Papa Francesco: “Annunciare Cristo nell’era digitale”

cq5dam.web.1280.1280Alle ore 11.30 del 7 dicembre, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, Papa Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici, che si è tenuta in questi giorni sul tema: “Annunciare Cristo nell’era digitale”. Ecco il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti:

Signori Cardinali, cari fratelli Vescovi e Sacerdoti, fratelli e sorelle!

È per me una gioia incontrare il Pontificio Consiglio per i Laici riunito in Assemblea plenaria. Come amava ricordare il beato Giovanni Paolo II, con il Concilio è “scoccata l’ora del laicato”, e ne danno conferma sempre di più gli abbondanti frutti apostolici. Ringrazio il Cardinale per le parole che mi ha rivolto.

Tra le iniziative recenti del Dicastero vorrei ricordare il Congresso Panafricano del settembre 2012, dedicato alla formazione del laicato in Africa; come pure il seminario di studio sul tema «Dio affida l’essere umano alla donna», nel venticinquesimo anniversario della Lettera Apostolica Mulieris dignitatem. E su questo punto dobbiamo approfondire di più. Nella crisi culturale del nostro tempo, la donna viene a trovarsi in prima linea nella battaglia per la salvaguardia dell’umano. E infine ringrazio con voi il Signore per la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro: una vera festa della fede. E’ stata una vera festa. I cariocas erano felici e ci hanno fatto felici tutti. Il tema della Giornata: «Andate e fate discepoli tutti i popoli», ha messo in evidenza la dimensione missionaria della vita cristiana, l’esigenza di uscire verso quanti attendono l’acqua viva del Vangelo, verso i più poveri e gli esclusi. Abbiamo toccato con mano come la missione scaturisca dalla gioia contagiosa dell’incontro col Signore, che si trasforma in speranza per tutti.

Per questa Plenaria avete scelto un tema molto attuale: «Annunciare Cristo nell’era digitale». Si tratta di un campo privilegiato per l’azione dei giovani, per i quali la “rete” è, per così dire, connaturale. Internet è una realtà diffusa, complessa e in continua evoluzione, e il suo sviluppo ripropone la questione sempre attuale del rapporto tra la fede e la cultura. Già durante i primi secoli dell’era cristiana, la Chiesa volle misurarsi con la straordinaria eredità della cultura greca. Di fronte a filosofie di grande profondità e a un metodo educativo di eccezionale valore, intrisi però di elementi pagani, i Padri non si chiusero al confronto, né d’altra parte cedettero al compromesso con alcune idee in contrasto con la fede. Seppero invece riconoscere e assimilare i concetti più elevati, trasformandoli dall’interno alla luce della Parola di Dio. Attuarono quello che chiede san Paolo: «Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1 Ts 5,21). Anche tra le opportunità e i pericoli della rete, occorre «vagliare ogni cosa», consapevoli che certamente troveremo monete false, illusioni pericolose e trappole da evitare. Ma, guidati dallo Spirito Santo, scopriremo anche preziose opportunità per condurre gli uomini al volto luminoso del Signore.

Tra le possibilità offerte dalla comunicazione digitale, la più importante riguarda l’annuncio del Vangelo. Certo non è sufficiente acquisire competenze tecnologiche, pur importanti. Si tratta anzitutto di incontrare donne e uomini reali, spesso feriti o smarriti, per offrire loro vere ragioni di speranza. L’annuncio richiede relazioni umane autentiche e dirette per sfociare in un incontro personale con il Signore. Pertanto internet non basta, la tecnologia non è sufficiente. Questo però non vuol dire che la presenza della Chiesa nella rete sia inutile; al contrario, è indispensabile essere presenti, sempre con stile evangelico, in quello che per tanti, specie giovani, è diventato una sorta di ambiente di vita, per risvegliare le domande insopprimibili del cuore sul senso dell’esistenza, e indicare la via che porta a Colui che è la risposta, la Misericordia divina fatta carne, il Signore Gesù.

Cari amici, la Chiesa è sempre in cammino, alla ricerca di nuove vie per l’annuncio del Vangelo. L’apporto e la testimonianza dei fedeli laici si dimostrano indispensabili ogni giorno di più. Affido pertanto il Pontificio Consiglio per i Laici alla premurosa e materna intercessione della Beata Vergine Maria, mentre di tutto cuore vi benedico. Grazie.

PRIMO COMMENTO al Messaggio del Papa per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2013): “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Nel contesto dell’Anno della Fede, Benedetto XVI quest’anno, formulando il tema della 47.a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali invita a riflettere sui networks sociali, usando le splendide metafore della “porta” e dello “spazio” e collegando ad esse la verità, la fede e l’evangelizzazione. Il gesto è sorprendente. Il tema infatti è: “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”.

Perché? Qual è il significato profondo di questo messaggio?

La domanda ha accompagnato questi ultimi anni sembra essere la seguente: le “reti sociali” su Internet sono forme di comunicazione e condivisione che contribuiscono alla crescita umana degli individui, o piuttosto un insidioso pericolo che può far aumentare il loro senso di solitudine e di spaesamento?

Ecco il punto: scegliendo il tema della 47.a Giornata delle Comunicazioni Benedetto XVI ha saltato a piè pari l’approccio di tipo moralistico andando al “sodo”, al significato profondo delle reti sociali. E’ come se dicesse: la prima cosa da fare sia capire cosa succede, di cosa stiamo parlando. Il social network è un ambiente di relazione, di conoscenza e l’ambiente in quanto tale fornisce delle grandi opportunità: è porta, è spazio.

Aggiungo io: il criterio di “bontà” è sostanzialmente esterno al social network perché è l’etica della persona, la sua capacità di integrare la presenza in quest’ambiente virtuale con la propria vita di relazione. Chi nella vita reale tende a isolarsi e a preferire relazioni poco coinvolgenti e significative, in cui ci si compromette poco, può trovare nei social network un luogo ideale di espressione, anche del proprio narcisismo. Una persona che vive invece delle relazioni sostanzialmente sane, può trovare in essi una grande opportunità per dare continuità a rapporti che altrimenti sarebbero eccessivamente frammentati.

Dunque il Papa è interessato al fatto che, in un tempo in cui la tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza, è necessario chiedersi: può essa aiutare gli uomini a incontrare Cristo nella fede? Non basta più il superficiale adeguamento di un linguaggio o di pensare la Rete come un “mezzo” di evangelizzazione. E’ invece indispensabile oggi poter presentare il Vangelo come risposta alle domande di senso e di fede, che anche dalla rete emergono e nella rete si fanno strada.

E ciò che rende peculiare i social networks è l’emergere delle relazioni e l’accentuazione di uno stile dialogico ed interattivo nella comunicazione e nella relazione. Che cosa significherà tutto ciò per l’evangelizzazione e per la tensione inesausta dell’uomo alla verità? Il testo del Messaggio, che uscirà come tradizione il 24 gennaio, ci dirà di più.

Certo è che la vita dell’uomo di oggi si esprime anche nell’ambiente digitale. Il Papa sembra far crollare le pareti del dualismo digitale. Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale.

Se il Pontefice indica che le reti sociali possono essere «porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione» allora una delle sfide maggiori oggi consiste nel  non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita.  Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni. La sfida, dunque, non deve essere quella di come usare bene la Rete, come spesso si crede, ma di come vivere bene al tempo della Rete, di come un uomo possa incontrare Cristo nella fede, vivendo la sua vita anche nel contesto delle reti sociali.

 

La spiritualità dei nuovi «barbari» (su La Civiltà Cattolica)

Antonio Spadaro S.I., LA SPIRITUALITÀ DEI NUOVI «BARBARI». Tecnologie della comunicazione e vita dello spirito – Il Magistero dei recenti Pontefici, oltre che del Concilio Vaticano II, ha di frequente connotato la tecnologia, specialmente se legata alla comunicazione, di riflessi spirituali. Questo riconoscimento ha spinto il Magistero a due atteggiamenti: la lode per le «meraviglie» che l’uomo è in grado di produrre e che sono intese come dono di Dio; e il senso di profonda responsabilità che l’uomo è chiamato ad avere nel loro uso. Oggi, nel momento in cui le tecnologie della comunicazione creano un vero e proprio spazio antropologico, come nel caso della Rete, le sfide si moltiplicano e toccano valori spirituali. Come vivere la «comunione» in un tempo in cui domina l’importanza della «connessione»? Come coltivare l’«interiorità» senza dimenticare che l’uomo oggi si sente davvero coinvolto se vive esperienze di «interattività»?

© La Civiltà Cattolica 2012 III 107-120     quaderno 3890

 

Antonio Spadaro S.I., THE SPIRITUALITY OF THE NEW «BARBARIANS». Communication technologies and spiritual life – The Magisterium of recent Popes, as well as the Second Vatican Council, have frequently defined technology, especially related to communication, as having a spiritual resonance. This recognition has led the Magisterium to adopt two positions: in praise for the «wonders» that man is able to produce, and which are intended as a gift from God; the second a sense of the profound responsibility that man is called on to demonstrate in his use of such «wonders». Today, when the technologies of communication create a real anthropological space, such as the Internet, the challenges multiply and touch on spiritual values. How to live «communion» in a time dominated by the importance of «connection»? How to cultivate «interiority» without forgetting that man now feels very involved if he experiences «interactivity»?

© La Civiltà Cattolica 2012 III 107-120     issue 3890

Il cyberspazio, quel mondo in cui spiritualità e tecnologia si incrociano

intervista realizzata da Vittoria Prisciandaro per il mensile Jesus, giugno 2012, 108-109.

Pioniere nel pensare la fede ai tempi della Rete, una laurea in Filosofia, dottore di ricerca in Teologia, una passione per la critica letteraria: padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore di La Civiltà Cattolica, sfugge alle etichette che imprigionano una formazione complessa e una curiosità che attraversa mondi diversi. Di recente ha pubblicato Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete. A lui abbiamo rivolto alcune domande.

Come questi mondi diversi l’hanno condotta alla Cyberteologia?

E’ la lettura critica della poesia ad avermi condotto a occuparmi di tecnologie e che solo la teologia è in grado di darmi la giusta curiosità e le giuste categorie per comprenderla. Mi sono reso conto “sulla mia pelle” che noi abitiamo il linguaggio e che la mia casa, sebbene suddivisa in stanze, è la mia casa. Del resto, la tecnologia esprime il desiderio dell’uomo di una pienezza che sempre lo supera sia a livello di presenza e relazione sia a livello di conoscenza: il cyberspazio sottolinea la nostra finitudine e richiama una pienezza. Cercarla significa in qualche modo, operare in un campo in cui la spiritualità e la tecnologia si incrociano”.

In uno dei capitoli del libro si chiede se ci sono liturgie e sacramenti in Internet. Che risposta si dà?

Il senso della partecipazione come «prendere parte» a una celebrazione non è riducibile alla sua componente psicologica o all’«eccitazione» nella quale a volte si trasforma il senso della partecipazione a un videogame. L’evento liturgico non è fruibile in maniera digitalizzata, virtualizzata. La liturgia, infatti, «lavora» sempre sul corpo, organizzando le sfere dell’emozione, della sensibilità, dell’azione in modo che tali sfere siano la presenza del sacro, del mistero di Cristo. La realtà dell’evento liturgico non è mai riducibile all’informazione che ne abbiamo. D’altra parte occorre fare i conti con il fatto che le «macchine di relazione» vanno trasformandosi da surrogati a estensioni della sensibilità. Oggi persino molti rapporti affettivi, anche quelli più ordinari, sono mediati da macchine. L’espansione dei nostri sensi biologici tramite le macchine tende ad assumere una «normalità» per cui, ad esempio, quando il cellulare non ha campo, si ha l’impressione che una forma importante di relazione non sia più possibile e si avverte un senso di isolamento. Se la realtà è irresolubile nell’informazione resta vero che l’informazione permette una qualche forma di partecipazione all’evento. Occorre approfondire questa partecipazione all’ambito liturgico, che certo è molto più interattiva e coinvolgente della pura fruizione televisiva”. 

Etica hacker e visione cristiana: ripartiamo dal dibattito che un suo articolo su Civiltà Cattolica aveva suscitato. E gli hacker di recente hanno sabotato i siti anche del Vaticano…

Non sono stati gli “hackers” ma semmai i “crackers”, i pirati informatici. Il termine hacker individua una figura molto più complessa e costruttiva che si è formata a partire dalla fine degli anni ’60 e negli anni ’70, legata alle evoluzioni dell’informatica. Hacker è chi si impegna nell’affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte nei propri ambiti d’interesse. Per lo più il termine si riferisce a esperti di informatica, ma di per sé può essere esteso a persone che vivono in maniera creativa molti altri aspetti della loro vita. Quella hacker è potremmo dire, una sorta di «filosofia» di vita, di atteggiamento esistenziale, giocoso e impegnato, che spinge alla creatività e alla condivisione, opponendosi ai modelli di controllo, competizione e proprietà privata. All’interno di questa visione l’etica hacker può acquistare persino risonanze profetiche per il mondo d’oggi votato alla logica del profitto, per ricordare che il «cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi», come dice Benedetto XVI”.

Autorità, gerarchia e network: come si concilia la visione gerarchica della Chiesa cattolica con una prospettiva sapienziale tratta dalla rete?

La Rete, di sua natura, è fondata sui link, cioè sui collegamenti reticolari, orizzontali e non gerarchici: potere e autorità defluiscono da un centro alla periferia. L’universale della cybercultura è anche sprovvisto di un centro oltre che di linee direttrici univoche. La Chiesa invece vive di un’altra logica, cioè di un messaggio donato, cioè ricevuto, che «buca» la dimensione orizzontale dall’alto e vive di testimonianza autorevole, di tradizione, di Magistero. E’ necessario comprendere la grammatica della Rete e l’articolazione dell’autorità in un contesto fondamentalmente orizzontale, condiviso, decentrato, che chiama ciascuno ad assumere le proprie responsabilità e il proprio compito nella conoscenza. Come è possibile? Determinante appare la categoria e la prassi della testimonianza. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. La Chiesa in Rete è chiamata non solo a una «emittenza» di contenuti, ma a una «testimonianza» in un contesto di relazioni ampie”.

L’uso di Twitter non rischia di restringere il pensiero, come qualche intellettuale ha scritto di recente?

Non bisogna confondere concisione e precisione con restrizione. E’ necessario valorizzare il tentativo di cogliere l’essenziale e di dirlo con parole precise. In tale prospettiva possiamo considerare, ad esempio, Leggi tutto “Il cyberspazio, quel mondo in cui spiritualità e tecnologia si incrociano”

Homo technologicus, homo spiritualis

Per statuto fondativo La Civiltà Cattolica ha come redattori esclusivamente gesuiti, e dunque sono gesuita. Uno dei cardini della spiritualità di Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti è la frase: «cercare e trovare Dio in tutte le cose». Questo ha reso spesso i gesuiti curosi, amanti delle «frontiere» e delle «trincee», ma anche… dei luoghi «sbagliati». Mi ha colpito un libro che ha per sottotitolo: Searcing God in all wrong places. Stiamo cercando Dio nel posto sbagliato. No, la tecnologia è un buon posto per cercare e trovare Dio. Perché? In che senso?

La tecnologia non è una forma di vivere l’illusione del dominio sulle forze della natura in vista di una vita felice. Sarebbe riduttivo considerarla solamente frutto di una volontà di potenza e dominio. La tecnologia, scrive Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, «è un fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo. Nella tecnica si esprime e si conferma la signoria dello spirito sulla materia»[1]. La tecnologia è, dunque, la forza di organizzazione della materia da parte dell’uomo come essere spirituale. Il cristiano, quindi, è chiamato a comprendere la natura profonda, la vocazione stessa della tecnologie digitali in relazione allo vita dello spirito. Ovviamente la tecnica è ambigua perché la libertà dell’uomo può essere spesa anche per il male, ma proprio questa possibilità mette in luce la sua natura legata al mondo delle possibilità dello spirito.

Un momento cruciale della comprensione spirituale delle nuove tecnologie fu la promulgazione del Decreto del Concilio Vaticano II Inter mirifica, il 4 dicembre 1963. che esordisce: «Tra le meravigliose invenzioni tecniche (Inter mirifica technicae artis inventa) che, soprattutto ai nostri giorni, l’ingegno umano, con l’aiuto di Dio, ha tratto dal creato, la Madre Chiesa accoglie e segue con speciale cura quelle che più direttamente riguardano lo spirito dell’uomo e che hanno aperto nuove vie per comunicare, con massima facilità, notizie, idee e insegnamenti d’ogni genere».

Nel 1964 Paolo VI, rivolgendosi al Centro di Automazione dell’Aloisianum di Gallarate, aveva usato parole di una bellezza sconcertante, a mio avviso. Il Centro stava elaborando l’analisi elettronica alla Summa Theologiae di San Tommaso e anche al testo biblico. Vi cito queste parole: «La scienza e la tecnica, una volta ancora affratellate, ci hanno offerto un prodigio, e, nello stesso tempo, ci fanno intravedere nuovi misteri. Ma ciò che a Noi basta, per cogliere l’intimo significato di quest’udienza, è notare come cotesto modernissimo servizio si mette a disposizione della cultura; come il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale; e quanto più questo si esprime nel linguaggio suo proprio, ch’è il pensiero, quello sembra godere d’essere alle sue dipendenze. Non avete voi cominciato ad applicare codesti procedimenti al testo della Bibbia latina? Che cosa avviene? È forse il testo sacrosanto che viene abbassato ai giochi mirabili, ma meccanici dell’automazione come un insignificante testo qualsiasi? o non è cotesto sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali, che è nobilitato ed innalzato ad un servizio, che tocca il sacro? E’ lo spirito che è fatto prigioniero della materia, o non è forse la materia, già domata e obbligata a eseguire leggi dello spirito, che offre allo spirito stesso un sublime ossequio? È a questo punto che il Nostro orecchio cristiano può udire i gemiti, di cui parla S. Paolo (Rom. 8, 22), della creatura naturale aspirante ad un grado superiore di spiritualità?».

Paolo VI dice che il «cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale». Aggiunge che l’uomo compie uno «sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali». E prosegue affermando che, grazie alla tecnologia, la materia offre «allo spirito stesso un sublime ossequio». Il Papa sente salire dall’homo tecnologicus il gemito di aspirazione ad un grado superiore di spiritualità. L’uomo tecnologico è lo stesso uomo spirituale. La tecnologia diventa uno dei modi ordinari che l’uomo ha a disposizione per esprimere la sua naturale spiritualità. Se usate saggiamente, dunque, le nuove tecnologie «possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso» (Benedetto XVI). Il credente è chiamato a un compito impegnativo: a non relegare la ricerca scientifica applicata a «moda» (che riduce gli strumenti a gadget) o a «volontà di potenza» (che riduce gli strumenti a «armi»). Qual è questo compito? Dare una risposta alla chiamata di Dio a dare forma e a trasformare la creazione. Giovanni Paolo II aveva auspicato in questo senso una «“divinizzazione” dell’ingegnosità umana». Questa è l’unica premessa valida per una vivere e annunciare la fede al tempo dei media digitali: riconoscere il loro valore, la loro «capacità» spirituale. Essi hanno al loro interno la risposta a una «vocazione». Lo sviluppo tecnologico, se ben inteso, riesce ad esprimere una forma di anelito alla «trascendenza» rispetto alla condizione umana così come è vissuta attualmente[2]. Il «cyberspazio», per la rapidità delle sue connessioni, rappresenta davvero bene il desiderio dell’uomo di una pienezza che sempre lo supera sia a livello di presenza sia di relazione sia di conoscenza. Cercare questa pienezza significa dunque, in qualche modo, operare in un campo «in cui la spiritualità e la tecnologia si incrociano»[3]Leggi tutto “Homo technologicus, homo spiritualis”

I motori di ricerca cambiano la nostra idea di Dio?

Riporto qui l’ntervista di Matteo Lo Presti dal titolo “I motori di ricerca cambiano l’idea stessa di Dio”.

E’  apparsa sul quotidiano Il Riformista domenica 8 gennaio 2011.

 

Quella hacker è una filosofia che spinge alla creatività e alla condivisione opponendosi ai modelli di competizione e proprietà privata. Lo dice il direttore di “Civiltà cattolica”, Antonio Spadaro.

«Hacker è chi si impegna ad affrontare sfide intellettuali per aggirare e superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte nei propri ambiti di interesse. Per lo più il termine si riferisce a esperti di informatica, ma di per sé può essere esteso a persone che vivono in maniera creativa molti altri aspetti della loro vita. Quella hacker è insomma una sorta di “filosofia” di vita, un atteggiamento esistenziale, giocoso e impegnato, che spinge alla creatività e alla condivisione, opponendosi ai modelli di controllo, competizione e proprietà privata».

Questa definizione semplice e pacata non trova posto in una enciclopedia di informatica, ma nelle pagine della Civiltà Cattolica, la rivista quindicinale dei padri gesuiti, fondata nel 1850. A scrivere l’articolo è il giovane direttore della rivista, Antonio Spadaro, autore di numerosi testi di critica letteraria e attento studioso delle problematiche della contemporaneità.

Tra bisogno e attese l’uomo, sostiene Spadaro, deve fare i conti con una situazione di finitezza che chiede di essere interpretata con autenticità e pienezza. «Sono stato colpito-spiega nel suo ordinatissimo studio, nel convento dove abita – da molte riflessioni nate nel mondo anglosassone sul significato dell’agire umano, sul tema del lavoro non come maledizione biblica, ma come partecipazione gioiosa alla vita del mondo: una nuova sfida intellettuale, per inquadrare la presenza dell’uomo sulla terra e la sua vicinanza sempre maggiore e più importante con la macchina-computer».

Ovviamente padre Spadaro non parte dalla definizione di hacker che si trova correntemente sui vocabolari, e cioè «pirata del computer, pirata informatico» o dal verbo dai multiformi significati to hack, cioè tagliare, mutilare, fare a pezzi, ma anche farcela, aprirsi un varco nella giungla. Attinge piuttosto da una più preziosa tradizione filologica che risale agli anni Settanta, quando il termine aveva connotazioni di élite: «computer hacker» era chiunque scrivesse il codice software con abilità programmatoria e

veniva perciò a fare parte di una corporazione che Stefen Levy tenne a battesimo in un volume dal titolo: Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica. Correva l’anno 1984: l’anno fatidico nel quale i computer incominciarono a spuntare un po’ ovunque e iniziarono anche le strategie, le sperimentazioni di finalità dannose. Levy, affascinato da quella realtà, codificò principi generali su cui basare regole e comportamenti hacker: accesso ai computer illimitato, informazioni sempre libere, sfiducia nell’autorità, creazione di arte e bellezza con il computer.

Padre Spadaro muove da qui: «La tecnologia mette in ballo la vita dell’uomo e cioè l’eterno dibattito tra il bene e il male. La rivoluzione di internet segue le regole delle altre rivoluzioni: comunicare un messaggio e creare relazione. Occorre capire come l’uomo sta cambiando il suo modo di pensare nel momento del suo viaggiare in rete. La fede vissuta con questi cambiamenti che influsso ha sugli uomini? Come cambia l’idea di Dio con i motori di ricerca? Qualunque persona che va su google vive di ricerca: questo cambia la ricerca su Dio? Come articoliamo oggi la domanda nei milioni di siti nei quali il problema religioso viene posto? Una volta la bussola indicava il cammino e conosceva la direzione: il Nord per esempio. Oggi abbiamo milioni di messaggi che ci bombardano e l’uomo come il radar deve riuscire ad intercettate il messaggio giusto. Troppi sono i messaggi di pseudo salvezza, che danno risposte facili a domande complesse». Ma chiarire che ruolo svolgano gli hacker nel rapporto antropologico tra la macchina e Dio non è semplice, anche se, come ha scritto il filosofo Emanuele Severino, «la tecnica è un gigante capace di toccare il cielo con un dito».

Padre Spadaro ha buona opinione di chi “smanetta” sul computer. «Sia la cultura religiosa sia la cultura hacker condividono l’ obiettivo ambizioso di migliorare la qualità della vita. Gli hackers hanno un atteggiamento attivo impegnato, condividono i risultati del loro lavoro e delle loro ricerche, sono sempre in cammino verso la conoscenza, collaborano a progetti comuni e, nel momento in cui c’è lo scambio alla pari, l’autorità è distribuita tra i membri della comunità. Il riferimento è Pekka Himanen che nel suo importante testo L’etica hacker e lo spirito dell’informazione (Feltrinelli, 2001) spiega che l’uomo è chiamato ad «un’altra vita»: non più l’uomo del fordismo, 

legato all’orologio dell’efficienza, ma l’uomo attivo che persegue le proprie passioni e vive in uno sforzo creativo che non ha mai fine e sa che la sua umanità non si realizza in un tempo organizzato rigidamente, ma nel ritmo di un impegno che è la misura di un lavoro veramente umano e che meglio corrisponde alla natura dell’uomo. Cioè ci si allontana dalla logica del profitto per avvicinare la comunità degli hacker a valori condivisi, ad un linguaggio comune». E la comunità dei cristiani ha vicinanze stringenti con il mondo dell’impegno informatico se è vero che Larry Wall nel 1987 creò un linguaggio informatico Perl (Practical Extraction and Report Language ) che deve il suo nome alla perla di gran valore trovata dal mercante che tutto vende per possederla, di cui parla Gesù nella parabola riportata dal Vangelo di Matteo (13,44-46). E la suggestione della nuova tecnologia è così attraente che Himanen ricorre a Sant’Agostino per chiarire l’interrogativo: «Perché Dio ha creato il mondo?» Ecco la risposta hacker «Dio in quanto essere perfetto non aveva bisogno di fare assolutamente nulla, ma voleva creare». Insomma, il più grande hacker della storia .

E Padre Sapadaro commenta. «Certo l’hacker ha una sua specificità che non si può assolutizzare, ma quello che si può dire è che l’uomo, con il suo lavoro, partecipa all’ azione creativa di Dio: partecipa ad un progetto per navigare, per scrivere, per visualizzare e lasciare il codice aperto al libero contributo di tutti. La logica hacker è quella della genialità che genera progetti di lavoro e sfide. Si scambiano abilità, codici, si

collabora ad un progetto spesso in modo anonimo, così come insegna la teologia e la logica della Rivelazione cristiana: un dono che viene dall’alto, un dono indeducibile, un dono inaspettato, che crea sorpresa, che esalta il rapporto personale, che va salvaguardato. Il dono hacker significa anche offrire qualcosa, perché chi vuole possa prendere, il dono cristiano è innanzitutto donare qualcosa a qualcuno. E tuttavia la donazione del sangue è dono simile al dono hacker. Anche la manifestazione di Dio viene percepita come atto gratuito di Dio. Anche qui si collabora ad un progetto come nella confraternita degli hacker».

E poiché su queste tesi non sono mancate polemiche, anche con un editorialista dell’Osservatore Romano, padre Spadaro precisa: «Questa visione dell’autorità distribuita implica una interessante sfida sul modo di percepire la presenza della Chiesa: nessuno vuole eliminare autorità e autorevolezza, ma autorità e autorevolezza vanni sempre più coniugati con il dovere della testimonianza».

Il cardinale Gianfranco Ravasi ha detto recentemente «è il momento di essere su Internet,dobbiamo guardare a tutto il complesso dell’informazione, i mezzi di comunicazione sono diventati le nostre protesi». E padre Spadaro commenta: «Siamo nel solco della grande intuizione di Paolo VI, quando affermava che il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale. Annunciare la fede al tempo della cultura digitale è riconoscerne il valore e la dimensione spirituale».