CYBERGRACE

cybersitoCome affrontare il tema della spiritualità al tempo della Rete?

In questo libro rifiuto l’opinione comune che non ci sia spazio per essa in un mondo tecnologizzato.

E tuttavia affermo che è necessario capire come la frequentazione dell’ambiente digitale e anche l’uso di strumenti tecnologici in maniera oggi sempre più naturale abbiano un impatto sul modo in cui l’uomo vive la propria spiritualità e la propria vita di fede. Cerco quindi di individuare alcune questioni chiave, particolarmente rilevanti, partendo proprio dall’uso comune di alcune «applicazioni» e tecnologie.

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This book is available also in ENGLISH

How to deal with the question of spirituality in the age of the internet? The popular opinion that there is no space for spirituality in the technologized world is clearly refuted. Nevertheless we live a time in which the logic of the Net influences the way we think, learn, communicate and maybe believe and pray as well.

Here I try to identify some key issues that seem particularly relevant, starting with the popular use of certain applications and technologies.

A SINGLE QUOTE

«Technology is the organization of matter according to a conscious human design, and therefore, belongs to man’s spiritual being. We are called upon to understand its very nature as it relates to spiritual life.

Obviously, technology remains ambiguous because man’s freedom can just as easily serve evil, but it is exactly this possibility that highlights how technology’s very nature is intrinsically linked to a world of possibilities regarding the spirit.»

La cyberteologia della Civilt

Schermata_10_04_13_22_18Ecco il pezzo di Luca De Biase apparso su Nova del Sole 24Ore domenica 7 aprile 2013 col titolo “La cyberteologia della civiltà cattolica”:

Il Papa Francesco annuncia la “buona novella” cristiana congiungendola con semplicità all’esperienza di chi lo ascolta. E nell’omelia della notte di Pasqua ha mostrato di comprendere come la novità del messaggio religioso generi timore. «Quando qualcosa di veramente nuovo accade nel succedersi quotidiano dei fatti, ci fermiamo, non comprendiamo, non sappiamo come affrontarlo: la novità spesso ci fa paura». Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e fondatore della cyberteologia, commenta: «Il Papa ci dà una lezione di vita e ci spinge a essere aperti, radicalmente disposti ad accogliere ciò che non corrisponde alle categorie mentali che ci siamo formati nel tempo». E conclude: «Mi sembra una sfida anche per chi fa informazione, che è chiamato come ha detto Papa Francesco, a offrire gli elementi per una lettura della realtà».

La paura delle novità importanti è un freno all’evoluzione della vita umana. E la paura dell’informazione imprevista è un freno all’evoluzione della conoscenza. Un approccio tradizionalista alla gestione dei media è la somma dei due freni. E non per niente, Spadaro, giunto alla direzione del quindicinale cattolico, non ha esitato a lanciarlo in una fortissima riprogettazione. La Civiltà Cattolica ha esordito nel 1850, non ha mai mancato un numero e ha raggiunto grande autorevolezza. Arriva con la valigia diplomatica a tutte le nunziature. È da sempre un giornale innovativo. E Spadaro non ha paura di trasformarlo. L’app per iPad è basata sulla tecnologia di Paperlit. Presto sarà pronto l’archivio online con accesso libero costruito assemblando, grazie a Google, le copie digitalizzate dalle biblioteche di Oxford, Harvard e New York. In progettazione un sistema di etichettatura per trovare gli articoli con diverse chiavi di lettura. E più attenzione alla conversazione via Twitter e Facebook. «Insomma» dice Spadaro «mettiamo a disposizione la rivista più antica d’Italia tra quelle che mai hanno interrotto le pubblicazioni, come patrimonio pubblico del Paese, nel modo più aperto e condivisibile possibile».

 

I TRE PILASTRI DEL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA 47a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (2013) Commento a

Quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni («Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione») ha raccolto una serie di indicazioni già date nei precedenti messaggi, e puntando su 3 “pilastri” o temi-chiave che sembrano essere ormai le fondamenta della prospettiva ecclesiale sulla comunicazione.

1) L’AMBIENTE DIGITALE È UNO SPAZIO DI ESPERIENZA REALE

Scrive Benedetto XVI che i social networks non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione. La Rete non è da «usare», ma da abitare perché la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. «L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (corsivo nostro). Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire che cosa la rete ci insegna sul modo di pensare la fede oggi. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza: «sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie.

2) IN RETE SI PENSA INSIEME E SI CONDIVIDE LA RICERCA

Nel suo Messaggio il Papa afferma che lo sviluppo delle reti sta «contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso.

3) IN RETE SI VIVE UN COINVOLGIMENTO INTERATTIVO CON LE DOMANDE DEGLI UOMINI 

Il Pontefice indica il rischio più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece – scrive – «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi . Al contrario il Papa ribadisce la necessità ad essere disponibili «nel coinvolgerci pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede, ci deve far sentire la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio come pure la nostra carità operosa». Se il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai network sociali.

– È CHIARO, DUNQUE CHE la riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’ambiente digitale ha impatto sulla nostra percezione della realtà, di noi stessi e sulle nostre relazioni.

Ricordiamo  che l’Anno della fede è stato inaugurato da una Lettera Apostolica dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, solamente per citare i più noti.

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Cybertheology: thinking about Christianity in the era of the Net

What I post here is a review of my book Cyberteologia. Pensare il cristianesimo ai tempi della rete [Cybertheology. Thinking about Christianity in the era of the Net] written by Maria Way (researcher on Media and Religion, London) and published on Communication Research Trends, Vol. 31 (2012) no. 3, pp. 37-41. I consider this review a great introduction to Cybertheology for English speaking people who what to know more about it.

Antonio Spadaro, s.j. is the Editor of La Civiltà Cattolica, the sometimes controversial Jesuit journal. Here, he attempts to address what he sees as a lacuna in literature on the internet: the relationship between the internet and theology. He considers that theology is, according to a ‘classical’ (although there is no designation of its origin) definition: ‘..intelligence of the faith, and we know well how intelligence, understood as critical and reflexive knowledge, is not extraneous to cultural changes that are underway.’(p.11, all translations are mine). This book’s genesis was a request that he speak on internet and faith at an Italian Bishops’ Council, Office of Social Communications’ conference on digital witnessing. No doubt he was asked because of a number of articles he had written in Civiltà Cattolica and his two previous books: Connessioni: Nuove forme della cultura (Connections: New Forms of Culture) (2006) and Web 2.0: Reti di relazione. (Web 2.0: Webs of relationships) (2010).

Spadaro notes that this request had him at a disadvantage, since the Bishops neither wanted a discussion of internet mechanisms used, nor something on the sociology of web religiosity, since neither seemed individually sufficient. This realization caused something that all of us who write will recognize: he sat in front of a blank screen, not knowing where to start, knowing only that he would have to write something on the topic’s theology when the internet’s logic is a sign of the way we now think, understand, communicate and, indeed, live. This viewpoint is easy to hold in countries where internet penetration is high (the Italian government embarked on a project to wire Italy completely some years ago), but perhaps less easy in countries with low penetration. His exploratory territory was, he believes, ‘still wild, little occupied…’(p.6). He felt he needed to explain the phenomenon from a systematic theology viewpoint, thus having two questions:

What impact has the net had on the way we understand the Church and the ecclesial communion?

What impact has it had on the ways in which we think about Revelation, grace, liturgy, the sacraments and classical theological themes?

The talk was a first step towards answering these questions, answers he is still working to supply. He began, as anyone working from a Catholic viewpoint would, by looking at Church documents on communication, specifically mentioning Benedict XVI’s 2011 talk to the Pontifical Council for Social Communication in which he mentioned Aetatis Novae (At the Dawn of a New Age) (1992). Spadaro notes (p.7) that:

‘if Christians reflect on the net, it is not only to learn to use it well, but because they are called to help humanity and to understand the profound significance of the web itself in God’s project, not as an instrument to use, but as an ambience to inhabit’.

On p.11, he quotes John Paul II’s 2005 apostolic letter ‘Rapid Development’ (n.10):

‘ [The Church] .. alerts [us] to the need to offer its own contribution for a better comprehension of the perspectives and responsibilities connected to present developments in social communications’

We often forget that the Catholic Church has used the available means of communication for its main purpose – evangelization – since it began. Electronic communication methods are just another of these means. Spadaro says he is neither sociologist, nor technician, but trained in theology, philosophy and literature. He believes that this formation has informed his views and interests on the web. Amongst influences mentioned are Marshall McLuhan, Gerard Manley Hopkins, Flannery O’Connor, Walt Whitman, St. Thomas Acquinas, T.S.Elliott, Teilhard de Chardin and one Karol Wojtyla, He also notes the encouragement of Mons. Claudio Celli, President of the Pontifical Council for Social Communications (PCCS) and Cardinal Gianfranco Ravasi of the Pontifical Council for Culture (PCC).

To develop the project further he opened his blog ‘Cyberteologia’ on January 1st, 2011, then his Leggi tutto “Cybertheology: thinking about Christianity in the era of the Net”

Card. Ravasi: Un Dio radicato in terra, la cyberteologia…

Articolo del Card. Gianfranco Ravasi apparso su Il Sole 24 Ore di domenica 23 settembre 2012 nel quale esprime un parere sul mio Cybereologia. L’occhiello dell’aerticolo recita: Il credere non si risolve in qualcosa di astrato e remoto ma è calato nella realtà quotidiana dell’individuo, inclusa quella digitale: è la cyberteologia.

«Noi non crediamo più agli dèi lontani/né agli idoli né agli spettri che ci abitano./ La nostra fede è la croce della terra / dov’è crocifisso il figliuolo dell’uomo». Certo, Fortini quando scriveva questi versi in Varsavia 1939 reinterpretava laicamente l’Incarnazione e la Crocifissione cristiane, ma coglieva implicitamente il vero nodo centrale che lega insieme i vari fili tematici del cristianesimo. Il Logos astratto e remoto dei Greci e l’idolo pesante e inerte del paganesimo erano spazzati via e sostituiti da un soggetto unitario, Cristo, che intrecciava in sé divinità e umanità, immanenza e trascendenza, contingente e assoluto, storia ed eternità, crocifissione e risurrezione. Il cristianesimo esige una fede infitta nella ragione, una divinità insediata nella società.

Per questo “Anno della Fede” – indetto da Benedetto XVI a partire dall’11 ottobre (cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II) e che durerà fino al novembre dell’anno prossimo – vorremmo ora suggerire, fra i tanti possibili, alcuni volumi di “contesto”. La fede cristiana è, come si diceva, “incarnata” e non alienante, il credere non è Leggi tutto “Card. Ravasi: Un Dio radicato in terra, la cyberteologia…”

In rete e fuori il nostro io resta uno solo

Ecco l’intervento del sociologo Nathan Jurgenson, pubblicato su Avvenire del 9 settembre 2012, a partire dal quale ho scritto la mia riflessione sul dualismo digitale.

Il potere dei social media di introdursi con forza nelle nostre vite quotidiane e la quasi-ubiquità delle nuove tecnologie ci hanno costretto a riconcettualizzare il digitale e il fisico: l’online e l’offline.

Molti sono vittime del pregiudizio che ritiene il digitale e il fisico come separati: io lo chiamo “dualismo digitale”. Il dualista digitale ritiene che il mondo digitale sia virtuale e che quello fisico sia reale. Questo pregiudizio motiva molte delle critiche a siti come Facebook, ma ritengo il dualismo digitale sostanzialmente fallace. Sostengo invece che il digitale e il fisico sono sempre più mescolati, e definisco questa prospettiva opposta, che “implode” atomi e bit piuttosto che tenerli concettualmente separati, “realtà aumentata”. Le realtà materiali e quelle digitali si co­costruiscono dialetticamente a vicenda. Questo si oppone all’idea che internet sia come Matrix , dove c’è un reale (Zion) che si abbandona quando si entra nello spazio virtuale (Matrix) – una prospettiva obsoleta, dato che Facebook è sempre più reale, e il nostro mondo sempre più digitale. Ho usato la prospettiva della realtà aumentata per criticare il dualismo ogni volta che l’ho incontrato. Per esempio il cyberattivismo e l’attivismo nel mondo fisico vanno colti nello stesso contesto, e ne vanno ricostruite le interazioni.

Considerato in se stesso, è vero, molto del cyberattivismo non conclude un granché. Ma usato congiuntamente agli sforzi offline può essere potente. E ovviamente la mia tesi è molto più facile da sostenere dopo le rivolte nel mondo arabo, che hanno usato sia le modalità di organizzazione digitale che quelle fisiche. Recentemente ho criticato la cyber-antropologa Amber Case per il suo uso superato dell’espressione della Turkle “secondo sé” ( second self ) per descrivere la nostra presenza online. La mia critica riguarda il fatto che separare concettualmente il primo e il secondo sé crea una falsa opposizione, poiché le persone ormai mescolano il loro sé fisico e quello digitale fino a rendere la distinzione irrilevante. Ma il dualismo continua ad abbondare. Libri famosi si ostinano a criticare i social media dalla prospettiva del dualismo digitale. Tutti questi lavori sostengono che il problema principale dei social media sia l’aver abbandonato la ricchezza del contatto fisico, reale, faccia a faccia per le relazioni digitali, virtuali e banali offerte da Facebook. La critica deriva dal pregiudizio sistematico che considera il fisico e il digitale come separati; spesso, come un trade off a somma zero in cui il tempo e le energie spesi da una parte sono sottratti all’altra. Questa è l’epitome del dualismo digitale. Ed è un inganno. Io propongo una prospettiva diversa, secondo la quale la nostra realtà è sia tecnologica che organica, sia digitale che fisica, insieme e nello stesso momento. Non entriamo e usciamo da realtà separate, una fisica e una digitale, alla Matrix , ma viviamo piuttosto in un’unica realtà, una realtà aumentata fatta di atomi e bit. E i nostri sé non sono scissi tra queste due sfere come come fossero un primo e un secondo sé contrapposti: formano piuttosto un sé aumentato. Un sé cyborg , come lo Leggi tutto “In rete e fuori il nostro io resta uno solo”

Realtà: duale, digitale o aumentata? L’ontologia di un mondo ibrido

Ripropongo qui un mio articolo apparso su Avvenire del 9 settembre 2012 col titolo “Dobbiamo indagare l’ontologia del nuovo mondo ibrido” all’interno di un dibattito dal titolo “Realtà. Duale, digitale o aumentata?”. Con Chiara Giaccardi – autrice di un’altra riflessione sulla stessa pagina del quotidiano dal titolo “Online/offline? Per i nostri figli non c’è differenza” – abbiamo discusso sul tema a partire da un post del sito di Nathan Jurgenson dal titolo Digital Dualism versus Augmented Reality.

L’irruzione dei social network nelle nostre vite impone nuove domande sul rapporto tra l’esistenza sul web e quelal in carne e ossa: si escludono, si ostacolano, si completano? Ma in fondo non è che la versione aggiornata dell’antica esigenza di coniugare spirito e materia.

Le nuove tecnologie digitali e i social network non sono più interpretabili come semplici strumenti tecnologici, ma creano un ambiente che determina uno stile di pensiero, contribuendo a definire un modo nuovo di stringere le relazioni, addirittura un modo di abitare il mondo e di organizzarlo. Non si tratta di un ambiente separato, ma sempre più integrato, connesso con quello della vita quotidiana. Non un luogo specifico all’interno del quale entrare in alcuni momenti per vivere online, e da cui uscire per rientrare nella vita offline. Una delle sfide maggiori oggi è quella di non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita. Invece di farci uscire dal nostro mondo per solcare il mondo virtuale, la tecnologia ha fatto entrare il mondo digitale dentro il nostro mondo ordinario. I media digitali non sono porte di uscita dalla realtà, ma estensioni capaci di arricchire la nostra capacità di vivere le relazioni e scambiare informazioni. La Rete sembra essere un vero e proprio tessuto connettivo attraverso il quale esprimiamo la nostra identità e la nostra stessa presenza sociale. La sfida, dunque, non deve essere quella di come usare bene la Rete, come spesso si crede, ma come vivere bene al tempo della Rete. Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni.

 

Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale. Il vero nucleo problematico della questione che stiamo affrontando è dato dal fatto che l’esistenza virtuale appare configurarsi con uno statuto ontologico incerto: prescinde dalla presenza fisica, ma offre una forma, a volte anche vivida, di presenza sociale. Essa, certo, Leggi tutto “Realtà: duale, digitale o aumentata? L’ontologia di un mondo ibrido”

La Chiesa non è un hub: risposta a Claudio Canal de “il Manifesto”

Il 1 agosto scorso il quotidiano il Manifesto ha pubblicato una recensione sul mio libro Cyberteologia a firma di Claudio Canal. Si tratta di una riflessione che valorizza il contributo che con il mio volume ho inteso dare allo studio dell’intelligenza della fede al tempo della Rete. Di questo sono grato all’autore. L’incipit della recensione, a dire il vero, è alquanto strana e improbabile con le sue domande “fantateologiche”, ma si comprende bene che servono ad “agganciare” il lettore: il suo è l’articolo di un quotidiano.

A metà circa Canal si sofferma su un punto che dunque ritiene centrale. E lo fa in maniera sostanzialmente polemica nei miei confronti, affermando che la Rete “non solo rappresenta la realtà, ma è in grado di produrla”. E da qui egli deduce che “Per questo è inaccettabile per l’autore [cioè il sottoscritto, ndr] ogni forma di Chiesa Opensource in cui i fedeli partecipino alla sua costruzione e al suo «mantenimento» in vita in una specie di Wikicclesia permanente”.

Che dire? Canal comprende bene che qui la posta in gioco è grossa. Cioè comprende che il tema dell’autorità è un tema caldo. Da questa intuizione però sembra compiere un maldestro e goffo salto acrobatico di pensiero, attribuendomi addirittura l’inaccettabilità del fatto che i fedeli partecipino alla edificazione della Chiesa. Il che è, a mio avviso, semplicemente assurdo! Non è il mio pensiero, ovviamente.

Il problema però è facilmente risolvibile. Canal crede che io dica che la logica peer-to-peer (cioè nodo-a-nodo) sia errata mentre io dico semplicemente che, quando si parla di Chiesa, è insufficiente. Tra errore e insufficienza c’è una bella differenza, e per nulla sottile. Scrivo nel mio libro, infatti: “Questo non significa che la logica peer-to-peer sia sbagliata in sé, però si deve dire che la logica teologica non è riducibile ad essa: è «altro» e ben «più» di essa”.

Canal invece si fa prendere la mano e mi accusa di un “romanocentrismo [che] manda nel cestino con un semplice delete teologico tutte le collettività cristiane e non solo, alle prese con forme nuove di connettività, comunione, cooperazione attraverso la Rete e di lì nel mondo e che nella centralità cattolica non si riconoscono”.

Lasciando da parte ogni commento su queste deduzioni acrobatiche, veniamo al punto. Il modello di Rete «paritario» detto peer-to-peer (o P2P) non possiede nodi gerarchizzati come i client e i server fissi, ma un numero di nodi equivalenti aperti verso altri nodi della Rete che mentre ricevono trasmettono e viceversa. Insomma: non esiste una vera “trascendenza”. E prevale il modello sociologico dello scambio o del baratto. Su questo non c’è nulla di male. Anzi: molte relazioni ecclesiali si fondano proprio su uno scambio ordinario, normale e generoso. D’altra parte, se il «cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi» – come ha scritto Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali del 2009 – allora la Rete può essere davvero un ambiente privilegiato in cui questa esigenza profondamente umana possa prendere forma.

Il cristianesimo, in qualunque sua forma, tuttavia prevede l’apertura a una Grazia indeducibile e inesauribile allo scambio orizzontale.

Ogni comunità ecclesiale non è semplicemente un circolo di amici o un dopolavoro. E ciò che trasmette lo riceve da lontano. Nel cattolicesimo, in particolare, Leggi tutto “La Chiesa non è un hub: risposta a Claudio Canal de “il Manifesto””

Abitare il continente digitale

Riporto qui una intervista a cura di Alberto Friso che è apparsa sul Messaggero di Sant’Antonio del giugno 2012 col titolo “Antonio Spadaro. Abitare il continente digitale” (pp. 68-70).

Web, smartphone, tablet, app, social network, avatar e via dicendo. Per alcune persone queste parole sono pane quotidiano, per altre invece disegnano un mondo astruso, un parco giochi per il quale non si possiede ancora il biglietto d’ingresso. Padre Antonio Spadaro – gesuita, direttore de «La Civiltà Cattolica» e docente alla Pontificia Università Gregoriana – il biglietto per il continente digitale non solo ce l’ha, ma ne ha fatto anche un ottimo uso, diventando nel tempo uno dei più attenti esploratori di internet e dintorni, come testimonia da ultimo il suo Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete (Vita e pensiero 2012).

Chi bazzica internet e la fede cristiana, o anche una sola delle due categorie, troverà pane per i suoi denti. Non a caso il libro ha trovato buona accoglienza dentro e fuori la Chiesa, grazie alla densità di pensiero che si accompagna a una felice chiarezza espositiva. Il testo poi è zeppo di punti interrogativi, ma non è una questione di stile o di retorica: sono domande aperte alle quali l’autore contribuisce a rispondere, senza mai mettere un punto fermo definitivo. A questa selva di interrogativi ne abbiamo aggiunti alcuni altri, rivolti direttamente a padre Spadaro, per saggiare il terreno del digitale con l’occhio del credente.

Msa. Lei insiste molto nel dire che la Rete «non è uno strumento, ma un “ambiente” nel quale noi viviamo». Quali sono le conseguenze?

Spadaro. Le conseguenze sono enormi, perché si tratta di definire ciò di cui stiamo parlando. Nel momento in cui consideriamo internet uno strumento, sottolineiamo solo l’aspetto utilitaristico. La Rete invece è un ambiente, è l’aria che respiriamo, fa parte della nostra vita ordinaria, e ci chiama a uno stile di presenza anziché di uso.

Quali sono le ricadute per quanto riguarda la Chiesa?

La Chiesa non è impreparata in proposito, anzi, ha recepito la rivoluzione digitale. Non è, come molti credono, retrograda su questi argomenti: c’è attenzione e una piena consapevolezza dell’importanza di internet. Penso agli ultimi messaggi per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: Benedetto XVI descrive con grande chiarezza la Rete come ambiente da vivere, anziché come mezzo utilitaristico. Le conseguenze di questo modo di pensare, poi, sono molteplici.

Per la Chiesa nel web è preferibile costruire cattedrali o frequentare i crocicchi delle strade? Qual è lo stile corretto?

Non farei una distinzione troppo netta, escludendo l’una o l’altra modalità. L’unica modalità di presenza da escludere, a livello di logica, è quella della propaganda ideologica. Non si tratta di vivere nei crocicchi, nei nodi e basta, opponendo forme di presenza tra di loro. Il discorso è più complesso. La differenza consiste nel modo in cui si trasmettono i contenuti. Nella Rete così come la conosciamo, un messaggio passa non per trasmissione, o broadcasting, come avviene in televisione o in radio, dove un’emittente invia informazioni a riceventi fissati a priori, ma per condivisione, o sharing. Il modello è quello dei social network. Significa che i contenuti passano attraverso le relazioni e, viceversa, che senza relazioni efficaci i contenuti non passano. L’ha detto molto bene il Papa nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali del 2011: nel momento in cui si è presenti nelle reti sociali, automaticamente si è testimoni di qualcosa, dei propri valori e della propria visione delle cose.

Spaventa allo stesso tempo giornalisti e sacerdoti la sparizione dei pulpiti nel web. Ogni contenuto è esposto a commenti. È come se durante un’omelia l’uditorio – composto da cristiani e pagani, a favore e ostili, preparati e ignoranti – potesse pubblicare in tempo reale una sorta di «giornale murale» direttamente sull’ambone.

È così, ed è un’altra grossa sfida. Si va sviluppando sempre più la dimensione interattiva. Un messaggio passa se si interagisce col messaggio stesso. La logica dell’approfondimento una volta coincideva esclusivamente con l’interiorizzazione dei contenuti, invece oggi si fa sempre più presente l’interazione con i contenuti.

Tuttavia non si potrà prescindere, per una vera conoscenza, dall’approfondimento.

Assolutamente. Ma cambiano le modalità. La parola stessa «approfondimento», andare in profondità, non ci aiuta a capire quanto sta accadendo oggi, perché siamo abituati a contrapporla a superficialità, all’orizzontale. Invece nel digitale prevale una forma di «approfondimento orizzontale», che consiste nel legare tra di loro cose disparate, creare nodi tra le realtà, infittire la capacità di relazione tra le cose. La profondità consiste allora solo nel riconoscere che le cose sono più connesse di quanto si immagini, ma restano orizzontali, tutte sullo stesso piano.

Leggo ancora nel suo libro: «La Rete, di sua natura, è fondata sui link, cioè sui collegamenti reticolari, orizzontali e non gerarchici». Non esiste un centro del web. Al limite esistono luoghi di maggior successo o più visitati o più influenti. Ma la Chiesa vive di un’altra logica, con un messaggio donato dall’alto, in una dimensione verticale evidente. C’è spazio per la verticalità in internet?

Questo, secondo me, è proprio uno Leggi tutto “Abitare il continente digitale”

La Cyberteologia? E’ la teologia dell’essere umano iperconnesso

Riporto di seguito il testo di un articolo di Chiara Giaccardi, ordinario di Sociologia e Antropologia dei media presso la Università Cattolica del S. Cuore di Milano, dedicato al mio volume Cyberteologia. Pensare il Cristianesimo al tempo della rete (Milano, Vita e Pensiero, 2012).

L’articolo è apparso sulla rivista Aggiornamenti Sociali, 63 (2012) 549-551.

Il titolo del libro di Antonio Spadaro è insieme estrememente sfidante e potenzialmente fuorviante.

Sfidante perché unisce in una sola parola qualcosa di potentemente nuovo (il mondo digitale) con qualcosa di antico e radicato nella tradizione (la teologia), identificando una direzione entusiasmante per affrontare il presente e il futuro.

Ma Cyberteologia è anche un titolo che potrebbe condurre fuori strada, e far pensare a qualche branca iperspecializzata della teologia, un territorio di nicchia per pochi tecnofili con il pallino della religione, o religiosi appassionati di tecnologia.

Ma, ovviamente, non è così. Al contrario: Cyberteologia è un libro per tutti, perché parla del mondo in cui tutti viviamo, e del modo in cui l’appartenenza a questo mondo, del quale i media sono parte integrante, orienta il nostro approccio alla fede, e insieme apre nuove possibilità di comprenderne la profondità inesauribile. In altri termini, riguarda il modo in cui noi, uomini e donne ormai “digitali” (nativi o immigrati ha poca importanza), accediamo alla fede, a partire da quale insieme di esperienze; e come a loro volta queste esperienze possono aiutarci a penetrare più a fondo, con una nuova “intelligenza”, l’oggetto stesso della nostra fede.

Questa premessa richiede di essere un po’ sviluppata, perché tocca alcune questioni importanti e non ancora pienamente metabolizzare dal senso comune. Innanzitutto, relativamente alla teologia e ai media.

La teologia, scriveva Guardini, “può dire cos’è in generale il ‘mondo’ secondo la fede, il pericolo che nasconde, e la lotta contro questo pericolo; ma dei contenuti concreti dell’esperienza del mondo, di per sé non conosce nulla (…). I relativi problemi, valori e criteri devono giungerle dall’esperienza del mondo” (R. Guardini, Religione rivelazione, Milano, Vita e Pensiero 2001 [1990], p. 11).

La rete è appunto il “contenuto concreto dell’esperienza del mondo” che la teologia deve esplorare oggi, con curiosità e senza pregiudizi. Un contenuto tutt’altro che settoriale. E un contenuto che ha un potenziale retroattivo di illuminazione sulla stessa teologia.

Non è settoriale perché, come precisa p. Spadaro, la cyberteologia non è semplicemente “contestuale”, nel senso di relativa a un ambito specifico, un contesto circoscritto in cui fede e tecnologia si intersecano. È piuttosto, si potrebbe dire, “antropologica” e “ambientale”.

Intanto, perché non riguarda pochi iniziati, ma tutti noi: i media digitali sono ormai estensioni incorporate, protesi sempre attive, “porte aperte che raramente vengono chiuse” (p. 9), che estendono nello spazio e nel tempo la nostra possibilità di comunicare e ricevere comunicazione, e ci tengono perennemente connessi alla rete. In un certo senso, siamo tutti cyborg: i confini tra noi e i nostri dispositivi tendono a sfumare, dal momento che non ce ne separiamo mai e li lasciamo sempre attivi. In questo senso, la Cyberteologia è la teologia dell’essere umano iperconnesso.

Ma, oltre che nostre estensioni, Leggi tutto “La Cyberteologia? E’ la teologia dell’essere umano iperconnesso”