«L’amore prima del mondo». Papa Francesco risponde ai bambini del mondo

BergoglioMONDO300dpiCon il volume L’amore prima del mondo, pubblicato in Italia da Rizzoli (in inglese: Dear Pope Francis, Loyola Press) per la prima volta il Pontefice inaugura un dialogo diretto con i bambini di tutto il mondo in forma di libro, rispondendo con parole semplici e intime.

Come un padre che accoglie le loro domande, Francesco ha confidato ai più piccoli la sua riflessione sulla vita e sulla fede.

La storia del libro

L’idea de L’amore prima del mondo (Dear Pope Francis, nell’edizione inglese) è della Loyola Press, editrice statunitense legata alla Compagnia di Gesù. Tanti sono gli editori che lo hanno pubblicato nel mondo. In Italia esce per Rizzoli.

I responsabili della Loyola mi fecero parte della loro idea, che trovai subito molto interessante. Così lo scorso maggio ebbi modo di parlarne al Papa, il quale subito rispose di sì a questo progetto, e con gioia.
Si mise in moto, quindi, il processo che ha coinvolto 31 gesuiti e collaboratori sparsi in tutto il mondo, i quali hanno coperto 26 Paesi di tutti i continenti, tranne l’Antartide. Tra di essi la Cina continentale, la Russia, la Siria, il Kenya e tanti altri: centri urbani, campi profughi, ma anche campagne sperdute.Dear Pope Francis: Children of the World Bring Their Questions to Rome - The IN Network
Sono stati coinvolti ragazzi e ragazze tra i 6 e i 13 anni. In alcuni casi sono stati spediti colori e pennarelli, perché in alcuni Paesi questi materiali non erano a disposizione con facilità.

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Le spedizioni hanno coperto 270.000 chilometri nel mondo. Sono arrivate al Papa 31 delle 269 lettere giunte alla redazione della Loyola Press a Chicago, e questo grazie alla selezione compiuta da genitori, nonni, catechisti e anche da altri bambini che sono stati coinvolti.
Il 5 agosto 2015 il Papa mi ha dato appuntamento per leggere le lettere e dare le risposte. Gli ho consegnato domande e disegni.
Lui si è mostrato subito incuriosito, le ha sfogliate, le ha lette, esclamando: «Ma sono difficili, queste domande!». Le avevo lette, e davvero le avevo trovate anch’io difficili. Le domande dei bambini sono senza filtri, senza fronzoli, senza vie di fuga. Sono domande dirette, brusche, chiare. Non ci si può rifugiare nella penombra dei concetti troppo astratti o nei ragionamenti cavillosi. Sono anche domande molto concrete.

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L’ho subito capito: il Papa avrebbe voluto davanti a sé quei bambini. Il Papa ama guardare in faccia le persone che gli pongono le domande. L’ho verificato tante volte. In quel momento però aveva davanti me, che non ho certo il volto da bambino… Così ogni tanto ha voluto guardare nel vuoto e si è rivolto a un bambino che cercava di immaginare. Ha risposto guardando non me, ma una ipotetica immagine di quei bambini. Ho visto nel suo sguardo cura, simpatia. Sapevo che nel suo cuore stava rispondendo a loro. Si sforzava di immaginarli. Li avrebbe voluti lì con sé.
Io stesso mi sono identificato ogni tanto con loro, dicendogli che questa era una domanda che io avevo posto a mia madre. In un’occasione ho esclamato: «Ma com’è possibile? Non mi dica!». Insomma ho interagito con il Papa che interagiva nel suo cuore con il bambino o la bambina che gli aveva posto la domanda. Una situazione davvero curiosa, ma molto bella.

Il Papa ha guardato intensamente i disegni. Rispondendo o dopo aver risposto, li ha commentati, li ha interpretati: sono parte delle domande, del resto. Ho notato che, con la sua finezza spirituale, a volte coglieva il senso di una domanda più dalle immagini che dalle parole che gli leggevo.
Abbiamo trascorso così oltre un’ora e mezza senza interruzione, di seguito. Lui seduto sul divano e io su una poltrona, mentre l’immaginazione non poteva fare a meno di viaggiare per Canada, Brasile, Siria, Cina, Argentina, Albania… i luoghi dove questi bambini vivono: bei giardini o campi profughi. Lo capiamo dai disegni.
Il Papa mi ha detto chiaramente quello che avevo percepito: «È bello rispondere alle domande dei bambini, ma li dovrei avere qui con me, tutti! Lo so che sarebbe bellissimo. Ma so anche che questo libro di risposte andrà in mano a tanti bambini in tutto il mondo che parlano lingue differenti. E di questo sono felice».

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Papa Francesco tempo fa, in un suo discorso ai superiori generali degli Ordini religiosi, aveva detto: «Mi viene in mente quando Paolo VI ricevette la lettera di un bambino con molti disegni. Disse che su un tavolo dove arrivano solo lettere con problemi, l’arrivo di una lettera così gli fece tanto bene. La tenerezza ci fa bene».

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Chi sono i bambini, per Papa Francesco?

Il Papa non ha bisogno di «dire» chi per lui sono i bambini, perché il suo rapporto con loro lo si vede con chiarezza dal suo modo di fare, dai suoi gesti. Non sono rare le occasioni nelle quali ha avuto modo di parlare con loro, anche rispondendo alle loro domande.
L’udienza generale in piazza San Pietro del 18 marzo 2015 è stata una delle poche occasioni in cui Francesco ha parlato diffusamente dei bambini come tema del suo discorso. E in tale occasione ha detto: «Dio non ha difficoltà a farsi capire dai bambini, e i bambini non hanno problemi a capire Dio».03115_22022016
I bambini poi portano all’umanità tante ricchezze. Innanzitutto «portano il loro modo di vedere la realtà, con uno sguardo fiducioso e puro», «non ancora inquinato dalla malizia, dalle doppiezze, dalle “incrostazioni” della vita che induriscono il cuore», nonostante i loro egoismi, che pure hanno. Ma certo i bambini non sono «diplomatici: dicono quello che sentono, dicono quello che vedono, direttamente. E tante volte mettono in difficoltà i genitori, dicendo davanti alle altre persone: “Questo non mi piace perché è brutto”. Ma i bambini dicono quello che vedono, non sono persone doppie, non hanno ancora imparato quella scienza della doppiezza che noi adulti purtroppo abbiamo imparato».AlessioePapa

Un libro per tutti

Le risposte di Papa Francesco sono sintonizzate sulla freschezza infantile. E sappiamo che quando il Papa parla agli adulti, i bambini non ascoltano, ma quando parla ai bambini, ascoltano anche gli adulti. Francesco si lascia interrogare profondamente e offre risposte che anche il lettore adulto non farà fatica a comprendere quanto riguardino la vita della Chiesa oggi. Il Pontefice sa infatti che è stato lo stesso Gesù a invitare i suoi discepoli a «diventare come i bambini», perché «a chi è come loro appartiene il Regno di Dio» (Mt 18,3; Mc 10,14).
Cogliendo il valore de L’amore prima del mondo, il cardinal Tagle ha affermato in una intervista che « Questo libro cambia anche le false forme di “saggezza” o di “autosufficienza” che causano molti conflitti e sofferenza nel nostro mondo. […]. Se ascoltiamo i bambini, riscopriremo ciò che conta veramente nella vita».

 

“Nel cuore di ogni padre”: Papa Francesco mette in crisi la crisi dell’Occidente

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Pubblico qui il testo del mio articolo apparso sul Corriere della Sera domenica 23 novembre 2014 come presentazione del volume Papa Francesco,  Nel cuore di ogni padre. Alle radici della mia spiritualità, Milano, Rizzoli, 2014 che sarà in libreria il 26 novembre 2014. Il volume sarà presentato a Civiltà Cattolica il 4 dicembre alle ore 18.00 da p. Marco Tasca, Ministro Generale dei Francescani Conventuali, Lucio Caracciolo, direttore di Limes e Mauro Magatti, Ordinario di Sociologia della globalizzazione presso l’Università Cattolica di Milano.

Chi è Jorge Mario Bergoglio? Se lo sono chiesti e se lo chiedono in molti. La poliedricità semplice di papa Francesco attira non solamente la gente, «il popolo fedele di Dio», come lo chiama lui, ma anche analisti, intellettuali, saggisti. Nel cuore di ogni padre è importante, anzi fondamentale, per rispondere a questa domanda, perché contiene un concentrato di riflessione e di meditazione viva, rivelatore della radice ignaziana e gesuitica che anima il pensiero e l’ azione di papa Francesco.

Il volume è una raccolta di scritti, realizzata dallo stesso Bergoglio, divisa in tre parti: la prima contiene riflessioni sulla Compagnia di Gesù, il suo modo di procedere, la sua formazione. La seconda e la terza riportano meditazioni per gli Esercizi spirituali. L’ ultima parte si rivolge specificamente ai superiori religiosi. Il volume esce nel 1982, quando Bergoglio ha quarantasei anni, e contiene scritti anteriori a quella data, a partire dal 1974. Si tratta di un tempo estremamente importante e delicato per lui. Il 31 luglio 1973, era stato nominato Provinciale dei gesuiti argentini. E rimase in carica, come è di prassi, per sei anni, e cioè fino al 1979. Il suo Provincialato, lo sappiamo, coincise con un momento complicato per l’ Argentina. Il Papa non ne ha mai fatto mistero. Nella mia intervista fu chiaro: «Il mio governo come gesuita all’ inizio aveva molti difetti. Quello era un tempo difficile per la Compagnia: era scomparsa una intera generazione di gesuiti. Per questo mi son trovato Provinciale ancora molto giovane. Avevo trentasei anni: una pazzia. Bisognava affrontare situazioni difficili». E concluse: «Col tempo ho imparato molte cose. Il Signore ha permesso questa pedagogia di governo anche attraverso i miei difetti e i miei peccati». Proprio perché questi scritti fotografano una situazione non semplice, alla fine del suo Provincialato, contengono il nucleo del pensiero e dell’ azione di Bergoglio.

Si tratta di un nucleo caldo e ribollente, a tratti complesso, vivo a tal punto che questo volume mi è parso da subito essenziale, fondamentale. Fu lo stesso papa Francesco a citarlo, parlandomene durante quella mia intervista. L’ unico a cui ha fatto riferimento tra quelli che aveva pubblicato in precedenza. Fortunatamente la biblioteca della «Civiltà Cattolica» lo possedeva ed è stato sufficiente leggere solo alcune pagine di questa sorta di Summa ignaziana di Bergoglio per rendermi conto della sua importanza. Nel pomeriggio del 19 agosto 2013 sono entrato per la prima volta nella camera di papa Francesco a Santa Marta. Avevamo concordato quel giorno per l’ intervista che poi apparve su «La Civiltà Cattolica» e altre riviste dei gesuiti, ed è stata pubblicata da Rizzoli con il titolo La mia porta è sempre aperta . L’ impressione che mi è rimasta di quel primo incontro è di una accoglienza fluida e di un dialogo che non ammetteva un rapporto rigido tra intervistatore e intervistato. Ero lì per porgli domande, anche impegnative, e avere risposte. Avevo uno schema da seguire, eppure sin da subito non ci sono riuscito. La domanda iniziale, infatti, non era scritta nei miei appunti. Gli chiesi: «Chi è Jorge Mario Bergoglio?».

antoniospadaro_2014-nov-23Prima che lui aprisse bocca nella mia mente erano presenti due risposte: «Francesco è un gesuita» e «Francesco è un Papa latinoamericano». Lui, ricordo, mi fissò in silenzio. Pensavo di aver fatto un passo falso. Poi mi fece un rapido cenno per farmi capire che avrebbe risposto e mi disse lentamente: «Non so quale possa essere la definizione più giusta… Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore». Papa Francesco, continuando a riflettere, compreso, disse: «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”». Queste sue parole hanno a che fare direttamente con questo libro. Ascoltandole, mi resi conto che il Papa mi aveva dato una risposta duplice: lui si percepisce come un peccatore salvato, ma, parlando a me, gesuita proprio come lui, ha voluto definirsi alla luce della sua spiritualità e della sua scelta di vita come gesuita. Nel 1974 padre Bergoglio aveva partecipato alla XXXII Congregazione Generale della Compagnia di Gesù. Il primo decreto emanato da quest’ assemblea mondiale di rappresentanti dell’ ordine inizia con la domanda: «Che cosa vuol dire essere gesuita?». La risposta fu: «Vuol dire riconoscersi peccatore, ma chiamato da Dio a essere compagno di Gesù Cristo, come lo fu Ignazio». Quel giorno, papa Francesco mi ha parlato di sé alla luce di un carisma che tocca profondamente la sua identità. Leggere Nel cuore di ogni padre è fondamentale per comprendere la radice profonda della sua spiritualità gesuitica, perché sono pagine impregnate di linguaggio tipico e proprio della Compagnia di Gesù.

E la radice latinoamericana? Credo che questo sia il luogo adatto per una riflessione in merito. Molto si è scritto dell’ origine latinoamericana del Pontefice. E questo è corretto perché il suo è un Pontificato che davvero viene «dalla fine del mondo» e vive di equilibri «geopolitici» peculiari. La sua stessa visione è legata all’ esperienza di pastore a Buenos Aires e alle dinamiche ricche e complesse vissute dall’ episcopato latinoamericano riunitosi ad Aparecida nel 2007. Tuttavia sarebbe un errore interpretare l’ ascesa al Pontificato di Francesco solo come una estrema semplificazione delle complesse e gigantesche impalcature problematiche intellettuali romane ed europee a favore degli atteggiamenti pastorali di «carità» e «misericordia» vissuti in una certa America Latina. Questa posizione è in sé molto debole innanzitutto perché ignora che il dibattito culturale in Argentina, in particolare, è stato ed è tuttora profondamente innervato di temi che hanno avuto il loro inizio in Europa. La cultura teologica di quel Paese, specialmente quella condivisa in ambito gesuitico, ha vissuto un ponte privilegiato con la Mitteleuropa. Sono molti i professori che hanno studiato in Germania. La cultura francese e, ovviamente, quella italiana hanno avuto largo spazio. Quella spagnola è espressa dalla medesima lingua. I «problemi» legati alla società e ai diritti della persona vedono Paesi come l’ Uruguay in largo anticipo (e qui uso il termine con valenza esclusivamente cronologica) rispetto all’ Europa.

Invece ciò che lo stesso Bergoglio definisce come «l’ originalità della nostra situazione» consiste non nell’ ignoranza delle grandi questioni che scuotono il «primo mondo» e i «Paesi del “centro”», ma il constatare che esse sono vissute con un’ ermeneutica differente: « Desacralizzazione, morte di Dio , dialogo con ideologie che qui ci appaiono aliene… ed equivarrebbero più o meno a vedere uno struzzo accoppiarsi con un fagiano». Bergoglio postula una vera ermeneutica popolare tutta da sviluppare, una maniera di vedere la realtà e una coscienza storica. Qui c’ è il nucleo del discorso: ben consapevole della «crisi» del centro, dell’ Occidente cioè, e delle sue radici, Bergoglio con le sue parole e i suoi gesti sta ponendo in atto un processo spirituale e culturale che destabilizza quella stessa crisi, liberando energie sopite. E tutto questo vivendo una estrema semplicità di stile e di contenuto. Ma in Bergoglio la semplicità non è mai ingenuità. Un suo amico una volta mi disse che Francesco è un «Papa Apple » perché, come i computer della Mela, a fronte di una estrema complessità interna di funzionamento, ha una interfaccia semplicissima. Il senso di terremoto, di scuotimento, persino di «confusione» che qualcuno avverte è il frutto di questa azione culturale e spirituale (e simbolica) di disincagliamento…

 

Diplomazia, Network sociali, Vaticano. Intervista all’Ambasciatore Nigel Baker

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È in corso la Social Media Week, evento internazionale dedicato al Web, alla Tecnologia, all’Innovazione e ai Social Media. Una settimana di incontri ed esperienze che, dal 22 al 26 settembre, si svolge in contemporanea in 11 città del mondo: Londra, Berlino, Johannesburg, Los Angeles, Sao Paulo, Sydney, Mumbai, Miami, Rotterdam, Chicago e Roma. Dunque un evento globale e locale. Il tema è affascinante: Re-immaginare la connettività umana. In contemporanea il  Foreign & Commonwealth Office a Londra sta organizzando una settimana di eventi in tutto il suo network globale, come parte di un programma più ampio per sviluppare la capacità del suo staff di implementare il digitale nella comunicazione, nella fornitura di servizi, nella costruzione di politiche. Inoltre, dal 22 al 24 settembre, in Vaticano si riunisce il Comitato per proporre una riforma dei Media Vaticani. La Commissione, che comprende anche membri non interni al Vaticano stesso, sta elaborando un piano e un metodo di lavoro.

In questo contesto di eventi ho rivolto all’Ambasciatore del Regno Unito presso la Santa Sede Nigel Baker alcune domande, conoscendo la sua attenzione per la diplomazia digitale.

Quando e perché l’Ambasciata britannica presso la Santa Sede ha deciso di avere una presenza significativa nei network sociali? Come è nata l’idea e in che cosa consiste esattamente questa presenza?

Come Ambasciatore britannico in Bolivia (2007-11), avevo già visto il potenziale dei social network. Scrivevo un blog in inglese e spagnolo, maggiormente diretto ad un pubblico boliviano, ma che aveva lettori in tutto il mondo. Mi sono quindi reso conto come, per un’Ambasciata che ha risorse limitate, i social media fossero un modo eccellente di far arrivare i nostri messaggi ad un pubblico più vasto; per ascoltare l’opinione di questo nostro pubblico interessato, e rispondere a loro.

Ma al lavoro diplomatico non è legata anche una certa discrezione? Come si coniuga comunicazione digitale e discrezione?

Nonostante la discrezione faccia ancora molto parte della vita e del lavoro di ogni diplomatico, dobbiamo anche essere dei comunicatori, ed assicurarci che quello che facciamo abbia rilevanza con il mondo in cambiamento e dinamico intorno a noi. Per esempio, il pubblico britannico, che paga per questa Ambasciata attraverso le tasse, ha il diritto di sapere cosa l’Ambasciata Britannica presso la Santa Sede stia facendo per loro conto. Quello che ho capito a Roma fin dall’inizio, era l’esistenza di una sfida reale nel dimostrare che questa era un’Ambasciata focalizzata non solo sugli affari interni del Vaticano, ma accreditata ed impegnata con iI network globale più esteso al mondo: il network della Santa Sede.

E i social network certo non rispettano i confini nazionali…

No, certo, e sono il mezzo par excellence del mondo interconnesso. Proprio per questo sono uno strumento ideale per comunicare con la Santa Sede a livello globale, abbattendo le gerarchie e l’aureola di mistero che inutilmente circonda la Santa Sede; e per delineare il nostro posto sulle molte questioni di interesse al Governo di Sua Maestà nel suo operare con la Santa Sede: dallo sviluppo Internazionale alla pena di morte, dalla situazione in Medio Oriente alla preoccupazione in Africa. Il mio collega a Beirut, l’Ambasciatore Tom Fletcher, lo delinea molto bene nel suo blog, “The Naked Diplomat”.

I feedback del “pubblico” sono stati buoni? Cosa può dedurre dalle risposte che riceve?

La mia convinzione iniziale è stata sicuramente confermata dalla risposta. Il mio blog, pubblicato sulle piattaforme del Foreign Office ed anche commerciali, so che è letto da molte persone in Vaticano ed oltre. Abbiamo lettori dalle Filippine ed Australia, India e Stati Uniti d’America, come anche dal Regno Unito; pubblico che altrimenti non avrei mai raggiunto. Dal 2011, abbiamo lavorato per rendere il nostro canale Twitter vivo, dinamico ed interessante, e lo abbiamo usato per svolgere molti eventi, da sessioni di Q&A a concorsi – più di 6,300 follower suggeriscono che stia funzionando.

Lei parla di testi e di lettori, ma le immagini? Non sono più potenti di molte parole?

Un’immagine è essenziale per una migliore comprensione della Santa Sede alle persone, così sia Twitter che Flickr sono strumenti meravigliosi di comunicazione visuale.

E poi immagino che le piattaforme digitali incrementino i vostri contatti…

Usiamo anche LinkedIn, sia come piattaforma per il blog, ma anche per sviluppare una serie più vasta di contatti. Niente di questo è particolarmente rivoluzionario, ed ho notato che sempre più Ambasciate presso la Santa Sede hanno iniziato a seguire la nostra strada. C’è bisogno di qualche sforzo, di risorse, ma credo ne valga la pena. Tutto il mio team dell’Ambasciata ne è coinvolto.

Oggi si comincia a parlare di “Digital diplomacy” o eDiplomacy. The Foreign and Commonwealth Office ha una strategia al riguardo, e la definisce come “solving foreign policy problems using the internet”. Potrebbe spiegarci meglio questo concetto?

Vorrei fare qualche esempio, se posso. Il Foreign Office tiene i cittadini britannici informati sugli aggiornamenti essenziali per viaggiare all’estero sicuri attraverso i suoi canali digitali. Svolge una azione di monitoraggio di quei canali, specialmente nelle situazioni di crisi, in cui i social media ci permettono di dare informazioni in tempo reale a coloro i quali ne sono coinvolti; rispondendo alle richieste più importanti. Gli Ambasciatori usano i social network per raccontare del loro lavoro, per estendere l’influenza del Regno Unito, per rettificare false informazioni direttamente, se necessario. Il Foreign Office usa i canali digitali per aiutare a rafforzare gli obiettivi di importanti conferenze, eventi, visite, per esempio realizzando un ampio impegno con la Diaspora Somala prima della Conferenza sulla Somalia organizzata dal Regno Unito, oppure la grande partecipazione digitale nel mondo durante il recente Summit globale sulla Fine della Violenza Sessuale nei Conflitti. Abbiamo trasferito online il nostro Rapporto sui Diritti Umani, cosa che ci ha permesso di passare a pubblicare Relazioni più di frequente ed invitare il pubblico a commentare. Il Foreign Office finanzia progetti per la promozione della libertà di internet. Lo scorso anno abbiamo organizzato un’importante conferenza per dare impulso ad un lavoro internazionale sul futuro del cyberspazio.

Una attività intensa che si potrebbe definire di coinvolgimento ampio di persone a vari livelli: dal cittadino interessato fino all’esperto…

Sì, infatti. Internet ci offre crescente accesso alle persone interessate, direttamente e indirettamente, alle questioni principali internazionali, e a coloro i quali sono influenti nei dibattiti che contano. Ascoltando e impegnandosi con loro, abbiamo una comprensione migliore di quale siano le questioni e come possiamo aiutare per risolverle. Possiamo anche coinvolgere le persone più direttamente nel nostro lavoro politico, per esempio assegnando a gruppi esterni il compito di raccogliere reazioni sul nostro Rapporto sui Diritti Umani. Possiamo raggiungere gli esperti di questioni locali attraverso Twitter e LinkedIn, per avere un punto di vista più sfumato su come (ad esempio) commercio, energia o affari sociali possano avere un impatto diverso su persone in paesi differenti. E come ho già accennato, in Rete possiamo comunicare meglio il nostro lavoro politico, così che le persone possano capire perché stiamo facendo ciò che facciamo, e come questo possa aiutare ad affrontare quelle questioni. Per me, la domanda principale che un qualunque servizio estero si deve porre non dovrebbe essere: “Abbiamo bisogno di essere digitali?”. Dovrebbe essere: “Ci possiamo permettere di non essere presenti nello spazio digitale?” Per il Regno Unito , la risposta è un sonoro “no”.

Quali sono i vantaggi principali che avete potuto verificare? Avete notaio anche qualche problema o qualche aspetto da migliorare?

Credo che i vantaggi principali comprendano il raggiungere persone con cui i diplomatici tradizionalmente non avevano contatti. Questa può essere anche una sfida, perché inevitabilmente la presenza digitale implica che ci esponiamo ad un mondo più ampio dei chiusi “corridoi di potere” di una volta. Ci offre una comprensione più sfumata dei luoghi, persone e questioni con cui abbiamo a che fare. La capacità di rivolgere i nostri i messaggi in maniera più accurata. Di conseguenza è possibile trasmettere le informazioni in modo più appropriato a diverse platee. La comunicazione è una strada a due corsie: ascoltiamo oltre che parlare. È proprio l’ascolto che ci aiuta a testare idee politiche più velocemente e facilmente. L’ascolto inoltre ci abilita di rispondere più rapidamente ad eventi che cambiano, particolarmente nelle situazioni di crisi. Di nuovo qualcosa che può anche costituire una sfida.

Questo ascolto ha un effetto sui servizi che offrite, immagino. Ascoltare significa essere attenti alle esigenze reali…

Ascoltando le esigenze, possiamo offrire ai cittadini britannici un accesso migliore ai servizi e transazioni fornite dal governo. E questo è particolarmente utile quando si trovano all’estero. Significa anche che possiamo utilizzare la nostra estesa rete globale di ambasciate ed altre missioni in maniera relamente universale. Per esempio, quando il nostro team di Londra che lavora sul tema della pena di morte vuole inviare un messaggio ad una pubblico variegato, sa che la mia Ambasciata ha accesso ad un vasto pubblico, in larga parte cattolico. Allo stesso tempo, possono raggiungere, attraverso le altre missioni ed i loro follower, platee completamente differenti, ovunque. Forse per la prima volta, in questo modo, la diplomazia diventa realmente globale.

Immagino che non sia stato semplice imparare un nuovo linguaggio, vivere nell’ambiente digitale…

Le sfide sono reali. Il Foreign Office è una solida organizzazione e questo è uno scenario che si muove ed evolve rapidamente; pertanto ci saranno sempre aspetti da migliorare. Non è stato sempre semplice adattarsi ad una nuova e più aperta maniera di parlare di cosa facciamo, imparare un nuovo linguaggio che si addica alle piattaforme sulle quali siamo presenti, capire meglio come coinvolgere le persone invece di trasmettere semplicemente messaggi. Quello che ho imparato sulla mia professione quando sono diventato diplomatico nel 1989 rimane pertinente, ma il digitale richiede anche di fare le cose in modo differente e la necessità di sviluppare nuove abilità – la segretezza ed esclusività della valigia diplomatica non è più in uso! Dobbiamo sviluppare una voce peculiare in una rete internet affollata di opinioni.

E si deve capire quando è il tempo di scrivere e quando è il tempo di tacere…

Certamente, dobbiamo comprendere quando sia meglio non scrivere. Una volta uscite, le nostre opinioni non potranno essere mai cancellate.

Anche la Santa Sede ha una forte presenza digitale e il Santo Padre è presente su Twitter. Come valuta questa presenza? 

Papa Francesco è stato molto chiaro nell’Evangelii Gaudium. Se la Chiesa non riesce a comunicare il suo messaggio, è moribonda. La sua raison d’etre è legata al Vangelo, alla Buona Novella, e sottolineo qui la “Novella”. Allo stesso tempo, deve operare attraverso un network globale di molteplici lingue, culture, idee ed opinioni. Una delle difficoltà principali della Santa Sede prima dell’era digitale è stata che, troppo spesso, la sua voce è stata interpretata, filtrata, e qualche volta tradotta male da altri – i media globali – che, come intermediari, venivano spesso sentiti più chiaramente della fonte originale d’informazione. Impegnarsi nel digitale permette alla Santa Sede di far sentire la sua voce direttamente. Per un diplomatico accreditato alla Santa Sede, ricevere il messaggio non filtrato, rapidamente e in maniera succinta, ha un valore enorme.

Che cosa ha pensato quando Benedetto XVI ha deciso di essere presente su Twitter?

Sono stato quindi lietissimo di vedere l’inizio dell’esperimento della Santa Sede su Twitter. È stato chiaramente un successo. I critici avevano detto che messaggi complessi non possono essere trasmessi in 140 caratteri. Credo che Benedetto XVI e adesso Papa Francesco abbiano dimostrato che le critiche fossero sbagliate. Per prima cosa, il messaggio non deve essere troppo complicato. La disciplina di ridurre ciò che vogliamo dire alla sua essenza è preziosa – chi è stato a dire che Gesù si sarebbe trovato a suo agio su Twitter? In secondo luogo, la portata è realmente straordinaria. Molte lingue, milioni di follower, e con ogni tweet che viene ritwittato, il Papa può raggiungere milioni di persone nel giro di qualche secondo. Siamo stati lietissimi quando Papa Francesco ha deciso di inviare il suo supporto agli sforzi del mio governo di porre fine alla violenza sessuale nei conflitti, con un tweet che ha avuto un enorme impatto su tutti coloro che ne sono coinvolti, dai governi ai difensori dei diritti umani. Come un grande insegnante, Papa Benedetto ha visto il bisogno. Come un grande comunicatore, Papa Francesco lo ha portato su un’altra dimensione. Questo continuerà di sicuro. Non c’è ritorno.

(Antonio Spadaro SJ)

 

 

 

 

 

Il tweet del padre

Riproduco qui l’editoriale di Chiara Giaccardi apparso su Avvenire il 28 dicembre 2012 dal titolo Il tweet del padre:

Accertato che il primo tweet di Benedetto XVI con @Pontifex è stata la notizia più letta del mese, non si spengono tuttavia le polemiche sull’opportunità di questa scelta del Papa, sia da parte di chi la usa come pretesto per l’irrisione, sia da parte chi è sinceramente preoccupato dei danni all’immagine del Santo Padre e continua a ritenere lo «sbarco» su Twitter un «passo falso».

Molte parole utili per aiutare la comprensione di questo gesto sono già state espresse da voci autorevoli della Chiesa, e a quelle rimando per quanto riguarda il cuore della questione, in sintesi relativa a due aspetti: il Papa sceglie di stare dove stanno le persone, e questa vicinanza è più importante dell’incomprensione (per lo più in malafede o frutto di nescienza ) sul suo significato. E, comunque, vale il rischio.

Vorrei invece cogliere l’occasione di questo clima surriscaldato per vedere come esso getti una nuova luce su un altro aspetto, collegato in modo solo apparentemente marginale: il ruolo del padre nella cultura contemporanea. In un’epoca in cui si moltiplicano le comprensibili riflessioni su ‘quel che resta del padre’, sull’evaporazione di questa figura tradizionalmente così centrale per l’ordine sociale e sulle sue conseguenze disgreganti, la presenza del Papa su Twitter, che metaforicamente accetta di offrire la guancia agli sputi, ci apre la possibilità di uno sguardo nuovo sui nostri ruoli quotidiani.

Forse, la nostra immagine di paternità è rimasta troppo legata, anche inconsapevolmente, a un modello veterotestamentario del padre come figura della legge, depositario dell’autorità, titolato alla sanzione. Questo modello si è decisamente liquefatto – in questo le letture contemporanee sono corrette – e non si perde occasione per rimarcarlo nei più diversi contesti. Anche le frasi irriverenti al Papa sono il frutto di questo rifiuto dell’autorità, e dell’ennesima forma di celebrazione rituale della ‘morte del padre’ come autorità e legge, per scongiurare il rischio di un suo ritorno. Ma non è questa la paternità che il Papa intende esercitare. Chiunque abbia dei levitra and alcohol figli sa che, in molti momenti, la sensazione che domina il genitore è quella di impotenza: non possiamo obbligare i figli ad agire in un modo o in un altro, non possiamo vivere al loro posto, non possiamo evitare loro il dolore e le sconfitte. Ed è giusto così: desiderare il contrario sarebbe privarli dell’esercizio della libertà responsabile. E dire «sono tuo padre, dunque si fa così» oggi non serve a molto.

Quello che si può (e si deve fare) è la vicinanza adulta, animata dalla pazienza, dall’accettazione del rischio e dalla speranza: come nella parabola del figliol prodigo e del padre misericordioso, che quando lo lascia andare non sa se il figlio tornerà. Una pazienza che sopporta anche lo scherno, e una presenza che, alla lunga, ne dimostra l’inutilità e l’inapropriatezza. Al grido «vogliamo essere liberi» che i figli esprimono a volte in forma sprezzante, il padre risponde semplicemente e saldamente «ci sono, sono qui, sono con te». Testimoniando con la sua vita ciò che per lui ha valore. Il Papa ci mostra il modello di un padre evangelico e buono, che alla fine rende superfluo, neutralizzandolo, lo scherno. E nello stesso tempo mostra, con l’umiltà di esporsi in un ambiente poco friendly, cioè non necessariamente amico, facendo prevalere il dono della presenza alla protezione di sé, l’infondatezza stessa di tante delle accuse pretestuose. Solo passando dalla povertà dell’umiltà il padre oggi può testimoniare la propria autorevolezza. E, in questo, il maestro è Gesù, che non esitò a umiliare se stesso fino alla morte, disinnescando così qualunque pretesa ‘rivoluzionaria’ della violenza. Impariamo, allora, come si può stare sui social network da un ‘immigrato’, Papa Benedetto, che forse balbetta la lingua della tecnologia, ma certo sa cantare quella dell’amore e, così facendo, riesce a illuminare il senso più profondo dello stesso ambiente digitale.

 Ma, sopratutto, impariamo come essere genitori in un mondo di ‘nativi’ inquieti e spesso sofferenti, che solo la lingua dell’amore possono capire. Perché, come ha scritto Paul Claudel, «Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza».