Reti Sociali: porte di verit

Qui sotto il mio video-commento alla Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2013 (realizzato dal Copercom)

Qui sotto ripropongo in forma abbreviata la mia riflessione scritta sul Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata apparsa su La Civiltà Cattolica il 2 febbraio 2013

Ogni anno la Chiesa, la domenica dell’Ascensione, celebra la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, l’unica voluta dal Concilio Vaticano II. Il suo scopo è quello di «incrementare e rendere più efficace il multiforme apostolato della Chiesa» (Inter mirifica, n. 18) nel campo comunicativo. Com’è tradizione, il 24 gennaio scorso Benedetto XVI ha inviato il suo messaggio per la Giornata di quest’anno, la 47a, dedicata al tema: «Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione». L’annuncio del tema è avvenuto, come ogni anno, il 29 settembre, festa degli arcangeli Michele, Raffaele e Gabriele, patrono, quest’ultimo, di quanti lavorano nella radio.

Cercheremo di seguito di comprende il significato e la portata di questo Messaggio innanzitutto collocandolo nel suo contesto temporale legato all’Anno della Fede e al Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione. Quindi individueremo tre «pilastri» di questo testo, cioè i temi che lo hanno generato. E quindi, proprio alla luce del Messaggio, ci interrogheremo sul motivo per cui il Papa ha deciso di unirsi alla conversazione aperta su Twitter, una delle reti sociali più diffuse, che ormai 6 mesi fa ha superato i 500 milioni di utenti.

Il contesto del Messaggio

Per comprendere la portata di questo Messaggio occorre indicare alcuni elementi legati al contesto. Il primo elemento è dato dal fatto che esso si inserisce all’interno dell’Anno della fede e giunge a conclusione del Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione. Il Papa dunque ci invita a riflettere sui social networks, collegando ad essi non solamente la «verità», come aveva fatto già nel Messaggio del 2011, ma anche la «fede» e l’«evangelizzazione».

Ricordiamo innanzitutto che l’Anno della fede è stato inaugurato da una Lettera apostolica in forma di motuproprio dal titolo Porta Fidei da cui il Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni riprende direttamente la metafora della porta (cfr At 14,27), che identifica la fede e che «introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Dunque il Pontefice riconosce che nel mondo digitale si può discernere una «porta di fede». Si tratta di un riconoscimento significativo, che farà molto riflettere non solo chi opera nel mondo della comunicazione, ma ogni cristiano che ha un profilo in un social network quali Facebook o Twitter, per citare i più noti.

Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione aveva riconosciuto nelle sfide della comunicazione uno dei sei «scenari» fondamentali che i cristiani oggi sono chiamati a comprendere perché – si legge nei Lineamenta – ormai «non c’è luogo al mondo che oggi non possa essere raggiunto e quindi non essere soggetto all’influsso della cultura mediatica e digitale che si struttura sempre più come il “luogo” della vita pubblica e della esperienza sociale» (n. 6). Tra i frutti migliori venivano riconosciuti almeno i seguenti: «maggiore accesso alle informazioni, maggiore possibilità di conoscenza, di scambio, di forme nuove di solidarietà, di capacità di costruire una cultura sempre più a dimensione mondiale, rendendo i valori e i migliori sviluppi del pensiero e dell’espressione umana patrimonio di tutti» (ivi). L’Instrumentum Laboris ha ripreso quell’osservazione aggiungendo che «le nuove tecnologie digitali hanno dato origine ad un vero e proprio nuovo spazio sociale, i cui legami sono in grado di influire sulla società e sulla cultura. Agendo sulla vita delle persone, i processi mediatici resi possibili da queste tecnologie arrivano a trasformare la realtà stessa. Intervengono in modo incisivo nell’esperienza delle persone e permettono un ampliamento delle potenzialità umane. Dall’influsso che esercitano dipende la percezione di noi stessi, degli altri e del mondo. Queste tecnologie e lo spazio comunicativo da esse generato vanno perciò considerati positivamente, senza pregiudizi, come delle risorse, anche se con uno sguardo critico e un uso sapiente e responsabile» (n. 60).

Vari Padri sinodali nelle loro relazioni hanno ripreso il tema della comunicazione e dei linguaggi. Tra questi ricordiamo l’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, che, parlando del mondo digitale, ha affermato che se «la Buona Novella non è proclamata anche “digitalmente”, corriamo il rischio di abbandonare molte persone, per le quali questo è il mondo in cui “vivono”». Riconoscendo la peculiarità di questo spazio, che non privilegia automaticamente i contributi di autorità e istituzioni stabilite, mons. Celli ha affermato anche la necessità «di valorizzare le “voci” dei molti cattolici presenti nei blogs, nei social networks e in altri forum digitali». Il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, nel suo intervento ha a sua volta riconosciuto che oggi «è necessario saper adottare anche i nuovi canoni della comunicazione telematica e digitale con la loro incisività ed essenzialità». Come si comprende bene, dunque, il titolo del Messaggio della Giornata Mondiale delle Comunicazioni del 2013 costituisce uno dei frutti di un’ampia riflessione che la Chiesa sta vivendo in questo tempo su fede e comunicazione.

La rete digitale come spazio di esperienza reale

Alla luce delle riflessioni del Sinodo risulta chiara la sintesi che troviamo nel Messaggio del Papa: «I social networks inoltre non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione» . La Rete è da abitare perché «la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale».

Ma internet non è anche un luogo di pericoli e rischi? Sappiamo bene come più volte nei testi del Papa e in molti documenti del Magistero si sia fatto riferimento ai rischi che si corrono nell’ambiente digitale: un’esaltazione emotiva delle relazioni e dei legami sociali, l’indebolimento e la perdita di valore oggettivo di esperienze quali la riflessione e il silenzio; la riduzione della politica a strumento di spettacolo. Il Messaggio di Benedetto XVI ha tra i suoi meriti quello di aiutarci a chiarire che questi rischi non sono parte della cultura digitale, ma parte della vita ordinaria delle persone che l’ambiente digitale poi replica con le sue caratteristiche tipiche di velocità e accessibilità.

È improprio attribuire alla rete ciò che invece dipende dai nostri limiti relazionali e umani o dal nostro peccato, e che trasferiamo sul web esattamente come negli altri ambienti che frequentiamo off line. Attribuire sic et simpliciter le colpe all’ambiente digitale è sostanzialmente una forma comoda ed efficace di deresponsabilizzazione, di determinismo tecnologico. Nella rete portiamo ciò che siamo. Cerchiamo di essere migliori, e anche il web lo sarà.

«L’ambiente digitale – scrive il Papa – non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani». Lo spazio digitale non è inautentico, alienato, falso o apparente, ma è un’estensione del nostro spazio vitale quotidiano, che richiede «responsabilità e dedizione alla verità». Abitare significa inscrivere i propri significati nello spazio. Ed è proprio questa la sfida: inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell’ambiente digitale, e anche capire come l’impatto che ha la Rete sul modo di pensare e di vivere, riguarda, in qualche modo, anche il mondo della fede, la sua intelligenza e la sua espressione. Ovviamente però abitare il mondo digitale non può prescindere dalla saggezza di un adattamento non sempre facile. Questo «addomesticamento» dello spazio richiede la consapevolezza necessaria per abitare quello che i vescovi italiani hanno definito come un «nuovo contesto esistenziale».

Il Papa offre un esempio della fluidità tra ambiente fisico e digitale notando che le «reti possono anche aprire le porte ad altre dimensioni della fede. Molte persone, infatti, stanno scoprendo, proprio grazie a un contatto avvenuto inizialmenteon line, l’importanza dell’incontro diretto, di esperienze di comunità o anche di pellegrinaggio, elementi sempre importanti nel cammino di fede. Cercando di rendere il Vangelo presente nell’ambiente digitale, noi possiamo invitare le persone a vivere incontri di preghiera o celebrazioni liturgiche in luoghi concreti quali chiese o cappelle».

Si può dunque identificare in questo uno dei pilastri del Messaggio del Papa per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni: l’ambiente digitale non è uno spazio puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. E la sfida è chiara: vedere nella Rete uno spazio antropologico interconnesso radicalmente con gli altri della nostra vita. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che in Rete si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza.

Le Rete, luogo di condivisione di conoscenza, valori e significati

Nel suo Messaggio il Papa non parla in generale di internet nel suo complesso, cioè del mondo digitale, ma si sofferma su una sua dimensione: quella dei social networks. Ne parla perché lo sviluppo di queste reti — scrive — «sta contribuendo a far emergere una nuova “agorà”, una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove inoltre possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità». Ciò che interessa al Papa in ultima analisi è sempre e comunque la comunicazione come dimensione fondamentale della vita umana. Parla dei networks sociali perché stanno plasmando il modo in cui l’uomo comunica, perché «danno forme nuove alle dinamiche della comunicazione».

Benedetto XVI aveva già fatto un’ampia e profonda riflessione sui social networks nel Messaggio del 2009 e l’aveva ripresa in quello del 2011. Aveva notato che fare informazione oggi non significa semplicemente trasmetterla (broadcasting) ma condividerla (sharing): le dinamiche proprie dei social networks mostrano che una persona è sempre coinvolta in ciò che comunica. «In questi spazi — scrive adesso il Papa — non si condividono solamente idee e informazioni, ma in ultima istanza si comunica se stessi». È in gioco qui la differenza tra «propaganda» e «testimonianza». In questo senso, dunque, la Chiesa è chiamata non a una emittenza di contenuti religiosi, ma soprattutto a una testimonianza nella «realtà in cui siamo chiamati a vivere, sia essa fisica, sia essa digitale», senza fratture o cesure tra le due «realtà», senza schizofrenie: «Quando siamo presenti agli altri, in qualunque modo, noi siamo chiamati a far conoscere l’amore di Dio sino agli estremi confini della terra».

L’attitudine alla condivisione plasma anche il modo in cui l’uomo pensa e cerca sinceramente la verità. Nelle reti sociali gli uomini sono coinvolti – si legge nel Messaggio – «nel cercare risposte alle loro domande», «nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze». Internet comporta la connessione e la condivisione di contenuti e idee. Già nel Messaggio del 2011 il Papa notava che il web sta contribuendo allo sviluppo di «nuove e più complesse forme di coscienza intel- lettuale e spirituale, di consapevolezza condivisa». Oggi si pensa e si conosce il mondo non solamente nella maniera tradizionale della lettura o dello scambio in un contesto ristretto di relazioni (insegnamento, gruppi di studio…), ma realizzando una vasta connessione tra intelligenze che lavorano in rete. Il cablaggio delle reti sta dando vita a una forza emergente e vitale, in grado di raccogliere le persone e di farle pensare insieme al di là del tempo e dello spazio. I networks sociali dunque non solamente aiutano ad esprimere agli altri il proprio pensiero, ma aiutano anche a pensare insieme agli altri, elaborando riflessioni, idee, visioni della realtà. La comunicazione oggi aiuta il comunicatore a pensare insieme alle persone alle quali si rivolge grazie alla possibilità di ricevere continuamente feedback e commenti. La comunicazione è sempre un gesto che connette le persone tra di loro.

La rete di queste conoscenze dà vita a una forma di «intelligenza connettiva». Mons. Gerhard Ludwig Müller, oggi prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, nel novembre 2012 aveva colto lucidamente la sfida, cioè la «responsabilità della Chiesa nella formazione di una cultura umana collettiva, per la quale la società odierna, con la sua rete di connessioni internazionali – globali – fornisce del resto degli ottimi presupposti».

Ecco dunque un altro pilastro portante del Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni: la conferma che la Rete come network sociale è luogo in cui si condividono conoscenza, valori e significati dentro una rete di intelligenze tra loro in relazione aperta. La Rete dunque è un luogo in cui si esprime la ricerca dell’uomo, il suo desiderio di verità e i suoi interrogativi di senso. A questa ricerca, che avviene nel mondo digitale, il Papa aveva dato una interpretazione teologica già nel Messaggio del 2011: «La verità che è Cristo, in ultima analisi, è la risposta piena e autentica a quel desiderio umano di relazione, di comunione e di senso che emerge anche nella partecipazione massiccia ai vari social network».

Coinvolgimento interattivo con le domande e i dubbi degli uomini

Il Pontefice indica i rischi già ben noti che accompagnano la ricerca dell’uomo nell’ambiente digitale: la popolarità che supera la validità; l’efficacia persuasiva che vince la logica dell’argomentazione; il rumore delle eccessive informazioni che disperde l’attenzione. E tuttavia aggiunge un rischio ulteriore, che possiamo considerare quello attualmente più insidioso: quello di conversare soltanto con coloro che già condividono le nostre visioni. E invece «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Sappiamo bene infatti che sia i social networks come Facebook, i motori di ricerca come Google o i negozi on line comeAmazon, conservano le informazioni delle persone che li frequentano, e questi dati sono utilizzati per dirigere le risposte o gli aggiornamenti circa i contatti personali. Le nostre ricerche dunque non sono mai basate su criteri esclusivamente oggettivi, ma sui nostri interessi specifici. Sono orientate sul soggetto, e dunque soggetti diversi ottengono risultati differenti. Il vantaggio è immediato: arrivo subito a ciò che presumibilmente mi interessa di più perché le piattaforme digitali mi «conoscono» e mi suggeriscono che cosa possa attirarmi maggiormente.

D’altra parte c’è un grande rischio: quello di rimanere chiusi in una sorta di «bolla» che fa da filtro a ciò che è diverso da me, per cui io non sono più in grado di accorgermi che ci sono persone, gruppi, libri, ricerche che non corrispondono alle mie idee o che esprimono un’opinione diversa dalla mia. Quindi, alla fine, io rischio di essere circondato da un mondo di informazioni che mi somigliano, e di rimanere chiuso alla provocazione intellettuale che proviene dall’alterità e dalla differenza. Il rischio è evidente: perdere di vista la diversità, aumentare l’intolleranza, chiudersi alla novità, all’imprevisto che fuoriesce dai miei schemi relazionali o mentali. L’altro diventa per me significativo, dunque, soltanto se mi è in qualche modo simile, altrimenti non esiste. Ecco dunque che il Papa ribadisce: «Constatata la diversità culturale, bisogna far sì che le persone non solo accettino l’esistenza della cultura dell’altro, ma aspirino anche a venire arricchite da essa e ad offrirle ciò che si possiede di bene, di vero e di bello».

Non si testimonia il Vangelo in Rete limitandosi a «inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi», chiudendosi alle domande vere e urgenti, ai dubbi e alle sfide degli uomini d’oggi. Al contrario il Papa ribadisce la necessità di essere disponibili «nel coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del significato dell’esistenza umana». Sembrano risuonare qui le parole di Paolo VI, che nella enciclica Ecclesiam suam del 1964 si chiedeva retoricamente: «Al Concilio stesso non s’è voluto dare, e giustamente, uno scopo pastorale, tutto rivolto all’inserimento del messaggio cristiano nella circolazione di pensiero, di parole, di cultura, di costume, di tendenze dell’umanità, quale oggi vive e si agita sulla faccia della terra? Ancor prima di convertirlo, anzi per convertirlo, il mondo bisogna accostarlo e parlargli» (n. 70).

Occorre dunque superare la logica degli steccati, delle contrapposizioni, dei gruppi chiusi e autoreferenziali che alla fine paradossalmente la Rete rischia di fomentare. E «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede ci deve far sentire — prosegue Benedetto XVI — la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio, come pure la nostra carità operosa».

Ecco, dunque, il terzo pilastro fondante del Messaggio del Papa per la Giornata delle Comunicazioni: l’invito a non costruire isole o «ghetti», l’appello a essere coinvolti in maniera immersiva e interattiva nei dubbi e nelle domande degli uomini di oggi, a condividere la ricerca di ogni uomo. La Rete deve essere un luogo di dialogo aperto, di riconoscimento della diversità culturale e delle differenze. La disponibilità a interagire con le istanze della contemporaneità fa sentire all’uomo di fede la necessità di pregare di più e ad approfondire meglio la conoscenza della fede. A questo invito si unisce quello ad evitare che si levino «voci dai toni troppo accesi e conflittuali» che rispondono alle logiche di una comunicazione nella quale vince chi urla di più o chi è più seduttivo. Viene evocato invece il profeta Elia che «riconobbe la voce di Dio non nel vento impetuoso e gagliardo né nel terremoto o nel fuoco, ma nel sussurro di una brezza leggera (1Re 19, 11-12)».

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La riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell’uomo al tempo in cui l’esperienza nell’ambiente digitale ha impatto più generale sulla percezione della realtà, di noi stessi e della nostra vita di relazione. In particolare quest’anno il Pontefice nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni lancia l’invito a considerare come l’ambiente digitale non sia un mondo parallelo, ma sia parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani. Proprio in questo ambiente di relazioni aperte si condividono conoscenza, valori e significati che esprimono la ricerca dell’uomo e i suoi interrogativi di senso. Da qui l’invito chiaro e autorevole ai cristiani a coinvolgersi in maniera autentica e interattiva con le domande e i dubbi che gli uomini esprimono nel loro cammino di ricerca della verità, che il credente riconosce in Cristo. Se anche il Papa si è unito alla conversazione che avviene via Twitter è proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dibattiti, alle discussioni e ai dialoghi degli uomini del nostro tempo che oggi sono sempre più veicolati dai networks sociali.

PRIMO COMMENTO al Messaggio del Papa per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2013): “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Nel contesto dell’Anno della Fede, Benedetto XVI quest’anno, formulando il tema della 47.a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali invita a riflettere sui networks sociali, usando le splendide metafore della “porta” e dello “spazio” e collegando ad esse la verità, la fede e l’evangelizzazione. Il gesto è sorprendente. Il tema infatti è: “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Perché? Qual è il significato profondo di questo messaggio?

La domanda ha accompagnato questi ultimi anni sembra essere la seguente: le “reti sociali” su Internet sono forme di comunicazione e condivisione che contribuiscono alla crescita umana degli individui, o piuttosto un insidioso pericolo che può far aumentare il loro senso di solitudine e di spaesamento?

Ecco il punto: scegliendo il tema della 47.a Giornata delle Comunicazioni Benedetto XVI ha saltato a piè pari l’approccio di tipo moralistico andando al “sodo”, al significato profondo delle reti sociali. E’ come se dicesse: la prima cosa da fare sia capire cosa succede, di cosa stiamo parlando. Il social network è un ambiente di relazione, di conoscenza e l’ambiente in quanto tale fornisce delle grandi opportunità: è porta, è spazio.

Aggiungo io: il criterio di “bontà” è sostanzialmente esterno al social network perché è l’etica della persona, la sua capacità di integrare la presenza in quest’ambiente virtuale con la propria vita di relazione. Chi nella vita reale tende a isolarsi e a preferire relazioni poco coinvolgenti e significative, in cui ci si compromette poco, può trovare nei social network un luogo ideale di espressione, anche del proprio narcisismo. Una persona che vive invece delle relazioni sostanzialmente sane, può trovare in essi una grande opportunità per dare continuità a rapporti che altrimenti sarebbero eccessivamente frammentati.

Dunque il Papa è interessato al fatto che, in un tempo in cui la tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza, è necessario chiedersi: può essa aiutare gli uomini a incontrare Cristo nella fede? Non basta più il superficiale adeguamento di un linguaggio o di pensare la Rete come un “mezzo” di evangelizzazione. E’ invece indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come risposta alle domande di senso e di fede, che anche dalla rete emergono e nella rete si fanno strada.

E ciò che rende peculiare i social networks è l’emergere delle relazioni e l’accentuazione di uno stile dialogico ed interattivo nella comunicazione e nella relazione. Che cosa significherà tutto ciò per l’evangelizzazione e per la tensione inesausta dell’uomo alla verità? Il testo del Messaggio, che uscirà come tradizione il 24 gennaio, ci dirà di più.

Certo è che la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. Il Papa sembra far crollare le pareti del dualismo digitale. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale.

Se il Pontefice indica che le reti sociali possono essere «porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione» allora una delle sfide maggiori oggi consiste nel  non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita.  Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni. La sfida, dunque, non deve essere quella di come usare bene la Rete, come spesso si crede, ma di come vivere bene al tempo della Rete, di come un uomo possa incontrare Cristo nella fede, vivendo la sua vita anche nel contesto delle reti sociali.

 

Cyberteologia a Melog – Radio 24

Oggi sono stato a Radio 24 per una intervista con Gianluca Nicoletti sul mio libro Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete (Milano, Vita e Pensiero, 2012). Pensavo che i 45 minuti del programma Melog sarebbero stati tanti, troppi per una intervista. E invece il dialogo con Gianluca è stato vivace, intrigante, sorgivo: una intervista come dovrebbero essere tutte, direi. Non ci sono state tesi troppo rigide o dibattiti tra posizioni opposte, ma dialogo che cresceva col procedere del colloquio… Di questo sono grato. Una belle esperienza: buone domande, grandi questioni.

E’ possibile ascoltare l’intero programma a questo link diretto al file AUDIO

Qui invece un breve estratto di due minuti.

La Fede che coglie la “Realtà Aumentata”

Siamo già abituati al fatto che la tecnologia ci permette di avere una visione potenziata della realtà che abbiamo sotto gli occhi. Certamente possiamo pensare ai binocoli, ai telescopi o ai microscopi, ma possiamo spingerci oltre pensando agli strumenti di diagnostica che permettono, come le ecografie, di vedere «dentro» il corpo superando le barriere fisiche della pelle. Oggi assistiamo ad un fenomeno nuovo che riguarda sempre la visione della realtà e le informazioni che ne ricaviamo, e che si può realizzare anche semplicemente avendo in mano un iPhone o uno smartphone Android dotato di fotocamera. Si tratta della cosiddetta «Realtà Aumentata» o AR che consiste nella sovrapposizione di livelli informativi (elementi virtuali e multimediali, dati geolocalizzati, ecc.) all’esperienza reale di tutti i giorni.

Concretamente occorre usare una applicazione di AR (quali Layar, NearestWiki, Robotvision, Accrosair, Blippar,..) e quindi orientare l’obiettivo in una direzione qualsiasi: sullo schermo del cellulare si vedrà l’immagine della realtà che cade sotto gli occhi, ma sopra di essa potranno essere visibili informazioni circa il luogo che stiamo vedendo, la sua storia, ma anche la presenza di negozi, informazioni stradali, e così via. In questo caso la vista sovrappone alla realtà «attuale» una realtà «aumentata» fatta di flussi di informazioni che mi aiutano a comprenderla meglio. Ripeto: non è una realtà che non esiste o finta, ma una realtà vista in maniera potenziata, arricchita di informazioni. Esistono, ad esempio, applicazioni che utilizzano le coordinate geografiche dei luoghi e degli oggetti notevoli (per esempio opere d’arte) descritti in Wikipedia per integrarli in applicazioni di AR.

Ecco la domanda: la luce che la fede offre alla vita qotidiana del credente può essere intesa analogicamente come una forma di «realtà aumentata»? E’ la fede a farmi discernere il corpo di Cristo nell’ostia sollevata dal sacerdote durante la celebrazione eucaristica e mi fornisce un’informazione ulteriore a ciò che i miei occhi già vedono. L’abitudine alla «realtà aumentata» avrà un influsso nel modo in cui verranno compresi, descritti e vissuti i sacramenti? La fede di certo non è solo una «informazione» né un «dispositivo» di informazione. E il sacramento è un segno visibile ed «efficiace» della grazia: non genera solamente informazione, dunque, ma «fa» quel che «dice». La sua natura di «segno efficace» teologicamente (e non psicologicamente, e anzi a prescindere dal livello psicologico in quanto attiva ex opere operato) è ciò che lo distingue radicalmente da ogni forma possibile di «realtà aumentata» mediata da uno schermo che visualizza informazioni che giungono dall’esterno.

E tuttavia l’abitudine alla Realtà Aumentata sta diventando già per alcuni una metafora contemporanea per dire il modo in cui l’uomo contemporaneo possa intendere la fede come modo per conoscere e vivere la propria esperienza ordinaria (la mia vita, la vita del mondo,…). L’ascolto della Parola di Dio per la Bibbia ha proprio questa funzione: basta rileggere il Salmo 119, 105: «Lampada per i miei passi è la tua parola», o il Deuteronomio che chiede di porre i precetti del Signore come «pendaglio tra gli occhi» (Dt. 6,8) per vedere la realtà in maniera «aumentata», appunto, dalla fede.

I motori di ricerca cambiano la nostra idea di Dio?

Riporto qui l’ntervista di Matteo Lo Presti dal titolo “I motori di ricerca cambiano l’idea stessa di Dio”.

E’  apparsa sul quotidiano Il Riformista domenica 8 gennaio 2011.

 

Quella hacker è una filosofia che spinge alla creatività e alla condivisione opponendosi ai modelli di competizione e proprietà privata. Lo dice il direttore di “Civiltà cattolica”, Antonio Spadaro.

«Hacker è chi si impegna ad affrontare sfide intellettuali per aggirare e superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte nei propri ambiti di interesse. Per lo più il termine si riferisce a esperti di informatica, ma di per sé può essere esteso a persone che vivono in maniera creativa molti altri aspetti della loro vita. Quella hacker è insomma una sorta di “filosofia” di vita, un atteggiamento esistenziale, giocoso e impegnato, che spinge alla creatività e alla condivisione, opponendosi ai modelli di controllo, competizione e proprietà privata».

Questa definizione semplice e pacata non trova posto in una enciclopedia di informatica, ma nelle pagine della Civiltà Cattolica, la rivista quindicinale dei padri gesuiti, fondata nel 1850. A scrivere l’articolo è il giovane direttore della rivista, Antonio Spadaro, autore di numerosi testi di critica letteraria e attento studioso delle problematiche della contemporaneità.

Tra bisogno e attese l’uomo, sostiene Spadaro, deve fare i conti con una situazione di finitezza che chiede di essere interpretata con autenticità e pienezza. «Sono stato colpito-spiega nel suo ordinatissimo studio, nel convento dove abita – da molte riflessioni nate nel mondo anglosassone sul significato dell’agire umano, sul tema del lavoro non come maledizione biblica, ma come partecipazione gioiosa alla vita del mondo: una nuova sfida intellettuale, per inquadrare la presenza dell’uomo sulla terra e la sua vicinanza sempre maggiore e più importante con la macchina-computer».

Ovviamente padre Spadaro non parte dalla definizione di hacker che si trova correntemente sui vocabolari, e cioè «pirata del computer, pirata informatico» o dal verbo dai multiformi significati to hack, cioè tagliare, mutilare, fare a pezzi, ma anche farcela, aprirsi un varco nella giungla. Attinge piuttosto da una più preziosa tradizione filologica che risale agli anni Settanta, quando il termine aveva connotazioni di élite: «computer hacker» era chiunque scrivesse il codice software con abilità programmatoria e

veniva perciò a fare parte di una corporazione che Stefen Levy tenne a battesimo in un volume dal titolo: Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica. Correva l’anno 1984: l’anno fatidico nel quale i computer incominciarono a spuntare un po’ ovunque e iniziarono anche le strategie, le sperimentazioni di finalità dannose. Levy, affascinato da quella realtà, codificò principi generali su cui basare regole e comportamenti hacker: accesso ai computer illimitato, informazioni sempre libere, sfiducia nell’autorità, creazione di arte e bellezza con il computer.

Padre Spadaro muove da qui: «La tecnologia mette in ballo la vita dell’uomo e cioè l’eterno dibattito tra il bene e il male. La rivoluzione di internet segue le regole delle altre rivoluzioni: comunicare un messaggio e creare relazione. Occorre capire come l’uomo sta cambiando il suo modo di pensare nel momento del suo viaggiare in rete. La fede vissuta con questi cambiamenti che influsso ha sugli uomini? Come cambia l’idea di Dio con i motori di ricerca? Qualunque persona che va su google vive di ricerca: questo cambia la ricerca su Dio? Come articoliamo oggi la domanda nei milioni di siti nei quali il problema religioso viene posto? Una volta la bussola indicava il cammino e conosceva la direzione: il Nord per esempio. Oggi abbiamo milioni di messaggi che ci bombardano e l’uomo come il radar deve riuscire ad intercettate il messaggio giusto. Troppi sono i messaggi di pseudo salvezza, che danno risposte facili a domande complesse». Ma chiarire che ruolo svolgano gli hacker nel rapporto antropologico tra la macchina e Dio non è semplice, anche se, come ha scritto il filosofo Emanuele Severino, «la tecnica è un gigante capace di toccare il cielo con un dito».

Padre Spadaro ha buona opinione di chi “smanetta” sul computer. «Sia la cultura religiosa sia la cultura hacker condividono l’ obiettivo ambizioso di migliorare la qualità della vita. Gli hackers hanno un atteggiamento attivo impegnato, condividono i risultati del loro lavoro e delle loro ricerche, sono sempre in cammino verso la conoscenza, collaborano a progetti comuni e, nel momento in cui c’è lo scambio alla pari, l’autorità è distribuita tra i membri della comunità. Il riferimento è Pekka Himanen che nel suo importante testo L’etica hacker e lo spirito dell’informazione (Feltrinelli, 2001) spiega che l’uomo è chiamato ad «un’altra vita»: non più l’uomo del fordismo, 

legato all’orologio dell’efficienza, ma l’uomo attivo che persegue le proprie passioni e vive in uno sforzo creativo che non ha mai fine e sa che la sua umanità non si realizza in un tempo organizzato rigidamente, ma nel ritmo di un impegno che è la misura di un lavoro veramente umano e che meglio corrisponde alla natura dell’uomo. Cioè ci si allontana dalla logica del profitto per avvicinare la comunità degli hacker a valori condivisi, ad un linguaggio comune». E la comunità dei cristiani ha vicinanze stringenti con il mondo dell’impegno informatico se è vero che Larry Wall nel 1987 creò un linguaggio informatico Perl (Practical Extraction and Report Language ) che deve il suo nome alla perla di gran valore trovata dal mercante che tutto vende per possederla, di cui parla Gesù nella parabola riportata dal Vangelo di Matteo (13,44-46). E la suggestione della nuova tecnologia è così attraente che Himanen ricorre a Sant’Agostino per chiarire l’interrogativo: «Perché Dio ha creato il mondo?» Ecco la risposta hacker «Dio in quanto essere perfetto non aveva bisogno di fare assolutamente nulla, ma voleva creare». Insomma, il più grande hacker della storia .

E Padre Sapadaro commenta. «Certo l’hacker ha una sua specificità che non si può assolutizzare, ma quello che si può dire è che l’uomo, con il suo lavoro, partecipa all’ azione creativa di Dio: partecipa ad un progetto per navigare, per scrivere, per visualizzare e lasciare il codice aperto al libero contributo di tutti. La logica hacker è quella della genialità che genera progetti di lavoro e sfide. Si scambiano abilità, codici, si

collabora ad un progetto spesso in modo anonimo, così come insegna la teologia e la logica della Rivelazione cristiana: un dono che viene dall’alto, un dono indeducibile, un dono inaspettato, che crea sorpresa, che esalta il rapporto personale, che va salvaguardato. Il dono hacker significa anche offrire qualcosa, perché chi vuole possa prendere, il dono cristiano è innanzitutto donare qualcosa a qualcuno. E tuttavia la donazione del sangue è dono simile al dono hacker. Anche la manifestazione di Dio viene percepita come atto gratuito di Dio. Anche qui si collabora ad un progetto come nella confraternita degli hacker».

E poiché su queste tesi non sono mancate polemiche, anche con un editorialista dell’Osservatore Romano, padre Spadaro precisa: «Questa visione dell’autorità distribuita implica una interessante sfida sul modo di percepire la presenza della Chiesa: nessuno vuole eliminare autorità e autorevolezza, ma autorità e autorevolezza vanni sempre più coniugati con il dovere della testimonianza».

Il cardinale Gianfranco Ravasi ha detto recentemente «è il momento di essere su Internet,dobbiamo guardare a tutto il complesso dell’informazione, i mezzi di comunicazione sono diventati le nostre protesi». E padre Spadaro commenta: «Siamo nel solco della grande intuizione di Paolo VI, quando affermava che il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale. Annunciare la fede al tempo della cultura digitale è riconoscerne il valore e la dimensione spirituale».