Manuale di cyber-attacco contro Papa Francesco

INTRODUZIONE — Date un’occhiata a questo tweet. Leggetelo perché adesso c’è bisogno di raccontare una storia nei dettagli.

Questa è la descrizione di una vicenda illuminante e che fa capire come funziona in rete la strategia dell’opposizione anti-papale che, pur se piccola è molto rumorosa. Ne hanno dato conto in maniera ampia Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi qui. Questa mia invece è solo la modesta descrizione di un caso concreto di attacco indiretto (di cui sono stato oggetto) ma interessante per capire le dinamiche concrete di un trolling che nasce in ambiti che si definiscono cattolici.

Dunque: date un’occhiata a questo tweet:

4oeohtzw

CAPITOLO UNO —Perché la prima regola del manuale anti-Francesco è quella di creare una narrativa, una storia. Ma prima di narrare la storia bisogna raccontare un antefatto costituito da questo tweet. Un antefatto sempre omesso dalla storia dei detrattori del Pontefice, ma fondamentale per capire il vero senso della storia.

L’antefatto è quel tweet appena citato. Che cosa dice? Eccolo in traduzione: “Chi ha bisogno di Gesù quando uno ha Tony Spadaro e @Pontifex? È come Grima Lingua di Verme e Saruman”.

Perché è stato scritto? E che c’entro io? È stato scritto perché ero intervenuto su Twitter alcune volte per dire che Amoris Laetitia è un documento magisteriale di grande importanza.

Ovviamente quello è un tweet irrispettoso e offensivo, come ben sanno gli estimatori del Signore degli Anelli, soprattutto verso il Santo Padre identificato come il “cattivo”. E ovviamente contro il sottoscritto definito “Lingua di Verme”. Ecco l’immagine a cui  quel tweet fa riferimento…

Dunque: chi è il verme? Occorre tenerlo bene in mente per capire la storia: secondo il tweet del “Professor Pownd” sono io!

Per risponde a quell’offesa nei miei confronti in maniera leggera e ironica ho semplicemente postato dal mio account Twitter un fotogramma proprio di Lord of the rings che ritrae una scena che riguarda Wormtongue (Lingua di Verme) e senza alcun commento. Quindi in realtà l’accusa di essere un verme era rivolta a me e la mia risposta ironica era rivolta al “Professor Pownd”. Punto. Fine della storia vera. Ma adesso comincia quella più interessante, quella finta.

img_1729

CAPITOLO DUE — A questo punto qualcosa è accaduto. Qui comincia la narrativa degli oppositori di Francesco. Per questo ricostruisco la vicenda: è da manuale e può servire per capire meglio come funziona l’informazione “post-veritativa” dell’opposizione anti-papale.

Dicevo: a questo punto qualcosa è accaduto. Qualcuno si è inventato (cioè l’ha immaginato, l’ha pensato, gli è venuto in mente…) che quel tweet si riferisse a uno dei 4 cardinali che hanno espresso i loro dubia. La storia finta comincia qui. Perché lo ha fatto? Chiedetelo a chi ha pensato questa irriverente comparazione, che non sono certo io. Addirittura si comincia a dire che io avrei scritto contro un cardinale specifico. Se ne fa persino il nome! Ovviamente nulla di tutto questo si trova nel mio tweet. Ma così deve essere per far cominciare la storia finta.

Nell’ambito di certe cerchie anti-Francesco che sono in rete funziona una tecnica da manuale: uno scrive una cosa e poi altri account seguono ripetendola alla lettera in continuazione cercando di farla diventare “virale”. A volte funziona, a volte no. Siamo a quello che qualcuno ha chiamato la “post-verità che si basa sullo spargimento di odio e diffamazione: bugie e mezze verità costruite ad arte e diffuse da un esercito di simpatizzanti. È la tecnica del trolling organizzato che assalta l’avversario fino a intasarne gli spazi di discussione e soprattutto la pazienza.

In questo incappano però anche brave persone, che restano turbate dalla “propaganda” e, almeno nel mio caso, mi scrivono tweet e mail accorate pregando per il mio ravvedimento. Sono persone che “cadono nella rete”, diciamo così, in buona coscienza. Ma in realtà è impossibile giudicare la coscienza in questo caso in termini generali. Alcuni trolls possono sentirsi in buona coscienza a combattere la loro crociata contro quello che gli viene additato come il “nemico”. La strategia consiste nell’identificare un target, un obiettivo preciso: il nemico.

Quando mi sono accorto della manipolazione ho cancellato quel tweet per evitare che altri continuassero a dare libero corso ai commenti bassi e volgari. Ed erano tutte persone che si presentavano come difensori dell’ortodossia cattolica, purtroppo. Ma non è stato sufficiente cancellare quel tweet. Anzi.

CAPITOLO TRE — La notizia falsa è arrivata saltando da un post all’altro, da un tweet all’altro, a uno dei più critici di Francesco negli Stati Uniti, Ross Douthat, che scrive editoriali per il New York Times. Queste voci sono approdate a una grande testata, dunque. Io con un semplice tweet ho fatto presente a Douthat che aveva scritto una cosa falsa inviando il tweet che rivela che la “lingua di verne” ero io. A Douthat è bastato il mio tweet: per quanto critico, anche nei miei confronti, ha capito l’errore oggettivo. Si è scusato e ha corretto il suo post on line. Bisogna sempre verificare le fonti!

img_1736Si può sbagliare ma poi ci si corregge. Douthat l’ha fatto. I blog del sottobosco ultraconservatore no. Chiaro che parliamo di standard differenti. Ma colpisce come una testata quale First Things non abbia avuto il coraggio di ammettere che era stata tratta in inganno. Ciascuno è responsabile degli standards di qualità che offre.

Ma la cosa non finisce qui. La CNN mi chiede una opinione su quel che sta accadendo. E io la concedo tranquillamente. Questo manda in delirio l’esercito del trolls. E quindi si passa a una seconda fase più virulenta.

CAPITOLO QUATTRO — Qualcuno nota che io ho re-twittato il tweet di un account @hablafrancisco che desta curiosità. Il tweet diceva che l’espressione “4 Cardinali” suona come il titolo di una banda di rock & roll degli anni ’60. Parte la curiosità per questa cosa e qualcuno tenta di violare l’account. L’account era semplicemente uno dei miei 3, anche se sottoutilizzato e lasciato parcheggiare. Parte nuovamente la macchina del fango per dire che sotto c’ero io che volevo mimetizzarmi sotto un account fasullo e anonimo. Da qui parte un’altra macchina del fango e altri simpatici epiteti esornativi. E si ripete la stessa tattica passo dopo passo. Si genera un’altra storia: quella dell’account fasullo e anonimo. Mentre era semplicemente il… mio!

Se avessi voluto davvero “nascondermi” non l’avrei re-twittato. Ovvio. E poi “nascondermi” per cosa? Quella citata era una battuta di una mia amica americana: non capisco bene la mancanza di rispetto. Commentava non l’agire dei cardinali ma l’espressione “4 Cardinali” così come veniva riportata da tanti blogs come una specie di tic. Certo se paragonata all’offesa al Santo Padre  del primo tweet (e di tanti altri del sottobosco antipapale) può essere considerata una battuta simpatica (e tale era, voleva essere…). E invece no: ecco lo scandalo a scopo strumentale. Curioso che uno degli scandalizzati, il noto Raymond Arroyo, abbia postato subito dopo una foto del cardinal Dolan mentre balla con alcune subrette in un palcoscenico, ma questo già che provocare costernazione tra il suo pubblico ha provocato esultanza. 

fullsizerender

Non c’è forse qualcosa di strano? 

CAPITOLO CINQUE — La cosa passa in Italia a scoppio ritardato e di riciclo, come spesso in questi casi. E questa volta avviene grazie a Marco Tosatti, che si fa collettore di questo genere di storie. Tosatti semplicemente ricopia (citandolo) uno dei vari blog americani aggiungendo qualche nota ironica personale. Poi cerca di spargere la voce inviando ossessivamente lo stesso tweet per ben 15 volte di seguito dal suo account. Interessante notare pure a chi lo invia: da militanti antipapali ai responsabili più ufficiali della stampa vaticana. Faccio presente (gentilmente) al dott. Tosatti che è caduto nell’errore di Douthat e gli cito il primo tweet. Resto perplesso anche davanti a una cosa: lui, signore settantenne, dà a me, signore cinquantenne, del “giovanile”. Questa cosa dice molto della nostra Italia e di un errore generazionale. Ma questa è un’altra storia…

Lui mi risponde subito. E mi dice questo:fullsizerender_1

“A me è ignoto…”. Senza alcun problema Tosatti ammette che non sa nulla della vicenda e non capisce la mia obiezione! Aveva solamente dato retta e prestato voce italiana a uno dei blog americani antipapali che hanno fatto da “eco” alla notizia falsa. Ciascuno è responsabile dei propri standard qualitativi. Poi a Tosatti fa eco un’altra fonte di pensiero ostile al Pontefice in maniera più o meno celata (La Nuova Bussola Quotidiana) e dopo altri ancora che non hanno verificato le fonti ma che si sono prestati a fare da cassa di risonanza ricopiando tali e quali le stesse informazioni nella galassia troll nostrana.

CAPITOLO SEI — Un’altra cosa interessante riguarda la notizia che il Papa sarebbe fuori di sé  per i “dubbi” dei 4 cardinali su Amoris Laetitia. Edward Pentin ha scritto che Francesco lo è, secondo le sue fonti. Lo stesso giornalista mi invia una serie di domande alle quali mi intima di rispondere “per evitare che la mia non risposta sia riportata come non risposta”. Le domande contengono accuse dirette, eco di quelle sparse dal sistema organizzato dei “trolls”. Ovviamente non rispondo. Ma rifletto sul fatto che mi vien da sorridere quando sento che il Papa è “fuori di sé” dalla rabbia quando accadono queste cose. Davvero sorrido quando leggo questi commenti. Per fare arrabbiare Bergoglio ci vuole ben altro. E non sono certamente queste le cose che lo turbano! Le sue vere preoccupazioni sono pastorali. Lo turba la povertà, l’ingiustizia, il martirio dei cristiani, la violenza, ma non certo queste critiche, E poi ha dovuto affrontare ben altro nella vita per essere turbato da queste cose…

CAPITOLO SETTE — Qual è la morale della storia? Qualcuno ha provato a strumentalizzare la questione dei dubbi dei quattro cardinali per alzare la tensione e creare divisone nella Chiesa. La strategia mediatica è partita subito dopo che i dubia dei Cardinali sono stati resi pubblici e consegnati alla stampa. Non c’era stata grande reazione se non in alcuni circoli. Quindi qualcuno ha pensato bene di creare più rumore possibile per richiamare l’attenzione.

Che cosa ci fa capire questa strategia? Proprio il ricorso alla diffamazione e alla strumentalizzazione, a mio avviso, fa capire tre cose.

— La prima è che l’azione di Francesco è efficace e tocca le corde giuste che reagiscono vivacemente. Mette il dito nella piaga.

— La seconda cosa è che “gli spiriti si esprimono”, come direbbe Bergoglio. Il clima di odio e di provocazione è sempre segno del cattivo spirito che nulla ha a che fare con il Vangelo. Cosi si può fare discernimento con facilità! Se tutto fosse apparentemente tranquillo sarebbe peggio.

— La terza è che quelli ostili a Francesco sono gruppi autoreferenziali che non reggono il dibattito aperto e sereno ma cercano un nemico e vi si abbattono contro, facendosi eco l’un l’altro. Alcuni siti sono un copia incolla acritico. Per non parlare di alcuni account Twitter. Ma queste sono cose note… 

CAPITOLO OTTO — Come uscire da questa impasse? Con la pazienza. Ci vuole tanta pazienza. E confidare nel processo in corso. Gli attacchi fanno parte del processo e sono inevitabili.

CAPITOLO NOVE — Ma le posizioni critiche verso Francesco sono tutte così? Cominciamo a dire che tutti i Papi hanno avuto opposizioni e critiche anche feroci. Basta fare anche adesso un giro in rete per vedere quante volte e con quale aggressività san Giovanni Paolo II ha dovuto subire critiche volgari e pesanti da chi lo riteneva un eretico aperturista. Ho visto un sito che raccoglieva oltre 100 affermazioni ritenute eretiche del Pontefice santo. Quindi niente di nuovo sotto il sole. Ma no, non tutte le posizioni critiche verso Francesco sono così. Alcune sono quelle amate dal Pontefice, cioè sono critiche non polemiche o strumentali, ma che aprono a un dialogo vero e pacato, non provocatorio. Quelle che servono.

*

N.B. Ho ripreso qui anche alcune riflessioni emerse nell’intervista che ho dato ad Austin Iveregh per la testata Crux e che è possibile leggere qui

«Amoris Laetitia es obviamente un acto de magisterio». Mi conversación con el cardenal Schönborn

immagine-k12g-u107095816044700c-1024x576lastampa-itQui in  Italiano. Here in English 

Conversar con el cardenal Christoph Schönborn, arzobispo de Viena, supone crear un espacio de reflexión que exige atención y serenidad. La lucidez de sus reflexiones va siempre de la mano de su profundidad espiritual. En este sentido, se corresponde bien con el carisma de la Orden de Predicadores y que resume el lema de Santo Tomás de Aquino, contemplata aliis tradere, “comunicar a los otros las realidades contempladas”. Y eso precisamente fue nuestra conversación: una transmisión, un intercambio, no de una serie de abstractas tesis intelectuales o escolásticas, sino de unos razonamientos que han encontrado su confirmación en la oración. El tono y el ritmo de la conversación reflejan también esta misma dimensión contemplativa.

Algunos hablan de “La Alegría del Amor” como de un documento menor, de una opinión personal del Papa Francisco (por decirlo así), sin pleno valor magisterial. ¿Qué valor posee esta exhortación? ¿Es un acto de magisterio? Esto parece evidente, pero es bueno aclararlo en estos tiempos, para evitar que algunas voces que sostienen lo contrario puedan crear confusión entre los creyentes.

Es obviamente un acto de magisterio: es una exhortación apostólica. Está muy claro que el Papa está ejerciendo aquí su papel de pastor, de maestro y profesor de la fe, después de haber consultado los dos sínodos sobre la familia. Y sin duda hay que decir que se trata de un documento pontificio de gran nivel, un verdadero magisterio de sacra doctrina, que nos remite a la actualidad de la palabra de Dios. La he leído muchas veces, y siempre que lo hago percibo la delicadeza de su composición y cada vez mayor cantidad de detalles repletos de enseñanza.

No faltan pasajes en la exhoratación que demuestran clara y decisivamente su valor doctrinal. El tono y el contenido de lo que se dice permiten reconocer la intención del texto —por ejemplo, cuando el Papa escribe: “Pido con urgencia…”, “Ya no podemos seguir diciendo…” “He querido presentar a toda la Iglesia…” y así sucesivamente—. “La Alegría del Amor” es un acto del magisterio que permite que la enseñanza de la Iglesia se haga presente y relevante en el mundo de hoy. Al igual que leemos el Concilio de Nicea a la luz del Concilio de Constantinopla y el Concilio Vaticano I a la luz del Concilio Vaticano II, tenemos que leer las previas afirmaciones del magisterio sobre la familia a la luz de las aportaciones que hace “La Alegría del Amor”. Eso nos permitirá dilucidar vívidamente la distinción entre la continuidad de los principios doctrinales y la discontinuidad de las perspectivas y reconocer aquellas expresiones que estuvieron condicionadas históricamente. Esta es la función que corresponde al magisterio vivo: interpretar verazmente la palabra de Dios, ya sea escrita o recogida por la tradición.

¿Le han sorprendido algunas cosas? ¿Y ha habido otras que le hayan movido a la reflexión? ¿Ha habido pasajes que ha tenido que pararse a leer varias veces?

Lo que me sorprendió muy gratamente fue la metodología. En este ámbito de la realidad humana, el Santo Padre renovó esencialmente el discurso de la Iglesia en las páginas de su exhortación apostólica “La Alegría del Evangelio”, como también lo hizo la constitución pastoral “Gaudium et Spes” del Concilio Vaticano II, que esboza ya los principios doctrinales y las reflexiones sobre el ser humano que hoy en día siguen en constante evolución. Hay aquí una profunda apertura para asumir la realidad.

¿Diría usted que esta perspectiva, tan abierta a la realidad, y también a la fragilidad, puede perjudicar la fortaleza de la doctrina?

Rotundamente no. El gran desafío del Papa Francisco es precisamente demostrar que esta perspectiva, por ser capaz de comprender y estar transida de benevolencia y de confianza, no causa daño alguno a la fortaleza de la doctrina. Por el contrario, esta perspectiva forma parte de los pilares de la doctrina. Francisco entiende la doctrina como el “hoy” de la Palabra de Dios, la Palabra encarnada en la historia, y la predica mientras va escuchando las preguntas que surgen por el camino. Lo que rechaza es esa actitud de encerrarse en discursos abstractos, impropios de quien vive y da testimonio de encuentro con el Señor que nos cambia la vida. Esa abstracta y doctrinaria perspectiva que domestica algunas declaraciones para imponerlas a una élite, y olvida que si cerramos los ojos a nuestro prójimo, también nos estamos volviendo ciegos a Dios, como dijo Benedicto XVI en “Deus caritas est”.

A uno le llama la atención esa insistencia del Papa en “La Alegría del Amor” de que la familia no es una realidad preconcebida y perfecta. Entonces ¿por qué tendemos a ser tan excesivamente idealistas cuando hablamos sobre las relaciones matrimoniales? ¿Es quizá un idealismo romántico que corre el riesgo de pecar de platónico?

La misma Biblia describe la vida familiar no como un ideal abstracto, sino como lo que el Santo Padre llama “un proceso dinámico” (AL 122 y 113). Los ojos del Buen Pastor miran a las personas, no a las ideas que pretenden justificar a posteriori la realidad de nuestra esperanza. La distancia que existe entre estas concepciones teóricas y el mundo en el que la Palabra se encarna, nos lleva a desarrollar “una fría moral de escritorio” (AL 312). A veces hemos hablado del matrimonio de forma tan abstracta que pierde todos sus atractivos. El Papa habla muy claro: la familia no es una realidad perfecta, porque está formada por pecadores. La familia en un proceso en camino. Creo que esta es la piedra angular de todo el documento. Y me parece que esta manera de mirar las cosas no tiene nada que ver con el secularismo, con el aristotelismo opuesto al platonismo. Creo más bien que es realismo bíblico, el modo de mirar a los seres humanos que nos brinda la Escritura.

Tal como escuchó de los propios Padres sinodales, el Papa es consciente del hecho de que no podemos seguir hablando de las personas en categorías tan abstractas ni condicionar la praxis concreta a la generalidad de una norma.

Respecto a los principios, la doctrina sobre el matrimonio y los sacramentos es clara. Y el Papa Francisco la ha expuesto una vez más con gran claridad. Respecto a la disciplina, el Papa toma en consideración la infinita variedad de situaciones concretas y afirma que no podemos esperar una nueva serie de normas, a modo de ley canónica, que pueda ser aplicable a todos los casos. En cuanto a la praxis, dada la complejidad de las situaciones y de las familias afectadas, el Santo Padre dice que lo que sí es posible es un nuevo y decidido esfuerzo para asumir el responsable discernimiento personal y pastoral que exigen los casos concretos. Hay que tener en cuenta que, “puesto que el grado de responsabilidad no es el mismo en todos los casos, las consecuencias o los efectos de una norma no necesariamente deben ser siempre los mismos” (AL 300). Añade, muy claramente y sin ambigüedad alguna, que este discernimiento alcanza también a “la disciplina sacramental, puesto que el discernimiento puede reconocer que en una situación particular no hay culpa grave” (AL 300, nota al pie 336). Y especifica también que “la conciencia de las personas debe ser mejor incorporada en la praxis de la Iglesia” (AL 303), especialmente en “conversación con el sacerdote, en el fuero interno” (AL 300).

Después de esta exhortación, ya no tiene sentido preguntar si, en general, todas las personas divorciadas que se han vuelto a casar pueden o no pueden recibir los sacramentos.

La doctrina de fe y costumbres existe—la disciplina basada tanto en la sagrada doctrina como en la vida de la Iglesia—y existe también la praxis, que está determinada tanto por la persona como por la comunidad. “La Alegría del Amor” se sitúa en el plano concretísimo de la vida de cada persona. Hay aquí una evolución, claramente expresada por el Papa Francisco, en la percepción que la Iglesia tiene de las circunstancias condicionantes y atenuantes, circunstancias que son características de nuestra propia época:

La Iglesia posee una sólida reflexión acerca de los condicionamientos y circunstancias atenuantes. Por eso, ya no es posible decir que todos los que se encuentran en alguna situación así llamada «irregular» viven en una situación de pecado mortal, privados de la gracia santificante. Los límites no tienen que ver solamente con un eventual desconocimiento de la norma. Un sujeto, aun conociendo bien la norma, puede tener una gran dificultad para comprender «los valores inherentes a la norma» o puede estar en condiciones concretas que no le permiten obrar de manera diferente y tomar otras decisiones sin una nueva culpa. Como bien expresaron los Padres sinodales, «puede haber factores que limitan la capacidad de decisión» (AL 301).

Pero estas orientaciones ya estaban contenidas de algún modo en el famoso Nº. 84 del “Familiaris Consortio” de San Juan Pablo II, que Francisco cita varias veces, como cuando dice: “Los pastores, por amor a la verdad, están obligados a discernir bien las situaciones” (FC 84; AL 79).

San Juan Pablo II distinguió, en efecto, una gran variedad de situaciones. Supo ver una diferencia entre quienes han tratado sinceramente de salvar su primer matrimonio y fueron abandonados sin justificación y quienes han destruido un matrimonio canónicamente válido con grave culpa por su parte. Y habla luego de aquellos que afrontan un segundo enlace con la intención de sacar adelante a sus hijos y que están subjetivamente seguros en conciencia de que el primer matrimonio, ya irreparablemente roto, nunca fue válido. Cada una de estas situaciones debe ser objeto de una valoración moral distinta.
Hay realmente muchos puntos de partida diferentes para ir hacia esa participación cada vez más profunda en la vida de la Iglesia a la que todos estamos llamados. Juan Pablo II presupone ya implícitamente que no podemos decir de forma simplista que cualquier caso de una persona divorciada que se vuelve a casar equivale a una vida en pecado mortal, apartada de la comunión de amor entre Cristo y la Iglesia. Ya entonces se estaba abriendo la puerta a una comprensión cada vez mayor, mediante el discernimiento de las diversas situaciones que no son objetivamente idénticas y gracias a la valoración responsable del fuero interno.

Por eso tengo la impresión de que esto es un paso más en la evolución de nuestra comprensión de la doctrina.

La complejidad de las situaciones familiares, que hoy es mucho mayor de lo que era habitual en nuestras sociedades occidentales hace solo unas décadas, ha hecho necesario mirar esta complejidad con mayor matización. Hoy mucho más que en el pasado, la situación objetiva de una persona no lo dice todo de esa persona en cuanto a su relación con Dios o con la Iglesia. Esta evolución nos obliga a repensar qué queremos decir cuando hablamos de situaciones objetivas de pecado. Y eso lleva implícito que también evolucione paralelamente nuestra comprensión y el modo de expresar la doctrina.

Francisco ha dado un paso importante al obligarnos a clarificar algo que había permanecido implícito en “Familiaris Consortio”: el vínculo entre la objetividad de una situación de pecado y la vida de gracia en relación con Dios y con su Iglesia, y —como consecuencia lógica—la concreta imputabilidad de pecado. El cardenal Ratzinger explicó en los años 90 que ya no podemos hablar automáticamente de una situación de pecado mortal en el caso de nuevas uniones maritales. Me acuerdo de haberle preguntado al cardenal Ratzinger en 1994, con motivo de la publicación por parte de la Congregación para la Doctrina de la Fe de un documento sobre personas divorciadas y casadas de nuevo: “¿Es posible que la vieja praxis que conocimos antes del concilio y que dábamos por segura, sea todavía válida?” Porque ahora esto abría la posibilidad, discerniendo en el fuero interno con nuestro confesor, de recibir los sacramentos, dado que no habría motivo de escándalo.” Su respuesta fue muy clara, respondió precisamente lo mismo que el Papa Francisco afirma: no hay una norma general que pueda cubrir todos los casos particulares. La norma general puede ser muy clara, pero es igualmente claro que esta no puede abarcar exhaustivamente todos los casos.

El Papa afirma que “en algunos casos”, cuando una persona está en situación objetiva de pecado—pero sin sentirse subjetivamente culpable o sin ser totalmente culpable—es posible vivir en gracia de Dios, amar y crecer en la vida de gracia y caridad, recibiendo para ello la ayuda de la Iglesia, incluyendo los sacramentos, también la Eucaristía, que “no es un premio para los perfectos, sino un generoso remedio y un alimento para los débiles.” ¿Cómo puede esta afirmación integrarse en la doctrina tradicional de la Iglesia? ¿Supone esto una ruptura con lo que se había dicho en el pasado?

Considerando la perspectiva del documento, creo que un punto fundamental en la elaboración de “La Alegría del Amor” es que todos nosotros—no importa a qué abstracta categoría podamos pertenecer—estamos llamados a pedir misericordia y a anhelar la conversión: “Señor, yo no soy digno de que entres en mi casa…” Cuando el Papa Francisco habla en una nota a pie de página sobre la ayuda que dan los sacramentos en algunos supuestos de situaciones irregulares, lo hace a pesar de que el problema —que es importante en sí mismo— ha sido formulado de un modo incorrecto cuando se teoriza y también a pesar de que algunos prefieren tratarlo en dircursos generalizadores antes que por medio del discernimiento individual del cuerpo de Cristo, al que todos y cada uno de nostros estamos obligados.

Con extraordinaria perspicacia, el Papa Francisco nos pide que meditemos sobre 1 Cor 11:17-34 (AL 186), que es el pasaje más importante sobre la comunión eucarística. Esto le permite resituar el problema y colocarlo precisamente allí donde San Pablo lo coloca. Es un modo sutil de marcar una hermenéutica diferente para dar respuesta a las preguntas más acuciantes. Hay que entrar en las dimensiones prácticas de la vida para “discernir el Cuerpo”, mendigando misericordia. Es posible que a alguien que lleve una vida acorde con las normas le falte discernimiento y, como Pablo dice, “come y bebe su propia condenación”.

Nos dirigimos a los sacramentos como mendigos, como aquel rcaudador de impuestos que, en la parte de atrás del templo, no se atreve a levantar los ojos. Es posible que, en ciertos casos, quien está en situación objetiva de pecado pueda recibir la ayuda de los sacramentos. El Papa nos invita no solo a valorar las circunstancias externas (que tienen su propia importancia) sino también a preguntarnos a nosotros mismos si de verdad sentimos esa sed de su perdón misericordioso, de modo que podamos corresponder mejor al dinamismo santificador de la gracia. No podemos pasar de la regla general al caso particular teniendo solo en cuenta las cuestiones formales.

Pero alguien podría preguntar: ¿y qué significa exactamente “en algunos casos”? ¿No se podría hacer una especie de inventario para aclararlo?

Así correríamos el riesgo de caer en una casuística abstracta. Y algo todavía más serio: correríamos el riesgo de crear —incluso si en la norma se incluyen excepciones— un “derecho” a recibir la Eucaristía en una situación objetiva de pecado. Creo que el Papa nos está pidiendo aquí, por amor a la verdad, que apliquemos el discernimiento en cada caso concreto, tanto en el fuero interno como en el externo.

Por favor, acláreme esto: el Papa Francisco habla aquí de una “situación objetiva de pecado”. Obviamente, no se refiere a quien haya recibido una declaración de nulidad de su primer matrimonio y que luego se casó, ni tampoco a aquellos que hayan logrado vivir juntos “como hermano y hermana” (su caso podría ser irregular, pero no viven de hecho en una situación objetiva de pecado). En consecuencia, el Papa se refiere aquí a quienes no han logrado realizar objetivamente nuestro concepto de matrimonio y transformar su modo de vida de acuerdo con esa exigencia. ¿Es así?

Así es, en efecto. Precisamente por su amplia experiencia de acompañamiento espiritual, cuando el Santo Padre habla de “situaciones objetivas de pecado” no se detiene en los tipos de casos que se describen en el nº 84 de Familiaris Consortio. Hace referencia de un modo mucho más amplio a “ciertas situaciones que no realizan objetivamente nuestra concepción del matrimonio. Hay que alentar la maduración de una conciencia iluminada” y reconocer “el peso de condicionamientos concretos”. (AL 303).

La conciencia juega un papel crucial

Ya lo creo:
“Esa conciencia puede reconocer no sólo que una situación no responde objetivamente a la propuesta general del Evangelio. También puede reconocer con sinceridad y honestidad aquello que, por ahora, es la respuesta generosa que se puede ofrecer a Dios, y descubrir con cierta seguridad moral que esa es la entrega que Dios mismo está reclamando en medio de la complejidad concreta de los límites, aunque todavía no sea plenamente el ideal objetivo” (AL 303).

“La Alegría del Evangelio,” “La Alegría del Amor”… Parece que el Papa Francisco quisiera insistir en la cuestión de la alegría. ¿por qué cree usted que es así? ¿Es necesario hablar hoy de la alegría? ¿Corremos el riesgo de perderla? ¿Quizá porque la misericordia es molesta? ¿Quizá porque estamos preocupados por la inclusión? Qué tipo de miedos despiertan las palabras del Papa en algunos? ¿Se podría explicar esto?

El llamamiento a la misericordia apunta a la necesidad de salir de nosotros mismos para practicar la misericordia y obtener a cambio la misericordia del Padre. La Iglesia de “La Alegría del Evangelio” es la Iglesia que se atreve a salir de sí misma y salir de uno mismo puede generar miedos. Tenemos que salir fuera de nuestras preconcebidas seguridades, para que así podamos reencontrarnos en Cristo. El Papa Francisco nos toma de la mano para llevarnos en la dirección correcta del testimonio y de la fe. Quiere mostrarnos un encuentro capaz de cambiar nuestra vida, un encuentro de amor que tendrá lugar solo si somos capaces de salir al encuentro de los demás.
La conversión pastoral busca continuamente esa presencia de Dios que sigue actuando hoy. Esa presencia suscita alegría, la alegría del amor. El amor es exigente; pero no hay alegría más grande que el amor.

Antonio Spadaro, S.J. es director de La Civiltà Cattolica. El cardenal Christoph Schönborn es arzobispo de Viena y presidente de la Conferencia Espiscopal Austriaca. Una versión más amplia de esta entrevista se publicó en italiano en La Civiltà Cattolica.

(Traducción para America en español: Juan V. Fernández de la Gala)

Qui in  Italiano. Here in English 

In Albania beatificato p. Giovanni Fausti. Civiltà Cattolica ne pubblica gli scritti “profetici”

coverNell’elenco di 38 martiri uccisi sotto il regime comunista in Albania figura anche padre Giovanni Fausti (1899-1946) e i suoi compagni. Saranno tutti beatificati il 5 novembre 2016 nella piazza davanti alla cattedrale di Santo Stefano a Scutari. Il 21 settembre 2013 Papa Francesco si era recato in Albania per il suo quarto viaggio internazionale dopo quelli in Brasile, Terra Santa e Corea. La popolazione del «Paese delle Aquile» ha molto sofferto nella sua storia, e soprattutto nelle seconda metà del Novecento per la rigidissima dittatura comunista di Enver Hoxha iniziata nel 1944 e finita con la morte del dittatore nel 1985. La Costituzione albanese era l’unica a contenere l’ateismo pratico. Sono state distrutte oltre 1800 chiese, e molte altre sono state trasformate in cinema, teatro, sale da ballo.

Rimane impressa nella memoria l’immagine del grande viale che conduce alla piazza Madre Teresa, luogo nel quale il Pontefice ha celebrato la Messa davanti a tanti cattolici, ma anche a tanti musulmani, venuti per essere presenti all’evento. Lungo il viale si succedevano grandi striscioni con l’immagine dei martiri che hanno dato la vita per testimoniare la loro fede. Tra questi volti quello del p. Fausti, missionario e precursore del dialogo islamico-cristiano. E l’Albania è l’unico Paese europeo a maggioranza musulmana.

padre_giovanni_faustiIl p. Fausti scriveva sulla Civiltà Cattolica e, come risulta dal diario delle «consulte» (cioè la riunione di redazione) della rivista, fu lo stesso Pio XI a commissionare alcuni articoli sul tema dell’islàm. Il Pontefice era convinto che si fosse fatto poco per avvicinare i musulmani. Riteneva necessario studiarne a fondo la lingua, la religione, i costumi, il loro modo di pensare. È per rispondere a questa richiesta che, negli anni Trenta, si muovono gli interventi della Civiltà Cattolica su questo tema. La loro redazione (tra il 1931 e il 1935) non fu affidata a un uomo di «laboratorio», cioè a uno studioso professore esperto di questi temi, né a un redattore stabile della rivista, ma a un uomo di «frontiera», un gesuita che nelle sue pagine definisce se stesso come un «umile missionario in terra d’Islam», il quale aveva non solamente una solida competenza nella materia, ma conosceva anche direttamente il mondo e la cultura islamica. P. Fausti era un convinto sostenitore del «Vangelo dialogante», inculturato nella fede e nella cultura del popolo. P. Fausti pagò con la vita la propria fedeltà al popolo albanese: fu fucilato dai comunisti la mattina del 4 marzo 1946 nei pressi del cimitero cattolico di Scutari.

A distanza di quasi ottant’anni dalla redazione degli articoli di p. Fausti, voluti da Pio XI, Papa Francesco ha visitato la terra albanese. Essa è stata la prima dell’Europa a ricevere una visita del Pontefice. E certamente questa scelta non è stata casuale. Il Papa delle «periferie» per entrare in Europa il Papa delle «periferie» ha scelto un Paese candidato all’ingresso nell’Unione europea, e dunque non ancora in essa integrato. Ma Francesco ha scelto l’Albania soprattutto perché le confessioni religiose presenti nel Paese, tutte oppresse sotto la dittatura, hanno imparato a convivere bene insieme: musulmani (sunniti e bektashi) e cristiani (ortodossi e cattolici). L’Albania smentisce quanti usano la religione per alimentare i conflitti. Il messaggio di p. Fausti, dunque, torna a farsi attuale.

Nel suo primo discorso pubblico in terra albanese presso il Salone dei ricevimenti del Palazzo Presidenziale Francesco ha subito affermato uno dei motivi principali del suo viaggio: «Mi rallegro in modo particolare per una felice caratteristica dell’Albania, che va preservata con ogni cura e attenzione: mi riferisco alla pacifica convivenza e alla collaborazione tra gli appartenenti a diverse religioni. Il clima di rispetto e fiducia reciproca tra cattolici, ortodossi e musulmani è un bene prezioso per il Paese e acquista un rilievo speciale in questo nostro tempo nel quale, da parte di gruppi estremisti, viene travisato l’autentico senso religioso e vengono distorte e strumentalizzate le differenze tra le diverse confessioni, facendone però un pericoloso fattore di scontro e di violenza, anziché occasione di dialogo aperto e rispettoso e di riflessione comune su ciò che significa credere in Dio e seguire la sua legge».

Con decisione e chiarezza Francesco ha proseguito: «Nessuno pensi di poter farsi scudo di Dio mentre progetta e compie atti di violenza e sopraffazione! Nessuno prenda a pretesto la religione per le proprie azioni contrarie alla dignità dell’uomo e ai suoi diritti fondamentali, in primo luogo quello alla vita e alla libertà religiosa di tutti!». I riferimenti alla situazione che viviamo in Medio Oriente sono chiari. Di fronte a una religione strumentalizzata, l’esperienza albanese dimostra invece che «la pacifica e fruttuosa convivenza tra persone e comunità appartenenti a religioni diverse è non solo auspicabile, ma concretamente possibile e praticabile. La pacifica convivenza tra le differenti comunità religiose, infatti, è un bene inestimabile per la pace e per lo sviluppo armonioso di un popolo. È un valore che va custodito e incrementato ogni giorno, con l’educazione al rispetto delle differenze e delle specifiche identità aperte al dialogo ed alla collaborazione per il bene di tutti, con l’esercizio della conoscenza e della stima gli uni degli altri. È un dono che va sempre chiesto al Signore nella preghiera. Possa l’Albania proseguire sempre su questa strada, diventando per tanti Paesi un esempio a cui ispirarsi!».

Il Pontefice ha ribadito questo pensiero incontrando i leaders delle altre religioni e denominazioni cristiane e immaginando la libertà religiosa, adesso di recente acquisita, come uno «spazio comune» che deve essere «un ambiente di rispetto e collaborazione che va costruito con la partecipazione di tutti, anche di coloro che non hanno alcuna convinzione religiosa». Francesco ha individuato due atteggiamenti che possono essere utili nella promozione di questa libertà fondamentale.

«Il primo – ha affermato – è quello di vedere in ogni uomo e donna, anche in quanti non appartengono alla propria tradizione religiosa, non dei rivali, meno ancora dei nemici, bensì dei fratelli e delle sorelle. Chi è sicuro delle proprie convinzioni non ha bisogno di imporsi, di esercitare pressioni sull’altro: sa che la verità ha una propria forza di irradiazione. Tutti siamo, in fondo, pellegrini su questa terra, e in questo nostro viaggio, mentre aneliamo alla verità e all’eternità, non viviamo come entità autonome ed autosufficienti, né come singoli né come gruppi nazionali, culturali o religiosi, ma dipendiamo gli uni dagli altri, siamo affidati gli uni alle cure degli altri. Ogni tradizione religiosa, dal proprio interno, deve riuscire a dare conto dell’esistenza dell’altro».

Il secondo atteggiamento è «l’impegno in favore del bene comune. Ogni volta che l’adesione alla propria tradizione religiosa fa germogliare un servizio più convinto, più generoso, più disinteressato all’intera società, vi è autentico esercizio e sviluppo della libertà religiosa. Questa appare allora non solo come uno spazio di autonomia legittimamente rivendicato, ma come una potenzialità che arricchisce la famiglia umana con il suo progressivo esercizio. Più si è a servizio degli altri e più si è liberi!». Il Papa ha invitato dunque le persone credenti in Dio a guardarsi attorno, a vedere quanti sono i bisogni dei poveri, e quanto le nostre società debbano ancora trovare cammini «verso una giustizia sociale più diffusa, verso uno sviluppo economico inclusivo». Gli uomini e donne ispirati dai valori delle proprie tradizioni religiose possono offrire un contributo insostituibile. Ed è proprio questo un terreno particolarmente fecondo anche per il dialogo interreligioso. Dunque: il dialogo si fa non discutendo sulle idee, ma facendo insieme qualcosa per il bene di tutti.

Rileggendo le parole di p. Fausti alla luce di quelle di Francesco, si scopre una lezione forte e una voce chiara anche per i nostri giorni. Le intuizioni sul dialogo tra islam e cristianesimo, teorizzate da questo uomo di frontiera oltre che martire, possono essere un terreno privilegiato per cementare il dialogo interreligioso, anche oggi, specialmente alla luce del pontificato di Francesco. Il volume che raccoglie i suoi scritti su cristianesimo e islam, considerando gli anni nei quali furono scritti, fanno parte di un capitale di sapienza che può aiutarci a vivere meglio il momento presente con tutte le sue tensioni e le sue sfide.

Papa Francisco: la alegría y las condiciones de vida en común

0,,18936356_303,00Lo que hay de común en los tres documentos más importantes del Papa Francisco — la exhortación apostólica Evangelii Gaudium, (La alegría del Evangelio), la encíclica Laudato Si, (sobre el cuidado de la casa común) y la exhortación Postsinodal Amoris Letitia, (sobre el amor en la familia) — es el tema de la alegría que aparece en distintas formas: gaudium, laudatio, letitia y esta alegría está vinculada a la idea de las condiciones de vida en común: la comunidad eclesial, el medio ambiente y la familia. Esta alegría se origina en la experiencia del encuentro con Jesucristo, “la alegría interna que llama y atrae a las cosas celestiales y a la propia salud de su alma, aquietándola y pacificándola en su Criador y Señor” (Ignacio de Loyola). La alegría del evangelio debe llegar a cristianos y no cristianos porque todo el mundo tiene el derecho de recibir el Evangelio, de allí que todos los cristianos estén permanentemente en una dinámica de salida hacia los demás. Otro núcleo fundamental de la enseñanza de Francisco es el discernimiento pues gracias a este se puede iluminar la realidad concreta de cada vida, este es un proceso que nos lleva a ser dóciles en el Espíritu, que nos invita a actuar con amor y misericordia en cada situación particular. Finalmente la preocupación del Papa es la de recontextualizar la doctrina al servicio de la misión pastoral de la Iglesia. La doctrina debe interpretarse en relación con el centro del Kerygma cristiano y a la luz del contexto pastoral en la que se aplica para la salus animarum.

J. M. Bergoglio sulla poesia: ha dimora di carne e peso di ali non ancora spiegate in volo

2014_03_27_18_06_19Il 19 settembre 2016 è morto p. Osvaldo Pol, gesuita argentino e poeta.

L’allora rettore del Colegio Máximo San José era p. Jorge Mario Bergoglio. Fu lui a scrivere una prefazione breve a una raccolta di sue poesie dal titolo De destierros y moradas.

In questo breve intervento il futuro Papa Francesco, ispirato dalla poesia del confratello, dà una definizione della parola poetica che colpisce per densità.

— Qui è riprodotto il testo di p. Bergoglio tradotto in italiano, a seguire l’originale e quindi alcune poesie di Osvaldo Pol.

PREFAZIONE DI P. JORGE MARIO BERGOGLIO
Padre Osvaldo Pol, gesuita, ex alunno e oggi professore, ha scritto quasi tutti questi sonetti qui, a casa sua. Alcuni sono già stati pubblicati, altri appaiono per la prima volta.

Le facoltà di Filosofia e Teologia sono liete di presentare questo libro di sonetti dove, in linguaggio poetico, si esprime la sapienza teologica, che è il frutto più apprezzato dalla Compagnia di Gesù nel suo impegno accademico.

Può sembrare paradossale che un poeta parli, con linguaggio della terra, di esiliati dalla terra. Può sembrare paradossale ma non lo è, perché la parola poetica ha dimore di carne nel cuore dell’uomo e – al tempo stesso – sente il peso di ali che ancora non hanno spiccato il volo. Arduo dilemma, questo, che santa Teresa esprime poeticamente e misticamente: “Com’è duro quest’esilio!”.

San Miguel, 20 giugno 1981, nel cinquantenario del Colegio Máximo San José

Jorge Mario Bergoglio, S.I.

Rettore

img_0683

PROLOGO DEL P. JORGE MARIO BERGOGLIO

El Padre Osvaldo Pol, jesuita, ex-alumno y actual profesor, escribió casi todos estos sonetos en esta, su casa. Algunos fueron ya publicados, otros aparecen por primera vez.

Las Facultades de Filosofía y Teología se alegran en presentar este libro de sonetos donde, en lenguaje poético, se expresa la sabiduría teológica, que es el fruto más valorado por la Compañía de Jesús en su esfuerzo académico.

Parece paradójico que un poeta hable, con lenguaje de la tierra, de destierros. Parece paradójico pero no lo es, porque la palabra poética tiene moradas de carne en el corazón del hombre y -a la vez- siente la pesantez de una alas que todavía no han remontado su vuelo. Trabajoso dilema éste que expresa mística y poéticamente Santa Teresa: «qué duros estos destierros!»

San Miguel, 20 de junio de 1981, en el cincuentenario del Colegio Máximo de San José

Jorge Mario Bergoglio, S. J.

Rector

PREFACE OF FR. JORGE MARIO BERGOGLIO

Father Osvaldo Pol, Jesuit, former student and today professor, has written almost all these sonnets here, at his home.  Some are already published, others appear for the first time.

The faculty of Philosophy and Theology are pleased to present this book of sonnets where, in poetic language, theological wisdom is expressed, which is the fruit most appreciated by the Society of Jesus in his academic commitment.

It can seem paradoxical that a poet speaks, with the language of the land, of the exiles of the land.  It can seem paradoxical but it is not, because the poetic word has dwellings of flesh in the heart of man and—at the same time—it feels the weight of wings that have not yet taken flight.  Arduous dilemma, this, that St Therese expressed poetically and mystically: «How hard is this exile!»

San Miguel, June 20, 1981, the fiftieth anniversary of the Colegio Máximo San José

Jorge Mario Bergoglio, S. J.

de-destierros-y-moradas-osvaldo-pol-13679-mla3026927018_082012-f

POESIE DI OSVALDO POL

Sólo una muerte. Sólo una vida

Sólo una muerte para tanta vida.
Sólo una noche sosegada y larga
para abarcar los días con su carga
de ansiedad y memoria sostenida.

Nos bastará una sola muerte erguida
sobre la luz que envuelve y aletarga.
Sólo una muerte aséptica y amarga
para esta fiebre que cabalga henchida,

para esta libertad irrefrenable,
para esta guerra a que la sangre llama,
para este ardido viaje de la suerte,

para este grito tenso, inabarcable,
para este hambre que devora y clama…
Sólo una vida para tanta muerte.
La vida, la vida es

¿Por dónde puede la mañana asirse
y describir su vuelo la esperanza?
¿Por qué caminos la inquietud alcanza
la patria de la paz donde abatirse?

Sueñan los sueños cómo al viento unirse
y arribar a una lenta playa mansa.
La fiebre se hace fuego y no descansa
empujando la sangre hasta esparcirse.

Y la vida, la vida es este abrirse
hacia lo otro dolorosamente.
Es golpear en las puertas hasta herirse.

Es saber que la muerte torpemente
querrá cercarnos. Y a la vez sentirse
vivos por siempre, empecinadamente.

 

La experiencia

La experiencia
Consiste
en intentar que el pájaro regrese
desde el extremo opuesto de la noche
y pose su cansancio
sobre tu abierto pecho adolescente.

Lo tomas en tus manos,
lo acaricias,
extraes de sus alas todo el viento
y mientras él se entrega a lo innombrable
tú te dejas volar.

Es fácil la experiencia.
Lo difícil
es dar con el momento
que te permita asesinar al pájaro
sin morir a su lado de tristeza.

 

Saber perder… es la sabiduría?

Decir adiós un día y otro día…
Dar por perdido lo que fué logrado.
Sentir que el verbo amar nos ha mostrado,
el corazón de la melancolía…

Ya no será lo mismo la alegría,
para siempre, sabremos que a su lado,
hay una sombra, un tiempo demarcado…
una puerta cerrada a la porfía.

Y no debe importar,
a lo acabado, le quedan mil comienzos todavía…
Aunque oscuro y desolado ande el sol…

Decir adios, negarse a la osadía
de pretender lo que nos fue negado…
Saber perder es la sabiduría.

 

Dios calla

Pudo sernos dolor y fue alegría.
Final… y fue comienzo y alborada.
Porque a veces se da… y frente a la nada
La plenitud nos crece como un día

Que no va hacia la noche y su acabada
Sombra tenaz, amenazante y fría,
Sino día que esgrime la osadía
De ser luz, sólo luz empecinada.

Pudo sernos aquello que temía
El corazón cuando agotado estalla
En la desesperanza y la agonía
Que lo aleja de Dios… Pero Dios calla
Para decirnos más. Y se extasía
Feliz el corazón tras su muralla.

 

Oración

Sentir que el vuelo encuentra su sentido
dejando lejos la inquietud que ha abierto
tanto indagar la noche en el incierto
ir y venir del corazón dolido.
Dejar que el alma se remanse. Henchido
abrir el pecho hacia el seguro puerto.
Y sembrarme a la sombra de ese huerto
que para mí tan solo ha florecido.
Tocar a Dios. Sentirme de Él tocado.
Y comprender entonces boquiabierto
el por qué y para qué de mi latido.
Y descubrir que el vuelo se ha trocado
en un vuelo más alto. Y que el desierto
era el solo refugio apetecido.

 

 

——

Los años van simplificando el caos.
Antes las cosas divagaban
de uno al otro extremo de mi cuarto.
Ni mías ni de sí mismas.
Ahora están afincándose seguras
aquí y allá
con recatados títulos y razones discretas,
apropiándose puestos y lugares,
imponiéndome su orden
y su método.
¿Será parte de la vida esta manera nueva
en que las cosas
van dictándome pautas de respeto,
sacralidades que antes no percibía,
grietas de donde viene la luz
y me reclaman?
¿O no será que llega
la hora de las despedidas?
Los libros, los retratos y las lámparas
que creí dominar
hoy me poseen.
La maravilla es que estoy a gusto.

 

***
Un ringraziamento a Emmanuel Sicre SJ che mi ha fatto conoscere la poesia di p. Pol 
Un ringraziamento a Giuseppe Romano per la traduzione in italiano
Un ringraziamento a Reyanna Rice per la traduzione in inglese

 

The gaze of Magellan: Pope Francis’ European dream

0,,18936356_303,00

(Brief excerpt from: A. Spadaro, «Lo sguardo di Magellano. L’Europa, Papa Francesco e il Premio Carlo Magno», in La Civiltà Cattolica 2016 II 469-479 translated by Reyanna Rice)

— What is the vision that the non European Pope has of Europe?

Pope Francis received the prestigious Charlemagne Prize May 6, 2016 . Here is the reason for the prize: «in tribute to His extraordinary commitment to favor peace, understanding, and mercy in a European Society of values».

What is the vision that the non European Pope has of Europe?  The Bergolio’s gaze is a European gaze, because his roots are in the Piedmont and his formation is radically European as well.  He himself, in his discourse, recognizes himself as a son «who rediscovers in Mother Europe his roots of life and faith».  And he is however Argentine and his ecclesial experience is Latin American.

The itinerary of his trips on the European continent began from Lampedusa–«Europe’s gate», and therefore goal of a trip more European than Italian—and from Albania, a land of Europe that is not yet part of the European Union and of an Islamic majority.  From these «peripheries» the Pope is as if rebounded briefly to the «center», that is at Strasburg, to visit the European institutions, and then continues ever to the borders: Turkey, Bosnia-Herzegovina and Lesbos, other tragic «European gates».  In October he will be at Lund, in Sweden.  Mercy for Francis is delineated politically in freedom of movement.[1]  He approaches Europe from her distant «periphery».

To understand this statement beyond every easy slogan, we read what Francis declared in an interview released by La Cárcova News, a popular magazine produced in an Argentine villa miseria: «When I speak of periphery, I speak of borders.  Normally we move in space that in one way or another we control.  This is the center.  In the measure in which we go out from the center and distance ourselves from it, we discover more things and, when we look at the center of these new things that we have discovered, new places, from these peripheries, we see that reality is different.  One thing is to observe reality from the center and another to see it from the last place where you arrived.  An example: Europe seen from Madrid in the 16th century was one thing, however when Magellan arrives at the end of the American continent, he sees Europe from a new point reached and understands another thing».[2]

resizeBergolio’s gaze is, therefore, that of Magellan, and he wants to continue to be him.  Francis wants to know Europe starting from Rome and circumnavigating the continent starting from the south and proceeding to the east and then—he will do it in October—pushing into the deep north, in Sweden.  There was not, at the moment, any short trip to the west, towards the West.

In the interview quoted he continues: «You see reality better from the periphery than from the center».  Here’s the reason for his external journey, for his circumnavigation to the borders.  This is what Francis seeks between Lampedusa, Tirana, Lesbos and Lund: the European «soul».  And the soul is not only the «center», but the pulsing and living «heart».  Francis is like a doctor who seeks to understand if the heart functions, observing if and how the blood flows everywhere, and also investigating the peripheral circulation.

Another term to express this vision is «multipolarity».  Francis said it clearly in his discourse to the Council of Europe November 25th, 2014: Europe cannot be understood in terms of a few polar «centers», because « tensions – whether constructive or divisive – are situated between multiple cultural, religious and political poles».  Multipolarity involves «striving to create a constructive harmony, one free of those pretensions to power».  Then we must think of Europe in a multifaceted manner in its relationships and tensions.  That of Francis is a non deterministic European geopolitics, aware of the fact that the redistribution of power among the principal actors does not account for the profound dynamics of the Continent.

— Europe: not a space to defend, but a process to implement

«Creativity, ingenuity and the capacity to rise above and to go beyond her own limits belong to the European soul», Francis began.  And here in his discourse immediately surfaces the reference to eccentricity, to the overcoming of limits and boundaries.  Europe is herself because she knows to go beyond herself.  Her «house» is built going beyond the ashes of «tragic conflicts, culminating in the most horrific war ever known»

This vision therefore is profoundly bound to becoming, to dialectical overcoming of walls and obstacles.  Europe is not a «thing», but a «process» still in action with «a more complex and highly mobile world».[3]  Her Fathers have «laid the foundations» an «enlightened project» that is always a work in progress.  We must therefore verify not if the house holds, but if its realization follows that wise project.  Here is the opinion of the Pope: «Their new and exciting desire to create unity seems to be fading; we, the heirs of their dream, are tempted to yield to our own selfish interests and to consider putting up fences here and there»

Why has this happened?  Because — the Pope affirmed, consistent with his approach to reality — Europe is «more concerned with preserving and dominating spaces than with generating processes of inclusion and change.  There is an impression that Europe is tending to become increasingly “entrenched”, rather than open to initiating new social processes capable of engaging all individuals and groups in the search for new and productive solutions to current problems. Europe, rather than protecting spaces, is called to be a mother who generates processes».

If Europe considers herself as a «space», then sooner or later will be—and it has already come—the moment of fear, of the fear that the space is invaded.  Space is first of all defended.  If instead Europe is to consider herself as an ongoing process, then she understands how it puts energies into movement, accepting the challenges of history.  Then even difficulties and contradictions «can become powerful forces of unity».

 

FOOTNOTES

[1] Cfr A. Spadaro, «La diplomazia di Francesco. La misericordia come processo politico», in Civ. Catt. 2016 I 209-226.
[2] That text of the audio interview is found transcribed and translated at the site http://www.terredamerica.com (10 marzo 2015).  The emphasis is ours.
[3] Pope Francis, Discorso to the European Parliament, Strasburgo, 25 novembre 2014.

 

«L’amore prima del mondo». Papa Francesco risponde ai bambini del mondo

BergoglioMONDO300dpiCon il volume L’amore prima del mondo, pubblicato in Italia da Rizzoli (in inglese: Dear Pope Francis, Loyola Press) per la prima volta il Pontefice inaugura un dialogo diretto con i bambini di tutto il mondo in forma di libro, rispondendo con parole semplici e intime.

Come un padre che accoglie le loro domande, Francesco ha confidato ai più piccoli la sua riflessione sulla vita e sulla fede.

La storia del libro

L’idea de L’amore prima del mondo (Dear Pope Francis, nell’edizione inglese) è della Loyola Press, editrice statunitense legata alla Compagnia di Gesù. Tanti sono gli editori che lo hanno pubblicato nel mondo. In Italia esce per Rizzoli.

I responsabili della Loyola mi fecero parte della loro idea, che trovai subito molto interessante. Così lo scorso maggio ebbi modo di parlarne al Papa, il quale subito rispose di sì a questo progetto, e con gioia.
Si mise in moto, quindi, il processo che ha coinvolto 31 gesuiti e collaboratori sparsi in tutto il mondo, i quali hanno coperto 26 Paesi di tutti i continenti, tranne l’Antartide. Tra di essi la Cina continentale, la Russia, la Siria, il Kenya e tanti altri: centri urbani, campi profughi, ma anche campagne sperdute.Dear Pope Francis: Children of the World Bring Their Questions to Rome - The IN Network
Sono stati coinvolti ragazzi e ragazze tra i 6 e i 13 anni. In alcuni casi sono stati spediti colori e pennarelli, perché in alcuni Paesi questi materiali non erano a disposizione con facilità.

02956_22022016

Le spedizioni hanno coperto 270.000 chilometri nel mondo. Sono arrivate al Papa 31 delle 269 lettere giunte alla redazione della Loyola Press a Chicago, e questo grazie alla selezione compiuta da genitori, nonni, catechisti e anche da altri bambini che sono stati coinvolti.
Il 5 agosto 2015 il Papa mi ha dato appuntamento per leggere le lettere e dare le risposte. Gli ho consegnato domande e disegni.
Lui si è mostrato subito incuriosito, le ha sfogliate, le ha lette, esclamando: «Ma sono difficili, queste domande!». Le avevo lette, e davvero le avevo trovate anch’io difficili. Le domande dei bambini sono senza filtri, senza fronzoli, senza vie di fuga. Sono domande dirette, brusche, chiare. Non ci si può rifugiare nella penombra dei concetti troppo astratti o nei ragionamenti cavillosi. Sono anche domande molto concrete.

1024x768_bestfit (7)
L’ho subito capito: il Papa avrebbe voluto davanti a sé quei bambini. Il Papa ama guardare in faccia le persone che gli pongono le domande. L’ho verificato tante volte. In quel momento però aveva davanti me, che non ho certo il volto da bambino… Così ogni tanto ha voluto guardare nel vuoto e si è rivolto a un bambino che cercava di immaginare. Ha risposto guardando non me, ma una ipotetica immagine di quei bambini. Ho visto nel suo sguardo cura, simpatia. Sapevo che nel suo cuore stava rispondendo a loro. Si sforzava di immaginarli. Li avrebbe voluti lì con sé.
Io stesso mi sono identificato ogni tanto con loro, dicendogli che questa era una domanda che io avevo posto a mia madre. In un’occasione ho esclamato: «Ma com’è possibile? Non mi dica!». Insomma ho interagito con il Papa che interagiva nel suo cuore con il bambino o la bambina che gli aveva posto la domanda. Una situazione davvero curiosa, ma molto bella.

Il Papa ha guardato intensamente i disegni. Rispondendo o dopo aver risposto, li ha commentati, li ha interpretati: sono parte delle domande, del resto. Ho notato che, con la sua finezza spirituale, a volte coglieva il senso di una domanda più dalle immagini che dalle parole che gli leggevo.
Abbiamo trascorso così oltre un’ora e mezza senza interruzione, di seguito. Lui seduto sul divano e io su una poltrona, mentre l’immaginazione non poteva fare a meno di viaggiare per Canada, Brasile, Siria, Cina, Argentina, Albania… i luoghi dove questi bambini vivono: bei giardini o campi profughi. Lo capiamo dai disegni.
Il Papa mi ha detto chiaramente quello che avevo percepito: «È bello rispondere alle domande dei bambini, ma li dovrei avere qui con me, tutti! Lo so che sarebbe bellissimo. Ma so anche che questo libro di risposte andrà in mano a tanti bambini in tutto il mondo che parlano lingue differenti. E di questo sono felice».

56a65e6cc53e6
Papa Francesco tempo fa, in un suo discorso ai superiori generali degli Ordini religiosi, aveva detto: «Mi viene in mente quando Paolo VI ricevette la lettera di un bambino con molti disegni. Disse che su un tavolo dove arrivano solo lettere con problemi, l’arrivo di una lettera così gli fece tanto bene. La tenerezza ci fa bene».

Ember Library Mediator

Chi sono i bambini, per Papa Francesco?

Il Papa non ha bisogno di «dire» chi per lui sono i bambini, perché il suo rapporto con loro lo si vede con chiarezza dal suo modo di fare, dai suoi gesti. Non sono rare le occasioni nelle quali ha avuto modo di parlare con loro, anche rispondendo alle loro domande.
L’udienza generale in piazza San Pietro del 18 marzo 2015 è stata una delle poche occasioni in cui Francesco ha parlato diffusamente dei bambini come tema del suo discorso. E in tale occasione ha detto: «Dio non ha difficoltà a farsi capire dai bambini, e i bambini non hanno problemi a capire Dio».03115_22022016
I bambini poi portano all’umanità tante ricchezze. Innanzitutto «portano il loro modo di vedere la realtà, con uno sguardo fiducioso e puro», «non ancora inquinato dalla malizia, dalle doppiezze, dalle “incrostazioni” della vita che induriscono il cuore», nonostante i loro egoismi, che pure hanno. Ma certo i bambini non sono «diplomatici: dicono quello che sentono, dicono quello che vedono, direttamente. E tante volte mettono in difficoltà i genitori, dicendo davanti alle altre persone: “Questo non mi piace perché è brutto”. Ma i bambini dicono quello che vedono, non sono persone doppie, non hanno ancora imparato quella scienza della doppiezza che noi adulti purtroppo abbiamo imparato».AlessioePapa

Un libro per tutti

Le risposte di Papa Francesco sono sintonizzate sulla freschezza infantile. E sappiamo che quando il Papa parla agli adulti, i bambini non ascoltano, ma quando parla ai bambini, ascoltano anche gli adulti. Francesco si lascia interrogare profondamente e offre risposte che anche il lettore adulto non farà fatica a comprendere quanto riguardino la vita della Chiesa oggi. Il Pontefice sa infatti che è stato lo stesso Gesù a invitare i suoi discepoli a «diventare come i bambini», perché «a chi è come loro appartiene il Regno di Dio» (Mt 18,3; Mc 10,14).
Cogliendo il valore de L’amore prima del mondo, il cardinal Tagle ha affermato in una intervista che « Questo libro cambia anche le false forme di “saggezza” o di “autosufficienza” che causano molti conflitti e sofferenza nel nostro mondo. […]. Se ascoltiamo i bambini, riscopriremo ciò che conta veramente nella vita».

 

La comunicazione non scomunica. 5 punti del MESSAGGIO di #PapaFrancesco per la 50a Giornata Mondiale delle COMUNICAZIONI

IMG_4099

Col suo Messaggio per la 50° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali Papa Francesco ha voluto connettere il tema della «Comunicazione» a quello della «Misericordia». L’accostamento non è scontato. Che cosa significare comunicare in maniera misericordiosa? Come si fa a comunicare la misericordia?

Segnalo di seguito  5 punti a mio avviso centrali nel Messaggio del Papa.

1) La comunicazione è «credibile» se è «affidabile»

L’assunto di base di questo Messaggio è che tutto ciò che facciamo è comunicazione. L’amore è comunicazione: quando è vero amore non può isolarsi. Se fosse isolato, sarebbe una forma spiritualista di egoismo. Dunque proprio nel modo in cui cerchiamo di vivere con tutto il nostro essere ciò che stiamo comunicando, contribuiremo a restituire credibilità alla comunicazione umana. Questo è il senso dell’incipit del Messaggio. La comunicazione è «credibile» non solo se oggettivamente corrisponde al vero ma se è «affidabile», cioè è espressione di una relazione di fiducia, di un impegno del comunicatore a vivere bene la sua relazione con chi ascolta o chi partecipa all’evento comunicativo.

2)    La comunicazione della Chiesa non è «esclusiva»

Francesco comincia subito a parlare della comunicazione ecclesiale. E dice che essa deve essere inclusiva, da Madre, capace di «toccare i cuori delle persone e sostenerle nel cammino». Dobbiamo comunicare da figli di Dio con altri figli di Dio, senza distinzione di credo, idea, visione del mondo. Dobbiamo dunque arrestare il processo di svilimento delle parole, il nominalismo della nostra cultura. La gente è stanca di parole senza peso proprio, che non si fanno carne, che nella nostra predicazione fanno sì che Cristo non si manifesti più come persona, bensì come idea, concetto, astratta teoria dottrinale. Si restituisca alla parola — specialmente a quella della predicazione — la sua «scintilla» che la rende viva e che dà calore e odore umano alle parole della fede.

3) La comunicazione non scomunica

«La comunicazione ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro e l’inclusione, arricchendo così la società», scrive il Papa. E «Le parole possono gettare ponti tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, i popoli». Persino quando «deve condannare con fermezza il male, cerca di non spezzare mai la relazione e la comunicazione». La comunicazione, proprio perché stimola la creatività, deve sempre creare ponti, favorire l’accessibilità, arricchire la società. Dovremmo gioire del potere di parole e azioni scelte con cura per superare le incomprensioni, sanare i ricordi e costruire pace e armonia. Le parole costruiscono ponti, sono «pontefici» tra le persone. E questo dovunque: sia nell’ambiente fisico sia in quello digitale. Parole e azioni devono aiutarci a fuggire dal circolo vizioso della condanna e della vendetta che continua ad intrappolare gli individui, le persone e le nazioni, e che poi si esprime con messaggi di odio.
La parola del cristiano, in particolare, deve tendere alla comunione e dunque a togliere di mezzo l’atteggiamento di «scomunica». Ricordiamo che «la memoria delle mutue sentenze di scomunica, insieme con le parole offensive e i rimproveri immotivati per molti secoli ha rappresentato un ostacolo al ravvicinamento» anche tra cristiani. «La logica dell’antagonismo, della diffidenza e dell’ostilità, simboleggiata dalle scomuniche reciproche» deve essere «sostituita dalla logica dell’amore e della fratellanza», aveva scritto Papa Francesco nel suo Messaggio a Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico, per la festa di sant’Andrea, 2015.
Per non spezzare la comunione è importante saper ascoltare, cioè «essere capaci di condividere domande e dubbi, di percorrere un cammino fianco a fianco, di affrancarsi da qualsiasi presunzione di onnipotenza e mettere umilmente le proprie capacità e i propri doni al servizio del bene comune».

4)    La misericordia è politica

«Vorrei, dunque, invitare tutte le persone di buona volontà a riscoprire il potere della misericordia di sanare le relazioni lacerate e di riportare la pace e l’armonia», scrive Papa Francesco, sottolineando che «questo vale anche per i rapporti tra i popoli». Dunque «è auspicabile che anche il linguaggio della politica e della diplomazia si lasci ispirare dalla misericordia, che nulla dà mai per perduto». Ecco il senso della «diplomazia della misericordia» per Francesco: non considerare mai nulla perduto nella relazione tra popoli e nazioni. A questo deve servire la comunicazione politica, dunque.
Il Papa invita coloro che sono intrappolati in vecchie ostilità ad intraprendere il cammino della misericordia; di riconoscere le proprie responsabilità, e di chiedere perdono e mostrare misericordia verso coloro che gli hanno fatto del male. Andiamo al di là della distinzione tra «vittime» e «carnefici».
Ma dobbiamo superare anche un’altra logica: quella che contrappone «vincitori» e «vinti». Viviamo in un mondo dove siamo abituati a dover provare quanto valiamo, a dover guadagnarci il rispetto e l’ammirazione degli altri. Spesso tale riconoscimento è riservato a coloro che hanno raggiunto il successo attraverso il benessere, il potere e la fama. Come risultato, possiamo notare un divario crescente tra coloro che sono visti come vincitori e coloro che sono giudicati perdenti. Nella società le persone competono per imporre il proprio valore e dignità, e chi sta in alto vuole tenere gli altri in basso. Tale visione indebolisce la dignità delle persone e, in particolare, ha come risultato che coloro che hanno fallito o che sono giudicati non all’altezza delle aspettative, vengono marginalizzati e rifiutati. Il nostro modo di comunicare non deve dunque esprimere mai l’orgoglio superbo del trionfo su un nemico, né umiliare coloro che sono scartati, che sono considerati «perdenti» e sono abbandonati. La misericordia può aiutare a mitigare le avversità della vita e offrire calore a coloro che hanno conosciuto solo la freddezza del giudizio. Un uomo può guardare un altro uomo dall’alto in basso solamente per aiutarlo a sollevarsi.
Infine — leggiamo — «lo stile della nostra comunicazione sia tale da superare la logica che separa nettamente i peccatori dai giusti. Noi possiamo e dobbiamo giudicare situazioni di peccato – violenza, corruzione, sfruttamento, ecc. – ma non possiamo giudicare le persone, perché solo Dio può leggere in profondità nel loro cuore». Infatti «parole e gesti duri o moralistici corrono il rischio di alienare ulteriormente coloro che vorremmo condurre alla conversione e alla libertà, rafforzando il loro senso di diniego e di difesa».

5) La rete costruisce cittadinanza

Se la comunicazione ha una rilevanza politica, essa ha anche un peso sempre più forte nel sentirsi cittadini, nel costruire la cittadinanza. Riconoscendo la rete come luogo di una «comunicazione pienamente umana», il Papa afferma che «anche in rete si costruisce una vera cittadinanza. L’accesso alle reti digitali comporta una responsabilità per l’altro, che non vediamo ma è reale, ha la sua dignità che va rispettata. La rete può essere ben utilizzata per far crescere una società sana e aperta alla condivisione».
Il «potere della comunicazione» è la «prossimità». La prossimità innesca una tensione bipolare di avvicinamento e allontanamento e, al suo interno, presenta un’opposizione qualitativa: avvicinarsi bene e avvicinarsi male. Ecco il compito di chi oggi è impegnato nella comunicazione: «In un mondo diviso, frammentato, polarizzato, comunicare con misericordia significa contribuire alla buona, libera e solidale prossimità tra i figli di Dio e fratelli in umanità».

Il viaggio di Papa Francesco in America Latina e l’ecumenismo. Il messaggio del Metropolita Tarasios

IlFullSizeRender viaggio di Papa Francesco in America Latina ha avuto anche un significato ecumenico, grazie alla presenza lunga tutta la sua durata, di Sua Eminenza Monsignor Tarasios, Arcivescovo metropolitano di Buenos Aires ed Esarca dell’America del Sud. Mons. Tarasios conosce Papa Francesco da molti anni e con lui era solito incontrarsi e discutere di temi e problemi pastorali.

Alla fine della celebrazione eucaristica a Campo Grande de Ňu Gauzú in Paraguay mons. Tarasios ha rivolto a Papa Francesco le parole che qui riproduciamo.

Notiamo come mons. Tarasios offre il suo benvenuto anche a nome del Patriarca Bartolomeo, rappresentando la Chiesa Ortodossa. Si esprimono cordialmente sentimenti di gratitudine e si manifesta la gioia di testimoniare insieme che il vero amore e la vera fraternità tra le Chiese non si limitano a una mera scolastica o a un corretto rapporto diplomatico, ma una esperienza di vita fondata sul Vangelo. Il Metropolita definisce il Papa “Santità e Fratello Maggiore”. La sua visita è colta come occasione di incontro, di allegria e di impegno. Si esprime infine la consapevolezza che l’elezione dell’arcivescovo di Buenos Aires al Pontificato potrà contribuire a far considerare l’America Latina come un grande tesoro per l’umanità.

Ecco di seguito il testo dell’indirizzo di saluto.
Antonio Spadaro SJ

OSSROM60665_LancioGrandeSu Santidad
El Papa Francisco
Que la Gracia y la  Sacra Ternura de Nuestro Señor sean con Ud.

Tengo el honor en mi cargo de Arzobispo Metropolitano de Buenos Aires y Exarca de Sudamérica de dar a Su Santidad la bienvenida por parte de Su Santidad el Patriarca Ecuménico y querido hermano en Cristo Bartolomé.

Desde el fondo de mi corazón y de mi alma deseo expresarle mi más profunda gratitud por el privilegio de haberme recibido durante los días de Su visita pastoral en Ecuador, Bolivia y Paraguay. Creo que esta visita es histórica y es por ello que le expresé mi deseo de poder estar presente durante la misma, representando a la Iglesia Ortodoxa, al Patriarcado Ecuménico de Constantinopla y a nuestra jurisdicción sudamericana.

Su pronta respuesta a mi misiva me llenó de alegría. Hoy esa alegría se ha completado mientras hemos estado juntos una vez más dando testimonio de que el verdadero amor y la fraternidad entre las iglesias no se limitan a una mera escolástica interreligiosa o a un correcto protocolo diplomático o a un ameno discurrir ecuménico, sino que es una vivencia real, pura y salvífica basada en el mandamiento del Señor.

Santidad y Hermano Mayor,

me tomo el atrevimiento de llamarlo así, tal como lo hacía en Buenos Aires con respeto y amor. Hemos compartido muchos años en Buenos Aires, en donde aprendí de Ud. a ser un buen obispo y pastor, y ahora la Divina Providencia nos junta una vez más en estas tierras sudamericanas, cuya realidad ha sido motivo de diálogo, preocupación y desvelo para ambos. Hoy, sin embargo, es motivo de encuentro, de alegría, de compromiso, el compromiso de seguir velando, cada uno desde su posición en la Iglesia, que es Una, Santa, Católica y Apostólica, por el crecimiento en el Espíritu de los habitantes de estas bienamadas tierras que, a pesar de todo, han sido bendecidas por Dios con un fervor y una fe tan amplias como sus dimensiones geográficas.

Gracias Santo Padre por haber estado entre nosotros, en este viaje; gracias por Su estadía como obispo de Buenos Aires; gracias por dar al mundo ese acento sudamericano, por dar testimonio de que el por algunos llamado “tercer mundo” también tiene para ofrecer un gran tesoro para la humanidad.

En Ecuador, Bolivia y Paraguay, 6-12 de Julio de 2015 — y ojalá pronto en Argentina — durante la visita apostólica de Su Santidad, permanezco con cariño filial y fraternal,

Su ferviente suplicante ante Dios,

† Tarasios

Le 6 grandi sfide della comunicazione digitale alla pastorale

1904258_10152518433015835_2426001864652292238_n

Ecco il corpo centrale del mio intervento all’incontro dei Vescovi responsabili per la comunicazione sociale delle Conferenze episcopali in Europa (CCEE), che si tiene ad Atene dal 3 al 5 novembre e dal titolo Communication as encounter, between authenticity and pragmatism.

Aquí, la versión en Español
* Here below you will also find an abstract in English

Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana: non una opzione, ma un dato di fatto. La rete oggi si presenta come un tessuto connettivo delle esperienze umane. Non uno strumento. Le tecnologie della comunicazione stanno dunque creando un ambiente digitale nel quale l’uomo impara a informarsi, a conoscere il mondo, a stringere e mantenere in vita le relazioni, contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo, guidando e ispirando i comportamenti individuali, familiari, sociali. Per cui «l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (Benedetto XVI). L’evangelizzazione non può non considerare questa realtà.

Vorrei, dunque, qui esporre 6 sfide importanti che la comunicazione digitale pone alla nostra pastorale, considerando, come aveva scritto Benedetto XVI, che «le reti sociali sono alimentate da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo».

1. Dalla pastorale della risposta alla pastorale della domanda

Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione, la cosiddetta information overload. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, cioè riconoscerlo per me importante, significativo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo.

Al tempo dei motori di ricerca, le risposte sono a portata di mano, sono dovunque. Per questo è importante oggi non tanto dare risposte. Tutti danno risposte! “The teacher doesn’t need to give any answers because answers are everywhere” (Sugata Mitra, professore di Educational Technology alla Newcastle University). Oggi è importante riconoscere le domande importanti, quelle fondamentali. E così fare in modo che nella nostra vita resti aperta, che Dio ci possa ancora parlare.

L’annuncio cristiano oggi corre il  rischio di presentare un messaggio accanto agli altri, una risposta tra le tante. Più che presentare il Vangelo come il libro che contiene tutte le risposte, bisognerebbe imparare a presentarlo come il libro che contiene tutte le domande giuste.

La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento spirituale che significa riconoscere tra le tante risposte che oggi riceviamo quali sono le domande importanti, quelle vere e fondamentali. E’ un lavoro complesso, che richiede una grande sensibilità spirituale.

“Non bisogna mai rispondere a domande che nessuno si pone” (Evangelii Gaudium, 155).

La Chiesa sa coinvolgersi con le domande e i dubbi degli uomini? Sa risvegliare i quesiti insopprimibili del cuore, sul senso dell’esistenza? Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze», dunque.

Mi ha colpito il fatto che Papa Francesco, rispondendo a una domanda posta da un giornalista sul volo che da Tel Aviv lo riportava a Roma abbia detto: “

“Non so se mi sono avvicinato un po’ alla sua inquietudine…”

2. Dalla pastorale centrata sui contenuti alla pastorale centrata sulle persone

Oggi sta cambiando anche la modalità di fruizione dei contenuti.

Stiamo assistendo al crollo delle programmazioni… Fino a qualche tempo fa MTV (Music Television) tra i giovani era considerata una emittente di «culto». Adesso sta subendo una crisi o, se vogliamo, una sua trasformazione da quel che era – cioè emittente di una notevole quantità di video musicali introdotti da VJ – in emittente di reality show e serie televisive indirizzate soprattutto al target adolescenziale e ai giovani adulti.

I giovani, infatti, ormai fruiscono la musica da internet e non ci sono più ragioni perché la fruiscano dalla Tv. La Tv è un rumore di fondo, il brusio del mondo. La si lascia parlare… Raramente oggi trova posto nelle camere dei ragazzi. Oggi, inoltre, il vedere implica la selezione, e la possibilità del commento e dell’interazione. E questa possibilità è data da un social network come YouTube.

La fede sembra partecipare di questa logica. Le programmazioni sono sostituite dalle ricerche personali e dai contenuti accessibili sempre in rete.

Il catechismo era una forma per presentare in maniera ordinata, coerente e scandita i contenuti della fede. In un tempo in cui i palinsesti sono in crisi, questa modalità di presentare la fede è in crisi.

Quali sfide tutto questo pone alla fede e alla sua comunicazione? Come far sì che la Chiesa non diventi un container da tenere accesso come un televisore che «parla» senza comunicare?

Una direzione di risposta a questa domanda la troviamo in un passaggio di mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, nel suo intervento al Sinodo dei vescovi sulla Nuova Evangelizzazione: «la gerarchia ecclesiastica, come anche quella politica e sociale, deve trovare nuove forme per elaborare la propria comunicazione, affinché il suo contributo a questo forum riceva un’attenzione adeguata. Stiamo imparando a superare il modello del pulpito e dell’assemblea che ascolta per il rispetto della nostra posizione. Siamo obbligati a esprimere noi stessi in modo da coinvolgere e convincere gli altri che a loro volta condividono le nostre idee con i loro amici, “followers” e partners di dialogo».

La vita della Chiesa è chiamata ad assumere una forma sempre più comunicativa e partecipativa.

3. Dalla pastorale della trasmissione alla pastorale della testimonianza

La vera novità dell’ambiente digitale è la sua natura di social network, cioè il fatto che permette di far emergere non solo le relazioni tra me e te, ma le mie relazioni e le tue relazioni. Cioè in rete emergono non solo le persone e i contenuti, ma emergono le relazioni.

Comunicare dunque non significa più trasmettere ma condividere.

La società digitale non è più pensabile e comprensibile solamente attraverso i contenuti. Non ci sono innanzitutto le cose, ma le «persone». Ci sono soprattutto le relazioni: lo scambio dei contenuti che avviene all’interno delle relazioni tra persone. La base relazionale della conoscenza in Rete è radicale.

Si capisce bene dunque quanto sia importante la testimonianza. È questo un aspetto determinante. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. Pensiamo alle librerie digitali o agli store musicali. Ma gli esempi si possono moltiplicare: si tratta sempre e comunque di quegli user generated contents che hanno fatto la «fortuna» e il significato dei social network.

La logica delle reti sociali ci fa comprendere meglio di prima che il contenuto condiviso è sempre strettamente legato alla persona che lo offre. Non c’è, infatti, in queste reti nessuna informazione «neutra»: l’uomo è sempre coinvolto direttamente in ciò che comunica.

In questo senso il cristiano che vive immerso nelle reti sociali è chiamato a un’autenticità di vita molto impegnativa: essa tocca direttamente il valore della sua capacità di comunicazione. Infatti, ha scritto Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni del 2011, «quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali».

Il documento di Aparecida al n. 145 affermava chiaramente: “La missione non si limita a un programma e a un progetto; no, essa significa condividere l’esperienza dell’avvenimento dell’incontro con Cristo, testimoniarlo e annunciarlo da persona a persona, da comunità a comunità, e dalla Chiesa fino ai confini della terra (cf. At 1,8)”

La fede quindi non solo si «trasmette», ma soprattutto può essere suscitata nell’incontro personale, nelle relazioni autentiche.

Sempre il documento di Aparecida al n. 489, pur essendo stato scritto prima della nascita dei social networks, già affermava: «i siti Internet possono rinforzare e stimolare un interscambio di esperienze e informazioni che intensificano l’esperienza religiosa, fornendo accompagnamento e orientamento”

4. Dalla pastorale della propaganda alla pastorale della prossimità

Evangelizzare, dunque, non significa affatto fare «propaganda» del vangelo. La Chiesa in Rete è chiamata dunque non a una «emittenza» di contenuti religiosi, ma a una «condivisione» del Vangelo.

E per Papa Francesco questa condivisione è larga. Scrive chiaramente: «internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio». Il Papa sembra leggere nella rete il segno di un dono e di una vocazione dell’umanità ad essere unita, connessa.

Rivive, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, «la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (Evangelii Gaudium, 87).

Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni 2014, Papa Francesco ha definito il potere dei «media» come «prossimità.

Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Papa Francesco, parlando ai comunicatori nel 2002, aveva scelto la parabola del buon samaritano, come immagine di riferimento del comunicatore.

5. Dalla pastorale delle idee alla pastorale della narrazione

– Le foto «taggate», «geolocalizzate», collocate nel tempo esatto in cui sono state condivise sono l’album fotografico live della nostra vita.

– I nostri tweets o gli updates dello stato su Facebook e i post dei nostri blog conservano i nostri pensieri, ma anche i nostri stati emotivi.

Le librerie on line e gli altri negozi tengono traccia dei nostri gusti, delle nostre scelte, dei nostri acquisti e a volte anche dei commenti.

I video su YouTube costruiscono per frammenti il film della nostra vita fatto dai nostri video e da quelli che ci piacciono.

Infatti lo streaming della nostra vita non è fatto solo di ciò che immettiamo in Rete ma anche di ciò che «gradiamo», da ciò che ci piace, e che segnaliamo agli altri anche grazie al pulsante like ai nostri followers e ai nostri friends.

L’esperienza condivisa sui social networks è l’opposto di ciò che accadeva ai tempi di Robert Musil che scriveva: «la probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente».

Oggi invece i social networks offrono l’opportunità di rendere più significativa l’esperienza vissuta soggettivamente proprio grazie alla pubblicazione e alla condivisione in una rete di relazioni. Le notizie dei giornali sono invece irrelate a me e dunque, in un certo senso, finiscono per essere percepite come meno «straordinarie» o comunque meno interessanti.

La rete è una opportunità perché narrare in ogni caso è restituire i soggetti della conoscenza alla densità simbolica ed esperienziale del mondo. E oggi è molto alimentato il bisogno di narrazione all’interno di legami e relazioni. La narrazione di rete può essere, sì, individualistica e autoreferenziale, ma può essere anche polifonica e aperta.

Interessante a questo proposito la possibilità di aggregare materiali condivisi su differenti social networks su una piattaforma come Storify che permette l’interconnessione con Twitter, Facebook, Flickr, Youtube,…  e le apre alla condivisione. Alla base è la consapevolezza che ciascuno di noi è un living link. L’interattività è la cifra radicale di questo lifestreaming.

6. Una pastorale attenta all’interiorità e all’interattività

La vita spirituale dell’uomo contemporaneo è certamente toccata dal mondo in cui le persone scoprono e vivono le dinamiche proprie della Rete, che sono interattive e immersive. L’uomo che ha una certa abitudine all’esperienza di internet infatti appare più pronto all’interazione che all’interiorizzazione.

E generalmente «interiorità» è sinonimo di profondità, mentre «interattività» è spesso sinonimo di superficialità. Saremo condannati alla superficialità? E’ possibile coniugare profondità e interattività? La sfida è di grande portata.

Sostanzialmente possiamo constatare che l’uomo di oggi, abituato all’interattività, interiorizza le esperienze se è in grado di tessere con esse una relazione viva e non puramente passiva, recettiva. L’uomo di oggi ritiene valide le esperienze nelle quali è richiesta la sua «partecipazione» e il suo coinvolgimento.

Oggi la profondità si coniuga con una immersione in una vera e propria «realtà virtuale»

Nel web inteso come luogo antropologico non ci sono «profondità» da esplorare ma «nodi» da navigare e connettere tra di loro in maniera fitta. Ciò che appare «superficiale» è solamente il procedere in modo, magari inatteso e non previsto, da un nodo all’altro. La spiritualità dell’uomo contemporaneo è molto sensibile a queste esperienze…

«la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione».

Quale sarà dunque la spiritualità di quelle persone il cui modus cogitandi è in fase di «mutazione» a causa del loro abitare nell’ambiente digitale? Una via per evitare questa perdita consiste nell’evitare di opporre troppo velocemente profondità a interazione, superficialità a interiorizzazione.

La rete non è certo priva di ambiguità e utopie. In ogni caso la società fondata sulle reti di connessione comincia a porre sfide davvero significative sia alla pastorale sia alla comprensione stessa della fede cristiana, a partire dal suo linguaggio di espressione. Le sfide sono esigenti. Il nostro compito lo è altrettanto.

****

Summary in English

(by the Communication Office of the Council of European Bishops’ Conferences – CCEE)

logoccee“It is not possible to speak of pastoral issues and communication without understanding the spiritual value of communications technology”, according to Fr Antonio Spadaro SJ, director of the Jesuit journal La civiltà cattolica, speaking at the meeting of European bishops responsible for social communications gathered in Athens.

Spadaro said that the internet “is not a tool” but “an environment and an experience” which “in varying ways is increasingly becoming an integral part of daily life”. It is “a connective web of human experiences” which influences the human person’s modus cogitandi. In fact, in the society of information overload in which we live, “the problem today is not finding the meaningful message but de-coding it, that is, recognising its importance for me, its significance on the basis of the many responses I receive”. At the same time, the internet, also being experience, “is becoming one of the ordinary ways available to humanity to express its spiritual nature”. Hence, the Jesuit said, humankind’s effort “to instill ‘the effect of spiritual functions’ in ‘mechanical instruments’”. And to the sceptics of the digital world, Spadaro responded that “as long as it is said there is need to get away from internet relationships in order to experience real relationships, the schizophrenia will be confirmed of a generation which experiences the digital environment as a purely recreational environment in which a second self is called upon, a dual identity which lives on fleeting banalities, as in a bubble devoid of any physical realism, real contact with the world and with others”. Instead the director of La civiltà cattolica recalled that increasingly part of our life is digital: “we exist on the internet”, hence the idea that “part of our life of faith, too, is digital”.

Therefore it seems legitimate to ask if in the time of search engines where answers are at your fingertips, can the internet be a dimension where it is possible to proclaim and live the Gospel? And, at a time when planning has been replaced by personal research and accessible content again on the internet, is the manner of presentation of the traditional catechism which proposed the content of faith in an ordered and coherent manner, still valid on the internet? According to Spadaro “the Christian proclamation today runs the risk of presenting a message alongside others, a response among so many. More than presenting the Gospel as the book containing all the answers, one has to learn to present it as the book which contains all the right questions”. The real challenge for the Church, Spadaro said, is that of “assuming an evermore communicative and participatory form”, because “to communicate therefore no longer means transmitting but sharing”. In fact, what emerges in the internet “is not just people and content, but relations”. So “today the internet person trusts opinions in the form of witness”. In fact, for Spadaro “the logic of social networks makes us understand better than before that shared content is always strictly linked to the person offering it. In fact, in these networks there is no ‘neutral’ information: the human person is always involved directly in what he or she communicates”. Hence the responsibility of the Christian who lives immersed in social networks to “a very commited authenticity of life”. Summing up, Spadaro said that the Church on the internet “is therefore called not to ‘broadcasting’ of religious content, but to a ‘sharing’ of the Gospel” and the Christian, also a “living link”, is called above all to narrate their own faith “within bonds and relationships” and in a polyphonic and open manner. In fact, Sapdaro concluded, “the human person today believes the experiences in which his or her participation and involvement is required to be valid”.