La comunicazione non scomunica. 5 punti del MESSAGGIO di #PapaFrancesco per la 50a Giornata Mondiale delle COMUNICAZIONI

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Col suo Messaggio per la 50° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali Papa Francesco ha voluto connettere il tema della «Comunicazione» a quello della «Misericordia». L’accostamento non è scontato. Che cosa significare comunicare in maniera misericordiosa? Come si fa a comunicare la misericordia?

Segnalo di seguito  5 punti a mio avviso centrali nel Messaggio del Papa.

1) La comunicazione è «credibile» se è «affidabile»

L’assunto di base di questo Messaggio è che tutto ciò che facciamo è comunicazione. L’amore è comunicazione: quando è vero amore non può isolarsi. Se fosse isolato, sarebbe una forma spiritualista di egoismo. Dunque proprio nel modo in cui cerchiamo di vivere con tutto il nostro essere ciò che stiamo comunicando, contribuiremo a restituire credibilità alla comunicazione umana. Questo è il senso dell’incipit del Messaggio. La comunicazione è «credibile» non solo se oggettivamente corrisponde al vero ma se è «affidabile», cioè è espressione di una relazione di fiducia, di un impegno del comunicatore a vivere bene la sua relazione con chi ascolta o chi partecipa all’evento comunicativo.

2)    La comunicazione della Chiesa non è «esclusiva»

Francesco comincia subito a parlare della comunicazione ecclesiale. E dice che essa deve essere inclusiva, da Madre, capace di «toccare i cuori delle persone e sostenerle nel cammino». Dobbiamo comunicare da figli di Dio con altri figli di Dio, senza distinzione di credo, idea, visione del mondo. Dobbiamo dunque arrestare il processo di svilimento delle parole, il nominalismo della nostra cultura. La gente è stanca di parole senza peso proprio, che non si fanno carne, che nella nostra predicazione fanno sì che Cristo non si manifesti più come persona, bensì come idea, concetto, astratta teoria dottrinale. Si restituisca alla parola — specialmente a quella della predicazione — la sua «scintilla» che la rende viva e che dà calore e odore umano alle parole della fede.

3) La comunicazione non scomunica

«La comunicazione ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro e l’inclusione, arricchendo così la società», scrive il Papa. E «Le parole possono gettare ponti tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, i popoli». Persino quando «deve condannare con fermezza il male, cerca di non spezzare mai la relazione e la comunicazione». La comunicazione, proprio perché stimola la creatività, deve sempre creare ponti, favorire l’accessibilità, arricchire la società. Dovremmo gioire del potere di parole e azioni scelte con cura per superare le incomprensioni, sanare i ricordi e costruire pace e armonia. Le parole costruiscono ponti, sono «pontefici» tra le persone. E questo dovunque: sia nell’ambiente fisico sia in quello digitale. Parole e azioni devono aiutarci a fuggire dal circolo vizioso della condanna e della vendetta che continua ad intrappolare gli individui, le persone e le nazioni, e che poi si esprime con messaggi di odio.
La parola del cristiano, in particolare, deve tendere alla comunione e dunque a togliere di mezzo l’atteggiamento di «scomunica». Ricordiamo che «la memoria delle mutue sentenze di scomunica, insieme con le parole offensive e i rimproveri immotivati per molti secoli ha rappresentato un ostacolo al ravvicinamento» anche tra cristiani. «La logica dell’antagonismo, della diffidenza e dell’ostilità, simboleggiata dalle scomuniche reciproche» deve essere «sostituita dalla logica dell’amore e della fratellanza», aveva scritto Papa Francesco nel suo Messaggio a Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico, per la festa di sant’Andrea, 2015.
Per non spezzare la comunione è importante saper ascoltare, cioè «essere capaci di condividere domande e dubbi, di percorrere un cammino fianco a fianco, di affrancarsi da qualsiasi presunzione di onnipotenza e mettere umilmente le proprie capacità e i propri doni al servizio del bene comune».

4)    La misericordia è politica

«Vorrei, dunque, invitare tutte le persone di buona volontà a riscoprire il potere della misericordia di sanare le relazioni lacerate e di riportare la pace e l’armonia», scrive Papa Francesco, sottolineando che «questo vale anche per i rapporti tra i popoli». Dunque «è auspicabile che anche il linguaggio della politica e della diplomazia si lasci ispirare dalla misericordia, che nulla dà mai per perduto». Ecco il senso della «diplomazia della misericordia» per Francesco: non considerare mai nulla perduto nella relazione tra popoli e nazioni. A questo deve servire la comunicazione politica, dunque.
Il Papa invita coloro che sono intrappolati in vecchie ostilità ad intraprendere il cammino della misericordia; di riconoscere le proprie responsabilità, e di chiedere perdono e mostrare misericordia verso coloro che gli hanno fatto del male. Andiamo al di là della distinzione tra «vittime» e «carnefici».
Ma dobbiamo superare anche un’altra logica: quella che contrappone «vincitori» e «vinti». Viviamo in un mondo dove siamo abituati a dover provare quanto valiamo, a dover guadagnarci il rispetto e l’ammirazione degli altri. Spesso tale riconoscimento è riservato a coloro che hanno raggiunto il successo attraverso il benessere, il potere e la fama. Come risultato, possiamo notare un divario crescente tra coloro che sono visti come vincitori e coloro che sono giudicati perdenti. Nella società le persone competono per imporre il proprio valore e dignità, e chi sta in alto vuole tenere gli altri in basso. Tale visione indebolisce la dignità delle persone e, in particolare, ha come risultato che coloro che hanno fallito o che sono giudicati non all’altezza delle aspettative, vengono marginalizzati e rifiutati. Il nostro modo di comunicare non deve dunque esprimere mai l’orgoglio superbo del trionfo su un nemico, né umiliare coloro che sono scartati, che sono considerati «perdenti» e sono abbandonati. La misericordia può aiutare a mitigare le avversità della vita e offrire calore a coloro che hanno conosciuto solo la freddezza del giudizio. Un uomo può guardare un altro uomo dall’alto in basso solamente per aiutarlo a sollevarsi.
Infine — leggiamo — «lo stile della nostra comunicazione sia tale da superare la logica che separa nettamente i peccatori dai giusti. Noi possiamo e dobbiamo giudicare situazioni di peccato – violenza, corruzione, sfruttamento, ecc. – ma non possiamo giudicare le persone, perché solo Dio può leggere in profondità nel loro cuore». Infatti «parole e gesti duri o moralistici corrono il rischio di alienare ulteriormente coloro che vorremmo condurre alla conversione e alla libertà, rafforzando il loro senso di diniego e di difesa».

5) La rete costruisce cittadinanza

Se la comunicazione ha una rilevanza politica, essa ha anche un peso sempre più forte nel sentirsi cittadini, nel costruire la cittadinanza. Riconoscendo la rete come luogo di una «comunicazione pienamente umana», il Papa afferma che «anche in rete si costruisce una vera cittadinanza. L’accesso alle reti digitali comporta una responsabilità per l’altro, che non vediamo ma è reale, ha la sua dignità che va rispettata. La rete può essere ben utilizzata per far crescere una società sana e aperta alla condivisione».
Il «potere della comunicazione» è la «prossimità». La prossimità innesca una tensione bipolare di avvicinamento e allontanamento e, al suo interno, presenta un’opposizione qualitativa: avvicinarsi bene e avvicinarsi male. Ecco il compito di chi oggi è impegnato nella comunicazione: «In un mondo diviso, frammentato, polarizzato, comunicare con misericordia significa contribuire alla buona, libera e solidale prossimità tra i figli di Dio e fratelli in umanità».

I TRE PILASTRI DEL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA 47a GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI (2013) Commento a

Quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni («Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione») ha raccolto una serie di indicazioni già date nei precedenti messaggi, e puntando su 3 “pilastri” o temi-chiave che sembrano essere ormai le fondamenta della prospettiva ecclesiale sulla comunicazione.

1) L’AMBIENTE DIGITALE È UNO SPAZIO DI ESPERIENZA REALE

Scrive Benedetto XVI che i social networks non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione. La Rete non è da «usare», ma da abitare perché la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. «L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani» (corsivo nostro). Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire che cosa la rete ci insegna sul modo di pensare la fede oggi. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza: «sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie.

2) IN RETE SI PENSA INSIEME E SI CONDIVIDE LA RICERCA

Nel suo Messaggio il Papa afferma che lo sviluppo delle reti sta «contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso.

3) IN RETE SI VIVE UN COINVOLGIMENTO INTERATTIVO CON LE DOMANDE DEGLI UOMINI 

Il Pontefice indica il rischio più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece – scrive – «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi . Al contrario il Papa ribadisce la necessità ad essere disponibili «nel coinvolgerci pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede, ci deve far sentire la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio come pure la nostra carità operosa». Se il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai network sociali.

– È CHIARO, DUNQUE CHE la riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’ambiente digitale ha impatto sulla nostra percezione della realtà, di noi stessi e sulle nostre relazioni.

Ricordiamo  che l’Anno della fede è stato inaugurato da una Lettera Apostolica dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, solamente per citare i più noti.

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