Qual è la spiritualità di Ignazio di Loyola e dei gesuiti?

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Trascrivo qui gli appunti per una conversazione offerta il 26 aprile 2013 presso l’Istituto Massimo di Roma ai membri delle Comunità di Vita Cristiana che si ispirano alla spiritualità di sant’Ignazio di Loyola, in occasione dei loro 450 anni di vita.

Che cos’è la spiritualità per l’uomo e la donna di oggi? 

La parola “spiritualità” sembra alludere a una dimensione «altra», sempre ulteriore, rispetto a quella che si vive ordinariamente. Sembra forse rinviare a un tempo tranquillo, festivo, privo di quegli impegni che distraggono lo spirito da ciò che più conta. In ambito cristiano poi a volte si pensa che la spiritualità sia un discorso riservato a persone ben formate e ferventi: una sorta di passo in più, di passo in avanti. Identifichiamo insomma spiritualità con “ritiro”… E questo non è del tutto corretto. Certo non è ignaziano. Gli stessi Esercizi sono una palestra dello spirito (come eiste la palestra per il corpo), non una esperienza

Che cos’è la spiritualità, dunque? La verità più fondamentale è che ogni essere umano, in quanto tale, vive sotto l’influsso della chiamata della grazia di Cristo e dalla Grazia è incalzato. Tutti gli esseri umani, proprio perché umani, hanno una vita spirituale con le sue dinamiche proprie. Tutti sono toccati dalla grazia di Dio. Semmai a volte questo tocco viene riconosciuto e a volte no.

La vita spirituale delle persone dunque non è morta perché non può morire. Semmai oggi sembra spesso fuoriuscire dal mondo della confessione religiosa. Le domande allora, non sapendo dove andare, hanno preso casa nell’esperienza della cultura.

Ma possiamo dire anche della politica (oggi piena di tensioni soteriologiche, escatologiche, palingenetiche, di una comunità civile pensata come una “comunione dei santi” anche grazie alla Rete…). Si pensa alla trasparenza come il luogo della verità. Il vero valore per eccellenza sembra essere non la probità, ma l’indignazione profetica che cerca autenticità. Sono tutte dinamiche di sapore religioso.

Paradossalmente è proprio chi ha fede che oggi è chiamato a svelare che la politica non è il luogo della rivelazione dall’alto ma della carità dal basso. E voi, Comunità di Vita Cristiana, sapete bene che i valori vanno non solo trasmessi ma condivisi. La comunità umana va costruita, dunque. Occorre comprendere come la politica che – e qui cito l’allora cardinal Bergoglio – è «lo spazio del compromesso e la missione per superare le contrapposizioni che ostacolano il bene comune».

Dobbiamo abitare gli spazi della socialità, anche i nuovi! Come hanno fatto i nostri padri con le “congregazioni”. La dimensione associativa oggi è importante. Viviamo al tempo dei networks sociali. La sfida consiste proprio nell’abitare una nuova socialità diffusa che stiamo sperimentando. I cristiani sono chiamati ad abitare queste nuove forme di socialità.

Sono chiamati ad abitare bene anche il bricolage che non è più nè il gruppo nè la massa. Non ho ricette, ma so che è importante. Anche perché ormai queste sono le strade per l’impegno. Non solo: il pensiero si forma lì. Assistiamo a forme di pensiero collettivo. Anche i social network sono diventati luoghi di pensiero.

Una tra le cose che più mi colpisce è l’interpretazione che La Civiltà Cattolica ha dato della sua cattolicità nel primo editoriale del 1850: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica». Penso sia uno spunto interessante per tutti noi. La convergenza sui valori e su ciò che conta non costruisce ghetti, ma lascia libere le persone di aggregarsi secondo le loro peculiarità.

Come affrontare, dunque, la questione della spiritualità nel mondo contemporaneo? Ha detto Papa Francesco: «L’esperienza spirituale dell’incontro con Dio non è controllabile».

La spiritualità delle comunità ignaziane ha un tesoro: una visione del mondo. E questa è quella che ha ricevuto dall’esperienza di sant’Ignazio: «Dio è già all’opera nella vita di tutti gli uomini e di tutte le donne». Lo Spirito di Dio agisce di continuo in noi e in tutta la realtà umana: è presente ed è attivo negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali.

La creatività dello Spirito sempre «muove e attira», scrive sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali (nn. 105 e 109). Si comporta ad modum laborantis.

Quindi nella vita di fede cristiana non si tratta mai per noi di scegliere o Dio o il mondo; piuttosto sempre Dio nel mondo, Dio che lavora per portarlo al compimento. Non c’è per l’uomo autentica ricerca di Dio che non passi attraverso un inserimento nel mondo creato. Questo ci dice la spiritualità ignaziana.

Compito dell’uomo spirituale cristiano, oggi più che mai, è di scoprire ciò che Dio opera nella vita delle persone, della società e della cultura, della società, dell’economia, della politica, e di discernere come Egli proseguirà la sua opera (Cfr Decreti della Congregazione Generale XXXIV della Compagnia di Gesù [Roma, 1996], decr. nn. 4 e 6.).

La spiritualità ignaziana è immersiva. La conteplazione ignaziana è viendo el lugar. Ignazio chiede di contemplare il mistero evangelico (la natività o la crocifissione, e così via…), entrando dentro la scena, rompendo la prospettiva brunelleschiana e facendomi immergere dentro la scena. Questa è la «devozione» ignaziana, dunque, una devozione immersiva.

Chi vive la spiritualità ignaziana ha imparato non a ragionare non per ipotesi astratte o ideologie ma con gli occhi aperti sulla realtà, guardando in faccia sia i rischi sia le opportunità. Voi siete gente concreta, capace di agire nel mondo.

Dunque il discernimento spirituale evangelico cerca di riconoscere la presenza dello Spirito nella realtà umana e culturale, il seme già piantato della sua presenza negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali. Tutti i contesti, anche quelli apparentemente più lontani.

Per Papa Francesco il messaggio del Vangelo è chiamato a varcare anche i confini di coloro che più coscientemente si sentono partecipi della vita della Chiesa: «riguarda tutti». Nel suo dialogo col rabbino Skorka aveva detto: «Perfino con un agnostico, perfino dal suo dubbio, possiamo guardare insieme verso l’alto e cercare la trascendenza».

Ancora conversando col rabbino Skorka, l’allora card. Bergoglio parlava del suo rapporto con gli atei. Si tratta di un passaggio di grande intensità: «Quando mi ritrovo con degli atei, condivido problematiche umane, ma non propongo subito il problema di Dio, a meno che non siano loro a chiedermelo. Se accade, spiego perché io credo. Ma sono talmente tante e interessanti le questioni umane da discutere e condividere, che possiamo arricchirci vicendevolmente»

Questa apertura incondizionata avverte la vita come magma, non come sasso solidificato. Il cristianesimo offre una visione dinamica della realtà: l’uomo è sempre in divenire, mai è compiuto, chiuso. La realtà è innervata di Spirito.

Un grande gesuita, François Varillon, ha scritto: «l’uomo non è qualcosa di “bell’e fatto”: il “bell’e fatto” è incompatibile con l’amore e con la libertà». E la storia è dunque un «cantiere» aperto, nel quale si gioca la grandezza della libertà umana. L’uomo è sempre in costruzione, incompiuto; meglio ancora: «pieno di promessa».

Dovrebbe essere proprio questo il tratto caratteristico dell’uomo spirituale ignaziano dei nostri giorni: la fiducia nella vita, considerare e vedere il mondo, cioè in attesa di un compimento, in corso d’opera, pieno di promessa, sbilanciato in senso escatologico.

Per Ignazio di Loyola questo è molto chiaro quando invita a non agire, cioè a non prendere decisioni e a non fare cambiamenti, quando si vivono momenti di desolazione, quando si è spinti a rinunciare, a essere diffidenti, a disperare o si è sfiduciati o depressi. L’uomo che agisce e opera dev’essere mosso dalla luce di un orizzonte aperto, non dal buio di un vicolo cieco.

Questo significa che egli è chiamato a rapportarsi alla realtà non in modo pregiudizialmente segnato dal sospetto o dal risentimento, ma dalla fiducia: questo è il punto di partenza per una vita vissuta pienamente e in maniera autentica e fruttuosa. È qusto è in controtendenza rispetto a un contesto in cui non la probità ma l’indignazione sembra la più grande virtù civica.

Si possono vivere dubbi, questo sì. Bergoglio ha parlato persino dei dubbi dei pastori. E ha detto cose a loro modo sconcertanti. La guida non deve essere troppo sicura di sé: «Le guide del popolo di Dio sono state uomini che hanno lasciato spazio al dubbio». E citava come esempio Mosè, che al cospetto di Dio non fa altro che «raccogliersi in se stesso con i suoi dubbi, con l’intima esperienza delle tenebre, del non sapere come agire». Anzi, quando qualcuno «ha tutte le risposte a tutte le domande, questa è la prova che Dio non è con lui».

Voglio concludere leggendovi una lettera di Pierre Teilhard de Chardin. Durante la prima guerra mondiale Teilhard, da poco ordinato sacerdote, viene arruolato e inviato al fronte come barelliere. Immerso nella tragedia, in una splendida lettera del 4 luglio 1915 alla cugina Marguerite Teilhard-Chambon, scrive:

«Prima di tutto abbi fiducia nella lenta opera di Dio. Noi siamo naturalmente impazienti di arrivare subito, in ogni nostra impresa, alla conclusione. Vorremmo bruciare le tappe. Siamo insofferenti di essere in cammino verso qualcosa di sconosciuto, di nuovo… Tuttavia non c’è progresso che si raggiunga senza passare per momenti di instabilità e di precarietà, che possono assommare a lungo periodo. Lo stesso vale per te, credo. Capisco che, a poco a poco, le tue idee maturano, tu lasciale crescere, lascia che prendano forma. […] Fa credito a Nostro Signore, pensa che la sua mano ti guida nell’oscurità e nel “divenire” e accetta per amor suo l’inquietudine di sentirti sospesa e come incompiuta».

Ecco la nostra visione del mondo: un mondo in cui Dio lavora con un’opera lenta. Noi percepiamo nella tensione dell’incompiutezza. Questo oggi ci fa devoti e che, speriamo, ci farà santi.

L’isola digitale del gesuita 2.0

Inserisco qui una intervista che mi è stata fatta da Andrea Gagliarducci e che è apparsa sul quotidiano La Sicilia di Catania il 29 dicembre 2011. E’ una bella sintesi che mi piace far conoscere: dalla cucina siciliana al web 2.0, dalla spiritualità ignaziana all’importanza dei miei genitori…

Viene dallo stare su un’isola la necessità di costruire ponti. E Antonio Spadaro, gesuita, ha sempre sentito dentro di sé questa necessità. Forse perché dalla sua casa a Messina si vedeva il lembo di terra della Calabria che non si poteva raggiungere se non a nuoto o in barca. O forse perché la vita lo ha portato lontano, prima a fare il noviziato dei Gesuiti a Genova, poi a Padova, Roma, Napoli, ancora Roma, con una parentesi negli Stati Uniti. Mantenendo sempre un legame con la Sicilia, e in particolare con Catania, dove “torno ogni anno, dal 3 al 6 febbraio, per la festa di Sant’Agata, cui sono devoto. Mia madre, Grazia Gennaro, era catanese”.

Lo si vedrà anche quest’anno a Catania per la festa di Sant’Agata? Non sappiamo, perché padre Spadaro è stato da poco chiamato a dirigere Civiltà Cattolica, il prestigioso quindicinale dei Gesuiti. Sarà lui a costruire il ponte verso il futuro della storica rivista (fu fondata nel 1850). Il progetto prevede una “maggiore presenza on line e nei social network, e anche una app per iPad”. Antonio Spadaro era l’uomo giusto per farlo. Definito il “gesuita 2.0” oppure “tecnogesuita” per la sua presenza su Internet (la sua prima pagina ufficiale è dei primi anni Novanta), la sua storia racconta meglio di qualunque il passaggio verso la cultura digitale. Un passaggio che per lui è stato abbastanza semplice e Leggi tutto “L’isola digitale del gesuita 2.0”

Quando i valori non creano ghetti ma fanno essere “generativi”

Articolo del Corriere della Sera dedicato all'incontro. Fai CLICK SULL'IMMAGINE PER LEGGERLO

Ricopio qui gli appunti che avevo preso per rispondere ad alcune domande che mi sono state poste degli ex alunni dell’Istituto Massimo durante la convention tenutasi il 22 ottobre 2011 presso i locali dell’Istituto. Ovviamente si tratta  semplicemente di appunti.

Toccano anche alcuni temi “caldi” per la cosiddetta Generazione Y, incluso il ruolo dei social networks.

Vi ringrazio per l’invito. Il Massimo per me è un luogo fondamentale, dove, insegnando, ho scoperto meglio me stesso, le cose che so fare e che sono chiamato a fare. I miei legami fondamentali sono maturati qui. Adesso mi trovo a fare il direttore della Civiltà Cattolica, cioè di una rivista che ha 162 anni di vita. È la rivista più antica d’Italia tuttora vivente. Una rivista che ha all’interno della sua tradizione gli elementi di innovazione. Una tra le cose che più mi colpisce è l’interpretazione che la nostra rivista ha dato della sua cattolicità nel primo editoriale del 1850: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica». Penso sia uno spunto interessante per voi exalunni.

Adesso cerco di rispondere come un alunno alle vostre domande…

1.    Quali sono le caratteristiche della vita privata e della partecipazione alla vita pubblica di persone formate nei collegi della Compagnia di Gesù

Gli ex-alunni hanno assorbito lo spiritualità ignaziana in un modo peculiare: non innanzitutto pregando ma imparando a conoscere il mondo (e di questa conoscenza si alimenta la preghiera e quella che Ignazio chiamava “l’applicazione dei sensi”) e a comprenderlo. Quindi credo che la prima caratteristica sia il ragionare non per ipotesi astratte o ideologie ma con gli occhi aperti sulla realtà, guardando in faccia sia i rischi sia le opportunità. Voi siete gente concreta, capace di agire nel mondo.

La crisi di spiritualità è per noi, uomini del nostro tempo, crisi del nostro rapporto con mondo. Non solo del rapporto legge/desiderio o eros/norma. Il “discernimento” non è semplice mediazione tra legge e desiderio. Il discernimento non è centrato sull’io. Il discernimento è capire il senso di ciò che mi muove. Oggi nessuno sa che senso ha quello che fa. Lo fa e basta. È qui il problema. Ma noi siamo anche gente che sa che la realtà è abitata da Dio. Ignazio  di Loyola dice che Dio “lavora e opera” nel mondo. Cioè Ignazio dice che Dio non ha steccati, riserve protette, schieramenti… Direi che, persino se l’ex alunno perde la fede, in genere conserva una apertura ampia, trascendente: il suo sguardo sul mondo resta sempre una “visione” e mai semplicemente una “veduta”…

Non solo: nella nostra tradizione, come ben sapete è fondamentale la cura personalis. E cioè contano le forme peculiari, singolari, originali di impegno nella vita, anche nella vita pubblica. La convergenza sui valori e su ciò che conta non costruisce ghetti, ma lascia libere le persone di aggregarsi secondo le loro peculiarità. Questa oggi sta diventando qualcosa di straordinario.

2.       A quali responsabilità sono chiamati oggi le persone formate nei collegi della Compagnia e, più in generale, a quali responsabilità sono chiamati oggi i laici cristiani formati ed adulti nellattuale contesto sociale e politico dellItalia e dellEuropa?

La prima responsabilità è quella di essere generativi. Io vedo un paese dove i vecchi competono con i giovani. Vedo un paese in cui chi ha esperienza perde la propria saggezza, oggi considerata un disvalore davanti alla prestazioneAbbiamo perso il discernimento tra saggezza e prestazione. Le generazioni entrano in competizione tra di loro. Così si diventa sterili, incapaci di generare. La generatività è una attitudine di cui ciascuno di noi è responsabile.

La generatività si gioca anche nella capacità di innovazione. L’innovazione infatti è la capacità di gestire la conoscenza al fine di generare qualcosa di nuovo. Il futuro appartiene alle persone che vedono le possibilità prima che diventino ovvie.

3.       Nellattuale contesto sociale come può viversi la dualità tra potere e servizio?

Il successo: occorre affrontare questa parola chiave del nostro tempo. Che significa essere uomini di successo? Parlando con LorenzoJovanotti” mi diceva che per lui il successo è semplicemente un participio passato: è successo, è accaduto…

Torno alla parola di prima: generatività. La tua vita ha successo se non è sterile, se ha dato frutti buoni. Servizio è un sinonimo di generatività. L’esercizio del potere che non “serve”, che non agisce per dar frutti buoni è già metafora della morte. La spiritualità ignaziana, gesuitica, è una spiritualità attiva, aperta all’azione, compromessa con la concretezza. La politica in questo senso è opus fidei.

4.       Esistono dei ruoli nuovi da occupare e da svolgere nella dimensione associativa da parte dei laici formati dalla Compagnia?

La dimensione associativa oggi è importante. Viviamo al tempo dei networks sociali. La sfida consiste proprio nell’abitare una nuova socialità diffusa che stiamo sperimentando. Sembrano sparire le aggregazioni forti. Mi colpiscono, ad esempio, i sistemi di geolocalizzazione condivisa… Esprimono il desiderio di una riscoperta dei legami, dell’incontro… Dell’impegno. Pensiamo a Twitter e alle rivoluzioni. La gente si aggrega non in movimenti articolati ma per aggregazioni spontanee, per flash mobsI cristiani sono chiamati ad abitare queste nuove forme di socialità. Sono chiamati ad abitare bene anche il bricolage che non è più nè il gruppo nè la massa. Non ho ricette, ma so che è importante. Anche perché ormai queste sono le strade per l’impegno. Non solo: il pensiero si forma lì. Assistiamo a forme di pensiero collettivo. I social network sono diventati luoghi di pensiero.

Il futuro vince sempre. Auguri!