Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale

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Ecco il corpo centrale del mio intervento all’incontro dei Vescovi responsabili per la comunicazione sociale delle Conferenze episcopali in Europa (CCEE), che si tiene ad Atene dal 3 al 5 novembre e dal titolo Communication as encounter, between authenticity and pragmatism.

Aquí, la versión en Español
* Here below you will also find an abstract in English

Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana: non una opzione, ma un dato di fatto. La rete oggi si presenta come un tessuto connettivo delle esperienze umane. Non uno strumento. Le tecnologie della comunicazione stanno dunque creando un ambiente digitale nel quale l’uomo impara a informarsi, a conoscere il mondo, a stringere e mantenere in vita le relazioni, contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo, guidando e ispirando i comportamenti individuali, familiari, sociali. Per cui «l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (Benedetto XVI). L’evangelizzazione non può non considerare questa realtà.

Vorrei, dunque, qui esporre 6 sfide importanti che la comunicazione digitale pone alla nostra pastorale, considerando, come aveva scritto Benedetto XVI, che «le reti sociali sono alimentate da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo».

1. Dalla pastorale della risposta alla pastorale della domanda

Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione, la cosiddetta information overload. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, cioè riconoscerlo per me importante, significativo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo.

Al tempo dei motori di ricerca, le risposte sono a portata di mano, sono dovunque. Per questo è importante oggi non tanto dare risposte. Tutti danno risposte! “The teacher doesn’t need to give any answers because answers are everywhere” (Sugata Mitra, professore di Educational Technology alla Newcastle University). Oggi è importante riconoscere le domande importanti, quelle fondamentali. E così fare in modo che nella nostra vita resti aperta, che Dio ci possa ancora parlare.

L’annuncio cristiano oggi corre il  rischio di presentare un messaggio accanto agli altri, una risposta tra le tante. Più che presentare il Vangelo come il libro che contiene tutte le risposte, bisognerebbe imparare a presentarlo come il libro che contiene tutte le domande giuste.

La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento spirituale che significa riconoscere tra le tante risposte che oggi riceviamo quali sono le domande importanti, quelle vere e fondamentali. E’ un lavoro complesso, che richiede una grande sensibilità spirituale.

“Non bisogna mai rispondere a domande che nessuno si pone” (Evangelii Gaudium, 155).

La Chiesa sa coinvolgersi con le domande e i dubbi degli uomini? Sa risvegliare i quesiti insopprimibili del cuore, sul senso dell’esistenza? Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze», dunque.

Mi ha colpito il fatto che Papa Francesco, rispondendo a una domanda posta da un giornalista sul volo che da Tel Aviv lo riportava a Roma abbia detto: “

“Non so se mi sono avvicinato un po’ alla sua inquietudine…”

2. Dalla pastorale centrata sui contenuti alla pastorale centrata sulle persone

Oggi sta cambiando anche la modalità di fruizione dei contenuti.

Stiamo assistendo al crollo delle programmazioni… Fino a qualche tempo fa MTV (Music Television) tra i giovani era considerata una emittente di «culto». Adesso sta subendo una crisi o, se vogliamo, una sua trasformazione da quel che era – cioè emittente di una notevole quantità di video musicali introdotti da VJ – in emittente di reality show e serie televisive indirizzate soprattutto al target adolescenziale e ai giovani adulti.

I giovani, infatti, ormai fruiscono la musica da internet e non ci sono più ragioni perché la fruiscano dalla Tv. La Tv è un rumore di fondo, il brusio del mondo. La si lascia parlare… Raramente oggi trova posto nelle camere dei ragazzi. Oggi, inoltre, il vedere implica la selezione, e la possibilità del commento e dell’interazione. E questa possibilità è data da un social network come YouTube.

La fede sembra partecipare di questa logica. Le programmazioni sono sostituite dalle ricerche personali e dai contenuti accessibili sempre in rete.

Il catechismo era una forma per presentare in maniera ordinata, coerente e scandita i contenuti della fede. In un tempo in cui i palinsesti sono in crisi, questa modalità di presentare la fede è in crisi.

Quali sfide tutto questo pone alla fede e alla sua comunicazione? Come far sì che la Chiesa non diventi un container da tenere accesso come un televisore che «parla» senza comunicare?

Una direzione di risposta a questa domanda la troviamo in un passaggio di mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, nel suo intervento al Sinodo dei vescovi sulla Nuova Evangelizzazione: «la gerarchia ecclesiastica, come anche quella politica e sociale, deve trovare nuove forme per elaborare la propria comunicazione, affinché il suo contributo a questo forum riceva un’attenzione adeguata. Stiamo imparando a superare il modello del pulpito e dell’assemblea che ascolta per il rispetto della nostra posizione. Siamo obbligati a esprimere noi stessi in modo da coinvolgere e convincere gli altri che a loro volta condividono le nostre idee con i loro amici, “followers” e partners di dialogo».

La vita della Chiesa è chiamata ad assumere una forma sempre più comunicativa e partecipativa.

3. Dalla pastorale della trasmissione alla pastorale della testimonianza

La vera novità dell’ambiente digitale è la sua natura di social network, cioè il fatto che permette di far emergere non solo le relazioni tra me e te, ma le mie relazioni e le tue relazioni. Cioè in rete emergono non solo le persone e i contenuti, ma emergono le relazioni.

Comunicare dunque non significa più trasmettere ma condividere.

La società digitale non è più pensabile e comprensibile solamente attraverso i contenuti. Non ci sono innanzitutto le cose, ma le «persone». Ci sono soprattutto le relazioni: lo scambio dei contenuti che avviene all’interno delle relazioni tra persone. La base relazionale della conoscenza in Rete è radicale.

Si capisce bene dunque quanto sia importante la testimonianza. È questo un aspetto determinante. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. Pensiamo alle librerie digitali o agli store musicali. Ma gli esempi si possono moltiplicare: si tratta sempre e comunque di quegli user generated contents che hanno fatto la «fortuna» e il significato dei social network.

La logica delle reti sociali ci fa comprendere meglio di prima che il contenuto condiviso è sempre strettamente legato alla persona che lo offre. Non c’è, infatti, in queste reti nessuna informazione «neutra»: l’uomo è sempre coinvolto direttamente in ciò che comunica.

In questo senso il cristiano che vive immerso nelle reti sociali è chiamato a un’autenticità di vita molto impegnativa: essa tocca direttamente il valore della sua capacità di comunicazione. Infatti, ha scritto Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni del 2011, «quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali».

Il documento di Aparecida al n. 145 affermava chiaramente: “La missione non si limita a un programma e a un progetto; no, essa significa condividere l’esperienza dell’avvenimento dell’incontro con Cristo, testimoniarlo e annunciarlo da persona a persona, da comunità a comunità, e dalla Chiesa fino ai confini della terra (cf. At 1,8)”

La fede quindi non solo si «trasmette», ma soprattutto può essere suscitata nell’incontro personale, nelle relazioni autentiche.

Sempre il documento di Aparecida al n. 489, pur essendo stato scritto prima della nascita dei social networks, già affermava: «i siti Internet possono rinforzare e stimolare un interscambio di esperienze e informazioni che intensificano l’esperienza religiosa, fornendo accompagnamento e orientamento”

4. Dalla pastorale della propaganda alla pastorale della prossimità

Evangelizzare, dunque, non significa affatto fare «propaganda» del vangelo. La Chiesa in Rete è chiamata dunque non a una «emittenza» di contenuti religiosi, ma a una «condivisione» del Vangelo.

E per Papa Francesco questa condivisione è larga. Scrive chiaramente: «internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio». Il Papa sembra leggere nella rete il segno di un dono e di una vocazione dell’umanità ad essere unita, connessa.

Rivive, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, «la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (Evangelii Gaudium, 87).

Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014, Papa Francesco ha definito il potere dei «media» come «prossimità.

Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Papa Francesco, parlando ai comunicatori nel 2002, aveva scelto la parabola del buon samaritano, come immagine di riferimento del comunicatore.

5. Dalla pastorale delle idee alla pastorale della narrazione

– Le foto «taggate», «geolocalizzate», collocate nel tempo esatto in cui sono state condivise sono l’album fotografico live della nostra vita.

– I nostri tweets o gli updates dello stato su Facebook e i post dei nostri blog conservano i nostri pensieri, ma anche i nostri stati emotivi.

Le librerie on line e gli altri negozi tengono traccia dei nostri gusti, delle nostre scelte, dei nostri acquisti e a volte anche dei commenti.

I video su YouTube costruiscono per frammenti il film della nostra vita fatto dai nostri video e da quelli che ci piacciono.

Infatti lo streaming della nostra vita non è fatto solo di ciò che immettiamo in Rete ma anche di ciò che «gradiamo», da ciò che ci piace, e che segnaliamo agli altri anche grazie al pulsante like ai nostri followers e ai nostri friends.

L’esperienza condivisa sui social networks è l’opposto di ciò che accadeva ai tempi di Robert Musil che scriveva: «la probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente».

Oggi invece i social networks offrono l’opportunità di rendere più significativa l’esperienza vissuta soggettivamente proprio grazie alla pubblicazione e alla condivisione in una rete di relazioni. Le notizie dei giornali sono invece irrelate a me e dunque, in un certo senso, finiscono per essere percepite come meno «straordinarie» o comunque meno interessanti.

La rete è una opportunità perché narrare in ogni caso è restituire i soggetti della conoscenza alla densità simbolica ed esperienziale del mondo. E oggi è molto alimentato il bisogno di narrazione all’interno di legami e relazioni. La narrazione di rete può essere, sì, individualistica e autoreferenziale, ma può essere anche polifonica e aperta.

Interessante a questo proposito la possibilità di aggregare materiali condivisi su differenti social networks su una piattaforma come Storify che permette l’interconnessione con Twitter, Facebook, Flickr, Youtube,…  e le apre alla condivisione. Alla base è la consapevolezza che ciascuno di noi è un living link. L’interattività è la cifra radicale di questo lifestreaming.

6. Una pastorale attenta all’interiorità e all’interattività

La vita spirituale dell’uomo contemporaneo è certamente toccata dal mondo in cui le persone scoprono e vivono le dinamiche proprie della Rete, che sono interattive e immersive. L’uomo che ha una certa abitudine all’esperienza di internet infatti appare più pronto all’interazione che all’interiorizzazione.

E generalmente «interiorità» è sinonimo di profondità, mentre «interattività» è spesso sinonimo di superficialità. Saremo condannati alla superficialità? E’ possibile coniugare profondità e interattività? La sfida è di grande portata.

Sostanzialmente possiamo constatare che l’uomo di oggi, abituato all’interattività, interiorizza le esperienze se è in grado di tessere con esse una relazione viva e non puramente passiva, recettiva. L’uomo di oggi ritiene valide le esperienze nelle quali è richiesta la sua «partecipazione» e il suo coinvolgimento.

Oggi la profondità si coniuga con una immersione in una vera e propria «realtà virtuale»

Nel web inteso come luogo antropologico non ci sono «profondità» da esplorare ma «nodi» da navigare e connettere tra di loro in maniera fitta. Ciò che appare «superficiale» è solamente il procedere in modo, magari inatteso e non previsto, da un nodo all’altro. La spiritualità dell’uomo contemporaneo è molto sensibile a queste esperienze…

«la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione».

Quale sarà dunque la spiritualità di quelle persone il cui modus cogitandi è in fase di «mutazione» a causa del loro abitare nell’ambiente digitale? Una via per evitare questa perdita consiste nell’evitare di opporre troppo velocemente profondità a interazione, superficialità a interiorizzazione.

La rete non è certo priva di ambiguità e utopie. In ogni caso la società fondata sulle reti di connessione comincia a porre sfide davvero significative sia alla pastorale sia alla comprensione stessa della fede cristiana, a partire dal suo linguaggio di espressione. Le sfide sono esigenti. Il nostro compito lo è altrettanto.

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Summary in English

(by the Communication Office of the Council of European Bishops’ Conferences – CCEE)

logoccee“It is not possible to speak of pastoral issues and communication without understanding the spiritual value of communications technology”, according to Fr Antonio Spadaro SJ, director of the Jesuit journal La civiltà cattolica, speaking at the meeting of European bishops responsible for social communications gathered in Athens.

Spadaro said that the internet “is not a tool” but “an environment and an experience” which “in varying ways is increasingly becoming an integral part of daily life”. It is “a connective web of human experiences” which influences the human person’s modus cogitandi. In fact, in the society of information overload in which we live, “the problem today is not finding the meaningful message but de-coding it, that is, recognising its importance for me, its significance on the basis of the many responses I receive”. At the same time, the internet, also being experience, “is becoming one of the ordinary ways available to humanity to express its spiritual nature”. Hence, the Jesuit said, humankind’s effort “to instill ‘the effect of spiritual functions’ in ‘mechanical instruments’”. And to the sceptics of the digital world, Spadaro responded that “as long as it is said there is need to get away from internet relationships in order to experience real relationships, the schizophrenia will be confirmed of a generation which experiences the digital environment as a purely recreational environment in which a second self is called upon, a dual identity which lives on fleeting banalities, as in a bubble devoid of any physical realism, real contact with the world and with others”. Instead the director of La civiltà cattolica recalled that increasingly part of our life is digital: “we exist on the internet”, hence the idea that “part of our life of faith, too, is digital”.

Therefore it seems legitimate to ask if in the time of search engines where answers are at your fingertips, can the internet be a dimension where it is possible to proclaim and live the Gospel? And, at a time when planning has been replaced by personal research and accessible content again on the internet, is the manner of presentation of the traditional catechism which proposed the content of faith in an ordered and coherent manner, still valid on the internet? According to Spadaro “the Christian proclamation today runs the risk of presenting a message alongside others, a response among so many. More than presenting the Gospel as the book containing all the answers, one has to learn to present it as the book which contains all the right questions”. The real challenge for the Church, Spadaro said, is that of “assuming an evermore communicative and participatory form”, because “to communicate therefore no longer means transmitting but sharing”. In fact, what emerges in the internet “is not just people and content, but relations”. So “today the internet person trusts opinions in the form of witness”. In fact, for Spadaro “the logic of social networks makes us understand better than before that shared content is always strictly linked to the person offering it. In fact, in these networks there is no ‘neutral’ information: the human person is always involved directly in what he or she communicates”. Hence the responsibility of the Christian who lives immersed in social networks to “a very commited authenticity of life”. Summing up, Spadaro said that the Church on the internet “is therefore called not to ‘broadcasting’ of religious content, but to a ‘sharing’ of the Gospel” and the Christian, also a “living link”, is called above all to narrate their own faith “within bonds and relationships” and in a polyphonic and open manner. In fact, Sapdaro concluded, “the human person today believes the experiences in which his or her participation and involvement is required to be valid”.

Digital diplomacy, Social Networks and the Holy See. Interview with Ambassador Nigel Baker

Digital_Diplomacy___Flickr_-_Photo_Sharing_The Social Media Week, an international event dedicated to web, technology, innovation and social media, is underway. A week of encounters and experiences which, from 22 to 26 September, take place simultaneously in 11 cities in the world: London, Berlin, Johannesburg, Los Angeles, Sao Paulo, Sydney, Mumbai, Miami, Rotterdam, Chicago and Rome. A global and a local event, then. The theme is fascinating: Re-imagining human connectivity. At the same time, the Foreign & Commonwealth Office in London is organising a week of events around its global network, as part of a wider programme building the capability of its staff in using digital in communications, service delivery and policy-making.
Furthermore, from 22 to 24 September, the Committee for a reform of Vatican media will be meeting. The commission, which includes also members who are not internal to the Vatican itself , is drawing up a planning and a work method.
In this framework of events, I asked the British Ambassador to the Holy See Nigel Baker some questions, knowing his attention to digital diplomacy.

When and why the British Embassy to the Holy See has decided to establish a significant presence on social media? How did you came up with the idea, and what exactly this presence is made of?

As British Ambassador in Bolivia (2007-11) I had already seen the potential of social media. I had a blog in English and Spanish, mainly aimed at a Bolivian audience but which had readers from right around the world. I realised then that for an embassy with limited resources, social media was an excellent way of getting our messages out to a wider audience, as well as hearing what that interested audience had to say, and responding to it.

Isn’t some discretion linked to diplomatic work? How do you match digital communication and discretion?

Although discretion is still very much a part of any diplomat’s life and work, we must also be communicators, and ensure that what we do is relevant to the changing, dynamic world around us. For example, the British public, which pays for the embassy through its taxes, has a right to know what the British Embassy to the Holy See is doing on its behalf. What I realized in Rome, from the outset, was that there was a real challenge in demonstrating that this was an embassy not just focused on the internal business of the Vatican, but accredited and engaged with the most extensive global network in the world; the Holy See network.

Social media certainly does not respect national boundaries…

Certainly not, it is the tool par excellence of the networked world, is therefore an ideal instrument for communicating with the Holy See globally, breaking down the hierarchies and mystique that unnecessarily surround the Holy See, and setting out our stall on the many issues with which Her Majesty’s Government is concerned in its dealing with the Holy See: from international development to the death penalty, the situation in the Middle East to our mutual concerns in Africa. My colleague in Beirut, Ambassador Tom Fletcher, sets it out very well in his own digital blog, The Naked Diplomat.

Has feedback from the public been positive so far? What did you learn from the replies received?

My initial conviction has certainly been confirmed by the response. My blog, carried on Foreign Office and commercial platforms, is I know read by many people in the Vatican and beyond. We have readers from the Philippines and Australia, India and the United States, as well as the United Kingdom; not an audience I could otherwise have reached. Since 2011, we have worked to make our Twitter account live, dynamic and interesting, and have used it to run a number of events from Q&A sessions to competitions – more than 6,300 followers suggest that it is working.

You talk about texts and readers, what about images? Aren’t they more powerful than a thousand words?

Image is vital to people’s understanding of the Holy See, and so both Twitter and Flickr are wonderful tools for visual communication.

I imagine the digtial platforms are helping you to develop your network of contacts…

We use LinkedIn both as a platform for the blog, as well as for developing a wider range of contacts. None of this is particularly revolutionary, and I have noticed that more embassies to the Holy See have started to follow our lead. It requires some effort, and resource, but I think is well worth it. My whole embassy team is involved.

Nowadays, we start to talk about Digital Diplomacy or eDiplomacy. The Foreign and Commonwealth Office has a strategy in this respect, and defines it as “solving foreign policy problems using the internet”. Could you please tell us a little bit more about this concept?

Some examples, if I may, The Foreign Office (FCO) keeps British nationals informed of essential travel advice updates and crisis information across all its digital channels – monitoring those channels, especially in crisis situations where social media allows us proactively provide those affected with real-time information, and responding to major queries. Ambassadors use social media to explain their work, to extend UK influence and to set the record straight when necessary. The FCO uses digital channels to help reinforce the objectives of major conferences, events and visits, for example carrying out extensive engagement with the Somali Diaspora in the run-up to a Somalia conference hosted by the UK, or the extensive digital engagement around the world during the recent conference on Ending Sexual Violence in Conflict. We have moved our human rights reporting online, allowing us to move to more frequent reporting and to invite comments from the public. The FCO funds projects to promote internet freedom. And last year we hosted a major conference to push forward international work on the future of cyberspace.

An intense activity, which we could define as a wide involvement of people at various levels, from interested citizens to experts…

Indeed. Internet gives us increasing access to people affected – directly and indirectly – by key international issues, and those who are influential in key debates. By listening and engaging with them we get a better understanding of what the issues are and how we can help solve them. We can also involve people more directly in our policy work, for example by crowdsourcing feedback on our Human Rights report. We can reach out to local subject experts via platforms like Twitter and LinkedIn to get a more nuanced view of how (say) trade, energy or social issues impact people differently in different countries. And as I have already mentioned, we can also use the internet to communicate our policy work better so that people can understand why we are doing what we do and how it is helping to deal with those issues. For me, the main question to be asked by any foreign service should not be: do we need to be digital? It should be: can we afford not to be in the digital space? For the UK, the answer is a resounding no.

What are the main advantages you could experience? Did you notice also problems or aspects to improve?

I think the main advantages include access to people with whom traditionally diplomats have not had contact (which can also be a challenge, because inevitably digital engagement means we expose ourselves to a wider world than the once closed “corridors of power”). It gives us a more nuanced understanding of the places, people and issues we are dealing with. An ability to target our messages more accurately, and therefore convey information in more appropriate ways to different audiences. Communication is now a two-way street: we listen as well as we talk, and this helps us to test policy ideas quickly and easily with wide variety of groups. An ability to respond more rapidly to changing events – particularly in a crisis. Again, something that can also be a challenge.

I suppose that listening has an impact on the services offered by your Government. Listening means paying attention to real requirements…

By listening, we can give British Nationals better access to services and transactions delivered by government. This is especially helpful when they are abroad. And it also means we can also use our extensive global network of embassies and other missions in a genuinely universal way. For example, when our team in London working on the death penalty wishes to get a message out to multiple audiences, they know that my embassy is plugging in to a broad, largely Catholic audience. At the same time, they can reach, through our other missions and their digital followers, completely different publics elsewhere. Perhaps for the first time, in this way, diplomacy – if digital is used well – becomes truly global.

I reckon it wasn’t easy to learn a new language, to inhabit the digital environment…

The challenges are real. The FCO is a massive organisation and this is a fast moving and evolving landscape so there will always be areas to improve. It has not always been easy to adapt to a new and more open way of talking about what we do, learning a new language to suit the platforms we are using, understanding better how to engage with people rather than simply broadcast messages. What I learned about my profession when I became a diplomat in 1989 remains relevant, but digital requires also that we do things differently and need to develop new skills – the secrecy and exclusivity of the diplomatic bag no longer applies! We need to develop a distinctive voice on an internet crowded with opinions.

And you need to understand when it is time to write, and the time to remain silent…

Indeed, we need to understand when not to write. Once out, our opinions can never be erased.

The Holy See has also a strong digital footprint and the Holy Father has a presence on Twitter. How do you value this presence?

Pope Francis was very clear in Evangelii Gaudium. If the Church cannot communicate its message, it is moribund. Its raison d’etre is tied up with the Gospel, the Good News, and I emphasise here the “News”. It, too, has to operate across a global network of multiple languages, cultures, ideas and opinions. One of the key difficulties for the Holy See before digital was that, too often, its voice was being interpreted, filtered and sometimes mistranslated by others – the global media – which as intermediaries were often heard more clearly than the original information source. Engaging in digital allows the Holy See to get its voice across directly. For a diplomat accredited to the Holy See, getting the unfiltered message, quickly and succinctly, is invaluable also for us.

Which were your thoughts when Benedict XVI decided to have a presence on twitter?

I was therefore delighted to see the Holy See Twitter experiment begin, and it has clearly been a success. Critics have said that complex messages cannot be transmitted in 140 characters. I think Benedict XVI and now Pope Francis have proved those critics wrong. First of all, the message does not need to be over-complicated. The discipline of paring down what we want to say to its essence is a valuable one – who was it who said that Jesus would have been very at home with Twitter? Secondly, the reach is truly extraordinary. Several languages, millions of followers, and with every tweet re-tweeted the Pope can reach 60 million people in seconds. We were delighted when Pope Francis decided totweet his support for my government’s efforts to end sexual violence in conflict with a tweet that had huge impact with all those involved, from governments to human rights defenders. As a great teacher, Pope Benedict saw the need. As a great communicator, Pope Francis has taken it to another dimension. That will surely continue. There is no going back.

Antonio Spadaro

Diplomazia, Network sociali, Vaticano. Intervista all’Ambasciatore Nigel Baker

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È in corso la Social Media Week, evento internazionale dedicato al Web, alla Tecnologia, all’Innovazione e ai Social Media. Una settimana di incontri ed esperienze che, dal 22 al 26 settembre, si svolge in contemporanea in 11 città del mondo: Londra, Berlino, Johannesburg, Los Angeles, Sao Paulo, Sydney, Mumbai, Miami, Rotterdam, Chicago e Roma. Dunque un evento globale e locale. Il tema è affascinante: Re-immaginare la connettività umana. In contemporanea il  Foreign & Commonwealth Office a Londra sta organizzando una settimana di eventi in tutto il suo network globale, come parte di un programma più ampio per sviluppare la capacità del suo staff di implementare il digitale nella comunicazione, nella fornitura di servizi, nella costruzione di politiche. Inoltre, dal 22 al 24 settembre, in Vaticano si riunisce il Comitato per proporre una riforma dei Media Vaticani. La Commissione, che comprende anche membri non interni al Vaticano stesso, sta elaborando un piano e un metodo di lavoro.

In questo contesto di eventi ho rivolto all’Ambasciatore del Regno Unito presso la Santa Sede Nigel Baker alcune domande, conoscendo la sua attenzione per la diplomazia digitale.

Quando e perché l’Ambasciata britannica presso la Santa Sede ha deciso di avere una presenza significativa nei network sociali? Come è nata l’idea e in che cosa consiste esattamente questa presenza?

Come Ambasciatore britannico in Bolivia (2007-11), avevo già visto il potenziale dei social network. Scrivevo un blog in inglese e spagnolo, maggiormente diretto ad un pubblico boliviano, ma che aveva lettori in tutto il mondo. Mi sono quindi reso conto come, per un’Ambasciata che ha risorse limitate, i social media fossero un modo eccellente di far arrivare i nostri messaggi ad un pubblico più vasto; per ascoltare l’opinione di questo nostro pubblico interessato, e rispondere a loro.

Ma al lavoro diplomatico non è legata anche una certa discrezione? Come si coniuga comunicazione digitale e discrezione?

Nonostante la discrezione faccia ancora molto parte della vita e del lavoro di ogni diplomatico, dobbiamo anche essere dei comunicatori, ed assicurarci che quello che facciamo abbia rilevanza con il mondo in cambiamento e dinamico intorno a noi. Per esempio, il pubblico britannico, che paga per questa Ambasciata attraverso le tasse, ha il diritto di sapere cosa l’Ambasciata Britannica presso la Santa Sede stia facendo per loro conto. Quello che ho capito a Roma fin dall’inizio, era l’esistenza di una sfida reale nel dimostrare che questa era un’Ambasciata focalizzata non solo sugli affari interni del Vaticano, ma accreditata ed impegnata con iI network globale più esteso al mondo: il network della Santa Sede.

E i social network certo non rispettano i confini nazionali…

No, certo, e sono il mezzo par excellence del mondo interconnesso. Proprio per questo sono uno strumento ideale per comunicare con la Santa Sede a livello globale, abbattendo le gerarchie e l’aureola di mistero che inutilmente circonda la Santa Sede; e per delineare il nostro posto sulle molte questioni di interesse al Governo di Sua Maestà nel suo operare con la Santa Sede: dallo sviluppo Internazionale alla pena di morte, dalla situazione in Medio Oriente alla preoccupazione in Africa. Il mio collega a Beirut, l’Ambasciatore Tom Fletcher, lo delinea molto bene nel suo blog, “The Naked Diplomat”.

I feedback del “pubblico” sono stati buoni? Cosa può dedurre dalle risposte che riceve?

La mia convinzione iniziale è stata sicuramente confermata dalla risposta. Il mio blog, pubblicato sulle piattaforme del Foreign Office ed anche commerciali, so che è letto da molte persone in Vaticano ed oltre. Abbiamo lettori dalle Filippine ed Australia, India e Stati Uniti d’America, come anche dal Regno Unito; pubblico che altrimenti non avrei mai raggiunto. Dal 2011, abbiamo lavorato per rendere il nostro canale Twitter vivo, dinamico ed interessante, e lo abbiamo usato per svolgere molti eventi, da sessioni di Q&A a concorsi – più di 6,300 follower suggeriscono che stia funzionando.

Lei parla di testi e di lettori, ma le immagini? Non sono più potenti di molte parole?

Un’immagine è essenziale per una migliore comprensione della Santa Sede alle persone, così sia Twitter che Flickr sono strumenti meravigliosi di comunicazione visuale.

E poi immagino che le piattaforme digitali incrementino i vostri contatti…

Usiamo anche LinkedIn, sia come piattaforma per il blog, ma anche per sviluppare una serie più vasta di contatti. Niente di questo è particolarmente rivoluzionario, ed ho notato che sempre più Ambasciate presso la Santa Sede hanno iniziato a seguire la nostra strada. C’è bisogno di qualche sforzo, di risorse, ma credo ne valga la pena. Tutto il mio team dell’Ambasciata ne è coinvolto.

Oggi si comincia a parlare di “Digital diplomacy” o eDiplomacy. The Foreign and Commonwealth Office ha una strategia al riguardo, e la definisce come “solving foreign policy problems using the internet”. Potrebbe spiegarci meglio questo concetto?

Vorrei fare qualche esempio, se posso. Il Foreign Office tiene i cittadini britannici informati sugli aggiornamenti essenziali per viaggiare all’estero sicuri attraverso i suoi canali digitali. Svolge una azione di monitoraggio di quei canali, specialmente nelle situazioni di crisi, in cui i social media ci permettono di dare informazioni in tempo reale a coloro i quali ne sono coinvolti; rispondendo alle richieste più importanti. Gli Ambasciatori usano i social network per raccontare del loro lavoro, per estendere l’influenza del Regno Unito, per rettificare false informazioni direttamente, se necessario. Il Foreign Office usa i canali digitali per aiutare a rafforzare gli obiettivi di importanti conferenze, eventi, visite, per esempio realizzando un ampio impegno con la Diaspora Somala prima della Conferenza sulla Somalia organizzata dal Regno Unito, oppure la grande partecipazione digitale nel mondo durante il recente Summit globale sulla Fine della Violenza Sessuale nei Conflitti. Abbiamo trasferito online il nostro Rapporto sui Diritti Umani, cosa che ci ha permesso di passare a pubblicare Relazioni più di frequente ed invitare il pubblico a commentare. Il Foreign Office finanzia progetti per la promozione della libertà di internet. Lo scorso anno abbiamo organizzato un’importante conferenza per dare impulso ad un lavoro internazionale sul futuro del cyberspazio.

Una attività intensa che si potrebbe definire di coinvolgimento ampio di persone a vari livelli: dal cittadino interessato fino all’esperto…

Sì, infatti. Internet ci offre crescente accesso alle persone interessate, direttamente e indirettamente, alle questioni principali internazionali, e a coloro i quali sono influenti nei dibattiti che contano. Ascoltando e impegnandosi con loro, abbiamo una comprensione migliore di quale siano le questioni e come possiamo aiutare per risolverle. Possiamo anche coinvolgere le persone più direttamente nel nostro lavoro politico, per esempio assegnando a gruppi esterni il compito di raccogliere reazioni sul nostro Rapporto sui Diritti Umani. Possiamo raggiungere gli esperti di questioni locali attraverso Twitter e LinkedIn, per avere un punto di vista più sfumato su come (ad esempio) commercio, energia o affari sociali possano avere un impatto diverso su persone in paesi differenti. E come ho già accennato, in Rete possiamo comunicare meglio il nostro lavoro politico, così che le persone possano capire perché stiamo facendo ciò che facciamo, e come questo possa aiutare ad affrontare quelle questioni. Per me, la domanda principale che un qualunque servizio estero si deve porre non dovrebbe essere: “Abbiamo bisogno di essere digitali?”. Dovrebbe essere: “Ci possiamo permettere di non essere presenti nello spazio digitale?” Per il Regno Unito , la risposta è un sonoro “no”.

Quali sono i vantaggi principali che avete potuto verificare? Avete notaio anche qualche problema o qualche aspetto da migliorare?

Credo che i vantaggi principali comprendano il raggiungere persone con cui i diplomatici tradizionalmente non avevano contatti. Questa può essere anche una sfida, perché inevitabilmente la presenza digitale implica che ci esponiamo ad un mondo più ampio dei chiusi “corridoi di potere” di una volta. Ci offre una comprensione più sfumata dei luoghi, persone e questioni con cui abbiamo a che fare. La capacità di rivolgere i nostri i messaggi in maniera più accurata. Di conseguenza è possibile trasmettere le informazioni in modo più appropriato a diverse platee. La comunicazione è una strada a due corsie: ascoltiamo oltre che parlare. È proprio l’ascolto che ci aiuta a testare idee politiche più velocemente e facilmente. L’ascolto inoltre ci abilita di rispondere più rapidamente ad eventi che cambiano, particolarmente nelle situazioni di crisi. Di nuovo qualcosa che può anche costituire una sfida.

Questo ascolto ha un effetto sui servizi che offrite, immagino. Ascoltare significa essere attenti alle esigenze reali…

Ascoltando le esigenze, possiamo offrire ai cittadini britannici un accesso migliore ai servizi e transazioni fornite dal governo. E questo è particolarmente utile quando si trovano all’estero. Significa anche che possiamo utilizzare la nostra estesa rete globale di ambasciate ed altre missioni in maniera relamente universale. Per esempio, quando il nostro team di Londra che lavora sul tema della pena di morte vuole inviare un messaggio ad una pubblico variegato, sa che la mia Ambasciata ha accesso ad un vasto pubblico, in larga parte cattolico. Allo stesso tempo, possono raggiungere, attraverso le altre missioni ed i loro follower, platee completamente differenti, ovunque. Forse per la prima volta, in questo modo, la diplomazia diventa realmente globale.

Immagino che non sia stato semplice imparare un nuovo linguaggio, vivere nell’ambiente digitale…

Le sfide sono reali. Il Foreign Office è una solida organizzazione e questo è uno scenario che si muove ed evolve rapidamente; pertanto ci saranno sempre aspetti da migliorare. Non è stato sempre semplice adattarsi ad una nuova e più aperta maniera di parlare di cosa facciamo, imparare un nuovo linguaggio che si addica alle piattaforme sulle quali siamo presenti, capire meglio come coinvolgere le persone invece di trasmettere semplicemente messaggi. Quello che ho imparato sulla mia professione quando sono diventato diplomatico nel 1989 rimane pertinente, ma il digitale richiede anche di fare le cose in modo differente e la necessità di sviluppare nuove abilità – la segretezza ed esclusività della valigia diplomatica non è più in uso! Dobbiamo sviluppare una voce peculiare in una rete internet affollata di opinioni.

E si deve capire quando è il tempo di scrivere e quando è il tempo di tacere…

Certamente, dobbiamo comprendere quando sia meglio non scrivere. Una volta uscite, le nostre opinioni non potranno essere mai cancellate.

Anche la Santa Sede ha una forte presenza digitale e il Santo Padre è presente su Twitter. Come valuta questa presenza? 

Papa Francesco è stato molto chiaro nell’Evangelii Gaudium. Se la Chiesa non riesce a comunicare il suo messaggio, è moribonda. La sua raison d’etre è legata al Vangelo, alla Buona Novella, e sottolineo qui la “Novella”. Allo stesso tempo, deve operare attraverso un network globale di molteplici lingue, culture, idee ed opinioni. Una delle difficoltà principali della Santa Sede prima dell’era digitale è stata che, troppo spesso, la sua voce è stata interpretata, filtrata, e qualche volta tradotta male da altri – i media globali – che, come intermediari, venivano spesso sentiti più chiaramente della fonte originale d’informazione. Impegnarsi nel digitale permette alla Santa Sede di far sentire la sua voce direttamente. Per un diplomatico accreditato alla Santa Sede, ricevere il messaggio non filtrato, rapidamente e in maniera succinta, ha un valore enorme.

Che cosa ha pensato quando Benedetto XVI ha deciso di essere presente su Twitter?

Sono stato quindi lietissimo di vedere l’inizio dell’esperimento della Santa Sede su Twitter. È stato chiaramente un successo. I critici avevano detto che messaggi complessi non possono essere trasmessi in 140 caratteri. Credo che Benedetto XVI e adesso Papa Francesco abbiano dimostrato che le critiche fossero sbagliate. Per prima cosa, il messaggio non deve essere troppo complicato. La disciplina di ridurre ciò che vogliamo dire alla sua essenza è preziosa – chi è stato a dire che Gesù si sarebbe trovato a suo agio su Twitter? In secondo luogo, la portata è realmente straordinaria. Molte lingue, milioni di follower, e con ogni tweet che viene ritwittato, il Papa può raggiungere milioni di persone nel giro di qualche secondo. Siamo stati lietissimi quando Papa Francesco ha deciso di inviare il suo supporto agli sforzi del mio governo di porre fine alla violenza sessuale nei conflitti, con un tweet che ha avuto un enorme impatto su tutti coloro che ne sono coinvolti, dai governi ai difensori dei diritti umani. Come un grande insegnante, Papa Benedetto ha visto il bisogno. Come un grande comunicatore, Papa Francesco lo ha portato su un’altra dimensione. Questo continuerà di sicuro. Non c’è ritorno.

(Antonio Spadaro SJ)

 

 

 

 

 

La risonanza della rinuncia del Papa nelle reti sociali

Riporto qui di seguito l’intervista che mi è stata fatta da Matteo Liut per Avvenire dal titolo Spadaro: «Quegli spazi digitali di meditazione» apparsa il 14 febbraio 2013:

Se Giovanni Paolo II è stato il Papa della diffusione di internet, Benedetto XVI è stato eletto nel momento in cui si sono diffusi ampiamente i social network. Secondo padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, studioso ed esperto della comunicazione digitale, questo è un dato su cui riflettere.

Padre Spadaro, come hanno risposto le reti sociali alla notizia?

C’è un commento, riportato sul sito dell’Huffington Post, che riassume quello che sta succedendo. In un post di questi giorni si nota come il Papa che più di ogni altro si è interessato alla comunicazione digitale abbia «mandato in tilt l’infosfera globale». L’emergere dei social network è stata una sfida importanti con la quale Benedetto XVI ha dovuto confrontarsi. Le parole, i gesti e il magistero di Ratzinger sono stati presenti nella vita dei fedeli in parte anche perché sono stati condivisi – e non solo trasmessi – attraverso i media digitali. La sua figura era già argomento della discussione sociale nei media digitali. L’apertura di un suo profilo su Twitter ha poi dato forma a una sua presenza diretta nella conversazione.

Molte le reazioni positive e negative su Twitter. C’è un atteggiamento che spicca più di altri?

La cosa più evidente è, davanti a una notizia difficilmente digeribile anche per la rete, il forte richiamo alla dimensione iconica, all’uso di immagini. Ad esempio tra gli utenti delle reti sociali è girata la foto del fulmine che ha colpito la cupola di San Pietro, forse perché rende bene il forte impatto del gesto di Benedetto XVI.

Colpisce nella ricerca semantica condotta da Expert System che tra i primi verbi presenti nei tweet sul Papa ci sia «meditare». Cosa ci dice questo dato?

Rileggiamo il messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali dell’anno scorso: il Papa ci ricordava che anche in rete sono possibili spazi di silenzio e di meditazione. Ed è quello che sta avvenendo ora: moltissimi sentono la necessità di riflettere su questo evento play pokies online e cercano anche nelle reti sociali un confronto e degli spunti di meditazione. Di questa spinta io sono testimone nei social network in cui sono presente. Molti mi scrivono post su Facebook, commenti sul mio blog e tweets esprimendo un desiderio di meditare sulla rinuncia del Papa. C’è un diffuso bisogno di capire, di riflettere.

Molti tweet sul Papa, dai toni ironici, facevano riferimento a figure politiche. Come leggere questo dato?

Nei social network esiste una «pancia» fatta di emotività e parte di questa emotività è anche negativa. Non c’è da stupirsi, poiché i social network riflettono ciò che accade nella realtà, cosa pensa la gente. Per tutti i personaggi pubblici, non solo per il Papa, essi sono uno strumento che offre opportunità di condivisione enormi, ma che espone anche a questa «pancia». Semmai bisogna riflettere meglio sul fatto che il Papa resta un grande collettore simbolico di paure, desideri, speranze da parte di milioni di persone. Questo oggi si sta riversando anche nella rete.

Molti tweet paragonavano la situazione attuale a quella riproposta nel film «Habemus Papam». Che significato dare a questo accostamento?

Il riferimento al film è una pista a mio avviso non adeguata, perché in quella pellicola il Papa eletto prova timore davanti a una missione che invece Benedetto XVI ha portato avanti per otto anni. L’attore colpiva per la sua umanità, ma emergeva come un personaggio di Svevo, insomma l’ennesimo «inetto» novecentesco. Invece la scelta di Benedetto XVI, a leggere bene le parole latine del suo annuncio, appare più che una rinuncia, un coraggioso passaggio del testimone. Sembra il gesto di un «uomo vivo» chestertoniano, per rimanere nelle metafore letterarie. Il Papa non è preoccupato per sé e per la sua debolezza, ma per la Chiesa e i doveri del ministero petrino. Davanti a questo evento però la gente ha reagito ricordando le immagini di un film o anche i versi di Dante riferiti a Celestino V, piuttosto che riflettendo sulle parole del Pontefice. Ciò fa riflettere sull’importanza che, come dicevo prima, oggi hanno la dimensione iconiche, le figure, l’immaginario.

Non avrai altro dio fuori del web. La rete telematica, paradossale surrogato della religione

Riprendo qui un articolo di Carlo Formenti apparso sul Corriere della Sera il 12 giugno 2012.

Non ne condivido l’impostazione di fondo ma lo trovo molto utile per pensare. E sono davvero grato della citazione finale…

Nel Novecento filosofi, storici e sociologi si sono a lungo confrontati sulla categoria di secolarizzazione, con la quale si cercava di spiegare come e perché i valori religiosi sopravvivano all’indebolimento della fede, influenzando pratiche e comportamenti sociali anche dopo la loro trasformazione in regole etiche (apparentemente) prive di connotati religiosi. Vedi, in proposito, la tesi di Max Weber che identificava nell’etica dei Paesi a tradizione calvinista il motore dello sviluppo capitalistico.

Nell’epoca attuale, che si vuole postmoderna e pratica il relativismo etico, il concetto si è ristretto, riducendosi banalmente a evocare lo scetticismo (occidentale) nei confronti dei dogmi religiosi. Contro le tesi che attribuiscono alla nostra civiltà un grado elevato e irreversibile di secolarizzazione, c’è però chi sostiene che essa è al contrario inconsapevolmente immersa in uno stato di entusiasmo mistico, «posseduta» da una nuova fede generata dalla tecnica, cioè proprio dalla forza che viene indicata come il più potente agente della secolarizzazione.

Si tratta d’una religione che non ha nome né chiese, ma alla quale non mancano sacerdoti e masse di fedeli. I primi sono quei «profeti» della rivoluzione digitale – ingegneri e informatici, ma anche economisti e sociologi – che da un ventennio predicano l’avvento di una economia «immateriale» in grado di sovvertire il principio di scarsità e generare una prosperità illimitata, di un mondo senza Stati e gerarchie in cui i «cittadini della rete» saranno in grado di autogovernarsi dal basso, di un salto evolutivo verso un’identità «post umana», che consentirà ai nostri discendenti di emanciparsi dai vecchi limiti fisici e mentali: una mutazione destinata a scaturire dalla ibridazione progressiva fra uomini e macchine e dalla loro integrazione in un nuovo tipo di coscienza collettiva.

A rilanciare la riflessione nei confronti di questo credo sono due libri appena usciti: L’ultimo Dio, di Paolo Ercolani (con prefazione di Umberto Galimberti, editore Dedalo, pagine 240, 16), e Homo immortalis, firmato dalla divulgatrice scientifica Nunzia Bonifati e dal teorico dell’informazione Giuseppe O. Longo (editore Springer, pagine XII-283, 24 ).

Il primo analizza il lavoro paradossale di una tecnica che, da un lato, «erode il trono di Dio» appiattendo sul presente la nostra esperienza (e quindi neutralizzando la prospettiva escatologica), dall’altro, si appropria del ruolo della produzione di senso, impedendo all’umanità di divenire soggetto e non più oggetto della storia.

 Il secondo si concentra sulla fascinazione di un discorso tecnologico che promette – grazie al «miglioramento» eugenetico della specie e alle pratiche di ibridazione uomo-macchina – di realizzare in questo mondo il grande annuncio che la religione proiettava nell’al di là, e cioè la definitiva sconfitta della morte.

Anche chi condivida questi argomenti, tuttavia, non può esimersi dal sollevare un dubbio: non rischiamo di attribuire dignità di religione a un’ideologia che, in fondo, riguarda un pugno di «visionari» tecnofili? E se di religione si tratta, dove sono le masse di fedeli evocate poco sopra? Eppure non è difficile rispondere: come altro definire le centinaia di milioni di utenti di Facebook, Twitter, iTunes e altri social network che accettano di sottostare agli editti di Zuckerberg e altri «sommi sacerdoti», che detengono il potere di cambiare le loro vite modificando pochi parametri? Il Gruppo Ippolita, un collettivo libertario autore dell’ebook Nell’acquario di Facebook (fra qualche mese verrà pubblicato anche in cartaceo), lo chiama default power , e aggiunge un altro convincente argomento: come non definire religiosa la fede cieca, comune ad anarco-capitalisti e hacker, cyberliberisti di destra, come Zuckerberg, e di sinistra, come Assange, nella bontà dell’informazione come dispensatrice di verità e libertà, in barba a tutte le prove che dimostrano come ci troviamo piuttosto di fronte a nuovi strumenti di manipolazione di massa?

In conclusione: non è difficile capire perché intellettuali cattolici di punta come il direttore di «Civiltà Cattolica», padre Antonio Spadaro, si impegnino a riflettere sulle implicazioni teologiche di Internet: non è semplice curiosità intellettuale, ma lotta per contrastare l’ascesa di un rivale che, almeno in Occidente, potrebbe rivelarsi più pericoloso dell’islam.

 

Cyberteologia. Intervista di Fabio Colagrande per la Radio Vaticana

Cliccare qui per l’intervista AUDIO  (durata: 26 minuti ca.)

“Oggi la grande sfida per la Chiesa non è imparare a usare il web per evangelizzare, ma vivere e pensare bene – anche la fede – al tempo della rete”. E’ il punto di partenza del saggio “Cyberteologia” (Ed. Vita &Pensiero), appena pubblicato da Antonio Spadaro sj, direttore della rivista La Civiltà Cattolica. “Oggi, grazie agli smart-phone e ai tablet, la nostra vita è sempre ‘on-line’ e la rete cambia il nostro modo di pensare e comprendere la realtà. Perciò, mi chiedo, come cambia la ricerca di Dio al tempo dei motori di ricerca? Chi è il mio prossimo all’epoca del web? Sono possibili la liturgia e i sacramenti sulla rete? ”.

Secondo p. Spadaro, sostenitore della spiritualità della tecnologia, “proprio nella rete Cristo chiama l’umanità ad essere più unita e connessa”. E questa concezione dei mezzi di comunicazione appartiene alla tradizione della Chiesa. “Quando nel 1931 Pio XI benedisse, in latino, i macchinari della Radio Vaticana – ricorda Spadaro – sottolineò che comunicare le parole apostoliche ai popoli lontani, attraverso l’etere, era un modo per essere uniti a Dio in un’unica famiglia”. Un’intuizione profonda, per l’epoca, che vedeva nella tecnologia della radio non un modo per trasmettere contenuti, fare propaganda, ma un mezzo per creare relazioni, un’unica grande famiglia di credenti. “Potremmo quasi dire – aggiunge Spadaro – che papa Ratti avesse già compreso pienamente la logica dei social networks”.

L’autore prescinde dalle critiche ai social networks, molto frequenti, non solo nel mondo cattolico. “Si tratta di ambienti, in cui si può vivere bene o male – spiega il direttore de La Civiltà Cattolica – dipende dalla qualità delle persone che li frequentano”. “Al di là di ogni considerazione – conclude – va valutato che su Facebook ci sono più di cinquecento milioni di persone, e quindi, soprattutto la Chiesa, non può non esserci. E’ un dato che fa appello alla nostra moralità”. Di fronte al pregiudizo, duro a morire, di una Chiesa nemica del progresso, Spadaro lancia un’ulteriore provocazione: “proprio noi credenti siamo chiamati a dare al mondo un contributo di lettura teologica del fenomeno della rete, far capire le vere potenzialità di questo ambiente (a cura di Fabio Colagrande).

Cliccare QUI per l’intervista AUDIO  (durata: 26 minuti ca.) e QUI per la pagina della Radio Vaticana relativa all’intervista. 

Cyberteologia: l’indice del LIBRO

Ecco di seguito l’indice del libro:

 

  • Premessa 9
  • Internet tra teologia e tecnologia 15 Internet e la vita quotidiana 16 La leggerezza dei dispositivi 17 Una ri-forma mentis 19 La spiritualità della tecnologia 23 Linguaggio informatico e intelligenza della fede 28 Salvare, convertire, giustificare, condividere… 29 Che cos’è la cyberteologia? 32
  • L’uomo decoder e il motore di ricerca di Dio 37 La capacità di ascolto della musica come ambiente 37 Il mixaggio dell’obbedienza 39 Il supermarket della fede 40 L’uomo decoder e i contenuti ‘orbitali’ 41 Il vangelo e le merci 43 La ricerca di senso non è motorizzata 44
  • Corpo mistico e connettivo 49 La rete è un luogo ‘caldo’ 49 Chi è il mio ‘prossimo’? 51 Dov’è il mio ‘prossimo’? 53 Una Chiesa ‘liquida’? 55 Una Chiesa ‘hub’? 57 Tralci di vite o fili di rete? 61 L’apertura di un’«isola di senso» 63 Autorità, gerarchia e network 66 I contenuti passano dentro le relazioni 69
  • Etica hacker e visione cristiana 73 Chi sono gli hacker? 73 Lo sforzo giocoso della creazione 75 Il surplus cognitivo e la questione dell’autorità 78 La cattedrale e il bazar 80 La Rivelazione nel bazar 83 Il dono al tempo della rete: peer-to-peer o face-to-face? 85 Il dono dato gratis 88 Il surplus della grazia e il surplus cognitivo 91
  • Liturgia, sacramenti e presenza virtuale 95 Dal microfono sull’altare alla preghiera dell’avatar 95 Ci sono sacramenti in internet? 97 Il networking è esperienza di comunione? 100 La liturgia e la sua ‘riproducibilità tecnica’ 101 L’evento liturgico: tra presenza virtuale e interfaccia grafica 105 La logica dello schermo 109 Il testo ‘galleggiante’ e la resistenza liturgica 110 Realtà ‘aumentata’ e sacramento 113 I problemi e le sfide: l’uomo in rete desidera pregare 115
  • Le sfide teologiche dell’‘intelligenza collettiva’ 119 Pierre Lévy: come pensare l’‘intelletto collettivo’? 120 «Ciò che fu teologico diventa tecnologico» 121 Pierre Teilhard de Chardin e il cammino verso la noosfera 123 Un sistema nervoso planetario 126 Un «Centro distinto irradiante nel cuore di un sistema di centri» 128 Una rete ‘eucaristica’ 130 Un’intelligenza convergente 132
  • Bibliografia133
  • Indice dei nomi 145

Cyberteologia: IL LIBRO

Cari amici, oggi è uscito Cyberteologia. Pensare la fede al tempo della rete (Milano, Vita e pensiero, 2012, pp. 150, euro 14). Ecco di seguito la presentazione editoriale:

Motori di ricerca, smartphone, applicazioni, social network: le recenti tecnologie digitali sono entrate prepotentemente nella nostra vita quotidiana. Ma non solo come strumenti esterni, da usare per semplificare la comunicazione e il rapporto con il mondo: esse piuttosto disegnano uno spazio antropologico nuovo che sta cambiando il nostro modo di pensare, di conoscere la realtà e di intrattenere le relazioni umane. A questo punto, la domanda che Antonio Spadaro si pone e ci pone è: la rivoluzione digitale tocca in qualche modo la fede? Non si deve forse cominciare a riflettere su come il cristianesimo deve pensarsi e dirsi in questo nuovo paesaggio umano? Forse, egli risponde, è giunto il momento di considerare la possibilità di una ‘cyberteologia’, intesa come intelligenza della fede (intellectus fidei) al tempo della rete. Non si tratta però, semplicemente, di cercare nella rete nuovi strumenti per l’evangelizzazione o di intraprendere una riflessione sociologica sulla religiosità in internet. Si tratta piuttosto – e qui sta la pionieristica novità di Spadaro – di trovare i punti di contatto e di feconda interazione tra la rete e il pensiero cristiano. La logica della rete, con le sue potenti metafore, offre spunti inediti alla nostra capacità di parlare di comunione, di dono, di trascendenza. E, dal canto suo, il pensiero teologico può aiutare l’uomo in rete a trovare nuovi sentieri nel suo cammino verso Dio. È un territorio ancora inesplorato, nel quale Spadaro entra con indiscusso background teologico e grande competenza tecnica, ma soprattutto con spirito di fiducia nella capacità del cristianesimo e della Chiesa di essere presenti là dove l’uomo sviluppa la sua capacità di conoscenza e relazione. La rete è un contesto in cui la fede è chiamata a esprimersi non per una mera ‘volontà di presenza’, ma per una connaturalità del cristianesimo con la vita degli uomini. La sfida, dunque, non è come ‘usare’ bene la rete, ma come ‘vivere’ bene al tempo della rete.

Quanta voglia di eternità in un tweet! Ben oltre il narcisismo…

Il 20 dicembre scorso ho letto su L’Osservatore Romano la seguente riflessione di Cristian Martini Grimaldi. Penso che oggi servano riflessioni si questo tipo, capaci di oltrepassare la lettura superficiale o tecnica dei gesti che compiamo nell’ambiente digitale, e di valutarli nella loro profondità. Il titolo già dice molto: Quanta voglia di eternità in un tweet! Il bisogno di parlare di se stessi in internet non è solo sintomo di narcisismo. Aggiungo solamente che nel luglio del 2010 su La Civiltà Cattolica e poi su questo blog affrontato il tema di twitter e la sapienza spirituale. La riflessione prosegue…

L’uomo ha bisogno di eternità e ogni altra speranza per lui è troppo breve, troppo limitata, ha detto il Papa rivolto ai capi di Stato e di Governo partecipanti al G20 di Cannes, ma sembra dar voce ai milioni di giovani (e non) che hanno trovato nell’uso delle piattaforme comunicative del web l’altare da cui con altri mezzi e altre parole rendere concreta la speranza di eternizzarsi attraverso un costante update delle loro esistenze.

Un vero e proprio atto di fede che crea l’illusione della “vita eterna” è infatti implicito proprio nell’utilizzo copioso degli strumenti di “eternizzazione dell’Io” quali i vari Facebook, Twitter e blog personali. L’io costantemente aggiornato su supporti effimeri ed eterei come quelli del web, vagabondo in un mondo virtuale, sembra la perfetta immagine di quell’anima che molti in preda ai conformismi omologanti della deriva secolarizzatrice misconoscono quando non addirittura sbeffeggiano come il frutto di pura e datata superstizione.

Invece queste anime moderne che si dannano per un barlume di spazio pubblico alla costante ricerca di attenzione e visibilità credono di seguire semplicemente lo spirito dei tempi declinato con narcisismo e autoreferenzialità.

Eppure in tutto questo auto-display non richiesto di biografie e privacy non si può non scorgere un disagio interiore nei confronti di una società che ha messo in sordina qualunque personale ricerca di verità ultraterrena, in ultimo la ricerca del connubio con Dio. Sono foto, post, video personalissimi ma non sono altro che scelte obbligate al fine di trascendere spazio e tempo ed eternizzare il proprio ricordo agli altri, perché il contesto culturale in cui sono cresciuti ha trascurato qualunque appetito di eternità e orizzonte di infinito e di ricerca spirituale. Questa comunità di fedeli virtuali va cercando questo orizzonte lì proprio dove invece pensa di negarlo, credendosi e sentendosi al passo con i tempi, tempi che tale ricerca di infinito hanno appunto apparentemente ripudiato.

Non si legge una diversa finalità di intenti tra le parole esplicite del Papa e quelle solo balbettate attraverso dichiarazioni simboliche (likes, uploads, foto messe in comune) da parte dei milioni di utenti dei vari social network del mondo. Sono tutti all’affannosa ricerca di un riconoscimento immediato che la loro esistenza così apparentemente minuscola, così superficialmente insignificante possa contare su una complicità comunitaria tale da renderla meno effimera.

Gli utenti traducono il loro desiderio di assoluto con i mezzi che la modernità mette loro a disposizione. Se un tempo ci si ritirava in comunità isolate in monasteri inaccessibili per sottrarsi al mondo e dedicarsi all’intimo connubio col Divino, massima aspirazione di eternità spirituale, oggi in milioni percorrono la stessa direzione solo con strumenti e attraverso canali differenti solo apparentemente a tutt’altro fine diretti.

È impossibile infatti non riconoscere in quei “a cosa stai pensando?“ negli “aggiorna stato”, “aggiorna foto”, “aggiorna video”, in quelle innumerevoli opzioni di costante registrazione e diffusione di stati d’animo, condivisione di umori, pensieri, “filosofeggiamenti” quotidiani, una fisiologica necessità di trovare nell’altro un testimone, una ragione, infine una legittimazione ultima alla propria esistenza, una giustificazione che vada oltre la mera e precaria presenza individuale, in ultimo un percorso di ricerca di un al di là che non sia più effimero e virtuale, ma eterno.

 

Pio XI: il Papa che aveva intuito la dinamica dei social network

Abbiamo festeggiato quest’anno gli 80 anni della Radio Vaticana. Una cosa che sembra balzare evidente in questa storia è l’atteggiamento del papa Pio XI nel momento in cui firma i Patti Lateranensi l’11 febbraio del ’29. Ben poco a questo Papa interessava il territorio vero e proprio. La Città del Vaticano è grande 0,44 km quadrati. Il motivo per averlo era semplice e lo esplicitò lo stesso 11 febbraio in un discorso ai parroci di Roma dicendo che la sovranità territoriale era necessaria «non conoscendosi nel mondo, almeno fino ad oggi, altra forma di sovranità vera e propria se non appunto territoriale». Se ce ne fosse stata un’altra credo che l’avrebbe scelta.

Ciò che però il Papa desiderava davvero era la ferrovia e la Radio. Soprattutto la Radio, comprendo che il territorio della Chiesa è il mondo e che solo i media potenti e globali – allora la Radio – avrebbero dato la vera «sovranità» alla Chiesa. E per questo chiamò Marconi, l’inventore. Lo Stato può essere anche piccolissimo, ma serve perché attraverso di esso è possibile avere una stazione e una radio indipendenti.

E’ necessario soprattutto prestare attenzione alle parole con le quali Pio XI benedisse gli strumenti della Radio. Eccole: benedic hanc machinarum seriem ad etheris undas ciendas ut apostolica verba cum longinquis etiam gentibus communicantes, in unam tecum familiam congregemur. E cioè: «Benedici questa serie di macchine che servono a trasmettere nelle onde dell’etere affinché comunicando le parole apostoliche anche ai popoli lontani siamo riuniti con te in un’unica famiglia». Che cosa si intuisce “dentro” queste parole? Che Pio XI aveva già in mente le comunità virtuali mediate dalla tecnologia… Infatti mentre poi il fascismo intenderà la Radio come l’espansione delle adunate di ascolto del duce, la Radio Vaticana pretende, diciamo così, di parlare al cuore, alle persone immaginando «un’unica famiglia», appunto. E dunque mettendo un medium globale a servizio delle relazioni e non della propaganda, cioè dei contenuti. In questa benedizione i contenuti sono finalizzati alla relazione. E questa oggi è la logica dei social networks che, comunicando contenuti, saldano relazioni. Pio XI, pensando alla radio aveva in mente un network sociale probabilmente perché considerava un modello di relazioni reali più che il modello del mero broadcasting radiofonico. E in questo modo ha, tra l’altro, indicato una strada per comprendere il senso di una radio ai nostri giorni..

Il 12 febbraio 1931, quindi, Pio XI lanciava il suo primo radiomessaggio Qui arcano Dei. Lo fece in latino perché, come ricorda il card. Confalonieri, «il latino era lingua universale della Chiesa». Dunque non un motivo formale, ma un motivo di universalità, di globalità. Si tratta di un messaggio bellissimo che si rivolge prima «a tutto il creato» (e innanzitutto alle cose!), poi «a Dio» (cioè: sta usando la radio per rivolgersi a Dio, per pregare!), poi «ai cattolici» e poi a tutti gli uomini per categorie… E così disse:

A tutto il Creato

«Essendo, per arcano disegno di Dio, Successori del Principe degli Apostoli, di coloro cioè la cui dottrina e predicazione per divino comando è destinata a tutte le genti e ad ogni creatura (Mt., 28, 19; Mc., 16, 15), e potendo pei primi valerci da questo luogo della mirabile invenzione marconiana, Ci rivolgiamo primieramente a tutte le cose e a tutti gli uomini, loro dicendo, qui e in seguito, con le parole stesse della Sacra Scrittura: «Udite, o cieli, quello che sto per dire, ascolti la terra le parole della mia bocca (Deut., 32, 1). Udite, o genti tutte, tendete l’orecchio, o voi tutti che abitate il globo, uniti in un medesimo intento, il ricco e il povero (Ps – XLVIII, 1) – Udite, o isole, ed ascoltate, o popoli lontani » (Is., 49, 1).

A Dio

E sia la Nostra prima parola: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà (Lc., 2, 14). Gloria a Dio, che diede ai nostri giorni tale potere agli uomini (Mt., 9, 8) da fare giungere le loro parole veramente sino ai confini della terra (Ps. XVIII, 5; Rom., 10, 18); e pace in terra, dove siamo i Rappresentanti di quel divino Redentore Gesù (2 Cor., 5, 20), che venendo annunziò la pace, la pace ai lontani e la pace ai vicini (Ef., 2, 17), pacificando nel Sangue della Sua Croce, sia le cose che stanno sulla terra, come quelle che sono nei cieli (Col., 1, 20).

E’ possibile leggere in messaggio per intero nel sito vatican.va