La mia intervista a Martin Scorsese. «Silence», un viaggio dentro la violenza e la grazia

15356563_10154688912902508_869443098421653439_n«Quando ero giovane volevo fare un film sull’essere un prete […] Ma se davvero si ha la chiamata, come si fa ad affrontare il proprio orgoglio? […] E ho capito che, quasi sessant’anni dopo, stavo facendo quel film. Rodrigues è direttamente alle prese con quella domanda». Così Martin Scorsese a proposito di Silence, il suo ultimo film che a gennaio uscirà nelle sale cinematografiche. La pellicola è ispirata alla drammatica vicenda dei martiri giapponesi del XVII secolo.

Si tratta di un breve stralcio di un’ampia intervista che ho realizzato con il regista, e che per questo ho incontrato due volte, nella sua casa di New York e poi a Roma, all’inizio e alla fine di un dialogo durato otto mesi. L’intervista è pubblicata in forma integrale sul nuovo sito internet della Civiltà Cattolica, all’indirizzo www.laciviltacattolica.it sia in originale INGLESE sia in traduzione ITALIANA.

La ricerca su fede e grazia nella lunga genesi del film. Nel nostro colloquio Scorsese si mette a nudo rivelando il lungo processo di gestazione del film, ma anche un modo singolare di viverne la storia, che riconosce come parte della propria vita: una vita complessa, contraddittoria, ma alla ricerca di una grazia: «Da una parte c’era il desiderio di fare proprio questo film – racconta il regista – e dall’altra parte c’era la presenza del romanzo di Endo, di quella storia, come una specie di sprone a riflettere sulla fede; sulla vita e su come si vive; sulla grazia e su come la si riceve; su come alla fine possono essere la stessa cosa». È durato 19 anni il «lungo processo di gestazione» di questo lavoro» che è diventato «un modo di vivere con la storia e di vivere la vita – la mia vita – attorno a essa»; tanto che «guardo indietro e vedo che tutto nella mia memoria si riunisce come in una sorta di pellegrinaggio». Il regista si riconosce «ossessionato dallo spirituale» e «dalla domanda su ciò che siamo».

Dentro Silence. Sul personaggio che lo coinvolge di più: «Penso che il più affascinante e intrigante di tutti i personaggi sia Kichijiro… Kichijiro è Johnny Boy di Mean Streets… Johnny Boy e Kichijiro mi affascinano. Diventano ricettacoli di distruzione o di salvezza». A proposito della violenza di alcune scene, Scorsese annota che essere spirituali per lui significa «guardarci da vicino» e facendo questo dobbiamo accettare che «per il momento, la violenza è qui. È qualcosa che facciamo. Mostrarlo è importante. Così non si fa l’errore di pensare che la violenza sia qualcosa che fanno altri, che fanno “le persone violente”… Qualcuno dice che Quei bravi ragazzi è divertente. Le persone sono divertenti, la violenza non lo è».

 Un film di spiritualità cristiana ma non “alla Bernanos”. Il regista dice di aver trovato ispirazione in autori come Jacques Lusseyran (il leader cieco della resistenza francese), Dietrich Bonhoeffer, Elie Wiesel e Primo Levi, piuttosto che in Bernanos, in cui «c’è qualcosa di così duro, di inesorabilmente aspro. Invece in Endo la tenerezza e la compassione son sempre presenti». E ricorda il suo progetto interrotto di film didattici per la Tv sui santi, ispirati soprattutto dal Rossellini di Europa ’51 e Francesco giullare di Dio, «il più bel film su un santo che io abbia mai visto». Sulla figura di Cristo, mette invece al primo posto, nel cinema, Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini; nell’arte, il volto di Cristo dipinto da El Greco «più compassionevole di quello dipinto da Piero della Francesca». Per Scorsese — che ricorda l’importanza nella sua gioventù di un prete straordinario («padre Principe. Da lui ho imparato tantissimo, e tra l’altro la pietà con sé stessi e con gli altri») — la compassione è essenzialmente il «frutto della negazione dell’io».

Le influenze letterarie. Nella ricostruzione del processo di realizzazione dell’opera, emergono oltre alle influenze cinematografiche, le letture-guida del regista. Da Flannery O’Connor – afferma che il suo Il cielo è dei violenti lo ha sconvolto – alle Memorie del sottosuolo di DostoevskijTaxi driver è il mio Memorie del sottosuolo!»); dal Joyce di Ritratto dell’artista da giovane, che scontorna il Dio «tuoni e fulmini» della sua formazione religiosa di ragazzino, al confronto col mistero e con la meraviglia sull’umano nei libri Absence of Mind e Gilead di Marilynne Robinson.

Le vicende personali e la famiglia. Nel corso della nostra conversazione si affacciano inevitabilmente anche le vicende personali del regista italo-americano (la sua famiglia è arrivata da Polizzi Generosa, in provincia di Palermo). Dalla stimata figura del padre «in quel mondo» in cui «era presente la criminalità organizzata, sicché la gente doveva camminare sul filo del rasoio»; all’esperienza prima terribile e poi bellissima della nascita della figlia; dalla scuola di vita e di carattere obbligata dai suoi limiti fisici, fino alla memoria del suo «momento di autodistruzione, che riconosce come una forma di arroganza, di orgoglio».

La immagini e lo spirito. Alla mia domanda su come fa la fotografia di un film a farci vedere lo spirito, Scorsese risponde che «ci sono certe cose intangibili che le parole, semplicemente, non possono esprimere» e che si manifestano proprio «nel congiungersi delle immagini» all’interno di un film.  Lo spirito, dunque, si manifesta nell’editing, che è proprio l’azione del fare cinema.

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What did Pope Francis say to the Jesuits since he was elected?

Pope Francis visits delegates of General Congregation 36.
Pope Francis visits delegates of General Congregation 36.

This article, written by fr. Elías Royón S.J., was published originally in Italian on La Civiltà Cattolica . Download and read the origianl version here: http://www.laciviltacattolica.it/articoli_download/extra/3990.pdf

In these years of Francis’ pontificate, he has addressed the Jesuits many times, so that the Society gathered in the General Congregation had already, in some way, a «previous discourse» of Pope Francis that can serve the Jesuits as inspiration and guide them on their path.  A «previous» discourse of a «big brother» as Laynez called Faber[1], but a big brother who is the Pope, to whom we, «with renewed impulse and fervor»[2], offer our vow of obedience, taken into consideration since the beginning of the Society «as our first and principal foundation»[3].

What we have called the «previous discourse» is composed of different allocutions that Pope Francis has addressed to the Jesuits.  They are placed in clear continuity with this discourse.  They gratefully make memory of a past that is passionately present:  the graces of the Lord that have identified us and continue to identify us with the Society.  «We are called to recover our memory, to make memory, calling to mind the benefits received and the particular gifts» (Esercizi Spirituali [ES], n. 234)[4].

A Pope who is a Jesuit makes «memory», but he must be Pope first for us rather than Jesuit.  If other Popes have reminded us of these graces, Francis does it knowing them from within our condition as Jesuits.  With some frequency, he is recognized explicitly Jesuit: he explains, with simplicity, almost softly, but without twisting words, the great and strong characteristics of our spirituality and identity.

What has the Pope said to us?  This is what we propose to demonstrate in this article, with the awareness, however, of the difficulties it entails.  We will try to be as objective as possible in presenting the characteristic themes, even though we are all inclined to select those aspects that agree better with our theological, pastoral, social, and even religious and spiritual sensibilities, but we must make an effort to welcome all the reflections that the Pope offers us broadmindedly and with generosity of spirit, above all when they recommit us to our way of living and to our mission.


Centrality of Christ

Our characteristic monogram, IHS, points us to—the Pope said on the feast of St Ignatius in 2013[5]—a reality that we must never forget: the centrality of Christ for each one of us for the entire Society.  Jesus is our center and sole reference.  It follows that every Jesuit and the body of the Society must always be «decentralized», never becoming «self-referential»; this displacement leads us to have before our eyes «the God always greater» who continually draws us out of ourselves and pushes us to a certain kenosis, to «go out of his self-love, will and interest» (ES n. 189).

To the serene proposal, but essential for our vocation, he added the suggestion of a question not taken for granted by all of us: is Christ the center of my life?  Do I truly put Christ at the center of my life?  The Pope does not exclude the eventuality that this «centering» our existence in Christ remains subjected to the temptation of thinking of ourselves being at the center.  «And in this case the Jesuit is wrong» Francis clearly says.

The same idea returns, some months later, in the homily for the Feast of the Holy Name of Jesus (January 2, 2014).  We Jesuits want to be distinguished with the name of Jesus, which means having the same feelings as Jesus.  But the heart of Christ is the heart of a God who through love is «emptied».  Each one of us must be disposed to empty himself.  In this circumstance Pope Francis uses the term «emptied himself» rather than «decentered himself» with a reference to the Christological hymn of the Letter to the Philippians (Phil 2:5-11).

We are called to be «emptied», Francis comments, men who must not be living centered on themselves, because the center of the Society of Jesus is Christ and his Church.  And the Pope draws attention on the consequence that persists in distancing ourselves from a similar «decentralization»: «If the God of surprises is not at the center it disorients the Society»

In the interview released by Fr. Spadaro, in September of 2013, the Pope is asked how the Society can serve the Church today, with what peculiar traits, and what risks may threaten it.  The answer is long and touches on diverse questions, but the first words are clear: «The Jesuit is a person who is not centered in himself.  The Society itself also looks to a center outside itself; its center is Christ and his Church.  […] If it looks too much in upon itself, it puts itself at the center as a very sold, very well “armed” structure, but then it runs the risk of feeling safe and self-sufficient»[6].

Feeling ourselves «safe and sufficient» is the danger that threatens the Society and is in contrast, according to the Pope, to the «being» of the Jesuit.  Francis speaks of the Jesuit and all the Society; «being decentered» is the attitude precisely not only of every Jesuit, but of the entire body of the Society.  A security and institutional sufficiency, that have often threatened the history of the Society, contradict its most original roots and most glorious moments in how it is marked by martyrdom.

Francis leads us to our strongest identifying roots: the Spiritual Exercises.  In them we are taught to ask of the Lord «to love him and follow him more» as a prayerful expression of our desire to identify ourselves with the poor and humble Christ that is formulated in the «meditation on the two standards», of our desire «to be received under his standard» (ES 147).  The Spirit leads us to that «third degree of humility», the synthesis of Ignatian mysticism in identification with Christ: «imitate and be in reality more like Christ our Lord, I desire and choose poverty with Christ poor, rather than riches; insults with Christ loaded with them, rather than honors; I desire to be accounted as worthless and a fool for Christ, rather than to be esteemed as wise and prudent in this world» (ES 167).

The Exercises are a personal experience that «conform» the Jesuit to Him who called him to this vocation, but their dynamic of imitation and of following Christ «forms» the entire body of the Society in the Constitutions (Cost.) as the «way» to realize the Ignatian charism in the Church.

Ignatius had the audacity to present, to those who wanted to enter into the Society, the prospect that they must « they desire to suffer injuries, false accusations, and affronts, and to be held and esteemed as fools (but without their giving any occasion for this), 5because of their desire to resemble and imitate in some manner our Creator and Lord Jesus Christ» (Cost. 101).

This «conformation» of the Society to Christ is revealed in the experience at La Storta, interpreted from the first moment as an «institutional grace» and not simply as a personal grace of Ignatius.  The elements of the vision are based on the choice of Ignatius and of his companions, the Society, on the part of the Father, to be placed with the Son who takes the cross upon himself.  Thus are we granted the grace to be received under the standard of Christ in poverty and humility.  The 35th General Congregation comments regarding this: « We Jesuits, then, find our identity not alone but in companionship: in companionship with the Lord, who calls, and in companionship with others who share this call. Its root is to be found in Saint Ignatius’s experience at La Storta» (D II, 3).

The Society will be «safe» and it will feel «sufficient» not when it will look to itself, but will know to live with the desire to conform itself to the poor and humble Christ of the Exercises, to the God incarnated in Jesus of Nazareth, the ultimate model of «decentralization» in history.  This is the identity that the Pope recalls to us with so much clarity and insistence.

And when Ignatius and his companions wanted to present to the Church, with the approval of the Society, a synthesis of its identity in the Formula dell’Istituto, they did not hesitate to place God at the center: the first concern of the Jesuit must be that of «having in front of his eyes, always, before any other thing, God» (curet primo Deum).  Pope Francis leads us here with almost the same words.  At the same time, to define the identity of the Society, in the Formula a strong accent is place on the cross: «Anyone who wants to soldier for God under the banner of the cross in our Society and to serve only the Lord and the Roman Pontiff, his vicar on earth…»[7].

The Formula then warns us about the need to examine ourselves to unmask deceptions: «ponder long and seriously, as the Lord has counseled, whether they possess among their resources enough spiritual capital to complete this tower» (n. 4).  Only thus will personal and apostolic discernment, the discrete caritas, availability, the strength of the magis for a bigger and better missionary service, the experience of friendship among «companions of Jesus» be possible:  well-known, these, both identify us and ensure «the preservation and growth of this whole body» (Cost. 814).

Pope Francis reminded the Society of one of the more meaningful moments of its humiliation and identification with Christ.  In the Solemn Vespers of September 27, 2014, on the anniversary of the bicentennial of the restoration of the Society, he said: «The Society – and this is beautiful – lived the conflict to the end, without minimizing it. It lived humiliation along with the humiliated Christ; it obeyed.  […]  Let us remember our history: “the Society was given the grace not only to believe in the Lord, but also to suffer for His sake” (Philippians 1:29). We do well to remember this»[8].

jesuitssymbolAt the service of the Church

To this centrality of Crist is united the centrality of the Church, and Francis expresses this idea with a metaphor:  «They are two fires that cannot be separated»[9].  The Pope starts from an affirmation valid for every Christian: «You cannot follow Christ if not in the Church and with the Church» and he applies it specifically to the Jesuits:  «And in this case too we Jesuits — and the entire Society — are not at the center, we are, so to speak, a corollary, we are at the service of Christ and of the Church, the Bride of Christ Our Lord, who is our holy Mother the hierarchical Church (cf. EE, 353)»[10].

To this concept so Ignatian, Pope Francis also made a reference in the letter that on March 16, 2013, three days after his election, he wrote to the Father General.  In it, he thanked him for the full availability to «to continue serving the Church and the Vicar of Christ unconditionally, in accordance with the precept of St Ignatius of Loyola».  And then he offers his prayers for all the Jesuits, «so that — faithful to the charism they have received and in the footsteps of the saints of our beloved Order — with their pastoral action, and above all with the witness of a life dedicated without reserve to serving the Church, Bride of Christ — they may be a Gospel leaven in the world, tirelessly seeking the glory of God and the good of souls»[11].

This first message of a Jesuit Pope to the Society cannot pass unnoticed.   It is not just simple, formal expressions, nor is it only a courtesy letter: in it is expressed the core that most identifies our vocation.  The letter is short, and almost all addressed to recalling our special relations with the Church and the Roman Pontiff.  In it there is no explicit reference to the fourth vow, but he mentions it there: «in accordance with the precept of St Ignatius of Loyola»; and he reiterates the idea of service: «to continue serving the Church and the Vicar of Christ unconditionally […], a life dedicated without reserve to serving the Church, Bride of Christ».

In the homily he proclaimed for the Feast of St Ignatius in 2013, the Pope insisted on the fact that it is a unique «centrality» with two dimensions.  Therefore, he can say in no uncertain terms: «Serving Christ is loving this actual Church, and serving her generously and in a spirit of obedience».

The Jesuit must love and serve a concrete and historic Church.  Ignatius urges us to love the Church that is a pilgrim in this world, subjected to temptation, and formed by weak men and sinners, needy of the mercy of the Father.  In the interview released by Fr. Spadaro, Pope Francis presents his image of Church: «It is that of the holy, faithful people of God».  To think with the Church, for Francis, means being in the midst of this people.  «It is the experience of the “holy mother hierarchical Church”, […] the Church as the people of God, pastors and people together.  The Church is the totality of the people of God»[12].

How to serve the Church

The Pope emphasizes a principal of behavior of the Jesuit and of the Society in the Church: «There can be no parallel or isolated paths»[13].  Then «shortcuts» built by ourselves are of no value, where we may feel ourselves «safe» and «sufficient», nor views of the world beginning from our center.  Here he presents a temptation to us, when we want to take decisions beginning from «our center», and not from the «center» of Christ and his Church.  Then we lose the capacity to apostolically discern—knowing how God and the Church want to make use of the Society—and to examine ourselves and tell ourselves truly how we are, where we turn our gaze, what are our horizons.

The Society will find itself in many apostolic fields, but always in the Church, «with this belonging that gives us the courage to go ahead».  And the Pope makes reference to the two values of research and peripheries: «Yes, ways of research, creative ways, this is indeed important: to move out to the periphery, the many peripheries. For this reason creativity is vital, but always in community, in the Church».

Pope Francis urges us to be present in two important and current missionary horizons:  research and peripheries, in whatever their modality, and to develop in them great creativity, but always «in the Church», «avoiding the spiritual illness of self-referentiality».  And to give strength to his affirmation regarding the Society, he adds: «When the Church becomes self-referential she too falls ill and ages»[14].

The Pope then points out another way to serve the Church: that of serving the Roman Pontiff, collaborating with his ministry.  In the celebration of the bicentennial of the restoration of the Society, referring to the words of Pope Pius VII in the Bull of restoration, he asks the Jesuits to be «brave and expert rowers»[15], and immediately after he urged them thus: «Row, be strong, even against a headwind! We row in the service of the Church. We row together!».  Therefore, the Pope invites us to row with him, because «the boat of Peter can be tossed about today».  The service that Francis asks of us is realized in the Church and in help to the Roman Pontiff: «to row with him».

This idea is linked with what many Popes have asked of the Society, but had special importance in the discourse of the Pope Emeritus at the 35th General Congregation (2008).  Pope Benedict told us that he counts on the Society, that he wants us to be loyal collaborators; and he pushed us to fulfill the important and difficult service of making ourselves «loyally take on the Church’s fundamental duty to remain faithful to her mandate and to adhere totally to the Word of God and to the Magisterium’s task of preserving the integral truth and unity of Catholic doctrine»[16].

12662677_10153857833672508_8503738987257899039_n-740x493The Jesuit, a sinful man

To the question addressed to him by Fr. Spadaro: «Who is Jorge Mario Bergoglio?», the Pope gave a surprising answer: «I am a sinner».  Then he reinforces his answer: «This is the most accurate definition.  It is not a figure of speech, a literary genre.  I am a sinner».  And immediately after he affirms: «I am a sinner whom the Lord has looked upon».  To us Jesuits the words from the 32nd GC come to mind, when there we were asked: «What is it to be a Jesuit? It is to know that one is a sinner, yet called to be a companion of Jesus» (D II, 1).  Father Bergoglio had taken part at that Congregation, and definitely these words now resonate in his heart: he is defining himself as a Jesuit.

In the homily for the Feast of St Ignatius of 2013, Pope Francis speaks of the «shame of the Jesuit».  Contemplating the crucified Christ, in the first week of the Exercises, we are taken by the feeling, so human and so noble, that is the shame of not being good enough.  «And this always brings us, as individuals and as the Society, to humility, to living this great virtue.  […]  Humility that spurs us to put our whole self not into serving ourselves or our own ideas, but into the service of Christ and of the Church, as clay vessels, fragile, inadequate and insufficient, yet which contain an immense treasure that we bear and communicate»[17].

The Pope does not speak of a humility that is confused or that is expressed with devout acts, but he refers to the humility that identifies us with Jesus Christ poor and humiliated, with God incarnate on the cross, both when we must confront misunderstandings and when we become objects of misunderstandings and calumnies; but this is the more fertile attitude.  And the Pope cites the Chinese rites, the Malabar rites, the Reductions of Paraguay, misunderstandings and problems experienced also in recent times[18].

This humility is throughout all of the spirituality of the Society, and finds expression in these two terms, apparently contradictory, that also complete the identity of the Society: magis and minima.  These two correlative terms makes sense only when they supplement each other.  The Ignatian «more» is always the desired answer–«because the more you love him and follow him»—, that pushes the Jesuit to desire poverty and humiliation more than wealth and honors, to imitate and follow Jesus Christ more.

The «more» understands the «less», and is realized in «diminshing», that is the true humility.  The Society is «least» in its identity, because that implies «being submissive… and serving…».  Apostolic magis is then composed of inquiry, gratuity and availability, that lead us to «diminish», to not be at the center, to leave our security and «in Him alone must be placed the hope» (Cost. 812).

tumblr_ocmn1jp2zg1qz6bc9o1_1280The Jesuit, man of open thought, of great desires, always in search

In the interview cited, the Pope affirms that the Jesuit is a man «of incomplete thought, of open thought».  And he explains the reason: «The Jesuit thinks again and again, looking to the horizon, toward which he must advance, with Christ at the center.  This is his true strength».  In effect his «decentralization» keeps him in search, makes him creative, generous.

Pope Francis returns to this idea in the homily of the Feast of the Holy Name of Jesus, January 3, 2014.  The Jesuits are men in search, because «they think always looking to the horizon which is the ever greater glory of God, who ceaselessly surprises us. And this is the restlessness of our inner abyss. This holy and beautiful restlessness!».

Francis holds present that which most characterized St Ignatius and his spirituality: the search for the will of God, so meaningfully manifested in Ignatius’ Autobiography, when he defines himself as «the pilgrim».  The Pope speaks of restlessness of the heart—because God is surprise—, that he asks: «What does God want of me?».  Here the ultimate end of the spiritual process of the Exercises, the fruit of the long Jesuit formation to learn to seek and to find God in all things finds meaning.  To find the will of God is the object of the tool so Ignatian that is discernment.

Pope Francis is leading us «For where the Society’s first members have passed through» to revive the gift, in a way that, with the grace of God, we may push ourselves «or to go farther in the Lord» (Cost. 81).  He is leading us to the Preface of the Constitutions, that exhort us to be guided, more than from Rules and external observance, «the interior law of charity and love which the Holy Spirit writes and imprints upon hearts» (Cost. 134).

And so in order to not deceive ourselves, once again the Pope proposes to make this examination of conscience: «if our heart has preserved the restlessness of the search or if instead it has atrophied; if our heart is always in tension: a heart that does not rest, that does not close in on itself but beats to the rhythm of a journey undertaken together with all the people faithful to God».  It is not only a spiritual restlessness, but «a restlessness that is also apostolic […].   It is the restlessness that prepares us to receive the gift of apostolic fruitfulness. Without restlessness we are sterile».  And again he warns us: «May our gaze, firmly fixed on Christ, be prophetic and dynamic in looking to the future. Thus you will remain ever young and bold in interpreting events!»[19].

In addition, the Pope present Faber with this characteristic trait: a restless spirit, indecisive, never satisfied, who learns, under the guidance of Ignatius, to unite his restless, but sweet, sensibility with the capacity to take decisions.  A man of great desires, of great aspirations.  In his desires, Faber was able discern the voice of God.

And the Pontiff added the apostolic aspect of such desires: «An authentic faith always involves a profound desire to change the world»[20].  Francis recalls the Constitutions: «we help our neighbor by the desires we present to the Lord our God» (Const. 638).  In effect, in the Spiritual Exercises, in the letters and in the Constitutions[21] Ignatius urges us very often to nourish «the good and great desires» and to concentrate them in Jesus Christ.  He made it a personal experience in his spiritual process, as referred to in the Diary and in the Autobiography.

Looking to Faber, Pope Francis asks us: «Do we also have great vision and impetus? Are we also daring? Do our dreams fly high? Does zeal consume us? Or are we mediocre and satisfied with our “made in the lab” apostolic programs?»[22]  Still in the homily of January 3, 2014, the Pope mentions the Church as a reference for the Society: «Let us always remember: the Church’s strength does not reside in herself and in her organizational abilities, but it rests hidden in the deep waters of God. And these waters stir up our aspirations and desires expanding the heart. It is as St Augustine says: pray to desire and aspire to expand the heart»[23]

resizeThe Jesuit, man of the frontier

In the audience with La Civiltà Cattolica, Francis defines us as men of the frontier: «Your proper place is at the frontier. This is the place of Jesuits.  […] Please, be men of the frontier, with that capacity that comes from God”.  There is never a lack to that allusion of the center of the identity of the Jesuit, the place from which these notes of his «profile» can flow, in the Pope.

And he specifies also how he needs to go towards the frontier: «do not give in to the temptation of domesticating these frontiers: it is essential to go out to the frontiers but not to bring frontiers home to touch them up with a little varnish and tame them».  And he again defines the Jesuit’s mission as service for the Church: «It is a question of supporting the Church’s action in all the fields of her mission».

In the interview released by Fr. Spadaro, Pope Francis clarifies his thought on the frontier a bit more: «I am referring in a particular way to the need for those who work in the world of culture to be embedded into the context in which they work and on which they reflect».  Evidently, he was making a reference to the work of thinkers and writers; but then he enlarges his thought and states: «There is always the lurking danger of living in a laboratory.  […]  I am afraid of laboratories because the problems are taken to the laboratory, and then taken home so as to be tamed, to paint them out of their context.  You cannot bring the frontier home, but you have to live on the border and be bold»[24]

The faith is always an inculturated faith, a faith that is way, a faith that is history:  God is made flesh revealing himself in a concrete history. Here the reference is Father Arrupe and his letter to the CIAS (Centros de Investigación y Acción Social), that the Pope defined as «genial»; in it is clearly said that you cannot speak of poverty if you do not experience it[25].

In the celebration of the bicentennial of the restoration of the Society, Pope Francis summarized the work of the Society at the frontier of our time: refugees and displaced persons, integration of service with faith and the promotion of justice[26], and he recalled, making it his own, the words of Paul VI at the 32nd GC, that he himself heard with his own ears: «Wherever in the Church, even in the most difficult and extreme situations, in the crossroads of ideologies, in the social trenches, where there has been and there is confrontation between the deepest desires of man and the perennial message of the Gospel, Jesuits have been present and are present»[27].  Francis added: «These are prophetic words of the future Blessed Paul VI».  Even Pope Benedict, in his song, took these demanding and encouraging words of Pope Montini.

Three Popes, therefore, have sent the Society the same message.  Words of trust and esteem, but also very demanding, because they recall the ecclesial meaning of our vocation.

The Jesuit, man of dialogue

In the audience granted to La Civiltà Cattolica, Pope Francis retraces its defensive history and fidelity to the Church and reminds the writers that their «duty is not to build walls but bridges; it is to establish a dialogue with all people, even those who do not share the Christian faith […] and even, “those who oppose the Church and persecute her in various ways” (Gaudium et Spes, n. 92)».  And to dialogue, one needs to lower one’s guard and to open doors.  The Pope encourages the writer to continue the dialogue with cultural, social, political institutions, to offer a contribution for the common good.

In the Pope’s words the figure of his model of the Jesuit returns to make itself present.  We may wonder at the fact that when the Pope reads these words of Faber: «Whoever wants to draw close to the heretics of this age must have a lot of love with them and love them in veritate» communicating «familiarity with them»[28], he is left struck by them and comments: «His dialogue with all, even the most remote and even with his opponents…»[29].

cropped-santis.jpgThe Jesuit, man of discernment

What we have reported up to her recalls that the Jesuit is a man who has the gift of discernment «who seeks to recognize in the human and cultural situation the presence of God’s Spirit, the seed of his presence already sown in events, in sensibilities, in desires and in the heart’s profound aspirations and in social, cultural and spiritual contexts».  Pope Francis defines spiritual discernment «a treasure of the Jesuits».  And he states he was left struck by the observation of Hugo Rahner, for whom the Jesuit «is a specialist in discernment in the field of God and also in that of the Devil»[30].  We don’t need to be afraid to continue in discernment to find the truth.

When Fr. Spadaro asks him what aspect of Ignatian spirituality helps him the most to live his ministry, Francis answered: «Discernment.  Discernment is one of the things that worked inside of St Ignatius.  For him it is an instrument of struggle in order to know the Lord and follow him more closely»[31].  And he added: «This discernment takes time.  […]  I believe that we always need time to lay the foundations for real, effective change.  And this is the time of discernment.  Sometimes discernment instead urges us to do precisely what you had at first thought to do later.  […]  The wisdom of discernment redeems the necessary ambiguity of life and helps us find the most appropriate means, which do not always coincide with what looks great and strong»[32].

In the celebration of the bicentennial of the restoration, Pope Francis made very precise observations on discernment: «in a time of confusion and turmoil […], in the confusion and humiliation, the Society preferred to live the discernment of God’s will, without seeking a way out of the conflict in a seemingly quiet manner. Or at least in an elegant way: this they did not do».

In other discourses, the Pope expounds on, almost incidentally, the conditions in order that a true spiritual discernment is given.  For example, he refers to right intention, a simple gaze, to the fact that «discernment is always done in the presence of the Lord, looking at the signs, listening to the things that happen, the felling of the people, especially the poor»[33].

Regarding the suppression of the Society, Pope Francis refers to what Fr. Lorenzo Ricci said about the sins of the Jesuits.  In fact, discernment does not seek the easy «compromise», it saves us from real uprooting, from the real “suppression” of the heart, which is selfishness, worldliness, the loss of our horizon, of our hope, which is only Jesus, when we seek what God asks.

In narrative form

We can in conclusion, add a note on «how» the Pope addressed the Jesuits in the «previous discourse».  In the interview released by Fr. Spadaro, he states that “the Society can only be described in narrative form.  Only in the narrative from do you discern»[34].  In effect the Pope has «narrated» us, with clarity and insistence, the Society’s identity, centered on Christ and on the Church: «To serve as a soldier of God beneath the banner of the Cross and to serve the Lord alone and the Church his spouse, under the Roman Pontiff»[35].

The Pope has «narrated» us, so that we, making «memory», place ourselves in an attitude of discernment and, grateful for so much good received, examine if we are in that «center» and, once «decentered» from ourselves, desire to live under the banner of Jesus: only thus will we be able to know how and in what the Lord and his Church want to be served by this «least» Society.

The Pope’s narrative language does not lead him to get lost in secondary questions.  He brings us back, as in a serene conversation with his brother Jesuits, to the origins, where «the first ones came», to where, through them, the gift of the Spirit overflows to the Church; and in a very Ignatian way questions himself, he a Jesuit, and questions us Jesuits, on our life and on our mission in reference to that core identity.

Following the example of Faber, Pope Francis talked to us with sweetness, with brotherhood, with love, in truth, like a «big brother»; and, like Faber, he also invites us to have the desire to «allow Christ to occupy the center of our heart»[36], because «it is only possible to go to the limits of the world if we are centered in God»[37]

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(translation by Reyanna Rice)

NOTES

[1] Cfr Fontes Narrativae Societatis Iesu (FN), I, 104

[2] 35th General Congregation of the Society of Jesus, Decree 1.

[3] P. Fabro, Spiritual memories, Rome – Milan, Civiltà Cattolica – Corriere della Sera, 2014, 18; Monumenta Historica Societatis Iesu (MHSI), 63, 162.

[4] Pope Francis, Vespers and «Te Deum» on the bicentenary of the restoration of the Society, September 27, 2014.

[5] Cfr Id., Homily on the feast of St Ignatius, July 31, 2013.

[6] A. Spadaro, «Interview with Pope Francis», in Civ. Catt. 2013 III 454 s

[7] «Formule dell’Istituto 1539, 1540, 1550», in Ignatian Sources, MCo I, 373- 383.

[8] Pope Francis, Vespers and «Te Deum» on the bicentennial of the restoration of the Society, cit.

[9] Ibid.

[10] Pope Francis, Homily on the feast of St Ignatius, July 31, 2013.

[11] Pope Francis, Letter to the Provost general of the Society of Jesus, Father Adolfo Nicolás Pachón, March 16, 2013: cfr www.vatican.va

[12] A. Spadaro, «Interview with Pope Francis», cit. 459.

[13] Pope Francis, Homily on the feast of St Ignatius, July 31, 2013

[14] «Audience of Pope Francis to “La Civiltà Cattolica”», June 14, 2013, in Civ. Catt. 2013 III5.

[15] Pius VII, Sollicitudo ommium ecclesiarum.

[16] Benedict XVI, Discourse to the fathers of the General Congregation of the Society of Jesus, February 21, 2008: cfr www.vatican.va

[17] Pope Francis, Homily on the feast of St Ignatius, cit.

[18] A. Spadaro, «Interview with Pope Francis», cit.,456.

[19] «Audience of Pope Francis to “La Civiltà Cattolica”»,cit., 5.

[20] Pope Francis, Homiliy in the Mass for the Feast of the Holy Name of Jesus, January 3, 2014.

[21] We find a very meaningful example in Const. 101 (Examen).

[22] Pope Francis, Homily in the Mass for the Feast of the Holy Name of Jesus, cit.

[23] Ibid.

[24] A. Spadaro, «Interview with Pope Francis», cit.,474.

[25] Ibid.

[26] Besides the discourse cited in the text, Pope Francis has proclaimed discourses for groups of Jesuits and laity who work in various apostolic fields: the Latin American Congress of former students (November 2015); Former students from Uruguay (October 2013); Gregorian University (April 2014); Vatican Observatory (June 2014, September 2015); Astalli Center (September 2013); Jesuit Refugee Service (November 2015); Youth Eucharistic Movement (August 2015).

[27] Paul VI, Discourse to the 32nd General Congregation of the Society of Jesus, n. 2.

[28] Monumenta Fabri, 399-402.

[29] A. Spadaro, «Interview with Pope Francis», cit.,457.

[30] «Audience of Pope Francis to “La Civiltà Cattolica”»,cit., 4 s.

[31] A. Spadaro, «Interview with Pope Francis», cit.,453.

[32] Ibid, 454.

[33] Ibid.

[34] Ibid, 455.

[35] Julius III, Bull Exposcit debitum, July 15, 1550

[36] P. Faber, Memorie spirituali, n. 68.

[37] Pope Francis, Homily in the Mass for the Feast of the Holy Name of Jesus, cit.

“Always be a father!” My take on fr. Arturo Sosa, General of the Jesuits

2016-10-19-13-43-54Arturo Sosa was my “desk companion” during the General Congregation.  He told me a few days before the start that he would be seated next to me.  In the days before his election, we talked of many things, some perhaps unimportant, others more serious.  I sensed, however, a person next to me with a lot of energy and serenity.  A resolved person, reconciled with life and his experience of the past.

On the day of the election, we had exchanged few words.  The climate was of silence and profound interior recollection.  I showed him the notebook in which I was taking some notes.  On the cover was imprinted a phrase of St Ignatius: “Go forth and set the world on fire”.  His comment was: “Yes.  But today the world is already in flames, and unfortunately in another sense…..”

14725645_10154516511092508_2815614404307365159_nOne day we spoke about Pope Francis.  He told me he met Jorge Mario Bergoglio during the 33rd General Congregation in 1983.  Arturo was just 35 years old:  he was very young to be a “congregation father”.  Bergoglio—who then was 47 years old—saw him as young and robust.  This is why he gave him a nickname: “potrillo”, that is “colt”.  The recommendation that the Pope made at the news of his election to the General was: “be courageous”.

The day of the election we were all dressed well.  He had on his suit and clergyman black that “stood out” well with his white mustache and hair.  I noted that both his beloved plaid shirts that he brought and the dark suit that he brought didn’t change his behavior.  So I’d always known him:  as a person capable of being himself and at ease in the most diverse situations.  The counting of the votes by now indicated that his election was imminent.  He was as serene before the beginning of the voting as he was the day before…  Almost without think I extended my arms to comfort him for the weight that was falling on his shoulders.  I realized that I was embracing him.  He, serene as before, just whispered something like:  “when the chicken is to be eaten, you need only to boil the water…”

14713697_10154527066927508_3208992864689140582_nEven after the gathering of the number of needed votes, he was not discomposed.  He continued to write something in his notebook.  Until, the vote counting concluded, a round of applause started and the hands of the brothers embracing him and applauding him had not completely surrounded him, I had time to whisper in his ear: “You are our Father General”, emphasizing with my voice the word “father”.  And then: “Always be a father”.

Arturo Sosa is then the new Father General of the Jesuits.  He is 68 years old and a Venezuelan.  We well know what strong tensions they have experienced in Venezuela, tensions that he has experienced first hand.  Venezuela is one of the “peripheries” about which Francis has talked.  The “black pope” is proof that the very peripheries where tensions simmer, can convey energies to put at the service in the center of the Church universal.  People like Arturo Sosa have experienced such tensions through which at the end the spiritual energy of their personality flows calm, serene, without tensions.  Mature.  People like him don’t have to prove anything to themselves.  They have already done so, perhaps.  They gambled.  They have now won and now lost.  They took the walls by headbutts. They have even had ideological passions arriving then at near nothingness in their inconsistency.  Thiers is no longer an ideological critique of ideology, but a hand-to-hand combat with the reasons why it’s worth spending (and sometimes losing) their lives.  Now these people like Sosa, like Bergoglio, can bear the weight well without taking to many measures.  They can even resist the bewitching bureaucracy of power by remaining themselves.

14716206_10154515891227508_6256879352948603279_nAnd Sosa, like Bergoglio, is from Latin America.  Their countries—Venezuela and Argentine—are certainly two different countries.  And moreover, they witness together that the Church of that subcontinent is a “source” Church, and not a reflection, capable of bearing mature fruit for the universal Church.  Also for that of the European Church, and without contrasts, because they have European roots in their blood:  Bergoglio in the Piedmont of Nonna Rosa, Sosa in the Spain of Santander of his maternal grandfather, a tailor passionate about bulls and bullfights, who died at 104 years of age.
In the homily at the beginning of his mandate, Arturo Sosa said of the Jesuits something which can cause all to reflect.  He said that we must leave the fears behind that we feel and we must be creative and audacious, we must take the bulls by the horn.  He understood that the problem is simple: we make mistakes because we act motivated by fear.   And then Sosa had the courage to say in his first homily as General:  “We also want to contribute to what today seems impossible: a Humanity reconciled in justice, that lives in peace in a common home well cared for, where there is a place for all of us because we recognize our brothers and sisters, sons and daughters of the same and one only Father”.   He spoke of the “audacity of the impossible” that flows from faith.  Only a man who has gone through the ideologies knows that you must not be afraid of utopias if they are able to supply the gasoline to move forward in the building of a better world.  In a time in which one lives fears and disappointments, in a time in which you only take account of secure things, with few certainties at your disposal, Arturo Sosa invites us to not lose that healthy utopia that allows us to believe that the world is not destined to perdition and that it is possible to work to make it what the Lord wants it to be.

750x420x161015_gc36_thanksgiving_mass_arturo_sosa_sj_election_ie_250-750x420-jpg-pagespeed-ic-y63vnor4lrThis is why, deep down, Sosa was an intellectual—professor of the Theory of Politics and Rector of a university.  Because he wanted to understand how the world goes, how it functions, what makes it turn in the opposite direction in its orbits fixed by God’s plan.  He said in his first homily at the Church of the Gesù, dressed in the same liturgical vestments worn by Francis for his first Mass with the Jesuits: “Thinking to understand in depth the moment of human history that we live and to contribute to the search for alternatives to overcome poverty, inequality and oppression.  To not cease thinking to propose the pertinent questions to theology and to deepen the understanding of the faith that we ask the Lord to increase in us”.

He had written in 2008: “The Society of Jesus does not hide the complexities of the problems that afflict human beings and the multiple bridges that it is necessary to stretch to overcome the barriers between the social classes, ethnicities, religious differences or of gender and many others that prevent and block reconciliation among human beings.  One of the characteristic traits of the Society of Jesus since its foundation has a special importance: the commitment to the intellectual apostolate through which it can effectively contribute and fully understand the mechanisms and connections of real problems, a condition without which it is not possible to build the necessary bridges to facilitate reconciliation with others”.

But Arturo Sosa was not solely an intellectual.  He was and is a man of government.  He has participated in four General Congregations, and was Provincial of Venezuela, he served on the Council of Father Generale Adolfo Nicolás, and lastly he was responsible for the international houses of Rome.

Between local and international commitment, the key word for him was “frontier”.  He wrote: “The frontier in the life of persons and peoples is a challenging sign.  It represents the limits of reality itself or the limits of the other.  It represents, at the same time, the possibility of going beyond the initial limits, and moving towards less familiar areas and ideals.  It represents the challenge of transcending what we are, to draw closer to what we should be, and, finally, to open ourselves to the totally other, to God”.

Sosa’s discourses end up always in God.  You can easily understand him:  this man of government, this intellectual, this man of ignited and resolved tensions, is a man of God.  First of all he is a spiritual man who reminds the brothers who have elected him that they must have: “the whole heart that we want to have in tune with the Merciful Father”.

What is the Society of Jesus for Arturo Sosa?  We will understand that better in the near future.  For now it is enough to quote one of his dazzling definitions of eight years ago: un grupo mínimo para la magnitud de lo que se propone (“a minimum group for what is proposed”).14691964_10154517696227508_691428205635277744_o

(translation by Reyanna Rice from the original text in Italian)

 

 

 

La prima omelia del Generale dei Gesuiti, p. Arturo Sosa SJ

cuzcwltxgaayypoCarissimi fratelli,

pochi giorni fa, in questa stessa Chiesa del Gesù, dove riposano i resti di Sant’Ignazio e Pedro Arrupe, p. Bruno Cadorè ci ha invitati ad avere l’audacia dell’improbabile come l’atteggiamento proprio delle persone di fede che cercano di testimoniarla nella complessa attualità dell’Umanità. Ci ha invitati a lasciare indietro la paura e a remare verso il largo come l’atteggiamento per essere nello stesso tempo creativi e fedeli durante la Congregazione Generale.

Certo, l’audacia della quale abbiamo bisogno per essere servitori della missione del Cristo Gesù può sgorgare soltanto dalla fede. Perciò il nostro sguardo è in primo luogo indirizzato a Dio, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo, come ci ricorda il brano del Vangelo appena ascoltato. E come ci ricorda la Formula Instituti al n.1: “(il gesuita)

faccia in modo di avere dinanzi agli occhi, finché vivrà, prima di ogni altra cosa, Iddio, e poi la forma di questo suo Istituto”. Anzi, è il cuore intero che vogliamo avere in sintonia col Padre Misericordioso, il Dio che è solo Amore, il nostro Principio e Fondamento. Il cuore di ciascuno di noi e anche il cuore del corpo della Compagnia.

Se la nostra fede è come quella di Maria, la mamma di Gesù e la Madre della Compagnia di Gesù, la nostra audacia può andare ancora più avanti e cercare non solo l’improbabile, ma l’impossibile, perché nulla è impossibile a Dio come proclama l’arcangelo Gabriele nella scena dell’Annunciazione (Lc 1,37). È la stessa fede di Santa Teresa di Avila o Santa Teresa di Gesù, la cui memoria celebriamo oggi. Anche lei, senza paura, si è fidata del Signore per intraprendere l’improbabile e l’impossibile.

Chiediamo, dunque, al Signore questa fede, perché possiamo fare anche nostre, come Compagnia di Gesù, le parole di Maria nel rispondere alla straordinaria chiamata ricevuta: ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola. Come Ignazio e i primi Compagni, come tanti confratelli che hanno militato e mìlitano sotto il vessillo della croce soltanto al servizio del Signore e della sua Chiesa, vogliamo anche noi contribuire a quanto oggi sembra impossibile: una Umanità riconciliata nella giustizia, che vive in pace in una casa comune ben curata, dove c’è posto per tutti quanti perché ci riconosciamo fratelli e sorelle, figli e figlie dello stesso e unico Padre.

Perciò ribadiamo anche oggi la convinzione di Sant’Ignazio nello scrivere le Costituzioni: Poiché la Compagnia non è stata istituita con mezzi umani, non può conservarsi né svilupparsi con essi, bensì con la mano onnipotente di Cristo Dio e Signor Nostro, in Lui solo è necessario riporre la speranza.

Con la speranza posta in Dio e soltanto in Lui la Congregazione Generale proseguirà le sue deliberazioni e contribuirà alla responsabilità di ben conservare e sviluppare tutto questo corpo (Cons. 719).

Conservare e sviluppare il corpo della Compagnia è strettamente legato alla profondità della vita spirituale di ciascuno dei suoi membri e delle comunità nelle quali condividiamo la vita e missione con i compagni. Allo stesso tempo ci vuole una straordinaria profondità intellettuale per pensare creativamente i modi attraverso i quali il nostro servizio alla missione del Cristo Gesù può essere più efficace, nella tensione creativa del magis ignaziano. Pensare per capire in profondità il momento della storia umana che viviamo e contribuire alla ricerca di alternative per superare la povertà, la ineguaglianza e la oppressione. Pensare per non smettere di proporre le domande pertinenti alla teologia e approfondire la comprensione della fede che chiediamo al Signore di aumentare in noi.

Non siamo soli. Come compagni di Gesù vogliamo anche noi seguire il cammino dell’incarnazione, diventare simili agli esseri umani che soffrono le conseguenze della ingiustizia. La Compagnia di Gesù potrà svilupparsi soltanto in collaborazione con altri, soltanto se diventa la minima Compagnia collaboratrice. Attenzione alle trappole del linguaggio. Vogliamo aumentare la collaborazione, non soltanto cercare altri che collaborino con noi, con le nostre opere perché non vogliamo perdere il prestigio della posizione di chi ha l’ultima parola. Vogliamo collaborare generosamente con altri, dentro e fuori dalla Chiesa, nella consapevolezza, proveniente dall’esperienza di Dio, di essere chiamati alla missione del Cristo Gesù, che non ci appartiene in esclusività, ma che condividiamo con tanti uomini e donne consacrati al servizio degli altri.

Nel cammino della collaborazione, con la grazia di Dio, troveremo anche nuovi compagni per aumentare anche il numero, sempre minimo per grande che sia, dei collaboratori con gli altri invitati a far parte di questo corpo. Non c’è nessun dubbio circa il bisogno di aumentare la nostra preghiera e il nostro lavoro per le vocazioni alla Compagnia e di continuare il complesso impegno di offrire la formazione che faccia di loro dei veri gesuiti, membri di questo corpo multiculturale chiamato a testimoniare la ricchezza della interculturalità come volto dell’umanità, creata a immagine e somiglianza di Dio.

Prendiamo dunque oggi per noi le parole dell’apostolo Paolo­: il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

Nella Chiesa del Gesù a Roma il 15 ottobre 2016

P. Arturo Sosa, el nuevo Padre General de la Compañía de Jesús

0-arturo-sosa-informalP. Arturo Sosa, venezolano, es el nuevo Padre General de la Compañía de Jesús.

Nació en Caracas el 12 noviembre de 1948.

— Licenciado en Filosofía en la Universidad Católica Andrés Bello.
— Estudió Teología en la Pontificia Universidad Gregoriana de Roma.
— Es doctor en Ciencias Políticas por la Universidad Central de Venezuela.

Director de la Revista SIC (1979-1996).
— Fue Profesor en la Universidad Católica Andrés Bello, en la Universidad Central de Venezuela y en la Georgetown University, Washington, EEUU, impartendo clases de Historia de Ideas Políticas
— Superior Provincial de la Compañía de Jesús en Venezuela (1996-2004). —  Desde 2004 es Rector de la Universidad Católica del Táchira.
— Desde 2014 es miembro del Consejo del Prepósito General de la Compañía de Jesús.

Ha escrito una docena de libros sobre la democracia y dictadura en la Venezuela del siglo XX, el colonialismo y la emancipación en Venezuela, el pensamiento político venezolano.

Sus principales intereses son la espiritualidad ignaciana, la solidaridad con los más vulnerables, la migración y los refugiados, la reconciliación y el diálogo, l’apostolado intelectual.

Un artículo sobre la situación en Venezuela después el golpe de Estado de 2002 publicado en La Civiltà Cattolica 

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Qual è la spiritualità di Ignazio di Loyola e dei gesuiti?

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Trascrivo qui gli appunti per una conversazione offerta il 26 aprile 2013 presso l’Istituto Massimo di Roma ai membri delle Comunità di Vita Cristiana che si ispirano alla spiritualità di sant’Ignazio di Loyola, in occasione dei loro 450 anni di vita.

Che cos’è la spiritualità per l’uomo e la donna di oggi? 

La parola “spiritualità” sembra alludere a una dimensione «altra», sempre ulteriore, rispetto a quella che si vive ordinariamente. Sembra forse rinviare a un tempo tranquillo, festivo, privo di quegli impegni che distraggono lo spirito da ciò che più conta. In ambito cristiano poi a volte si pensa che la spiritualità sia un discorso riservato a persone ben formate e ferventi: una sorta di passo in più, di passo in avanti. Identifichiamo insomma spiritualità con “ritiro”… E questo non è del tutto corretto. Certo non è ignaziano. Gli stessi Esercizi sono una palestra dello spirito (come eiste la palestra per il corpo), non una esperienza

Che cos’è la spiritualità, dunque? La verità più fondamentale è che ogni essere umano, in quanto tale, vive sotto l’influsso della chiamata della grazia di Cristo e dalla Grazia è incalzato. Tutti gli esseri umani, proprio perché umani, hanno una vita spirituale con le sue dinamiche proprie. Tutti sono toccati dalla grazia di Dio. Semmai a volte questo tocco viene riconosciuto e a volte no.

La vita spirituale delle persone dunque non è morta perché non può morire. Semmai oggi sembra spesso fuoriuscire dal mondo della confessione religiosa. Le domande allora, non sapendo dove andare, hanno preso casa nell’esperienza della cultura.

Ma possiamo dire anche della politica (oggi piena di tensioni soteriologiche, escatologiche, palingenetiche, di una comunità civile pensata come una “comunione dei santi” anche grazie alla Rete…). Si pensa alla trasparenza come il luogo della verità. Il vero valore per eccellenza sembra essere non la probità, ma l’indignazione profetica che cerca autenticità. Sono tutte dinamiche di sapore religioso.

Paradossalmente è proprio chi ha fede che oggi è chiamato a svelare che la politica non è il luogo della rivelazione dall’alto ma della carità dal basso. E voi, Comunità di Vita Cristiana, sapete bene che i valori vanno non solo trasmessi ma condivisi. La comunità umana va costruita, dunque. Occorre comprendere come la politica che – e qui cito l’allora cardinal Bergoglio – è «lo spazio del compromesso e la missione per superare le contrapposizioni che ostacolano il bene comune».

Dobbiamo abitare gli spazi della socialità, anche i nuovi! Come hanno fatto i nostri padri con le “congregazioni”. La dimensione associativa oggi è importante. Viviamo al tempo dei networks sociali. La sfida consiste proprio nell’abitare una nuova socialità diffusa che stiamo sperimentando. I cristiani sono chiamati ad abitare queste nuove forme di socialità.

Sono chiamati ad abitare bene anche il bricolage che non è più nè il gruppo nè la massa. Non ho ricette, ma so che è importante. Anche perché ormai queste sono le strade per l’impegno. Non solo: il pensiero si forma lì. Assistiamo a forme di pensiero collettivo. Anche i social network sono diventati luoghi di pensiero.

Una tra le cose che più mi colpisce è l’interpretazione che La Civiltà Cattolica ha dato della sua cattolicità nel primo editoriale del 1850: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica». Penso sia uno spunto interessante per tutti noi. La convergenza sui valori e su ciò che conta non costruisce ghetti, ma lascia libere le persone di aggregarsi secondo le loro peculiarità.

Come affrontare, dunque, la questione della spiritualità nel mondo contemporaneo? Ha detto Papa Francesco: «L’esperienza spirituale dell’incontro con Dio non è controllabile».

La spiritualità delle comunità ignaziane ha un tesoro: una visione del mondo. E questa è quella che ha ricevuto dall’esperienza di sant’Ignazio: «Dio è già all’opera nella vita di tutti gli uomini e di tutte le donne». Lo Spirito di Dio agisce di continuo in noi e in tutta la realtà umana: è presente ed è attivo negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali.

La creatività dello Spirito sempre «muove e attira», scrive sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali (nn. 105 e 109). Si comporta ad modum laborantis.

Quindi nella vita di fede cristiana non si tratta mai per noi di scegliere o Dio o il mondo; piuttosto sempre Dio nel mondo, Dio che lavora per portarlo al compimento. Non c’è per l’uomo autentica ricerca di Dio che non passi attraverso un inserimento nel mondo creato. Questo ci dice la spiritualità ignaziana.

Compito dell’uomo spirituale cristiano, oggi più che mai, è di scoprire ciò che Dio opera nella vita delle persone, della società e della cultura, della società, dell’economia, della politica, e di discernere come Egli proseguirà la sua opera (Cfr Decreti della Congregazione Generale XXXIV della Compagnia di Gesù [Roma, 1996], decr. nn. 4 e 6.).

La spiritualità ignaziana è immersiva. La conteplazione ignaziana è viendo el lugar. Ignazio chiede di contemplare il mistero evangelico (la natività o la crocifissione, e così via…), entrando dentro la scena, rompendo la prospettiva brunelleschiana e facendomi immergere dentro la scena. Questa è la «devozione» ignaziana, dunque, una devozione immersiva.

Chi vive la spiritualità ignaziana ha imparato non a ragionare non per ipotesi astratte o ideologie ma con gli occhi aperti sulla realtà, guardando in faccia sia i rischi sia le opportunità. Voi siete gente concreta, capace di agire nel mondo.

Dunque il discernimento spirituale evangelico cerca di riconoscere la presenza dello Spirito nella realtà umana e culturale, il seme già piantato della sua presenza negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali. Tutti i contesti, anche quelli apparentemente più lontani.

Per Papa Francesco il messaggio del Vangelo è chiamato a varcare anche i confini di coloro che più coscientemente si sentono partecipi della vita della Chiesa: «riguarda tutti». Nel suo dialogo col rabbino Skorka aveva detto: «Perfino con un agnostico, perfino dal suo dubbio, possiamo guardare insieme verso l’alto e cercare la trascendenza».

Ancora conversando col rabbino Skorka, l’allora card. Bergoglio parlava del suo rapporto con gli atei. Si tratta di un passaggio di grande intensità: «Quando mi ritrovo con degli atei, condivido problematiche umane, ma non propongo subito il problema di Dio, a meno che non siano loro a chiedermelo. Se accade, spiego perché io credo. Ma sono talmente tante e interessanti le questioni umane da discutere e condividere, che possiamo arricchirci vicendevolmente»

Questa apertura incondizionata avverte la vita come magma, non come sasso solidificato. Il cristianesimo offre una visione dinamica della realtà: l’uomo è sempre in divenire, mai è compiuto, chiuso. La realtà è innervata di Spirito.

Un grande gesuita, François Varillon, ha scritto: «l’uomo non è qualcosa di “bell’e fatto”: il “bell’e fatto” è incompatibile con l’amore e con la libertà». E la storia è dunque un «cantiere» aperto, nel quale si gioca la grandezza della libertà umana. L’uomo è sempre in costruzione, incompiuto; meglio ancora: «pieno di promessa».

Dovrebbe essere proprio questo il tratto caratteristico dell’uomo spirituale ignaziano dei nostri giorni: la fiducia nella vita, considerare e vedere il mondo, cioè in attesa di un compimento, in corso d’opera, pieno di promessa, sbilanciato in senso escatologico.

Per Ignazio di Loyola questo è molto chiaro quando invita a non agire, cioè a non prendere decisioni e a non fare cambiamenti, quando si vivono momenti di desolazione, quando si è spinti a rinunciare, a essere diffidenti, a disperare o si è sfiduciati o depressi. L’uomo che agisce e opera dev’essere mosso dalla luce di un orizzonte aperto, non dal buio di un vicolo cieco.

Questo significa che egli è chiamato a rapportarsi alla realtà non in modo pregiudizialmente segnato dal sospetto o dal risentimento, ma dalla fiducia: questo è il punto di partenza per una vita vissuta pienamente e in maniera autentica e fruttuosa. È qusto è in controtendenza rispetto a un contesto in cui non la probità ma l’indignazione sembra la più grande virtù civica.

Si possono vivere dubbi, questo sì. Bergoglio ha parlato persino dei dubbi dei pastori. E ha detto cose a loro modo sconcertanti. La guida non deve essere troppo sicura di sé: «Le guide del popolo di Dio sono state uomini che hanno lasciato spazio al dubbio». E citava come esempio Mosè, che al cospetto di Dio non fa altro che «raccogliersi in se stesso con i suoi dubbi, con l’intima esperienza delle tenebre, del non sapere come agire». Anzi, quando qualcuno «ha tutte le risposte a tutte le domande, questa è la prova che Dio non è con lui».

Voglio concludere leggendovi una lettera di Pierre Teilhard de Chardin. Durante la prima guerra mondiale Teilhard, da poco ordinato sacerdote, viene arruolato e inviato al fronte come barelliere. Immerso nella tragedia, in una splendida lettera del 4 luglio 1915 alla cugina Marguerite Teilhard-Chambon, scrive:

«Prima di tutto abbi fiducia nella lenta opera di Dio. Noi siamo naturalmente impazienti di arrivare subito, in ogni nostra impresa, alla conclusione. Vorremmo bruciare le tappe. Siamo insofferenti di essere in cammino verso qualcosa di sconosciuto, di nuovo… Tuttavia non c’è progresso che si raggiunga senza passare per momenti di instabilità e di precarietà, che possono assommare a lungo periodo. Lo stesso vale per te, credo. Capisco che, a poco a poco, le tue idee maturano, tu lasciale crescere, lascia che prendano forma. […] Fa credito a Nostro Signore, pensa che la sua mano ti guida nell’oscurità e nel “divenire” e accetta per amor suo l’inquietudine di sentirti sospesa e come incompiuta».

Ecco la nostra visione del mondo: un mondo in cui Dio lavora con un’opera lenta. Noi percepiamo nella tensione dell’incompiutezza. Questo oggi ci fa devoti e che, speriamo, ci farà santi.

Twitter Theology: sapienza cristiana in forma di haiku

Questo mio piccolo ebook (edito da 40k e dal costo di 0,99 euro) è uscito il 3 dicembre 2012 in occasione dell’apertura dell’ account Twitter del Papa. Cerca di illustrare quali sono le caratteristiche essenziali proprie di questo network sociale. Si sofferma soprattutto sulla sua peculiarità nel modo di condividere messaggi. Non è detto che la brevità sia da confondere con superficialità. La tradizione sapienziale ci dice anzi l’opposto.

Twitter Theology presenta alcuni esempi e applicazioni di carattere poetico che si sono sviluppati in questi ultimi anni, sostenendo l’importanza di messaggi brevi ma affilati e densi capaci di far riflettere in un momento in cui la nostra vita è sempre più frenetica. Non potrà essere la comunicazione via tweets – se  frutto di una interiorità coltivata, come dice il Papa – un aiuto per recuperare attenzione e concentrazione nel diluvio di informazione della nostra epoca?

Come non pensare agli haiku giapponesi? Poesia e sapienza concentrata in poche battute? «Non è il molto sapere che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose interiormente», scriveva sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali. Gli ha fatto eco Italo Calvino: «Io vorrei mettere insieme una collezione di racconti d’una sola frase, o d’una sola riga, se possibile».

Anche in Rete c’è – ci deve essere – spazio per coltivare la propria interiorità, dunque. Occorre coniugare sapienza e precisione per cui l’espressione sintetica non vada a detrimento della profondità e della lentezza dell’assimilazione, ma anzi fornisca l’aggancio per una meditazione più affilata e densa.

Indice:

  1. Parola d’ordine: concisione
  2. Twaiku e Twitterature
  3. Il sogno di Calvino: cosmologie in forma d’epigramma
  4. I «tweets» di Ignazio di Loyola
  5. Perché il Papa apre un account Twitter?
  6. Una Twitter Theology?

Il libro si può acquistare a 0,99 centesimi nelle librerie digitali quali Amazon, BookrepublicUltimaBooks, Ibs ed altre.

Steve Jobs ha spaccato la Compagnia di Gesù?

Regola uno del giornalismo: creare opposizioni, mettere uno contro un altro. così si fa la notizia. E Giacomo Galeazzi ha applicato questa regola con puntualità e decoro su “Vatican Insider” proclamando che “Steve Jobs spacca la Compagnia di Gesù“. Fatta la notizia, e goduto del titolo così accattivante, vediamo che cosa è accaduto e se Steve Jobs, morendo,  ha compiuto davvero questa insanabile gesuitica spaccatura. Ma Galeazzi ha saltato un passaggio importante… e rischia di far perdere di vista il punto. Cerchiamo di capire.

Galeazzi cita un mio post su questo blog (e non su La Civiltà Cattolica!) nel quale io farei “l’elogio funebre” del Ceo della Apple. E lo contrappone direttamente a un articolo apparso su America Magazine, la rivista dei gesuiti USA, dal titolo The Cathedral of Steve Jobs a firma di padre Raymond Schroth. Io nel mio post, scritto poco dopo la diffusione della notizia della morte di Jobs, volevo ricordare un suo famoso speech nel quale egli, già consapevole della sua malattia, diceva delle cose che ritengo valide, anche alla luce di alcune intuizioni di Ignazio di Loyola che fanno parte della mia spiritualità. Il mio intento era semplicemente quello di leggere l’esperienza di Jobs a partire da una serie di considerazioni fondamentali sulla vita, sulla morte e sulle disposizione nei confronti di ciò che conta veramente.

No, la mia non era né una boutade né una esagerazione, né la dichiarazione di una filiazione, ma una semplice riflessione a caldo. Quel mio post è stato condiviso sui social networks da circa 2000 persone. 

Il giorno dopo America Magazine pubblicava, a firma del gesuita James Martin, cultural editor della rivista, un articolo dal titolo Steve Jobs and the Saints. Padre James Martin nel suo post scrive qualcosa come: “non sto suggerendo di considerarlo un santo, ma di prendere in considerazione alcune caratteristiche che lo accomunano ai santi…”. In fondo i post di padre Martin e il mio sono pienamente in sintonia: colgono nel Ceo della Apple una icona pop della “santità” con elementi che hanno profondamente colpito le persone del nostro tempo. Qui non si discute l’uomo e che cosa ha fatto del suo successo, dei suoi soldi o cose de genere, tutti argomenti che meriterebbero un discorso a parte e ben articolato. Qui si discute di qualcosa che va ben al di là e tocca la sensibilità dell’uomo contemporaneo. Segnalo solamente che vinonuovo.it ha ripreso il mio pezzo e quello di padre Martin in una sintesi efficace, cogliendo il senso del discorso.

A distanza di tempo è uscita la riflessione di padre Schroth che legge in maniera decisamente più critica l’esperienza di Jobs e della Apple, e vede in Jobs un uomo privo di scrupoli. E dunque Galeazzi ha ragione nel percepire una differenza. Anziché elogiare l’espressone di una pluralità di opinioni sulla medesima testata (America magazine), ha preso la palla al balzo e ha rilanciato giornalisticamente la notizia della spaccatura della Compagnia di Gesù, opponendo invece le due sponde dell’Atlantico. Galeazzi non era al corrente dell’articolo di Martin, visto che non ne fa mai menzione. E fa uno scivolone (inevitabile) attribuendo direttamente alla rivista La Civiltà Cattolica la posizione su Jobs, la qual cosa non è vera, e attribuendomi un virgolettato di tre appellativi di Jobs del quale nel mio post non c’è traccia.

Adesso, lasciando al “Vatican insider” Galeazzi il suo mestiere di “fare” la notizia (ripresa anche da dagospia.com), stiamo attenti a non perderci nei bisticci. Si può giocare “ai gesuiti” come si gioca “ai soldatini”. Ma attenzione a chiudere gli occhi davanti a un fatto rilevante che deve far riflettere: mai un tempo si sarebbe immaginato di poter assistere alla “canonizzazione” di massa dell’amministratore delegato di una azienda che produce macchine. E questo è un dato di fatto: sono ben oltre 3o0.000.000 le pagine web che discutono della “santità” del Ceo della Apple. Perché questo è avvenuto?

E’ su questo piano che il discorso si fa serio ed esce dalla boutade giornalistica. Io avanzo una risposta: perché queste “macchine” (computer, tablet, smartphone,…) sempre di più stanno assumendo un valore che tocca le dimensioni più elevate dell’uomo: pensare, esprimersi, comunicare, capire il mondo. Steve Jobs è da intendere dentro questa cambiamento epocale come uno dei suoi maggiori fattori evolutivi e come un simbolo, una icona. Ed è questo il punto sul quale val la pena ancora riflettere.

 

Il vescovo e i night club: la comunicazione della verità non è una materia opzionale per parlare al mondo

Pubblico la traduzione di un articolo scritto dal teologo gesuita Avery Dulles, creato cardinale da Giovanni Paolo II,  apparso nell’ottobre 1994 sulla rivista «America».

Essendomi scontrato con i giornalisti della carta stampata varie volte, mi diverte sempre apprendere che anche i vescovi, a volte, cadono nelle trappole. Il gesuita Peter Henrici, prima di divenire vescovo in Svizzera, ha raccontato una storia istruttiva (e spero autentica) su un vescovo europeo arrivato a New York. Alla domanda di un giornalista aggressivo: «Quando viene a New York frequenta i locali notturni?», il vescovo rispose con finta ingenuità: «Ci sono locali notturni a New York?». L’indomani rimase sconvolto nel leggere su un giornale il titolo La prima domanda del vescovo: «Ci sono locali notturni a New York?». Il titolo era veritiero, ma così come tante altre notizie, non comunicava la verità.

La comunicazione della verità non è una questione opzionale per la Chiesa. Dal suo divino fondatore la Chiesa ha ricevuto il mandato di diffondere in tutto il mondo la buona novella, inclusa la verità, che Cristo ha insegnato, su chi era ed è. In ogni epoca, la Chiesa ha fatto uso dei mezzi di comunicazione a disposizione, divulgazione orale, lettere, manoscritti, stampa, messaggi radiofonici e trasmissioni televisive. Parlando di nuovi mezzi di comunicazione sociale di massa, nel 1975, Paolo VI dichiarò: «La Chiesa si sentirebbe in colpa davanti al Signore se non utilizzasse questi potenti strumenti di comunicazione che l’abilità umana sta oggi rendendo sempre più perfetti». Giovanni Paolo II ha spesso richiamato l’attenzione sul potere immenso dei mezzi di comunicazione e sull’importanza di metterli al servizio della verità, della giustizia e del decoro morale. È particolare responsabilità dei fedeli laici, afferma, impedire l’uso di questi per manipolare e disinformare.

La Chiesa non ha utilizzato bene i suoi rapporti con la stampa. Leggi tutto “Il vescovo e i night club: la comunicazione della verità non è una materia opzionale per parlare al mondo”