La rete, una risorsa di senso?

Ieri ho tenuto una conferenza al Coordinamento delle Associazioni per la Comunicazione (Copercom). Mi chiedevano come la rete possa essere una “risorsa di senso”.

L’incontro e il dibattito sono stati davvero appassionanti. Innanzitutto ho tenuto a precisare che è stato lo stesso Benedetto XVI nel suo 45 Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, ad affermare che le nuove tecnologie «possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, di verità e di unità che rimane l’aspirazione più profonda dell’essere umano». Quindi ho proseguito sottolineando il fatto che lo stesso Pontefice ha definito i social networks usando le metafore di «porta» e «spazio».

Parlando di porte e di spazio si comprende che il Papa considera la Rete come uno spazio di esperienza. E lo spazio non è un semplice «contenitore» dell’esperienza ma l’apertura di un’estensione. L’invito quindi è ad allargare i nostri orizzonti, ascoltare i desideri profondi che l’uomo ormai oggi esprime molto bene anche in Rete.

La tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza. Per questo è indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come il luogo in cui le vere domande dell’uomo prendono forma, il messaggio che esprime le domande di senso e di fede, che anche nella rete si fanno strada. La cultura del cyberspazio pone nuove sfide alla nostra capacità di formulare e ascoltare un linguaggio simbolico che parli della possibilità e dei segni della trascendenza nella nostra vita.

Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri.

La sfida è chiara: non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso radicalmente con gli altri della nostra vita. Siamo chiamati, dunque, a vivere bene sapendo che la Rete è parte del nostro ambiente vitale, e che in essa ormai si sviluppa una parte della nostra capacità di fare esperienza.