Come cambia il giornalismo: che senso ha parlare ancora di “pubblicare”?

Mi chiedo se il verbo “pubblicare” sia ancora in grado di mantenere il suo significato forte. E infatti oggi sembra che si “pubblichino” davvero solo le indiscrezioni. Anzi sembra che pubblicare significhi “rendere pubblico” ciò che è o dovrebbe essere di per sé privato: una distorsione della semantica che fa riflettere…

Alcuni giorni fa, ragionando sul tema del convegno dell’UCSI appena conclusosi dedicato al tema della “credibilità” dell’informazione in Italia e il “servizio pubblico”, mi ero chiesto che senso ha oggi parlare di “servizio pubblico”. Non dico a livello tecnico o legale, ma nel senso comune, nel linguaggio plasmato dai mutati scenari della comunicazione. In quella riflessione notavo come il concetto di “pubblico” stia subendo uno slittamento semantico in quello di “popolare”. E’ “pubblico” ciò che è di tutti ed aperto alla partecipazione di tutti. Il citizen journalism, ad esempio, a molti oggi sembra la formula più appropriata di «giornalismo pubblico» perché partecipativa.

Ma adesso mi pongo la domanda di cosa significhi “pubblicare” nel senso di “pubblicare” una “pubblicazione”, cioè un giornale, un libro… La fruizione in Rete dei contenuti informativi, ma anche la loro condivisione nei networks sociali e la loro stessa creazione sta diventando una prassi abbastanza diffusa (e lo sarà sempre di più). Essa ha due fuochi: il contenuto e la persona che lo crea (l’autore) o che lo condivide. L’operazione generica di “pubblicare” oggi assume dunque due volti abbastanza delineati:

1) il primo è quello di creare un contenuto (content creation). E’ nella creazione dei contenuti che si riconosce la figura dell’autore.

2) il secondo è quello di curare la condivisione del contenuto (content curation). E’ nella curatela dei contenuti che si riconosce la figura dell’editor, del “direttore”, potremmo dire.

La figura dell’autore è stata da sempre ben chiara. E’ abbastanza semplice riconoscere il gesto autorale perché è quello creativo.

Invece il gesto del curatore non è così chiaro. Noi siamo abituati a comprendere il ruolo del direttore di una testata che ha davanti a sé una redazione con la quale discute i pezzi da inserire nel suo giornale, i temi, i tagli da dare agli articoli. Questa figura dell’editor è anch’essa abbastanza consolidata e chiara. Oggi però, in un tempo nel quale i contenuti sono disponibili e condivisibili, stanno nascendo nuove figure di “direttori”, diciamo così. Se la Rete ha permesso di diventare autori facilmente. Adesso sta nascendo un fenomeno nuovo: la Rete permette a chi vuole, grazie ad alcune piattaforme specifiche, di diventare “content curator” a chiunque voglia impegnarsi a raccogliere in Rete e a pubblicare (cioè a condividere in maniera ordinata e organizzata) i contenuti che sono di suo interesse.

Si stanno sviluppando testate abbastanza simili a quelle tradizionali come l’Huffington Post (che per contatti ha ormai battuto il New York Times con i suoi 35 milioni di contatti al mese) o gli italiano Il Post o The Globalist che aggregano contenuti che provengono dal giornalismo non convenzionale.

Ma cominciano ad avere una certa visibilità e un certo seguito anche giornali intesi come “content curation service” per cui il «direttore» diventa il curatore di contenuti scelti secondo alcuni criteri (che in genere sono due: tema e affidabilità dell’autore). Concretamente: il content curator è colui che sviluppa una capacità specifica di trovare contenuti interessanti e validi e di segnalarli “pubblicandoli” in forma di “testata”.

Questa logica si avvicina superandola a quella della ricerca nei motori di ricerca perché non è freddamente automatica e guidata da algoritmi, ma è guidata da un occhio umano vigile che sceglie tra i contenuti nel mare della Rete e “governa” le scritture come un flusso. Ovviamente il contenuto può apparire inserito dentro più “testate” che tutte fanno riferimento e conducono il lettore al luogo originario di pubblicazione del contenuto. Tutto il sistema del “content curation” genera dunque flusso di contatti su quel contenuto scelto.

La riflessione su questi temi è in fase di sviluppo. Specialmente essa si concentra su chi sia il content curator e quali siano le modalità (e dunque le piattaforme) di questa forma contemporanea di curatela.

In ogni caso il concetto classico di “pubblicare” sta subendo una radicale trasformazione e ridefinizione.