“Nel cuore di ogni padre”: Papa Francesco mette in crisi la crisi dell’Occidente

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Pubblico qui il testo del mio articolo apparso sul Corriere della Sera domenica 23 novembre 2014 come presentazione del volume Papa Francesco,  Nel cuore di ogni padre. Alle radici della mia spiritualità, Milano, Rizzoli, 2014 che sarà in libreria il 26 novembre 2014. Il volume sarà presentato a Civiltà Cattolica il 4 dicembre alle ore 18.00 da p. Marco Tasca, Ministro Generale dei Francescani Conventuali, Lucio Caracciolo, direttore di Limes e Mauro Magatti, Ordinario di Sociologia della globalizzazione presso l’Università Cattolica di Milano.

Chi è Jorge Mario Bergoglio? Se lo sono chiesti e se lo chiedono in molti. La poliedricità semplice di papa Francesco attira non solamente la gente, «il popolo fedele di Dio», come lo chiama lui, ma anche analisti, intellettuali, saggisti. Nel cuore di ogni padre è importante, anzi fondamentale, per rispondere a questa domanda, perché contiene un concentrato di riflessione e di meditazione viva, rivelatore della radice ignaziana e gesuitica che anima il pensiero e l’ azione di papa Francesco.

Il volume è una raccolta di scritti, realizzata dallo stesso Bergoglio, divisa in tre parti: la prima contiene riflessioni sulla Compagnia di Gesù, il suo modo di procedere, la sua formazione. La seconda e la terza riportano meditazioni per gli Esercizi spirituali. L’ ultima parte si rivolge specificamente ai superiori religiosi. Il volume esce nel 1982, quando Bergoglio ha quarantasei anni, e contiene scritti anteriori a quella data, a partire dal 1974. Si tratta di un tempo estremamente importante e delicato per lui. Il 31 luglio 1973, era stato nominato Provinciale dei gesuiti argentini. E rimase in carica, come è di prassi, per sei anni, e cioè fino al 1979. Il suo Provincialato, lo sappiamo, coincise con un momento complicato per l’ Argentina. Il Papa non ne ha mai fatto mistero. Nella mia intervista fu chiaro: «Il mio governo come gesuita all’ inizio aveva molti difetti. Quello era un tempo difficile per la Compagnia: era scomparsa una intera generazione di gesuiti. Per questo mi son trovato Provinciale ancora molto giovane. Avevo trentasei anni: una pazzia. Bisognava affrontare situazioni difficili». E concluse: «Col tempo ho imparato molte cose. Il Signore ha permesso questa pedagogia di governo anche attraverso i miei difetti e i miei peccati». Proprio perché questi scritti fotografano una situazione non semplice, alla fine del suo Provincialato, contengono il nucleo del pensiero e dell’ azione di Bergoglio.

Si tratta di un nucleo caldo e ribollente, a tratti complesso, vivo a tal punto che questo volume mi è parso da subito essenziale, fondamentale. Fu lo stesso papa Francesco a citarlo, parlandomene durante quella mia intervista. L’ unico a cui ha fatto riferimento tra quelli che aveva pubblicato in precedenza. Fortunatamente la biblioteca della «Civiltà Cattolica» lo possedeva ed è stato sufficiente leggere solo alcune pagine di questa sorta di Summa ignaziana di Bergoglio per rendermi conto della sua importanza. Nel pomeriggio del 19 agosto 2013 sono entrato per la prima volta nella camera di papa Francesco a Santa Marta. Avevamo concordato quel giorno per l’ intervista che poi apparve su «La Civiltà Cattolica» e altre riviste dei gesuiti, ed è stata pubblicata da Rizzoli con il titolo La mia porta è sempre aperta . L’ impressione che mi è rimasta di quel primo incontro è di una accoglienza fluida e di un dialogo che non ammetteva un rapporto rigido tra intervistatore e intervistato. Ero lì per porgli domande, anche impegnative, e avere risposte. Avevo uno schema da seguire, eppure sin da subito non ci sono riuscito. La domanda iniziale, infatti, non era scritta nei miei appunti. Gli chiesi: «Chi è Jorge Mario Bergoglio?».

antoniospadaro_2014-nov-23Prima che lui aprisse bocca nella mia mente erano presenti due risposte: «Francesco è un gesuita» e «Francesco è un Papa latinoamericano». Lui, ricordo, mi fissò in silenzio. Pensavo di aver fatto un passo falso. Poi mi fece un rapido cenno per farmi capire che avrebbe risposto e mi disse lentamente: «Non so quale possa essere la definizione più giusta… Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore». Papa Francesco, continuando a riflettere, compreso, disse: «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”». Queste sue parole hanno a che fare direttamente con questo libro. Ascoltandole, mi resi conto che il Papa mi aveva dato una risposta duplice: lui si percepisce come un peccatore salvato, ma, parlando a me, gesuita proprio come lui, ha voluto definirsi alla luce della sua spiritualità e della sua scelta di vita come gesuita. Nel 1974 padre Bergoglio aveva partecipato alla XXXII Congregazione Generale della Compagnia di Gesù. Il primo decreto emanato da quest’ assemblea mondiale di rappresentanti dell’ ordine inizia con la domanda: «Che cosa vuol dire essere gesuita?». La risposta fu: «Vuol dire riconoscersi peccatore, ma chiamato da Dio a essere compagno di Gesù Cristo, come lo fu Ignazio». Quel giorno, papa Francesco mi ha parlato di sé alla luce di un carisma che tocca profondamente la sua identità. Leggere Nel cuore di ogni padre è fondamentale per comprendere la radice profonda della sua spiritualità gesuitica, perché sono pagine impregnate di linguaggio tipico e proprio della Compagnia di Gesù.

E la radice latinoamericana? Credo che questo sia il luogo adatto per una riflessione in merito. Molto si è scritto dell’ origine latinoamericana del Pontefice. E questo è corretto perché il suo è un Pontificato che davvero viene «dalla fine del mondo» e vive di equilibri «geopolitici» peculiari. La sua stessa visione è legata all’ esperienza di pastore a Buenos Aires e alle dinamiche ricche e complesse vissute dall’ episcopato latinoamericano riunitosi ad Aparecida nel 2007. Tuttavia sarebbe un errore interpretare l’ ascesa al Pontificato di Francesco solo come una estrema semplificazione delle complesse e gigantesche impalcature problematiche intellettuali romane ed europee a favore degli atteggiamenti pastorali di «carità» e «misericordia» vissuti in una certa America Latina. Questa posizione è in sé molto debole innanzitutto perché ignora che il dibattito culturale in Argentina, in particolare, è stato ed è tuttora profondamente innervato di temi che hanno avuto il loro inizio in Europa. La cultura teologica di quel Paese, specialmente quella condivisa in ambito gesuitico, ha vissuto un ponte privilegiato con la Mitteleuropa. Sono molti i professori che hanno studiato in Germania. La cultura francese e, ovviamente, quella italiana hanno avuto largo spazio. Quella spagnola è espressa dalla medesima lingua. I «problemi» legati alla società e ai diritti della persona vedono Paesi come l’ Uruguay in largo anticipo (e qui uso il termine con valenza esclusivamente cronologica) rispetto all’ Europa.

Invece ciò che lo stesso Bergoglio definisce come «l’ originalità della nostra situazione» consiste non nell’ ignoranza delle grandi questioni che scuotono il «primo mondo» e i «Paesi del “centro”», ma il constatare che esse sono vissute con un’ ermeneutica differente: « Desacralizzazione, morte di Dio , dialogo con ideologie che qui ci appaiono aliene… ed equivarrebbero più o meno a vedere uno struzzo accoppiarsi con un fagiano». Bergoglio postula una vera ermeneutica popolare tutta da sviluppare, una maniera di vedere la realtà e una coscienza storica. Qui c’ è il nucleo del discorso: ben consapevole della «crisi» del centro, dell’ Occidente cioè, e delle sue radici, Bergoglio con le sue parole e i suoi gesti sta ponendo in atto un processo spirituale e culturale che destabilizza quella stessa crisi, liberando energie sopite. E tutto questo vivendo una estrema semplicità di stile e di contenuto. Ma in Bergoglio la semplicità non è mai ingenuità. Un suo amico una volta mi disse che Francesco è un «Papa Apple » perché, come i computer della Mela, a fronte di una estrema complessità interna di funzionamento, ha una interfaccia semplicissima. Il senso di terremoto, di scuotimento, persino di «confusione» che qualcuno avverte è il frutto di questa azione culturale e spirituale (e simbolica) di disincagliamento…

 

Quando i valori non creano ghetti ma fanno essere “generativi”

Articolo del Corriere della Sera dedicato all'incontro. Fai CLICK SULL'IMMAGINE PER LEGGERLO

Ricopio qui gli appunti che avevo preso per rispondere ad alcune domande che mi sono state poste degli ex alunni dell’Istituto Massimo durante la convention tenutasi il 22 ottobre 2011 presso i locali dell’Istituto. Ovviamente si tratta  semplicemente di appunti.

Toccano anche alcuni temi “caldi” per la cosiddetta Generazione Y, incluso il ruolo dei social networks.

Vi ringrazio per l’invito. Il Massimo per me è un luogo fondamentale, dove, insegnando, ho scoperto meglio me stesso, le cose che so fare e che sono chiamato a fare. I miei legami fondamentali sono maturati qui. Adesso mi trovo a fare il direttore della Civiltà Cattolica, cioè di una rivista che ha 162 anni di vita. È la rivista più antica d’Italia tuttora vivente. Una rivista che ha all’interno della sua tradizione gli elementi di innovazione. Una tra le cose che più mi colpisce è l’interpretazione che la nostra rivista ha dato della sua cattolicità nel primo editoriale del 1850: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica». Penso sia uno spunto interessante per voi exalunni.

Adesso cerco di rispondere come un alunno alle vostre domande…

1.    Quali sono le caratteristiche della vita privata e della partecipazione alla vita pubblica di persone formate nei collegi della Compagnia di Gesù

Gli ex-alunni hanno assorbito lo spiritualità ignaziana in un modo peculiare: non innanzitutto pregando ma imparando a conoscere il mondo (e di questa conoscenza si alimenta la preghiera e quella che Ignazio chiamava “l’applicazione dei sensi”) e a comprenderlo. Quindi credo che la prima caratteristica sia il ragionare non per ipotesi astratte o ideologie ma con gli occhi aperti sulla realtà, guardando in faccia sia i rischi sia le opportunità. Voi siete gente concreta, capace di agire nel mondo.

La crisi di spiritualità è per noi, uomini del nostro tempo, crisi del nostro rapporto con mondo. Non solo del rapporto legge/desiderio o eros/norma. Il “discernimento” non è semplice mediazione tra legge e desiderio. Il discernimento non è centrato sull’io. Il discernimento è capire il senso di ciò che mi muove. Oggi nessuno sa che senso ha quello che fa. Lo fa e basta. È qui il problema. Ma noi siamo anche gente che sa che la realtà è abitata da Dio. Ignazio  di Loyola dice che Dio “lavora e opera” nel mondo. Cioè Ignazio dice che Dio non ha steccati, riserve protette, schieramenti… Direi che, persino se l’ex alunno perde la fede, in genere conserva una apertura ampia, trascendente: il suo sguardo sul mondo resta sempre una “visione” e mai semplicemente una “veduta”…

Non solo: nella nostra tradizione, come ben sapete è fondamentale la cura personalis. E cioè contano le forme peculiari, singolari, originali di impegno nella vita, anche nella vita pubblica. La convergenza sui valori e su ciò che conta non costruisce ghetti, ma lascia libere le persone di aggregarsi secondo le loro peculiarità. Questa oggi sta diventando qualcosa di straordinario.

2.       A quali responsabilità sono chiamati oggi le persone formate nei collegi della Compagnia e, più in generale, a quali responsabilità sono chiamati oggi i laici cristiani formati ed adulti nellattuale contesto sociale e politico dellItalia e dellEuropa?

La prima responsabilità è quella di essere generativi. Io vedo un paese dove i vecchi competono con i giovani. Vedo un paese in cui chi ha esperienza perde la propria saggezza, oggi considerata un disvalore davanti alla prestazioneAbbiamo perso il discernimento tra saggezza e prestazione. Le generazioni entrano in competizione tra di loro. Così si diventa sterili, incapaci di generare. La generatività è una attitudine di cui ciascuno di noi è responsabile.

La generatività si gioca anche nella capacità di innovazione. L’innovazione infatti è la capacità di gestire la conoscenza al fine di generare qualcosa di nuovo. Il futuro appartiene alle persone che vedono le possibilità prima che diventino ovvie.

3.       Nellattuale contesto sociale come può viversi la dualità tra potere e servizio?

Il successo: occorre affrontare questa parola chiave del nostro tempo. Che significa essere uomini di successo? Parlando con LorenzoJovanotti” mi diceva che per lui il successo è semplicemente un participio passato: è successo, è accaduto…

Torno alla parola di prima: generatività. La tua vita ha successo se non è sterile, se ha dato frutti buoni. Servizio è un sinonimo di generatività. L’esercizio del potere che non “serve”, che non agisce per dar frutti buoni è già metafora della morte. La spiritualità ignaziana, gesuitica, è una spiritualità attiva, aperta all’azione, compromessa con la concretezza. La politica in questo senso è opus fidei.

4.       Esistono dei ruoli nuovi da occupare e da svolgere nella dimensione associativa da parte dei laici formati dalla Compagnia?

La dimensione associativa oggi è importante. Viviamo al tempo dei networks sociali. La sfida consiste proprio nell’abitare una nuova socialità diffusa che stiamo sperimentando. Sembrano sparire le aggregazioni forti. Mi colpiscono, ad esempio, i sistemi di geolocalizzazione condivisa… Esprimono il desiderio di una riscoperta dei legami, dell’incontro… Dell’impegno. Pensiamo a Twitter e alle rivoluzioni. La gente si aggrega non in movimenti articolati ma per aggregazioni spontanee, per flash mobsI cristiani sono chiamati ad abitare queste nuove forme di socialità. Sono chiamati ad abitare bene anche il bricolage che non è più nè il gruppo nè la massa. Non ho ricette, ma so che è importante. Anche perché ormai queste sono le strade per l’impegno. Non solo: il pensiero si forma lì. Assistiamo a forme di pensiero collettivo. I social network sono diventati luoghi di pensiero.

Il futuro vince sempre. Auguri!