La Civiltà Cattolica mai è stata e mai sarà una rivista-sarcofago. Ecco perché.

FullSizeRender 7La Civiltà Cattolica è la più antica rivista culturale d’Italia. L’11 febbraio 2017 ha pubblicato il suo fascicolo numero 4000.

La Civiltà Cattolica è una rivista impossibile: esce due volte al mese, è scritta solo da gesuiti e da persone che vivono insieme e che, nonostante questo, sono ancora vive!

La Civiltà Cattolica è una rivista di cultura seria, impegnativa ma popolare e che scrive di tutto ciò che è umano: teologia, scienza, politica, cinema, economia, arte…

La Civiltà Cattolica da adesso esce in 5 lingue: italiano, spagnolo, inglese, francese e coreano. La rivista, infatti, nasce internazionale nel 1850, diventa nazionale nel 1861, ridiventa internazionale nel 2017

Perché questa svolta linguistica?

  • la rivista da sempre ha avuto una aspirazione e una ispirazione internazionale
  • il Papa ci chiede di essere ponte. Il ponte non è un casa. Il ponte è attraversato e fornisce il contesto del passaggio. Noi accogliamo sempre di più e meglio articoli di gesuiti da tutto il mondo. Adesso immaginando la loro traduzione in altre lingue sappiamo che possiamo svolgere un compito di collegamento importante.
  • La rivista diventa internazionale da Roma, luogo dove risiede non solamente un leader religioso importante, ma anche un leader morale e, in certo senso, politico di livello internazionale

Per questo abbiamo incontrato il Papa e abbiamo incontrato il Presidente Mattarella. La rivista ha le sue radici saldamente piantate su due colli: il colle Vaticano e il colle Quirinale.

La rivista si presenta oggi con tutta la sua storia, fatta di luci e di ombre, di alti e di bassi. La rivista non è una raccolta di carta, ma è una storia viva. E questa storia, fatta di volti e persone, è organica alla storia di questo Paese.

Non difendiamo tutte le sue scelte. Tutt’altro. Siamo talvolta anche critici nei confronti dei nostri predecessori. Talaltra invece li ammiriamo e torniamo a loro per avere ispirazione. Sappiamo però che una rivista culturale si impasta con i tempi che attraversa. Un giornalista l’ha definita come un «barometro». Io aggiungerei anche la definizione di «termometro».

E dopo 167 anni questa rivista vuole dire al suo pubblico di lettori almeno 4 cose:

  • che è ancora qui per stabile — come dicevano i nostri predecessori— un legame di «amicizia e segreta intimità» con i lettori.
  • che i suoi scrittori si considerano non «intellettuali» ma «lavoratori»: la definizione è del nostro fondatore.
  • che oggi c’è spazio per una riflessione «in mare aperto» che non intende difendere «idee cattoliche», ma incarnare lo sguardo di Cristo sul mondo. E questo con Inquietudine Incompletezza Immaginazione.
  • E vuole dire anche un’altra cosa. Oggi avvertiamo una tentazione forte — a volte anche nel mondo cattolico —, quella di serrare le file. Si avverte la tentazione di opporre al caos percepito la risposta di un cattolicesimo intransigente e identitario.

Noi oggi riconosciamo che una «civiltà cattolica» non è una bolla chiusa in se stessa né alimenta rancori nei confronti di un mondo che sembra ormai perso e alla deriva, abbandonato da Dio. La Civiltà Cattolica non è quella costruita sull’intransigenza dei puri che uccide lo spirito. La tentazione identitaria è la necrosi del cristianesimo.

Ci ha detto Papa Francesco nel suo discorso nell’occasione dell’udienza del 9 febbraio scorso: «La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita. Ma bisogna penetrare l’ambiguità, bisogna entrarci, come ha fatto il Signore Gesù assumendo la nostra carne. Il pensiero rigido non è divino perché Gesù ha assunto la nostra carne che non è rigida se non nel momento della morte».

E noi non vogliamo essere, non siamo mai stati e mai saremo una rivista-sarcofago

Nell’editoriale del primo fascicolo del 1850, la nostra rivista ha dato una chiara interpretazione della propria «cattolicità»: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica».

Noi facciamo nostre, mille fascicoli dopo, le parole che i nostri predecessori scrivevano nel 1975, in occasione della pubblicazione del numero 3.000: si deve

«escludere ogni pretesa integrista: sia la pretesa di costruire una “civiltà cattolica” noncurante della pluralità delle idee, delle concezioni del mondo oggi vigenti e del diritto che i non-cattolici hanno di farle valere in forza della loro libertà di coscienza; sia la pretesa che i “cattolici” possano e debbano costruire la “nuova civiltà” da soli, respingendo l’apporto che possono dare altri, portatori di valori diversi, ma pure validi perché “umani”».

(schema della mia introduzione alla tavola rotonda di presentazione del numero 4000 di Civiltà Cattolica il 18 febbario 2017 con Emma Fattorini, Andrea Riccardi e Giuliano Amato)

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My interview with Martin Scorsese for La Civiltà Cattolica. “Silence”: a voyage inside violence and grace.

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DOWNLOAD THE COMPLETE INTERVIEW FROM HERE

“When I was younger, I was thinking of making a film about being a priest. […] Now, if you do have the calling, how do you deal with your own pride?  […]  And I realized that with Silence, almost 60 years later, I was making that film. Rodrigues is struggling directly with that question”.  So, Martin Scorsese on Silence, his current film that will be released in theaters in January.  The film was inspired by the dramatic story of the Japanese martyrs of the 17th Century.

It is a brief excerpt of a wide-ranging interview that I carried out with the director, and that’s why I met him twice, in his home in New York and then in Rome, at the beginning and at the end of an eight month dialogue.  The interview is published in complete form on the Civilta Cattolica’s new internet site, at the address www.laciviltacattolica.it both in the original English and in Italian translation.

Research on faith and grace in the long genesis of the film.  In our conversation, Scorsese lays himself bare revealing the long process of the gestation of the film, but also a unique way of living the story, that he recognizes as part of his own life: a complex, contradictory life, but also rich in grace: “there was the desire to make the actual film on the one hand; and on the other hand, the presence of the Endo novel, the story, as a kind of spur to thinking about faith; about life and how it’s lived, about grace and how it’s received, about how they can be the same”.  The “long process of gestation” of this work lasted 19 years that “became a way of living with the story, and living life—my own life—around it”; so much so that “I look back and I see it all coming together in my memory as a kind of pilgrimage”.  The director admits he is “obsessed by the spiritual” and “the question on what we are”.

Inside Silence.  On the character that intrigues him the most: «I think that the most fascinating and intriguing of all the characters is Kichijiro… Kichijiro is Johnny Boy of Mean Streets… Johnny Boy and Kichijiro fascinate me. They become the venue for destruction or salvation».  About the violence of some scenes, Scorsese notes that being spiritual for him means «looking at us closely» and doing this we must accept that «but right now, violence is here.  It’s something that we do. It’s important to show that. So that one doesn’t make the mistake of thinking that violence is something that others do — that “violent people” do. … Some people say that Good Fellas is funny. The people are funny, the violence isn’t».

A film about Christian spirituality but not “of Bernanos”.  The director says that having found inspiration in authors like Jacques Lusseyran (the blind leader of the French resistance), Dietrich Bonhoeffer, Elie Wiesel and Primo Levi, rather than in Bernanos, in whom «there’s something so hard, so unrelentingly harsh in Bernanos. Whereas in Endo, tenderness and compassion are always there».  And he recalls his interrupted project of didactic films for TV on the saints, inspired above all by Rossellini in Europa ’51 and Flowers of Saint Francis, «the most beautiful film I’ve ever seen about being a saint».  On the figure of Christ, he puts in first place, in cinema, Il Vangelo secondo Matteo by Pasolini; in art the face of Christ painted by El Greco because it was «more compassionate that the one painted by Piero della Francesca».  For Scorsese—he recalls the importance in his youth of an extraordinary priest («Father Principe.  I learned so much from him, and that includes mercy with oneself and with others»–compassion is essentially the «key is the denial of the self».

Literary influences.  In the reconstruction of the process of achieving the work, beyond the cinema influences, mentor-readings emerge.  From Flannery O’Connor—he states that her The Violent Bear It shocked him—to Notes of the Underground by Dostoevsky («Taxi Driver is my Notes of the Underground!»); from the Joyce of A Portrait of the Artist as a Young Man who blocks out the God of «storms and lightning» of his religious formation as a kid, to the confrontation with the mystery and the wonder about the human in the books Absence of Mind and Gilead by Marilynne Robinson.

Person stories and his family. In the course of our conversation, inevitably personal stories of the Italian-American director (his family came from Polizzi Generosa, in province of Palermo) came up.  From the esteemed figure of the father «in that word» in which « organized crime was present in this world, so people had to walk a tightrope»; to the at first terrible and then very beautiful experience of the birth of his daughter; from the school of life to the character required by his physical limitation, up to the memory of his «moment of self-destruction» that he acknowledges as «a kind of arrogance, of pride».

Images and spirit.  To my question on how he makes the photography of a film make us see the spirit, Scorsese answers that «there are certain intangible things that words simply can’t express» which manifest themselves precisely «in the joining of images» within a film.  The spirit, therefore, manifests itself in the editin, ,that is precisely the action of filmmaking.

DOWNLOAD THE COMPLETE INTERVIEW FROM HERE

Per continuare la tradizione di una rivista come “La Civiltà Cattolica”…

Cardinal Schönborn: marriage and pastoral conversion. My interview.

Christoph-Schonborn

(originally published in La Civiltà Cattolica 2015 III 494-510 (Issue n.3966 – August 26, 2015 – ORIGINAL FULL TEXT IN ITALIAN HERE )

During the Extraordinary Synod on the family, that was held from October 5 to October 19, 2014, I had been struck by, among others, the intervention of Cardinal Schonborn, Archbishop of Vienna.  We had a discussion, after his intervention in the hall, during dinner with a common friend.  Then he spoke to me of his experience as a son of a family that that had lived a divorce.  His lucidity did not come from a merely intellectual reflection, but was the fruit of the lived experience.  Strolling under the colonnades of St Peter’s, he spoke to me about the oblivion regarding grandparents and aunts and uncles in the synodal talks.  The family, he said to me, it’s not only husband, wife, and children: it is a network of broad relationships, even composed of friends and not only of parents.  An eventual divorce affects the broad web of relationships, not only a couple’s life.  But it is also true that that web can hold up to the shock of the split and can sustain the weakest, the children for example.

We did not have to interrupt the conversation.  We pursued it in two successive encounters, after some months, in the office of Civiltà Cattolica.  One time even with his friend and fellow Dominican, Fr. Jean Miguel Garrigues, who I have also interviewed for our journal.[1]  And the conversation, in the end, continued also in Vienna, at the Kardinal König Haus.  The interview that follows is the fruit of these encounters, that at the end took the form of a unitary dialogue.  I asked the Cardinal for a reflection tied strictly to his experience as a pastor.  And it is this pastoral inspiration that gives body and breath to his words.

Eminence, what was, in your view, the intention of the Extraordinary Assembly of the Synod on the family?  There was talk of the joy of the family and the challenges of the family.

When Francis became pope, the theme of the successive Synod was already fixed by Pope Benedict: the general questions of Christian anthropology and bioethical questions.  During his first meeting with the Council of the Synod, Pope Francis immediately observed that it would be difficult to confront such questions outside of the framing based on the family and marriage, and, consequently, little by little the theme shifted, without disregarding the anthropological questions, but placing them in correlation with this original anthropology that is the Biblical teaching on man and woman, on their union, on their vocation and ond the great themes of marriage and the family.

But why return to a theme that St John Paul II had treated more or less exhaustively in the course of the 27 years of his pontificate?

I think that Pope Francis wanted, first of all, to encourage us—and he has repeated it many times—to look to the beauty and vital importance of marriage and family with the view of the Good Shepherd who was close to everyone.  He put into motion this synodos, this common journey, in which we are all called to observe the situation, not with a look from above, beginning from abstract ideas, but with the look of pastors who perceive today’s reality in a gospel spirit.  This look on the familiar and matrimonial reality is not, first of all, a critical look that underlines every lack, but a benevolent look, that sees how much good will and how many challenges exist, while in the midst of so much suffering.  Basically, we are asked for an act of faith: to bring ourselves close to the diverse crowd without fear of being touched.

In the convocation of the Synod, can we therefore read a desire for concreteness, for closeness…

Yes, the desire to look to concrete people in their joys and sufferings, in the sadness and anxiety of their daily life and to bring them to the Good News, discovering that they live the Gospel in the midst of so many pains, but also with so much generosity.  We must detach ourselves from our books and go into the midst of the crowd and let ourselves be touched by the life of the people.  To see them and know their situations, more or less unstable, beginning from deep desire written in the hearts of everyone.  It is the Ignation method: seeking the presence and action of God in the smallest details of daily life.  We are still distant from having realized this hope made by Pope Francis.  We haven’t even reached this Leggi tutto “Cardinal Schönborn: marriage and pastoral conversion. My interview.”

Presentation to the press of the new print and digital version of “La Civilt

sala-stampa-vaticanaOn April 5 at 11:30 am, the first issue of the new version of La Civiltà Cattolica will be presented at a Press Conference at the Vatican Press Office (via della Conciliazione, 54, Rome).

The event will coincide with the anniversary of the publication of the first issue of the La Civiltà Cattolica, the journal of the Society of Jesus (6 April 1850). Participating at the event will be Archbishop Monsignor Claudio Maria Celli, President of the Pontifical Council for Social Communications; Monsignor Antoine Camilleri, Under-Secretary for the Relations with States of the Secretariat of State; and Father Antonio Spadaro, editor of La Civiltà Cattolica. The presentation will be moderated by Father Federico Lombardi.

The new version of La Civiltà Cattolica has had more than just a facelift. The graphics, impagination and content of the new version have been revisited to respond and reflect to both historical and contemporary concerns.

A new cover, which is inspired by the version in use until 1970, a new open source font, and in terms of structure, the section entitled «Cronache» (Reports) is to be replaced with «Focus», critical studies which widen our understanding of the contemporary age, and where politics, law and economic themes, along with international issues, and of society at large will be addressed. Reflection on the Church occupies a permanent place at the heart of La Civiltà Cattolica, and the new version will be no exception; new categories include «Profile» and «Interview». There will also be an increase in the number of international contributing Jesuit Fathers, as will the variety of topics covered.

The objective of La Civiltà Cattolica as summarised by Pope Francis: «to collect and express the expectations and needs of our time» and «to provide the elements for a reading of reality» with «a particular attention to the truth, to goodness and to beauty».

The new version of La Civiltà Cattolica will, for the first time, be available in digital format on all tablets with an app for iPad, iPhone, Android, Kindle Fire and Windows 8. All readers with one single subscription will be able to read both the print and digital format. An institutional Twitter account (@civcatt) and a Facebook page (facebook.com/civiltacattolica) is also active.

In addition, with the help of Google, a new project will be launched where all issues published since 1850 will be made accessible via the web. Also planned, an instant digital book format that collect articles published on a number of relevant topics to provide the reader with a comprehensive overview of how that topic has been treated over the years.

The Jesuit Fathers, who make up the editorial staff of La Civiltà Cattolica are convinced that – as Benedict XVI said to them in 2006 – «For La Civiltà Cattolica, to be true to its nature and its task, will not fail to be continually renewed».

Il cyberspazio, quel mondo in cui spiritualità e tecnologia si incrociano

intervista realizzata da Vittoria Prisciandaro per il mensile Jesus, giugno 2012, 108-109.

Pioniere nel pensare la fede ai tempi della Rete, una laurea in Filosofia, dottore di ricerca in Teologia, una passione per la critica letteraria: padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore di La Civiltà Cattolica, sfugge alle etichette che imprigionano una formazione complessa e una curiosità che attraversa mondi diversi. Di recente ha pubblicato Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete. A lui abbiamo rivolto alcune domande.

Come questi mondi diversi l’hanno condotta alla Cyberteologia?

E’ la lettura critica della poesia ad avermi condotto a occuparmi di tecnologie e che solo la teologia è in grado di darmi la giusta curiosità e le giuste categorie per comprenderla. Mi sono reso conto “sulla mia pelle” che noi abitiamo il linguaggio e che la mia casa, sebbene suddivisa in stanze, è la mia casa. Del resto, la tecnologia esprime il desiderio dell’uomo di una pienezza che sempre lo supera sia a livello di presenza e relazione sia a livello di conoscenza: il cyberspazio sottolinea la nostra finitudine e richiama una pienezza. Cercarla significa in qualche modo, operare in un campo in cui la spiritualità e la tecnologia si incrociano”.

In uno dei capitoli del libro si chiede se ci sono liturgie e sacramenti in Internet. Che risposta si dà?

Il senso della partecipazione come «prendere parte» a una celebrazione non è riducibile alla sua componente psicologica o all’«eccitazione» nella quale a volte si trasforma il senso della partecipazione a un videogame. L’evento liturgico non è fruibile in maniera digitalizzata, virtualizzata. La liturgia, infatti, «lavora» sempre sul corpo, organizzando le sfere dell’emozione, della sensibilità, dell’azione in modo che tali sfere siano la presenza del sacro, del mistero di Cristo. La realtà dell’evento liturgico non è mai riducibile all’informazione che ne abbiamo. D’altra parte occorre fare i conti con il fatto che le «macchine di relazione» vanno trasformandosi da surrogati a estensioni della sensibilità. Oggi persino molti rapporti affettivi, anche quelli più ordinari, sono mediati da macchine. L’espansione dei nostri sensi biologici tramite le macchine tende ad assumere una «normalità» per cui, ad esempio, quando il cellulare non ha campo, si ha l’impressione che una forma importante di relazione non sia più possibile e si avverte un senso di isolamento. Se la realtà è irresolubile nell’informazione resta vero che l’informazione permette una qualche forma di partecipazione all’evento. Occorre approfondire questa partecipazione all’ambito liturgico, che certo è molto più interattiva e coinvolgente della pura fruizione televisiva”. 

Etica hacker e visione cristiana: ripartiamo dal dibattito che un suo articolo su Civiltà Cattolica aveva suscitato. E gli hacker di recente hanno sabotato i siti anche del Vaticano…

Non sono stati gli “hackers” ma semmai i “crackers”, i pirati informatici. Il termine hacker individua una figura molto più complessa e costruttiva che si è formata a partire dalla fine degli anni ’60 e negli anni ’70, legata alle evoluzioni dell’informatica. Hacker è chi si impegna nell’affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte nei propri ambiti d’interesse. Per lo più il termine si riferisce a esperti di informatica, ma di per sé può essere esteso a persone che vivono in maniera creativa molti altri aspetti della loro vita. Quella hacker è potremmo dire, una sorta di «filosofia» di vita, di atteggiamento esistenziale, giocoso e impegnato, che spinge alla creatività e alla condivisione, opponendosi ai modelli di controllo, competizione e proprietà privata. All’interno di questa visione l’etica hacker può acquistare persino risonanze profetiche per il mondo d’oggi votato alla logica del profitto, per ricordare che il «cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi», come dice Benedetto XVI”.

Autorità, gerarchia e network: come si concilia la visione gerarchica della Chiesa cattolica con una prospettiva sapienziale tratta dalla rete?

La Rete, di sua natura, è fondata sui link, cioè sui collegamenti reticolari, orizzontali e non gerarchici: potere e autorità defluiscono da un centro alla periferia. L’universale della cybercultura è anche sprovvisto di un centro oltre che di linee direttrici univoche. La Chiesa invece vive di un’altra logica, cioè di un messaggio donato, cioè ricevuto, che «buca» la dimensione orizzontale dall’alto e vive di testimonianza autorevole, di tradizione, di Magistero. E’ necessario comprendere la grammatica della Rete e l’articolazione dell’autorità in un contesto fondamentalmente orizzontale, condiviso, decentrato, che chiama ciascuno ad assumere le proprie responsabilità e il proprio compito nella conoscenza. Come è possibile? Determinante appare la categoria e la prassi della testimonianza. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. La Chiesa in Rete è chiamata non solo a una «emittenza» di contenuti, ma a una «testimonianza» in un contesto di relazioni ampie”.

L’uso di Twitter non rischia di restringere il pensiero, come qualche intellettuale ha scritto di recente?

Non bisogna confondere concisione e precisione con restrizione. E’ necessario valorizzare il tentativo di cogliere l’essenziale e di dirlo con parole precise. In tale prospettiva possiamo considerare, ad esempio, Leggi tutto “Il cyberspazio, quel mondo in cui spiritualità e tecnologia si incrociano”

Homo technologicus, homo spiritualis

Per statuto fondativo La Civiltà Cattolica ha come redattori esclusivamente gesuiti, e dunque sono gesuita. Uno dei cardini della spiritualità di Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti è la frase: «cercare e trovare Dio in tutte le cose». Questo ha reso spesso i gesuiti curosi, amanti delle «frontiere» e delle «trincee», ma anche… dei luoghi «sbagliati». Mi ha colpito un libro che ha per sottotitolo: Searcing God in all wrong places. Stiamo cercando Dio nel posto sbagliato. No, la tecnologia è un buon posto per cercare e trovare Dio. Perché? In che senso?

La tecnologia non è una forma di vivere l’illusione del dominio sulle forze della natura in vista di una vita felice. Sarebbe riduttivo considerarla solamente frutto di una volontà di potenza e dominio. La tecnologia, scrive Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, «è un fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo. Nella tecnica si esprime e si conferma la signoria dello spirito sulla materia»[1]. La tecnologia è, dunque, la forza di organizzazione della materia da parte dell’uomo come essere spirituale. Il cristiano, quindi, è chiamato a comprendere la natura profonda, la vocazione stessa della tecnologie digitali in relazione allo vita dello spirito. Ovviamente la tecnica è ambigua perché la libertà dell’uomo può essere spesa anche per il male, ma proprio questa possibilità mette in luce la sua natura legata al mondo delle possibilità dello spirito.

Un momento cruciale della comprensione spirituale delle nuove tecnologie fu la promulgazione del Decreto del Concilio Vaticano II Inter mirifica, il 4 dicembre 1963. che esordisce: «Tra le meravigliose invenzioni tecniche (Inter mirifica technicae artis inventa) che, soprattutto ai nostri giorni, l’ingegno umano, con l’aiuto di Dio, ha tratto dal creato, la Madre Chiesa accoglie e segue con speciale cura quelle che più direttamente riguardano lo spirito dell’uomo e che hanno aperto nuove vie per comunicare, con massima facilità, notizie, idee e insegnamenti d’ogni genere».

Nel 1964 Paolo VI, rivolgendosi al Centro di Automazione dell’Aloisianum di Gallarate, aveva usato parole di una bellezza sconcertante, a mio avviso. Il Centro stava elaborando l’analisi elettronica alla Summa Theologiae di San Tommaso e anche al testo biblico. Vi cito queste parole: «La scienza e la tecnica, una volta ancora affratellate, ci hanno offerto un prodigio, e, nello stesso tempo, ci fanno intravedere nuovi misteri. Ma ciò che a Noi basta, per cogliere l’intimo significato di quest’udienza, è notare come cotesto modernissimo servizio si mette a disposizione della cultura; come il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale; e quanto più questo si esprime nel linguaggio suo proprio, ch’è il pensiero, quello sembra godere d’essere alle sue dipendenze. Non avete voi cominciato ad applicare codesti procedimenti al testo della Bibbia latina? Che cosa avviene? È forse il testo sacrosanto che viene abbassato ai giochi mirabili, ma meccanici dell’automazione come un insignificante testo qualsiasi? o non è cotesto sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali, che è nobilitato ed innalzato ad un servizio, che tocca il sacro? E’ lo spirito che è fatto prigioniero della materia, o non è forse la materia, già domata e obbligata a eseguire leggi dello spirito, che offre allo spirito stesso un sublime ossequio? È a questo punto che il Nostro orecchio cristiano può udire i gemiti, di cui parla S. Paolo (Rom. 8, 22), della creatura naturale aspirante ad un grado superiore di spiritualità?».

Paolo VI dice che il «cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale». Aggiunge che l’uomo compie uno «sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali». E prosegue affermando che, grazie alla tecnologia, la materia offre «allo spirito stesso un sublime ossequio». Il Papa sente salire dall’homo tecnologicus il gemito di aspirazione ad un grado superiore di spiritualità. L’uomo tecnologico è lo stesso uomo spirituale. La tecnologia diventa uno dei modi ordinari che l’uomo ha a disposizione per esprimere la sua naturale spiritualità. Se usate saggiamente, dunque, le nuove tecnologie «possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso» (Benedetto XVI). Il credente è chiamato a un compito impegnativo: a non relegare la ricerca scientifica applicata a «moda» (che riduce gli strumenti a gadget) o a «volontà di potenza» (che riduce gli strumenti a «armi»). Qual è questo compito? Dare una risposta alla chiamata di Dio a dare forma e a trasformare la creazione. Giovanni Paolo II aveva auspicato in questo senso una «“divinizzazione” dell’ingegnosità umana». Questa è l’unica premessa valida per una vivere e annunciare la fede al tempo dei media digitali: riconoscere il loro valore, la loro «capacità» spirituale. Essi hanno al loro interno la risposta a una «vocazione». Lo sviluppo tecnologico, se ben inteso, riesce ad esprimere una forma di anelito alla «trascendenza» rispetto alla condizione umana così come è vissuta attualmente[2]. Il «cyberspazio», per la rapidità delle sue connessioni, rappresenta davvero bene il desiderio dell’uomo di una pienezza che sempre lo supera sia a livello di presenza sia di relazione sia di conoscenza. Cercare questa pienezza significa dunque, in qualche modo, operare in un campo «in cui la spiritualità e la tecnologia si incrociano»[3]Leggi tutto “Homo technologicus, homo spiritualis”

La Civiltà Cattolica chiede una carta dei diritti umani per internet: “il file-sharing non può essere sempre e banalmente chiamato furto, visto che anche l’art. 26 afferma il diritto all’educazione”

Trascrivo qui la prima parte dell’editoriale del numero in uscita de La Civiltà Cattolica dal titolo Una carta dei diritti umani per internet [Quaderno N°3874 del 19/11/2011 – (Civ. Catt. IV 319-424 )]

Il testo integrale è sul sito della rivista al quale rinvio alla fine.

 

Internet è una «rivoluzione», anche per chi vuole tenersene fuori. Ha innovato il modo di lavorare, governare, partecipare alla società. La Rete è un servizio di pubblico interesse, un «bene pubblico globale», un «ecosistema» da proteggere. Nel primo eG8 (Parigi, 24-25 maggio 2011), un forum con ben pochi inviti alla società civile, la presidenza francese intendeva «civilizzare internet» e supportarne l’impiego contro i tiranni. Ma è stata accusata di voler ingabbiare la Rete per proteggere la proprietà intellettuale, cioè di non rispettarne la natura di «spazio pubblico». Ma internet, pur essendo, non pienamente, una e condivisa, non è assimilabile al concetto di diritto romano di res communis omnium. Suoi «territori» essenziali, come Twitter, YouTube, Facebook, pur aperti a tutti (salvo blocchi governativi), sono di proprietà privata, come gli internet providers e molte infrastrutture di telecomunicazione.

Riguardo alla geopolitica di internet, non è indifferente parlare di utenti, consumatori, cittadini e netizen/cybercitizen, perché si accentua il focus, rispettivamente, sui diritti umani fondamentali, su un rapporto privatistico contrattuale con un’impresa, sui diritti costituzionali all’interno di uno Stato, su un nuovo cosmopolitismo di una comunità transnazionale innestata sulla Rete, che però include anche posizioni anarchiche o utopistiche sulla democrazia in internet.

Tuttavia sembra difficile distinguere che cosa non rientri nella libertà di espressione. Il Primo Emendamento statunitense e le normative europee in genere tutelano la libertà di Continua a leggere sul sito de La Civiltà Cattolica

Il mio saluto ai lettori come nuovo direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”

Il 1 ottobre 2011 è uscito il primo numero della rivista La Civiltà Cattolica che porta la moa firma come direttore. Pubblico qui in versione integrale il mio saluto ai lettori. Estendo così il saluto anche a coloro che mi seguono su questo blog di Cyberteologia nella speranza che vogliano diventare anche abbonati di questa che, fondata nel 1850, è la più antica rivista italiana. 

Assumere la direzione di una rivista che ha oltre 160 anni di storia significa confrontarsi con una sfida molto impegnativa. La Civiltà Cattolica , infatti, nata nel 1850, ha vissuto decenni nei quali è mutato il significato stesso della comunicazione, oltre alle sue modalità. Nel nostro tempo, segnato profondamente dalle reti sociali e dai nuovi media digitali, comunicare significa sempre meno «trasmettere» notizie e sempre più essere testimoni e «condividere» con altri visioni e idee. Tra le prime conseguenze c’è la necessità che dalla pagina traspaia con chiarezza un messaggio. Fare cultura oggi significa assumersi le proprie responsabilità e il proprio compito nella conoscenza. Benedetto XVI nel suo Messaggio per la 45 a Giornata Mondiale delle Comunicazioni ha scritto che «quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali».

Ciò che La Civiltà Cattolica intende offrire ai suoi lettori è proprio questo: la condivisione di un’esperienza intellettuale illuminata dalla fede cristiana e profondamente innestata nella vita culturale, sociale, economica, politica dei nostri giorni. Il suo contributo è serio, ma non elitario: il suo linguaggio, in genere, è piano, comprensibile, non per «addetti ai lavori». Soprattutto è una rivista che vuole condividere le proprie riflessioni non solamente con il mondo cattolico, ma con ogni persona impegnata seriamente nel mondo e desiderosa di avere fonti di informazione affidabili, capaci di far maturare il giudizio personale. È nel suo codice genetico fare da ponte, interpretando il mondo per la Chiesa e la Chiesa per il mondo, contribuendo a un dialogo aperto, pieno, cordiale, rispettoso. Gli scrittori della Civiltà Cattolica sono convinti che una rivista culturale non possa essere «neutra»: più diventa portatrice di una visione della realtà, più essa ha interesse, senso, utilità.

Non c’è alcun bisogno di ricordare la funzione essenziale che hanno svolto nel nostro Paese le riviste culturali. Nei primi anni del Novecento e tra le due guerre mondiali, hanno rappresentato un luogo vivo e inquieto di scambio, incontro e scontro culturale, di valori e di idee. La Civiltà Cattolica , essendo la rivista culturale più antica d’Italia, non intende venir meno a tale compito. Non si tratta di fare proclami o campagne ideologiche, ma di avere una coscienza critica attiva, capace di dichiarare gusti e prospettive e, soprattutto, capace di aprire scenari, ispirare l’azione e la sensibilità. La Civiltà Cattolica — scrivevano i nostri predecessori nel 1851 — «ti entra in casa per recarti novelle, per proporti dubbi, per darti schiarimenti su questa o quella quistione delle più dibattute». L’identità della nostra testata include dunque non solamente buone analisi e ricerche originali, ma anche prese di posizione che siano in grado di parlare all’intelligenza e al cuore dei Leggi tutto “Il mio saluto ai lettori come nuovo direttore della rivista “La Civiltà Cattolica””