di un messaggio donato, cioè ricevuto, che «buca» la dimensione orizzontale dall’alto e vive di testimonianza autorevole, di tradizione, di Magistero. E’ necessario comprendere la grammatica della Rete e l’articolazione dell’autorità in un contesto fondamentalmente orizzontale, condiviso, decentrato, che chiama ciascuno ad assumere le proprie responsabilità e il proprio compito nella conoscenza. Come è possibile? Determinante appare la categoria e la prassi della testimonianza. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. La Chiesa in Rete è chiamata non solo a una «emittenza» di contenuti, ma a una «testimonianza» in un contesto di relazioni ampie”.

L’uso di Twitter non rischia di restringere il pensiero, come qualche intellettuale ha scritto di recente?

Non bisogna confondere concisione e precisione con restrizione. E’ necessario valorizzare il tentativo di cogliere l’essenziale e di dirlo con parole precise. In tale prospettiva possiamo considerare, ad esempio, Leggi tutto “Il cyberspazio, quel mondo in cui spiritualità e tecnologia si incrociano”

Al tempo della Rete che cosa significa “esistere”?

Come si fa a vivere bene ai tempi della rete? Per comprenderlo bisogna verificare quali sono le trasformazioni che i media sociali realizzano nella nostra vita a livello profondo.

La prima trasformazione consiste, del resto, nel significato stesso di che cosa significa esistere. Chi siamo quando siamo presenti e comunichiamo in Rete? La nostra vita è lì, nelle foto e nei pensieri che condividiamo, lì sono i nostri amici. Noi, in un certo modo «siamo» in Rete, parte della nostra vita è là. Essa, certo, non è un semplice prodotto della coscienza, un’immagine della mente, ma non è neanche una realtà oggettiva ordinaria, anche perché esiste solo quando interagisco. Ci rendiamo conto ormai che noi esistiamo anche in Rete. Una parte della nostra vita è digitale. Dunque anche una parte della nostra vita di fede è digitale, vive nell’ambiente digitale.

Un mio studente africano della Pontificia Università Gregoriana una volta mi disse: «Io amo il mio computer perché dentro il mio computer ci sono tutti i miei amici». E’ vero: dentro il suo computer c’è Facebook, Skype, Twitter… tutti modi per lui di stare in contatto con i suoi amici lontani. La sua «comunità» di riferimento era reale grazie alla Rete.

Il vero nucleo problematico della questione che stiamo affrontando sembra dato dal fatto che l’esistenza «virtuale» appare configurarsi con uno statuto ontologico incerto: prescinde dalla presenza fisica, ma offre una forma, a volte anche vivida, di presenza sociale. Essa, certo, non è un semplice prodotto della coscienza, un’immagine della mente, ma non è neanche una res Leggi tutto “Al tempo della Rete che cosa significa “esistere”?”

Cyberteologia: l’indice del LIBRO

Ecco di seguito l’indice del libro:

 

  • Premessa 9
  • Internet tra teologia e tecnologia 15 Internet e la vita quotidiana 16 La leggerezza dei dispositivi 17 Una ri-forma mentis 19 La spiritualità della tecnologia 23 Linguaggio informatico e intelligenza della fede 28 Salvare, convertire, giustificare, condividere… 29 Che cos’è la cyberteologia? 32
  • L’uomo decoder e il motore di ricerca di Dio 37 La capacità di ascolto della musica come ambiente 37 Il mixaggio dell’obbedienza 39 Il supermarket della fede 40 L’uomo decoder e i contenuti ‘orbitali’ 41 Il vangelo e le merci 43 La ricerca di senso non è motorizzata 44
  • Corpo mistico e connettivo 49 La rete è un luogo ‘caldo’ 49 Chi è il mio ‘prossimo’? 51 Dov’è il mio ‘prossimo’? 53 Una Chiesa ‘liquida’? 55 Una Chiesa ‘hub’? 57 Tralci di vite o fili di rete? 61 L’apertura di un’«isola di senso» 63 Autorità, gerarchia e network 66 I contenuti passano dentro le relazioni 69
  • Etica hacker e visione cristiana 73 Chi sono gli hacker? 73 Lo sforzo giocoso della creazione 75 Il surplus cognitivo e la questione dell’autorità 78 La cattedrale e il bazar 80 La Rivelazione nel bazar 83 Il dono al tempo della rete: peer-to-peer o face-to-face? 85 Il dono dato gratis 88 Il surplus della grazia e il surplus cognitivo 91
  • Liturgia, sacramenti e presenza virtuale 95 Dal microfono sull’altare alla preghiera dell’avatar 95 Ci sono sacramenti in internet? 97 Il networking è esperienza di comunione? 100 La liturgia e la sua ‘riproducibilità tecnica’ 101 L’evento liturgico: tra presenza virtuale e interfaccia grafica 105 La logica dello schermo 109 Il testo ‘galleggiante’ e la resistenza liturgica 110 Realtà ‘aumentata’ e sacramento 113 I problemi e le sfide: l’uomo in rete desidera pregare 115
  • Le sfide teologiche dell’‘intelligenza collettiva’ 119 Pierre Lévy: come pensare l’‘intelletto collettivo’? 120 «Ciò che fu teologico diventa tecnologico» 121 Pierre Teilhard de Chardin e il cammino verso la noosfera 123 Un sistema nervoso planetario 126 Un «Centro distinto irradiante nel cuore di un sistema di centri» 128 Una rete ‘eucaristica’ 130 Un’intelligenza convergente 132
  • Bibliografia133
  • Indice dei nomi 145

Cyberteologia: IL LIBRO

Cari amici, oggi è uscito Cyberteologia. Pensare la fede al tempo della rete (Milano, Vita e pensiero, 2012, pp. 150, euro 14). Ecco di seguito la presentazione editoriale:

Motori di ricerca, smartphone, applicazioni, social network: le recenti tecnologie digitali sono entrate prepotentemente nella nostra vita quotidiana. Ma non solo come strumenti esterni, da usare per semplificare la comunicazione e il rapporto con il mondo: esse piuttosto disegnano uno spazio antropologico nuovo che sta cambiando il nostro modo di pensare, di conoscere la realtà e di intrattenere le relazioni umane. A questo punto, la domanda che Antonio Spadaro si pone e ci pone è: la rivoluzione digitale tocca in qualche modo la fede? Non si deve forse cominciare a riflettere su come il cristianesimo deve pensarsi e dirsi in questo nuovo paesaggio umano? Forse, egli risponde, è giunto il momento di considerare la possibilità di una ‘cyberteologia’, intesa come intelligenza della fede (intellectus fidei) al tempo della rete. Non si tratta però, semplicemente, di cercare nella rete nuovi strumenti per l’evangelizzazione o di intraprendere una riflessione sociologica sulla religiosità in internet. Si tratta piuttosto – e qui sta la pionieristica novità di Spadaro – di trovare i punti di contatto e di feconda interazione tra la rete e il pensiero cristiano. La logica della rete, con le sue potenti metafore, offre spunti inediti alla nostra capacità di parlare di comunione, di dono, di trascendenza. E, dal canto suo, il pensiero teologico può aiutare l’uomo in rete a trovare nuovi sentieri nel suo cammino verso Dio. È un territorio ancora inesplorato, nel quale Spadaro entra con indiscusso background teologico e grande competenza tecnica, ma soprattutto con spirito di fiducia nella capacità del cristianesimo e della Chiesa di essere presenti là dove l’uomo sviluppa la sua capacità di conoscenza e relazione. La rete è un contesto in cui la fede è chiamata a esprimersi non per una mera ‘volontà di presenza’, ma per una connaturalità del cristianesimo con la vita degli uomini. La sfida, dunque, non è come ‘usare’ bene la rete, ma come ‘vivere’ bene al tempo della rete.