Corsi e ricorsi di post-verità

«Utopie, progetti arditi e castelli in aria», così scrisse nel novembre 1849 Carlo Maria Curci, fondatore de La Civiltà Cattolica, riportando i giudizi di alcuni suoi critici sul suo progetto editoriale. Sta di fatto che nell’aprile 1850 quel periodico è uscito davvero. E non ha mai smesso fino ad oggi: con i suoi 167 anni è la rivista culturale più antica d’Italia: una lunga storia sul confine della modernità mediatica. È appena apparso il fascicolo 4000.

La prospettiva lunga può aiutare a capire, specialmente i cambiamenti. Che accadeva in quegli anni? I quotidiani cominciavano a diffondersi. La questione che si poneva, allora come oggi, era: l’innovazione tecnologica dell’informazione destina l’uomo a essere più stupido? La Civiltà Cattolica sin dall’inizio ha fatto una scelta giornalistica radicale. In un tempo nel quale le riviste ecclesiastiche di cultura erano in latino e usavano un tono aulico e distante, Curci, insieme a un gruppo di gesuiti, decise che si doveva usare la lingua dei giornali dell’epoca, quelli di un inquieto risorgimento rivoluzionario, liberale, socialista e pure anarchico. Cioè una lingua «militante». Il giornalismo veniva percepito come «procace, ciarliero», un pericolo che gettava scompiglio lì dove la «verità» del libro dava stabilità alla società e alla religione. Questi «fogli volanti e quotidiani» con la loro rapidità di diffusione sembravano dar corpo a una sorta di post-verità. Che fare, dunque? Osteggiare la pericolosa marea di carta o immergercisi a capofitto?
La scelta di Civiltà Cattolica fu l’immersione senza salvagente.
E colpisce come nel primo «progetto» editoriale del 1849 si dedichi un’ampia riflessione agli aspetti pratici della diffusione, ipotizzando l’acquisto di una presse mécanique da Parigi, del costo di 7.000 franchi, capace di stampare allora 1.000 fogli all’ora.

Ecco l’altra domanda: la tecnologia ha a che fare con la questione della «verità»? Proprio questa domanda è stato lo «start up» di Civiltà Cattolica, a prescindere dal fatto che si concordi o meno con le sue posizioni, nel tempo discutibili. Il fatto che si stampino 17 fogli al minuto, come allora, o che una notizia arrivi istantaneamente a un numero indefinito di persone, come oggi, solleva il problema di che cosa sia la verità e quale essa sia. Se prima l’alternativa era tra verità o eresia, adesso è tra verità o propaganda retorica ed emozionale. E forse non è un caso che l’espressione post-truth sia apparsa per la prima volta sulla più antica rivista culturale degli Stati Uniti, The Nation, di 15 anni più giovane rispetto a La Civiltà Cattolica.

La migrazione dei «fogli volanti» sugli schermi mobili ha prodotto due risultati: fake news  e hate speech, da una parte; sapere approfondito e partecipazione democratica, dall’altra. La scelta del 1850 di Civiltà Cattolica ci porta a dire che arroccarsi sui tempi andati è suicida, anche perché indietro non si torna. Occorre immergersi, anche se le connessioni son diventate schegge. E occorre farlo per non lasciare la complessità delle cose a chiacchiera di intrattenimento o di attacco o di egemonia o di crociata. E anche perché non si può delegare la verità a un astrattamente puro fact checking. È per questo che da tempo la rivista più antica d’Italia media e sminuzza i suoi contenuti su Facebook, Twitter (@civcatt), Instagram. Ha un sito sito mobile friendly, ed è una delle primissime riviste italiane ad essere presente su Telegram.

Oggi per la prima volta La Civiltà Cattolica esce pure in lingua inglese, spagnola, francese e coreana. Le istanze di altri Paesi e culture entreranno a far parte del cuore stesso della rivista come mai prima: è il frutto maturo di un mondo connesso.

La convinzione di fondo è questa: la tecnologia non ci rende stupidi. Erode le distanze mentali, potenzia le occasioni di conoscenza e aumenta la portata delle informazioni (giuste o sbagliate) all’interno di reti di relazione. E proprio in questo senso ha a che fare con la verità. Nel bene e nel male. E lo scopo di una rivista di cultura oggi è proprio quello di inserirsi nello sciame eccitato per interrompere il flusso e il riflusso, strutturando un discorso discreto, dialogico, chiaro, capace di bucare la filter bubble delle notizie tribali. Papa Francesco ci ha scritto un biglietto autografo di auguri per il numero 4000 augurandoci di essere «una rivista ponte, di frontiera». E questo Civiltà Cattolica vuole essere nel mondo dei muri: un ponte gettato su frontiere.L’articolo è apparso originariamente sull’inserto Nova del Sole 24Ore il 19 febbraio 2017.

 

Abbiamo presentato “La Civiltà Cattolica” 4000 al presidente Mattarella

La mia intervista a Martin Scorsese. «Silence», un viaggio dentro la violenza e la grazia

15356563_10154688912902508_869443098421653439_n«Quando ero giovane volevo fare un film sull’essere un prete […] Ma se davvero si ha la chiamata, come si fa ad affrontare il proprio orgoglio? […] E ho capito che, quasi sessant’anni dopo, stavo facendo quel film. Rodrigues è direttamente alle prese con quella domanda». Così Martin Scorsese a proposito di Silence, il suo ultimo film che a gennaio uscirà nelle sale cinematografiche. La pellicola è ispirata alla drammatica vicenda dei martiri giapponesi del XVII secolo.

Si tratta di un breve stralcio di un’ampia intervista che ho realizzato con il regista, e che per questo ho incontrato due volte, nella sua casa di New York e poi a Roma, all’inizio e alla fine di un dialogo durato otto mesi. L’intervista è pubblicata in forma integrale sul nuovo sito internet della Civiltà Cattolica, all’indirizzo www.laciviltacattolica.it sia in originale INGLESE sia in traduzione ITALIANA.

La ricerca su fede e grazia nella lunga genesi del film. Nel nostro colloquio Scorsese si mette a nudo rivelando il lungo processo di gestazione del film, ma anche un modo singolare di viverne la storia, che riconosce come parte della propria vita: una vita complessa, contraddittoria, ma alla ricerca di una grazia: «Da una parte c’era il desiderio di fare proprio questo film – racconta il regista – e dall’altra parte c’era la presenza del romanzo di Endo, di quella storia, come una specie di sprone a riflettere sulla fede; sulla vita e su come si vive; sulla grazia e su come la si riceve; su come alla fine possono essere la stessa cosa». È durato 19 anni il «lungo processo di gestazione» di questo lavoro» che è diventato «un modo di vivere con la storia e di vivere la vita – la mia vita – attorno a essa»; tanto che «guardo indietro e vedo che tutto nella mia memoria si riunisce come in una sorta di pellegrinaggio». Il regista si riconosce «ossessionato dallo spirituale» e «dalla domanda su ciò che siamo».

Dentro Silence. Sul personaggio che lo coinvolge di più: «Penso che il più affascinante e intrigante di tutti i personaggi sia Kichijiro… Kichijiro è Johnny Boy di Mean Streets… Johnny Boy e Kichijiro mi affascinano. Diventano ricettacoli di distruzione o di salvezza». A proposito della violenza di alcune scene, Scorsese annota che essere spirituali per lui significa «guardarci da vicino» e facendo questo dobbiamo accettare che «per il momento, la violenza è qui. È qualcosa che facciamo. Mostrarlo è importante. Così non si fa l’errore di pensare che la violenza sia qualcosa che fanno altri, che fanno “le persone violente”… Qualcuno dice che Quei bravi ragazzi è divertente. Le persone sono divertenti, la violenza non lo è».

 Un film di spiritualità cristiana ma non “alla Bernanos”. Il regista dice di aver trovato ispirazione in autori come Jacques Lusseyran (il leader cieco della resistenza francese), Dietrich Bonhoeffer, Elie Wiesel e Primo Levi, piuttosto che in Bernanos, in cui «c’è qualcosa di così duro, di inesorabilmente aspro. Invece in Endo la tenerezza e la compassione son sempre presenti». E ricorda il suo progetto interrotto di film didattici per la Tv sui santi, ispirati soprattutto dal Rossellini di Europa ’51 e Francesco giullare di Dio, «il più bel film su un santo che io abbia mai visto». Sulla figura di Cristo, mette invece al primo posto, nel cinema, Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini; nell’arte, il volto di Cristo dipinto da El Greco «più compassionevole di quello dipinto da Piero della Francesca». Per Scorsese — che ricorda l’importanza nella sua gioventù di un prete straordinario («padre Principe. Da lui ho imparato tantissimo, e tra l’altro la pietà con sé stessi e con gli altri») — la compassione è essenzialmente il «frutto della negazione dell’io».

Le influenze letterarie. Nella ricostruzione del processo di realizzazione dell’opera, emergono oltre alle influenze cinematografiche, le letture-guida del regista. Da Flannery O’Connor – afferma che il suo Il cielo è dei violenti lo ha sconvolto – alle Memorie del sottosuolo di DostoevskijTaxi driver è il mio Memorie del sottosuolo!»); dal Joyce di Ritratto dell’artista da giovane, che scontorna il Dio «tuoni e fulmini» della sua formazione religiosa di ragazzino, al confronto col mistero e con la meraviglia sull’umano nei libri Absence of Mind e Gilead di Marilynne Robinson.

Le vicende personali e la famiglia. Nel corso della nostra conversazione si affacciano inevitabilmente anche le vicende personali del regista italo-americano (la sua famiglia è arrivata da Polizzi Generosa, in provincia di Palermo). Dalla stimata figura del padre «in quel mondo» in cui «era presente la criminalità organizzata, sicché la gente doveva camminare sul filo del rasoio»; all’esperienza prima terribile e poi bellissima della nascita della figlia; dalla scuola di vita e di carattere obbligata dai suoi limiti fisici, fino alla memoria del suo «momento di autodistruzione, che riconosce come una forma di arroganza, di orgoglio».

La immagini e lo spirito. Alla mia domanda su come fa la fotografia di un film a farci vedere lo spirito, Scorsese risponde che «ci sono certe cose intangibili che le parole, semplicemente, non possono esprimere» e che si manifestano proprio «nel congiungersi delle immagini» all’interno di un film.  Lo spirito, dunque, si manifesta nell’editing, che è proprio l’azione del fare cinema.

SCARICA DA QUI L’INTERVISTA INTEGRALE

La riforma e le riforme nella Chiesa: gli atti del Seminario di Civiltà Cattolica

047730 specialisti – ecclesiologi, storici, ecumenisti, canonisti ed esperti di pastorale – ai massimi livelli, provenienti da tredici diversi paesi, riprendono la questione della necessità di riforme nella Chiesa (Ecclesia semper reformanda), considerando in particolare il rinnovamento richiesto dal concilio Vaticano II. Sviscerano e sviluppano il tema, avendo lo scopo di offrire, con umiltà e audacia, un contributo di ispirazione ai processi che la Chiesa sta vivendo in questo tempo sotto la guida di Francesco.

Descrizione
A cinquant’anni dalla chiusura del Vaticano II, la ricezione del concilio può dirsi semplicemente conclusa? Fra quanto già allora fu prospettato e l’implementazione che ne è seguita, non vi sono temi o istanze da riesaminare? Non è questione soltanto di rinnovare con lucidità e coraggio strutture e istituzioni, ma anche di convertirsi sempre di nuovo a una mentalità evangelica, missionaria, aperta, «in uscita».

img_1945Nei diversi contributi offerti in questo libro da un gruppo internazionale di teologi, sotto l’egida de La Civiltà Cattolica col suo direttore,il gesuita p. Antonio Spadaro, e con la guida dell’argentino Carlos María Galli, vengono affrontati argomenti ricchi e complessi. Dopo una sezione sulla visione che papa Francesco ha della riforma della Chiesa e una riflessione sulle fonti permanenti del rinnovamento ecclesiale, si susseguono interventi puntuali sulle lezioni che vengono dalla storia, sulla comunione sinodale come chiave – a tutti i livelli – della vita e del rinnovamento del popolo di Dio, sulla questione dell’unità dei cristiani, per concludere con uno sguardo articolato verso una realtà di Chiesa più povera, più fraterna e più inculturata.

Gli autori – ecclesiologi, storici, ecumenisti, canonisti, pastoralisti –, lungi dal limitarsi a una discussione accademica, intellettualmente accattivante ma poco praticabile, esprimono volta per volta indicazioni su come approfondire e articolare le riforme della Chiesa, nei loro aspetti vitali e strutturali, suggerendo criteri di azione e ipotesi concrete per la prassi (a breve, medio e lungo termine).
Un libro di grande rilievo sotto il profilo teologico, gravido di conseguenze pastorali e istituzionali. Un umile ma audace contributo di ispirazione ai processi che la Chiesa sta vivendo sotto la guida di papa Francesco.

Questi i nomi del gruppo internazionale di autori e autrici che hanno contribuito al volume:6f5ccd01-7a36-4349-b603-e75af2fc5875
Alphonse Borras (Belgio); Piero Coda (Italia); Mario de França Miranda, sj (Brasile); Peter de Mey (Belgio); Severino Dianich (Italia) Massimo Faggioli (Stati Uniti); Joseph Famerée, sci (Belgio) Diego Javier Fares, sj (Argentina); Víctor Manuel Fernández (Argentina) José Mario C. Francisco, sj (Filippine); Carlos María Galli (Argentina) William Henn, ofm cap (Stati Uniti); Hervé Legrand, op (Francia) Angelo Maffeis (Italia); Mary Melone, sfa (Italia); Serena Noceti (Italia) John W. O’Malley, sj (Stati Uniti); Giancarlo Pani, sj (Italia); Salvador Pié-Ninot (Spagna); Hermann J. Pottmeyer (Germania); Andrea Riccardi (Italia); Gilles Routhier (Canada); Léonard Santedi Kinkupu (Rep. Dem. del Congo); Jorge A. Scampini, op (Argentina); Juan Carlos Sca nnone, sj (Argentina); Silvia Scatena (Italia); Carlos Schickendantz (Cile); Antonio Spadaro, sj (Italia); Dario Vitali (Italia); Myriam Wijlens (Olanda)

Per continuare la tradizione di una rivista come “La Civiltà Cattolica”…

«L’amore prima del mondo». Papa Francesco risponde ai bambini del mondo

BergoglioMONDO300dpiCon il volume L’amore prima del mondo, pubblicato in Italia da Rizzoli (in inglese: Dear Pope Francis, Loyola Press) per la prima volta il Pontefice inaugura un dialogo diretto con i bambini di tutto il mondo in forma di libro, rispondendo con parole semplici e intime.

Come un padre che accoglie le loro domande, Francesco ha confidato ai più piccoli la sua riflessione sulla vita e sulla fede.

La storia del libro

L’idea de L’amore prima del mondo (Dear Pope Francis, nell’edizione inglese) è della Loyola Press, editrice statunitense legata alla Compagnia di Gesù. Tanti sono gli editori che lo hanno pubblicato nel mondo. In Italia esce per Rizzoli.

I responsabili della Loyola mi fecero parte della loro idea, che trovai subito molto interessante. Così lo scorso maggio ebbi modo di parlarne al Papa, il quale subito rispose di sì a questo progetto, e con gioia.
Si mise in moto, quindi, il processo che ha coinvolto 31 gesuiti e collaboratori sparsi in tutto il mondo, i quali hanno coperto 26 Paesi di tutti i continenti, tranne l’Antartide. Tra di essi la Cina continentale, la Russia, la Siria, il Kenya e tanti altri: centri urbani, campi profughi, ma anche campagne sperdute.Dear Pope Francis: Children of the World Bring Their Questions to Rome - The IN Network
Sono stati coinvolti ragazzi e ragazze tra i 6 e i 13 anni. In alcuni casi sono stati spediti colori e pennarelli, perché in alcuni Paesi questi materiali non erano a disposizione con facilità.

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Le spedizioni hanno coperto 270.000 chilometri nel mondo. Sono arrivate al Papa 31 delle 269 lettere giunte alla redazione della Loyola Press a Chicago, e questo grazie alla selezione compiuta da genitori, nonni, catechisti e anche da altri bambini che sono stati coinvolti.
Il 5 agosto 2015 il Papa mi ha dato appuntamento per leggere le lettere e dare le risposte. Gli ho consegnato domande e disegni.
Lui si è mostrato subito incuriosito, le ha sfogliate, le ha lette, esclamando: «Ma sono difficili, queste domande!». Le avevo lette, e davvero le avevo trovate anch’io difficili. Le domande dei bambini sono senza filtri, senza fronzoli, senza vie di fuga. Sono domande dirette, brusche, chiare. Non ci si può rifugiare nella penombra dei concetti troppo astratti o nei ragionamenti cavillosi. Sono anche domande molto concrete.

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L’ho subito capito: il Papa avrebbe voluto davanti a sé quei bambini. Il Papa ama guardare in faccia le persone che gli pongono le domande. L’ho verificato tante volte. In quel momento però aveva davanti me, che non ho certo il volto da bambino… Così ogni tanto ha voluto guardare nel vuoto e si è rivolto a un bambino che cercava di immaginare. Ha risposto guardando non me, ma una ipotetica immagine di quei bambini. Ho visto nel suo sguardo cura, simpatia. Sapevo che nel suo cuore stava rispondendo a loro. Si sforzava di immaginarli. Li avrebbe voluti lì con sé.
Io stesso mi sono identificato ogni tanto con loro, dicendogli che questa era una domanda che io avevo posto a mia madre. In un’occasione ho esclamato: «Ma com’è possibile? Non mi dica!». Insomma ho interagito con il Papa che interagiva nel suo cuore con il bambino o la bambina che gli aveva posto la domanda. Una situazione davvero curiosa, ma molto bella.

Il Papa ha guardato intensamente i disegni. Rispondendo o dopo aver risposto, li ha commentati, li ha interpretati: sono parte delle domande, del resto. Ho notato che, con la sua finezza spirituale, a volte coglieva il senso di una domanda più dalle immagini che dalle parole che gli leggevo.
Abbiamo trascorso così oltre un’ora e mezza senza interruzione, di seguito. Lui seduto sul divano e io su una poltrona, mentre l’immaginazione non poteva fare a meno di viaggiare per Canada, Brasile, Siria, Cina, Argentina, Albania… i luoghi dove questi bambini vivono: bei giardini o campi profughi. Lo capiamo dai disegni.
Il Papa mi ha detto chiaramente quello che avevo percepito: «È bello rispondere alle domande dei bambini, ma li dovrei avere qui con me, tutti! Lo so che sarebbe bellissimo. Ma so anche che questo libro di risposte andrà in mano a tanti bambini in tutto il mondo che parlano lingue differenti. E di questo sono felice».

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Papa Francesco tempo fa, in un suo discorso ai superiori generali degli Ordini religiosi, aveva detto: «Mi viene in mente quando Paolo VI ricevette la lettera di un bambino con molti disegni. Disse che su un tavolo dove arrivano solo lettere con problemi, l’arrivo di una lettera così gli fece tanto bene. La tenerezza ci fa bene».

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Chi sono i bambini, per Papa Francesco?

Il Papa non ha bisogno di «dire» chi per lui sono i bambini, perché il suo rapporto con loro lo si vede con chiarezza dal suo modo di fare, dai suoi gesti. Non sono rare le occasioni nelle quali ha avuto modo di parlare con loro, anche rispondendo alle loro domande.
L’udienza generale in piazza San Pietro del 18 marzo 2015 è stata una delle poche occasioni in cui Francesco ha parlato diffusamente dei bambini come tema del suo discorso. E in tale occasione ha detto: «Dio non ha difficoltà a farsi capire dai bambini, e i bambini non hanno problemi a capire Dio».03115_22022016
I bambini poi portano all’umanità tante ricchezze. Innanzitutto «portano il loro modo di vedere la realtà, con uno sguardo fiducioso e puro», «non ancora inquinato dalla malizia, dalle doppiezze, dalle “incrostazioni” della vita che induriscono il cuore», nonostante i loro egoismi, che pure hanno. Ma certo i bambini non sono «diplomatici: dicono quello che sentono, dicono quello che vedono, direttamente. E tante volte mettono in difficoltà i genitori, dicendo davanti alle altre persone: “Questo non mi piace perché è brutto”. Ma i bambini dicono quello che vedono, non sono persone doppie, non hanno ancora imparato quella scienza della doppiezza che noi adulti purtroppo abbiamo imparato».AlessioePapa

Un libro per tutti

Le risposte di Papa Francesco sono sintonizzate sulla freschezza infantile. E sappiamo che quando il Papa parla agli adulti, i bambini non ascoltano, ma quando parla ai bambini, ascoltano anche gli adulti. Francesco si lascia interrogare profondamente e offre risposte che anche il lettore adulto non farà fatica a comprendere quanto riguardino la vita della Chiesa oggi. Il Pontefice sa infatti che è stato lo stesso Gesù a invitare i suoi discepoli a «diventare come i bambini», perché «a chi è come loro appartiene il Regno di Dio» (Mt 18,3; Mc 10,14).
Cogliendo il valore de L’amore prima del mondo, il cardinal Tagle ha affermato in una intervista che « Questo libro cambia anche le false forme di “saggezza” o di “autosufficienza” che causano molti conflitti e sofferenza nel nostro mondo. […]. Se ascoltiamo i bambini, riscopriremo ciò che conta veramente nella vita».

 

Internet dono di Dio. Dialogo con Vint Cerf e mons. Claudio Maria Celli

1509048_10152179968587508_240925938_nVenerdì 21 febbraio ho moderato un incontro organizzato da GOOGLE in collaborazione con LA CIVILTÀ CATTOLICA, la rivista che dirigo. L’incontro si è svolto a Roma sulla terrazza del Campidoglio. Il tema scelto era relativo al Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni e ha avuto per titolo “Internet, dono di Dio”. Ho avuto il ruolo di moderatore del dialogo tra due persone di rilievo:

Vinton Gray Cerf, noto anche come Vint Cerf è conosciuto come uno dei “padri di Internet” perché insieme a Bob Kahn inventò il protocollo TCP/IP, cioè l’insieme di protocolli su cui si basa il funzionamento della rete Internet (Transmission Control Protocol e Internet Protocol). Nel settembre del 2005 è stato assunto da Google con la carica di “Chief Internet Evangelist”, Mons. Claudio Maria Celli, arcivescovo. Grande esperto di relazioni internazionali, ha partecipato a varie delegazioni inviate in Oriente. Dal 27 giugno 2007 è presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e presidente della Filmoteca Vaticana.

Ecco gli appunti che ho usato per introdurre il discorso e poi i temi sui quali ho sollecitato i relatori… 

Perché siamo qui stasera?

L’occasione è data dalla pubblicazione del 48° Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali dal titolo «Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro». In questo testo c’è una affermazione chiave…. «Internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio», ha scritto papa Francesco in un suo messaggio di fine gennaio 2014. Ricordiamoci che il Premio Nobel per la pace Liu Xiaobo qualche mese prima del suo secondo arresto, nell’aprile 2009, aveva scritto «Internet è un dono di Dio».

Il Papa touch, il Papa che ama abbracciare fisicamente, sa che l’ambiente digitale non è un altro mondo, una inutile second life, ma è un altro modo perché gli uomini si tocchino al di là dello spazio e del tempo.

Papa Francesco è un cyber-entusiasta ma un profeta: vede nella Rete il segno di una vocazione dell’umanità a essere unita, connessa. Pur vedendo tutti i rischi, ci vede soprattutto un disegno di Dio. Il Papa crede alla «sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una carovana solidale» (Evangelii Gaudium, 87). La carovana, la marea, il caos: tre immagini per una rete che comporta sfide «appassionanti».

La cultura della rete è cultura di condivisione e non di scarto. La rete anzi deve dare voce agli scarti sociali e culturali; crea un ambiente nel quale non bisogna rinunciare alle proprie idee «ma alla pretesa che siano uniche ed assolute».

Ma questo significa che senza una gift culture per la quale la condivisione delle risorse risulta sempre più facile e spontanea (open sourcecreative commons…) non si va da nessuna parte.

Il Papa dice che la rete è fatta di persone non di fili. La rete è la rete delle persone non delle tecnologie. E così forse il papa dice che la rete non esiste perché da sempre ognuno di noi vive in una rete di relazioni, è un «nodo» che lo rende persona e non individuo.

I media di massa erano modellati da pochi produttori centrali sia nella struttura sia nel contenuto. Su internet invece non c’è centro né periferia, e la partecipazione è generata dal basso dentro piattaforme

Temi per il dialogo:

Hai inventato internet, hai visto il suo sviluppo, hai valutato i suoi effetti. Che ne pensi di internet? Ti sei pentito (regret) di averlo inventato? Ne sei felice? Avresti immaginato come sarebbe andata a finire? Avevi intuito ciò che sarebbe stato?

Qual è il più grande problema di internet, quale il maggiore vantaggio?

Larry Wall, creatore del linguaggio Perl, insieme a gente come Tom Pittman e altri hackers della prima ora, aveva collegato strettamente la propria creatività alla fede.

Oggi Papa Francesco ci dice: le reti ci spingono alla visione di un «mondo differente», di una condivisione aperta che richiede «energie fresche e un’immaginazione nuova». Hackers e cristiani sono interessati, in definitiva a una cosa: al significato della vita. Non credi che, in ultima analisi, ci sia una convergenza?

La rete è una invenzione troppo grande, troppo globale, troppo storica nell’evoluzione del cammino dell’uomo. Si è mai posto la domanda: qual è il ruolo della rete nel piano di Dio sull’umanità?

Chi è il mio «prossimo» quando in rete sono abbattute le barriere dello spazio e del tempo? Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Il buon samaritano passa anche per le «“strade” digitali»?

Abbiamo davanti una risorsa enorme, l’intelligenza connessa, un surplus cognitivo fenomenale. Senza valutare il surplus cognitivo che stiamo sperimentando non si capisce il dono di Dio. Che ne facciamo? Che ne faremo? Lo scopriremo, ma certo richiede una forte presa di coscienza. Forse questa presa di coscienza potrà arrivare soltanto da qualcosa terza alle istituzioni comuni come i governi e alle big company. A questo punto mi chiedo: non potrebbe la Chiesa giocare questo ruolo di presa di coscienza?

Come si fa a dialogare in Rete? Non c’è il rischio di vivere in una bolla filtrata? I motori di ricerca di offrono le risposte che ci somigliano perché conoscono i nostri gusti. I social networks ci offrono le news delle persone che ci somigliano perché conoscono i nostri gusti… Non finiremo per vivere in una filtered bubble? Vale la pena di essere connessi? Leggi tutto “Internet dono di Dio. Dialogo con Vint Cerf e mons. Claudio Maria Celli”

Le vere “aperture” di Papa Francesco

Papa-Francesco-al-Serafico-di-AssisiRiporto qui il mio articolo apparso sul Corriere della Sera martedì 7 gennaio dal titolo LA SFIDA EDUCATIVA DI PAPA FRANCESCO. Saper parlare del mondo che cambia

La sfida educativa è una delle grandi sfide del mondo contemporaneo. Papa Francesco lo ha ribadito di recente nella sua conversazione con i Superiori Generali pubblicata su La Civiltà Cattolica. Purtroppo alcuni titoli giornalistici che hanno parlato di «apertura alle coppie gay» sono stati fuorvianti nella comprensione di ciò che il Papa ha effettivamente detto e della grande sfida che ha delineato. La strumentalizzazione delle sue parole è risultata funzionale sia ai suoi detrattori di «destra» sia a chi lo esalta per usarlo a «sinistra».

Che cosa ha detto esattamente il Papa? Che l’educatore «deve interrogarsi su come annunciare Gesù Cristo a una generazione che cambia». Questo è il punto: «il compito educativo oggi è una missione chiave, chiave, chiave!». Per essere più chiaro ha fatto alcuni esempi, citando alcune sue esperienze a Buenos Aires sulla preparazione che si richiede per accogliere in contesti educativi bambini, ragazzi e giovani che vivono situazioni di disagio in famiglia: «Ricordo il caso di una bambina molto triste che alla fine confidò alla maestra il motivo del suo stato d’animo: “la fidanzata di mia madre non mi vuol bene”. La percentuale di ragazzi che studiano nelle scuole e che hanno i genitori separati sono elevatissime». Sono due situazioni differenti, ma che con chiarezza pongono sfide complesse: quella dei figli di genitori divorziati, e quella dei figli che si trovano a vivere avendo come riferimento domestico due persone dello stesso sesso.

Papa Francesco, in realtà, più che vedere davanti a sé «problemi» per la fede, vede questioni da disputare e sfide da affrontare: finestre non muri. Annunciando la sua rinuncia al ministero petrino, Benedetto XVI aveva ritratto il mondo di oggi come «soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede». E le questioni aprono dibattiti. Francesco ha raccolto il testimone di Benedetto: se i problemi non si trasformano in sfide, finiscono per bloccare l’azione e la riflessione, oppure finiscono per irrigidire la coscienza tormentata dai timori e dalla desolazione spirituale. Bergoglio dunque affronta la realtà con coraggio e fiducia in Dio, da uomo di fede qual è.

Il Papa tiene sempre gli occhi ben aperti sulla realtà, e sa perfettamente che le sfide educative oggi non sono più quelle di una volta. Sa che – parole sue – «le situazioni che viviamo oggi pongono sfide nuove che a volte sono persino difficili da comprendere». Non si possono chiudere gli occhi. Perché? Per un motivo chiaro e preciso: perché bisogna annunciare il Vangelo a una generazione soggetta a rapidi mutamenti. Il Papa non ha «aperto alle coppie gay» dunque, come hanno titolato alcune agenzie legando le sue parole a un recetissimo dibattito nazionale. Il Papa invece ha aperto gli occhi alle sfide che questo cambiamento in atto nella nostra società sta ponendo all’annuncio del Vangelo. In questo senso dunque è invece corretto dire che il Papa ha avviato un dibattito sull’educazione. Ecco infatti le sue domande: «Come annunciare Cristo a questi ragazzi e ragazze? Come annunciare Cristo a una generazione che cambia?». E infine il suo appello: «Bisogna stare attenti a non somministrare ad essi un vaccino contro la fede».

Bergoglio supera ogni irrigidimento a destra e a sinistra, e afferma una cosa che davvero pochi hanno notato: la sfida educativa si lega alla sfida antropologica. Qui c’è un punto caldissimo che il Papa ha posto con la sua solita semplicità, ammomendo così l’educatore cristiano: ci sono situazioni che facciamo persino fatica a comprendere, ma che siamo chiamati ad affrontare se vogliamo che il Vangelo sia ancora annunciato a ogni creatura.

Anni fa, parlando agli educatori, Bergoglio aveva scritto che le scuole cattoliche «non devono in alcun modo aspirare alla formazione di un esercito egemonico di cristiani che conosceranno tutte le risposte, bensì devono essere il luogo in cui tutte le domande vengono accolte, e dove, alla luce del Vangelo, si incoraggia la ricerca personale». La sfida è grande: richiede profondità e attenzione alla vita. Il Papa non sta legittimando proprio nulla: nessuna legge, nessun comportamento che non corrisponda alla dottrina della Chiesa. Sta dicendo invece: non è solamente ribadendo princìpi che si annuncia il Vangelo all’uomo di oggi, ma bisogna accostare le persone, spesso ferite esistenzialmente e socialmente, così come sono, lì dove sono, innanzitutto per tentare di capire che cosa stanno vivendo. Me lo aveva ribadito con forza durante l’intervista che gli feci nell’agosto scorso apparsa su La Civiltà Cattolica. Misericordia significa questo: non giustificare peccati, ma accogliere con dolcezza l’umanità per la quale Cristo è andato in croce. E questo per annunciare la parola di salvezza in maniera efficace.

Il Papa è ben consapevole che l’uomo e la donna oggi stanno interpretando se stessi in maniera diversa dal passato, con categorie diverse, anche da quelle a lui familiari. L’antropologia a cui la Chiesa ha tradizionalmente fatto riferimento, e il linguaggio con il quale l’ha espressa sono un riferimento solido, frutto anche di saggezza ed esperienza secolare. Tuttavia sembra che l’uomo a cui la Chiesa si rivolge non riesca più a comprenderli come una volta. La Chiesa è chiamata a confrontarsi con l’enorme sfida antropologica, dunque. Per far sì che la Chiesa sia sale e luce, con tutta la ricchezza della sua tradizione e della sua dottrina, deve essere insieme «faro» che illumina da una posizione alta e stabile, ma anche «fiaccola» che si sa muovere in mezzo agli uomini, accompagnandoli nel loro cammino, a volte difficile e a tratti anche accidentato. Insomma: la sfida educativa cristiana consiste nell’evitare che la luce di Cristo resti per molti soltanto un ricordo lontano, o che, peggio ancora, resti in mano a una piccola ed eletta schiera di «puri»: questo trasformerebbe la Chiesa in una setta. Paolo VI, tanto caro a Francesco, aveva scritto che evangelizzare significa «portare la buona novella in tutti gli strati dell’umanità […] che si trasformano», altrimenti, proseguiva, l’evangelizzazione rischia di trasformarsi in una decorazione, in una verniciatura superficiale (Cfr Evangelii Nuntiandi, nn. 18-20).

Più di recente, nel 2009, Benedetto XVI, in volo verso la Repubblica Ceca, aveva detto che la Chiesa «ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma costituiscono una realtà molto viva e attuale, capace di offrire un orientamento creativo per il futuro». È proprio di questo «orientamento creativo» che c’è bisogno perché l’uomo possa essere aiutato a vivere secondo il Vangelo oggi. E l’orientamento creativo richiede lo sforzo di comprensione e di accoglienza alle sfide che Papa Francesco sta vivendo giorno per giorno nel suo ministero petrino.

 

Qual è la spiritualità di Ignazio di Loyola e dei gesuiti?

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Trascrivo qui gli appunti per una conversazione offerta il 26 aprile 2013 presso l’Istituto Massimo di Roma ai membri delle Comunità di Vita Cristiana che si ispirano alla spiritualità di sant’Ignazio di Loyola, in occasione dei loro 450 anni di vita.

Che cos’è la spiritualità per l’uomo e la donna di oggi? 

La parola “spiritualità” sembra alludere a una dimensione «altra», sempre ulteriore, rispetto a quella che si vive ordinariamente. Sembra forse rinviare a un tempo tranquillo, festivo, privo di quegli impegni che distraggono lo spirito da ciò che più conta. In ambito cristiano poi a volte si pensa che la spiritualità sia un discorso riservato a persone ben formate e ferventi: una sorta di passo in più, di passo in avanti. Identifichiamo insomma spiritualità con “ritiro”… E questo non è del tutto corretto. Certo non è ignaziano. Gli stessi Esercizi sono una palestra dello spirito (come eiste la palestra per il corpo), non una esperienza

Che cos’è la spiritualità, dunque? La verità più fondamentale è che ogni essere umano, in quanto tale, vive sotto l’influsso della chiamata della grazia di Cristo e dalla Grazia è incalzato. Tutti gli esseri umani, proprio perché umani, hanno una vita spirituale con le sue dinamiche proprie. Tutti sono toccati dalla grazia di Dio. Semmai a volte questo tocco viene riconosciuto e a volte no.

La vita spirituale delle persone dunque non è morta perché non può morire. Semmai oggi sembra spesso fuoriuscire dal mondo della confessione religiosa. Le domande allora, non sapendo dove andare, hanno preso casa nell’esperienza della cultura.

Ma possiamo dire anche della politica (oggi piena di tensioni soteriologiche, escatologiche, palingenetiche, di una comunità civile pensata come una “comunione dei santi” anche grazie alla Rete…). Si pensa alla trasparenza come il luogo della verità. Il vero valore per eccellenza sembra essere non la probità, ma l’indignazione profetica che cerca autenticità. Sono tutte dinamiche di sapore religioso.

Paradossalmente è proprio chi ha fede che oggi è chiamato a svelare che la politica non è il luogo della rivelazione dall’alto ma della carità dal basso. E voi, Comunità di Vita Cristiana, sapete bene che i valori vanno non solo trasmessi ma condivisi. La comunità umana va costruita, dunque. Occorre comprendere come la politica che – e qui cito l’allora cardinal Bergoglio – è «lo spazio del compromesso e la missione per superare le contrapposizioni che ostacolano il bene comune».

Dobbiamo abitare gli spazi della socialità, anche i nuovi! Come hanno fatto i nostri padri con le “congregazioni”. La dimensione associativa oggi è importante. Viviamo al tempo dei networks sociali. La sfida consiste proprio nell’abitare una nuova socialità diffusa che stiamo sperimentando. I cristiani sono chiamati ad abitare queste nuove forme di socialità.

Sono chiamati ad abitare bene anche il bricolage che non è più nè il gruppo nè la massa. Non ho ricette, ma so che è importante. Anche perché ormai queste sono le strade per l’impegno. Non solo: il pensiero si forma lì. Assistiamo a forme di pensiero collettivo. Anche i social network sono diventati luoghi di pensiero.

Una tra le cose che più mi colpisce è l’interpretazione che La Civiltà Cattolica ha dato della sua cattolicità nel primo editoriale del 1850: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica». Penso sia uno spunto interessante per tutti noi. La convergenza sui valori e su ciò che conta non costruisce ghetti, ma lascia libere le persone di aggregarsi secondo le loro peculiarità.

Come affrontare, dunque, la questione della spiritualità nel mondo contemporaneo? Ha detto Papa Francesco: «L’esperienza spirituale dell’incontro con Dio non è controllabile».

La spiritualità delle comunità ignaziane ha un tesoro: una visione del mondo. E questa è quella che ha ricevuto dall’esperienza di sant’Ignazio: «Dio è già all’opera nella vita di tutti gli uomini e di tutte le donne». Lo Spirito di Dio agisce di continuo in noi e in tutta la realtà umana: è presente ed è attivo negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali.

La creatività dello Spirito sempre «muove e attira», scrive sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali (nn. 105 e 109). Si comporta ad modum laborantis.

Quindi nella vita di fede cristiana non si tratta mai per noi di scegliere o Dio o il mondo; piuttosto sempre Dio nel mondo, Dio che lavora per portarlo al compimento. Non c’è per l’uomo autentica ricerca di Dio che non passi attraverso un inserimento nel mondo creato. Questo ci dice la spiritualità ignaziana.

Compito dell’uomo spirituale cristiano, oggi più che mai, è di scoprire ciò che Dio opera nella vita delle persone, della società e della cultura, della società, dell’economia, della politica, e di discernere come Egli proseguirà la sua opera (Cfr Decreti della Congregazione Generale XXXIV della Compagnia di Gesù [Roma, 1996], decr. nn. 4 e 6.).

La spiritualità ignaziana è immersiva. La conteplazione ignaziana è viendo el lugar. Ignazio chiede di contemplare il mistero evangelico (la natività o la crocifissione, e così via…), entrando dentro la scena, rompendo la prospettiva brunelleschiana e facendomi immergere dentro la scena. Questa è la «devozione» ignaziana, dunque, una devozione immersiva.

Chi vive la spiritualità ignaziana ha imparato non a ragionare non per ipotesi astratte o ideologie ma con gli occhi aperti sulla realtà, guardando in faccia sia i rischi sia le opportunità. Voi siete gente concreta, capace di agire nel mondo.

Dunque il discernimento spirituale evangelico cerca di riconoscere la presenza dello Spirito nella realtà umana e culturale, il seme già piantato della sua presenza negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali. Tutti i contesti, anche quelli apparentemente più lontani.

Per Papa Francesco il messaggio del Vangelo è chiamato a varcare anche i confini di coloro che più coscientemente si sentono partecipi della vita della Chiesa: «riguarda tutti». Nel suo dialogo col rabbino Skorka aveva detto: «Perfino con un agnostico, perfino dal suo dubbio, possiamo guardare insieme verso l’alto e cercare la trascendenza».

Ancora conversando col rabbino Skorka, l’allora card. Bergoglio parlava del suo rapporto con gli atei. Si tratta di un passaggio di grande intensità: «Quando mi ritrovo con degli atei, condivido problematiche umane, ma non propongo subito il problema di Dio, a meno che non siano loro a chiedermelo. Se accade, spiego perché io credo. Ma sono talmente tante e interessanti le questioni umane da discutere e condividere, che possiamo arricchirci vicendevolmente»

Questa apertura incondizionata avverte la vita come magma, non come sasso solidificato. Il cristianesimo offre una visione dinamica della realtà: l’uomo è sempre in divenire, mai è compiuto, chiuso. La realtà è innervata di Spirito.

Un grande gesuita, François Varillon, ha scritto: «l’uomo non è qualcosa di “bell’e fatto”: il “bell’e fatto” è incompatibile con l’amore e con la libertà». E la storia è dunque un «cantiere» aperto, nel quale si gioca la grandezza della libertà umana. L’uomo è sempre in costruzione, incompiuto; meglio ancora: «pieno di promessa».

Dovrebbe essere proprio questo il tratto caratteristico dell’uomo spirituale ignaziano dei nostri giorni: la fiducia nella vita, considerare e vedere il mondo, cioè in attesa di un compimento, in corso d’opera, pieno di promessa, sbilanciato in senso escatologico.

Per Ignazio di Loyola questo è molto chiaro quando invita a non agire, cioè a non prendere decisioni e a non fare cambiamenti, quando si vivono momenti di desolazione, quando si è spinti a rinunciare, a essere diffidenti, a disperare o si è sfiduciati o depressi. L’uomo che agisce e opera dev’essere mosso dalla luce di un orizzonte aperto, non dal buio di un vicolo cieco.

Questo significa che egli è chiamato a rapportarsi alla realtà non in modo pregiudizialmente segnato dal sospetto o dal risentimento, ma dalla fiducia: questo è il punto di partenza per una vita vissuta pienamente e in maniera autentica e fruttuosa. È qusto è in controtendenza rispetto a un contesto in cui non la probità ma l’indignazione sembra la più grande virtù civica.

Si possono vivere dubbi, questo sì. Bergoglio ha parlato persino dei dubbi dei pastori. E ha detto cose a loro modo sconcertanti. La guida non deve essere troppo sicura di sé: «Le guide del popolo di Dio sono state uomini che hanno lasciato spazio al dubbio». E citava come esempio Mosè, che al cospetto di Dio non fa altro che «raccogliersi in se stesso con i suoi dubbi, con l’intima esperienza delle tenebre, del non sapere come agire». Anzi, quando qualcuno «ha tutte le risposte a tutte le domande, questa è la prova che Dio non è con lui».

Voglio concludere leggendovi una lettera di Pierre Teilhard de Chardin. Durante la prima guerra mondiale Teilhard, da poco ordinato sacerdote, viene arruolato e inviato al fronte come barelliere. Immerso nella tragedia, in una splendida lettera del 4 luglio 1915 alla cugina Marguerite Teilhard-Chambon, scrive:

«Prima di tutto abbi fiducia nella lenta opera di Dio. Noi siamo naturalmente impazienti di arrivare subito, in ogni nostra impresa, alla conclusione. Vorremmo bruciare le tappe. Siamo insofferenti di essere in cammino verso qualcosa di sconosciuto, di nuovo… Tuttavia non c’è progresso che si raggiunga senza passare per momenti di instabilità e di precarietà, che possono assommare a lungo periodo. Lo stesso vale per te, credo. Capisco che, a poco a poco, le tue idee maturano, tu lasciale crescere, lascia che prendano forma. […] Fa credito a Nostro Signore, pensa che la sua mano ti guida nell’oscurità e nel “divenire” e accetta per amor suo l’inquietudine di sentirti sospesa e come incompiuta».

Ecco la nostra visione del mondo: un mondo in cui Dio lavora con un’opera lenta. Noi percepiamo nella tensione dell’incompiutezza. Questo oggi ci fa devoti e che, speriamo, ci farà santi.

La cyberteologia della Civilt

Schermata_10_04_13_22_18Ecco il pezzo di Luca De Biase apparso su Nova del Sole 24Ore domenica 7 aprile 2013 col titolo “La cyberteologia della civiltà cattolica”:

Il Papa Francesco annuncia la “buona novella” cristiana congiungendola con semplicità all’esperienza di chi lo ascolta. E nell’omelia della notte di Pasqua ha mostrato di comprendere come la novità del messaggio religioso generi timore. «Quando qualcosa di veramente nuovo accade nel succedersi quotidiano dei fatti, ci fermiamo, non comprendiamo, non sappiamo come affrontarlo: la novità spesso ci fa paura». Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e fondatore della cyberteologia, commenta: «Il Papa ci dà una lezione di vita e ci spinge a essere aperti, radicalmente disposti ad accogliere ciò che non corrisponde alle categorie mentali che ci siamo formati nel tempo». E conclude: «Mi sembra una sfida anche per chi fa informazione, che è chiamato come ha detto Papa Francesco, a offrire gli elementi per una lettura della realtà».

La paura delle novità importanti è un freno all’evoluzione della vita umana. E la paura dell’informazione imprevista è un freno all’evoluzione della conoscenza. Un approccio tradizionalista alla gestione dei media è la somma dei due freni. E non per niente, Spadaro, giunto alla direzione del quindicinale cattolico, non ha esitato a lanciarlo in una fortissima riprogettazione. La Civiltà Cattolica ha esordito nel 1850, non ha mai mancato un numero e ha raggiunto grande autorevolezza. Arriva con la valigia diplomatica a tutte le nunziature. È da sempre un giornale innovativo. E Spadaro non ha paura di trasformarlo. L’app per iPad è basata sulla tecnologia di Paperlit. Presto sarà pronto l’archivio online con accesso libero costruito assemblando, grazie a Google, le copie digitalizzate dalle biblioteche di Oxford, Harvard e New York. In progettazione un sistema di etichettatura per trovare gli articoli con diverse chiavi di lettura. E più attenzione alla conversazione via Twitter e Facebook. «Insomma» dice Spadaro «mettiamo a disposizione la rivista più antica d’Italia tra quelle che mai hanno interrotto le pubblicazioni, come patrimonio pubblico del Paese, nel modo più aperto e condivisibile possibile».