Questions & Answers about Cybertheology (in English)

I’m getting many questions about what I call “Cybertheology” and my book about it. Some questions are very frequent so I decided to collect them and to try to give and answer here for sharing ideas, thoughts, insights. Feel free to comment or to add your reflections…

You just wrote a book about “Cybertheology”. What is it? Why is it so important for you regarding the future of the Church and its ability to answer to modern challenges of communication?

The Internet has become part of everyday life for many people, and for this reason it increasingly contributes to the construction of a religious identity of the people of our time, affecting their ability to understand reality, and therefore also to understand faith and their way of living it. The Net and the culture of cyberspace pose new challenges to our ability to formulate and listen to a symbolic language that speaks of possibility and of signs of transcendence in our lives.   Perhaps the time has arrived to consider the possibility of a cybertheology also understood as the intelligence faith in the era of the Net. It would be the fruit of faith that releases from itself a cognitive boost at a time in which the logic of the Net influences the way we think, learn, communicate and live. This is way I wrote the book “Cyberteologia. Pensare il cristainesimo al tempo della Rete” (Cybertheology. Thinking faith at the time of the Net). I also publish a blog http://www.cyberteologia.it and a Facebook page.

Do you believe there is a theology of the net that needs to be created? You wrote about the hacker ethic and the christian vision…

The internet is part of the “environment” in which we live made by connections, relations, communication and knowledge. The Church is now very active on the internet not merely “to be present”, but for a natural immersion of Christianity in place of the life of human beings.  This presence naturally poses a series of questions on an educative and pastoral level.  But there are also critical points emerging that regard the same understanding of the faith of the Church, as I told you already.  On the time being we need to consider the internet theologically. It has ben very intriguing and insightful for me to read what the first real “hackers” wrote in the Seventhies. Of course I’m not talking about “crackers”, the IT criminals. Investigating the hacker’s way of life and intellectual pursuits, based on creativity and sharing, I saw their compatibility with a Christian vision of life. Without unduly comparing the hacker and Christian communities, I want to say that Christians and even hackers today, in a world devoted to the logic of profit, have much to give each other, as is demonstrated by the experience of hackers who make their faith a boost to their creative work.

How Internet is changing the way we witness our faith ? How Internet is changing the way we interact as catholics from the same community or different parishes or different countries?

With his most recent messages for the World of Communications Day, the Pope expressed his thoughts on the digital era.  His principal interest is that communication and its technologies place man as its centre and its principal concern in order to help satisfy the desire for meaning, truth and unity, which remain the deepest aspirations of human being. In particular, now, at the time of the «social networks» when every man is always directly involved in what he communicates, the Pope urges the faithful to a very challenging authenticity of life: when people share information, they are already sharing themselves, their world view, their hopes, their ideals. Christians on the Net are therefore called to be witness which affects choices, preferences, judgments, even when not explicitly speaking of the Gospel.  New technologies have created a space of experience with which even the Christian worship is involved. It is noted that a human being, even when he/she navigates the Internet, expresses the desire to pray, even in a liturgical form.

Do you think the Catholic church is late on the Internet challenge?

Not at all. The Church is where there are human beings. And today human beings are also on line in the cyberspace, which is increasingly an anthropological space. The Church has explicitly recognized this anthropological space. If the Church wants to deal with today’s culture, so radically marked by communication, it can not shy away from a dialogue with between faith and the «emerging cultures». Emerging cultures are those which
spread horizontally, pushing from the bottom up. For instance, hosting a meeting for bloggers in the Vatican, last year, the Church recognized the relevance of these phenomena and to encourage a dialogue between faith and culture at this level.

Cyberteologia: l’indice del LIBRO

Ecco di seguito l’indice del libro:

 

  • Premessa 9
  • Internet tra teologia e tecnologia 15 Internet e la vita quotidiana 16 La leggerezza dei dispositivi 17 Una ri-forma mentis 19 La spiritualità della tecnologia 23 Linguaggio informatico e intelligenza della fede 28 Salvare, convertire, giustificare, condividere… 29 Che cos’è la cyberteologia? 32
  • L’uomo decoder e il motore di ricerca di Dio 37 La capacità di ascolto della musica come ambiente 37 Il mixaggio dell’obbedienza 39 Il supermarket della fede 40 L’uomo decoder e i contenuti ‘orbitali’ 41 Il vangelo e le merci 43 La ricerca di senso non è motorizzata 44
  • Corpo mistico e connettivo 49 La rete è un luogo ‘caldo’ 49 Chi è il mio ‘prossimo’? 51 Dov’è il mio ‘prossimo’? 53 Una Chiesa ‘liquida’? 55 Una Chiesa ‘hub’? 57 Tralci di vite o fili di rete? 61 L’apertura di un’«isola di senso» 63 Autorità, gerarchia e network 66 I contenuti passano dentro le relazioni 69
  • Etica hacker e visione cristiana 73 Chi sono gli hacker? 73 Lo sforzo giocoso della creazione 75 Il surplus cognitivo e la questione dell’autorità 78 La cattedrale e il bazar 80 La Rivelazione nel bazar 83 Il dono al tempo della rete: peer-to-peer o face-to-face? 85 Il dono dato gratis 88 Il surplus della grazia e il surplus cognitivo 91
  • Liturgia, sacramenti e presenza virtuale 95 Dal microfono sull’altare alla preghiera dell’avatar 95 Ci sono sacramenti in internet? 97 Il networking è esperienza di comunione? 100 La liturgia e la sua ‘riproducibilità tecnica’ 101 L’evento liturgico: tra presenza virtuale e interfaccia grafica 105 La logica dello schermo 109 Il testo ‘galleggiante’ e la resistenza liturgica 110 Realtà ‘aumentata’ e sacramento 113 I problemi e le sfide: l’uomo in rete desidera pregare 115
  • Le sfide teologiche dell’‘intelligenza collettiva’ 119 Pierre Lévy: come pensare l’‘intelletto collettivo’? 120 «Ciò che fu teologico diventa tecnologico» 121 Pierre Teilhard de Chardin e il cammino verso la noosfera 123 Un sistema nervoso planetario 126 Un «Centro distinto irradiante nel cuore di un sistema di centri» 128 Una rete ‘eucaristica’ 130 Un’intelligenza convergente 132
  • Bibliografia133
  • Indice dei nomi 145

Cyberteologia: IL LIBRO

Cari amici, oggi è uscito Cyberteologia. Pensare la fede al tempo della rete (Milano, Vita e pensiero, 2012, pp. 150, euro 14). Ecco di seguito la presentazione editoriale:

Motori di ricerca, smartphone, applicazioni, social network: le recenti tecnologie digitali sono entrate prepotentemente nella nostra vita quotidiana. Ma non solo come strumenti esterni, da usare per semplificare la comunicazione e il rapporto con il mondo: esse piuttosto disegnano uno spazio antropologico nuovo che sta cambiando il nostro modo di pensare, di conoscere la realtà e di intrattenere le relazioni umane. A questo punto, la domanda che Antonio Spadaro si pone e ci pone è: la rivoluzione digitale tocca in qualche modo la fede? Non si deve forse cominciare a riflettere su come il cristianesimo deve pensarsi e dirsi in questo nuovo paesaggio umano? Forse, egli risponde, è giunto il momento di considerare la possibilità di una ‘cyberteologia’, intesa come intelligenza della fede (intellectus fidei) al tempo della rete. Non si tratta però, semplicemente, di cercare nella rete nuovi strumenti per l’evangelizzazione o di intraprendere una riflessione sociologica sulla religiosità in internet. Si tratta piuttosto – e qui sta la pionieristica novità di Spadaro – di trovare i punti di contatto e di feconda interazione tra la rete e il pensiero cristiano. La logica della rete, con le sue potenti metafore, offre spunti inediti alla nostra capacità di parlare di comunione, di dono, di trascendenza. E, dal canto suo, il pensiero teologico può aiutare l’uomo in rete a trovare nuovi sentieri nel suo cammino verso Dio. È un territorio ancora inesplorato, nel quale Spadaro entra con indiscusso background teologico e grande competenza tecnica, ma soprattutto con spirito di fiducia nella capacità del cristianesimo e della Chiesa di essere presenti là dove l’uomo sviluppa la sua capacità di conoscenza e relazione. La rete è un contesto in cui la fede è chiamata a esprimersi non per una mera ‘volontà di presenza’, ma per una connaturalità del cristianesimo con la vita degli uomini. La sfida, dunque, non è come ‘usare’ bene la rete, ma come ‘vivere’ bene al tempo della rete.

Gli Hackers, la Genesi e il senso della vita

Un membro del celebre Homebrew Computer Club – un’associazione di ingegneri, ricercatori e tecnici accomunati dal sogno di rendere l’informatica un’abitudine popolare – fu Tom Pittman, uno dei primi «filosofi» hacker. Nel suo manifesto Deus ex machina, or the true computerist egli ha provato a rendere l’idea della sensazione che può accompagnare il vero hacker in questo processo creativo: «Io che sono cristiano sentivo di potermi avvicinare a quel tipo di soddisfazione che poteva aver sentito Dio quando creò il mondo». L’hacker ha in effetti una precisa percezione dell’importanza di dare un contributo personale e originale alla conoscenza. Pittman, che si presenta come a Christian and a technologist , interpreta questa azione come una partecipazione emotiva al lavoro creativo di Dio, un lavoro che sviluppa interesse, passione, curiosità, che mette in moto le capacità di chi lo compie non avvilendolo. L’hacker è sostanzialmente un creativo sempre in ricerca. Come cristiano egli vive e interpreta il suo gesto creativo come una forma di partecipazione al «lavoro» di Dio nella creazione. È proprio questo uno dei punti salienti dello spirito hacker: la creatività applicata.

Pekka Himanen, docente all’università di Helsinki e di Berkeley, nel suo fondamentale L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione, a partire da questi presupposti sviluppa una riflessione che ha a che fare direttamente anche con la teologia. Egli articola, in particolare, una profonda critica all’approccio etico protestante, inteso nel senso «capitalistico» di Max Weber, che impone quella che egli definisce «la venerdizzazione della domenica». È una visione che, più che idealizzata, è invece di chiara origine teologica. La sua questione di fondo, infatti, è «Lo scopo della vita», come recita un paragrafo importante del volume: «Si potrebbe dire che la risposta originaria della cristianità alla domanda “Qual è lo scopo della vita?” sia: lo scopo della vita è la domenica». I suoi riferimenti sono la Divina Commedia di Dante, «apoteosi della visione del mondo preprotestante», Agostino e la Navigatio Sancti Brendani, un’opera anonima in prosa latina, tramandata da numerosi manoscritti a partire dal X secolo.

L’etica hacker dunque vuol capovolgere l’«etica protestante», affermando che «lo scopo della vita è più vicino alla domenica che al venerdì». Non è difficile riconoscere l’intuizione di una «vita beata» nel codice genetico della visione hacker della vita, l’intuizione che l’essere umano è chiamato a un’«altra» vita, a una realizzazione piena e compiuta della propria umanità. Ovviamente l’hacker non è l’uomo dell’ozio e del dolce far niente. Al contrario è molto attivo, persegue le proprie passioni e vive di uno sforzo creativo e di una conoscenza che non ha mai fine. Tuttavia sa che la sua umanità non si realizza in un tempo organizzato rigidamente, ma nel ritmo flessibile di una creatività che deve diventare la misura di un lavoro veramente umano, quello che meglio corrisponde alla natura dell’uomo.

Nella teoria hacker vi è un appello radicale al fatto che lo shabbat, il sabato (la domenica, in termini cristiani) è la vera «patria» dell’uomo, la sua vera dimensione esistenziale. Il sabato ebraico o la domenica cristiana ovviamente non si riducono al riposo. Tuttavia la domenica hacker non è neppure una semplice «vacanza»: in essa vive, almeno implicitamente, un riferimento a Dio in quanto origine creativa del mondo. La creazione è in grado di dare alla visione hacker del mondo e dell’uomo quel «punto di fuga» trascendente senza il quale essa rischia di finire in un vicolo variopinto ma cieco. Himanen, che dell’etica hacker si è fatto divulgatore, ricorda che «in una delle sue due Apologie a favore della cristianità del Secondo secolo, uno dei Padri della Chiesa, Giustino martire, elogia la domenica». E cita la sua fonte: «Ci raccogliamo tutti insieme nel giorno del Sole, poiché questo è il primo giorno nel quale Dio, trasformate le tenebre e la materia, creò il mondo: sempre in questo giorno Gesù Cristo, il nostro salvatore, risuscitò dai morti». Himanen a questo punto si pone una domanda che scopre in sant’Agostino: «Perché Dio aveva creato il mondo?». E prosegue: «Possiamo dire che la risposta degli hacker alla domanda di Agostino è che Dio, in quanto essere perfetto, non aveva bisogno di fare assolutamente nulla, ma voleva creare».

Nel racconto dell’azione creatrice libera e indeducibile di Dio l’hacker trova l’immagine della propria esistenza: «La Genesi può essere vista come un racconto sulle modalità dell’attività creativa. In essa i talenti vengono usati in modo immaginativo. Essa riflette la gioia che si prova quando si giunge a sorprendere se stessi, fino a superarsi. Non passa giorno che Dio non si presenti con un’idea ancora più straordinaria: come realizzare delle creature bipedi senza peli. E si entusiasma tanto per aver creato un mondo fatto per gli altri che è perfino pronto a rimanere sveglio per sei notti di fila, riposandosi un po’ soltanto il settimo giorno». Se questo modello biblico non viene privato del suo profondo valore teologico allora è capace di mantenere la memoria di un inizio che è frutto di un atto creativo di Dio.

Anche Larry Wall, creatore del linguaggio di programmazione Perl, come Pittman e altri, collega strettamente la sua azione creativa alla propria fede: «Perl è ovviamente il mio tentativo di aiutare gli altri ad essere creativi. Umilmente, sto aiutando la gente a capire un po’ di più quali sono le persone che piacciono a Dio», che è il modello assoluto, l’«artista cosmico». All’interno di questa visione l’etica hacker può acquistare persino risonanze profetiche per il mondo d’oggi votato alla logica del profitto, per ricordare che il «cuore umano anela a un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi» (Benedetto XVI)

 

Hackers e cristiani: quando l’ironia è inutile. Risposta a Dario Fertilio

In un giorno assolato d’agosto (l’11 per la precisione), di quelli nei quali si fa fatica a trovare “notizie”, Dario Fertilio, giornalista, scrive sul Corriere della Sera un articolo dal titolo Le troppe conversioni postume, nel quale riprende il tema della lettura cristiana degli scrittori. Ho già affrontato il discorso qui e rinvio a quel post per eventuali approfondimenti.

Fertilio tira in ballo anche me, ma su un altro campo, scrivendo: «… “Civiltà Cattolica” che, per la penna di padre Antonio Spadaro, scrive senz’ ombra di ironia: “I cristiani e gli hacker oggi, in un mondo votato alla logica del profitto, hanno comunque molto da darsi, come dimostra del resto anche l’ esperienza degli hacker che fanno della loro fede un impulso del loro lavoro creativo»”. Fertilio si riferisce a un mio articolo apparso su La Civiltà Cattolica che poi ho ripreso anche su questo blog in full text.

Interessante vedere come il mio discorso sugli hacker ancora crei ancora dibattito e il fatto che fare un discorso critico su cristianesimo e cultura hacker debba necessariamente far sorridere anche un intellettuale come Fertilio. Deduco che Fertilio non conosca personaggi come Larry Wall, l’inventore del linguaggio Perl, o Tom Pittman, uno dei primi «filosofi» hacker. Mi spiace che il dibattito culturale su questi temi che implicano vere e proprie visioni della vita debbano essere così banalizzati.  Deduco infine anche che la differenza tra hackers e crackers sia ancora tutta da capire.

Il 21 aprile scorso sempre sul Corriere della Sera, Carlo Formenti aveva espresso opinioni differenti. E mi consola anche perché Formenti è un esperto del campo. E così mi consola l’articolo di Armando Torno, sempre apparso nello stesso giorno dell’articolo di Fertilio, su padre Busa, “Il gesuita che mise San Tommaso nel Pc”, recentemente scomparso, articolo che non chiede ironia quando si parla di cose che tutto sono tranne che ridicole.

“la Repubblica” su hackers e cristianesimo: prosegue la riflessione oltre il “caso”

Etica hacker e visione cristiana

Riproduco qua l’articolo dal titolo Etica “hacker” e visione cristiana apparso su La Civiltà Cattolica I 2011 536-549 (del 19 marzo 2011)

Il termine hacker è ormai entrato nel vocabolario comune grazie al fatto che giornali e televisioni, ma anche film e romanzi, lo hanno diffuso ampiamente riferendolo a un’ampia serie di fenomeni quale violazione di segreti, di codici e password, di sistemi informatici protetti e così via. Nel caso di Wikileaks si è addirittura parlato di «hacker all’attacco del mondo», identificando in Julian Paul Assange, il suo fondatore, l’«hacker incendiario del web».

In generale, dunque, si è imposto il luogo comune per cui il termine hacker viene associato a persone molto esperte nel riuscire a entrare in siti protetti e a sabotarli o, addirittura, a veri e propri criminali informatici. Parlare di etica hacker può allora suonare persino ironico. Perché allora ce ne occupiamo?

Chi sono gli hacker?

Sebbene ormai i media abbiamo imposto questa immagine degli hacker, in realtà i cosiddetti «pirati informatici» hanno un altro nome: cracker. Il termine hacker invece di per sé individua una figura molto più complessa e costruttiva: «Gli hackers costruiscono le cose, i crackers le rompono (hackers build things, crackers break them)» [1]. A scriverlo è l’attuale manutentore del Jargon File, una sorta di «dizionario degli hacker» e ideatore del simbolo rappresentativo della comunità hacker. È vero che to hack in inglese significa «fare a pezzi», «colpire violentemente», ma c’è un uso informale del termine che significa «riuscire a fare», «cavarsela» o anche «farcela», «resistere». Hacker dunque è colui che si impegna ad affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte nei propri ambiti d’interesse. Per lo più il termine si riferisce a esperti di informatica, ma di per sé può essere esteso a persone che vivono in maniera creativa molti altri aspetti della loro vita. Quella hacker è, insomma, una sorta di «filosofia» di vita, di atteggiamento esistenziale, giocoso e impegnato, che spinge alla creatività e alla condivisione, opponendosi ai modelli di controllo, competizione e proprietà privata. Intuiamo dunque come parlando in modo proprio degli hacker siamo di fronte non a problemi di ordine penale, ma a una visione del lavoro umano, della conoscenza e della vita. Essa pone interrogativi e sfide quanto mai attuali.

Nel 1984 il tecnologo Steven Levy riteneva, nel suo volume Hackers, quelli che lui giudicava essere i «sette comandamenti della rivoluzione dei personal computer» [2]. Da allora essi sono alla base della cosiddetta etica hacker: 1) L’accesso ai computer deve essere illimitato e totale. 2) Dare sempre priorità all’handson (metterci su le mani, verificare di persona…). 3) Tutte le informazioni dovrebbero essere libere. 4) Sfiduciare l’autorità: promuovere il decentramento. 5) Gli hacker devono essere giudicati dal loro hacking. 6) È possibile creare arte e bellezza su un computer. 7) I computer possono cambiare la tua vita in meglio. Troviamo in questo elenco una sintesi chiara, che parla della libertà di azione, dell’importanza della sperimentazione e della verifica, della sfiducia nei confronti di ogni autorità e di un fondamentale ottimismo circa le capacità umane.

Levy elenca sostanzialmente una serie di atteggiamenti maturati molti anni prima, alla fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta, quando emerse una generazione di giovani appassionati di computer che viveva nella Bay Area di San Francisco, uniti dall’interesse a diffondere l’uso di quelle macchine anche al di fuori del ristretto ambito degli studiosi, con la convinzione che questo avrebbe potuto portare un miglioramento qualitativo nella vita delle persone. Il primo progetto di diffusione e uso sociale dell’informatica si realizzò nel 1969, anno di fondazione della Community Memory di Berkeley. Questa organizzazione di informatici aveva lo scopo di compilare una «banca dati» legata alla città in modo che, attraverso terminali posti in luoghi come lavanderie, biblioteche e negozi, fosse possibile uno scambio di informazioni e di opinioni tra gli abitanti.

Per migliorare le tecnologie così che fosse davvero possibile diffonderle fra la popolazione, nacque l’Homebrew Computer Club, un’associazione di ingegneri, ricercatori e tecnici accomunati dal sogno di rendere l’informatica un’abitudine popolare e di costruire un nuovo e rivoluzionario prototipo di computer. Nel 1976 Steve Wozniak, un membro venticinquenne del Club, costruì il primo personal computer accessibile anche a persone comuni, cioè l’Apple I.

Lo sforzo giocoso della creazione

Un altro membro del Club fu Tom Pittman, uno dei primi «filosofi» hacker. Nel suo manifesto Deus ex machina, or the true computerist egli ha provato a rendere l’idea della sensazione che può accompagnare il vero hacker in questo processo creativo: «Io che sono cristiano sentivo di potermi avvicinare a quel tipo di soddisfazione che poteva aver sentito Dio quando creò il mondo» [3]. L’hacker ha in effetti una precisa percezione dell’importanza di dare un contributo personale e originale alla conoscenza. Pittman, che si presenta come a Christian and a technologist [4], interpreta Leggi tutto “Etica hacker e visione cristiana”

Etica hacker e visione cristiana / Hacker ethics and Christian vision

Antonio Spadaro S.I., Etica «hacker» e visione cristiana, in La Civiltà Cattolica 2011 I 536-549

Ormai è convinzione comune che gli hacker siano sabotatori, se non veri e propri criminali informatici. Parlare di etica hacker può allora suonare persino ironico. L’articolo cerca di fare chiarezza sulla loro storia, la loro vera identità e la loro «filosofia», distinguendoli chiaramente dai cracker, operatori di illegalità. Indagando i modelli di vita e di ricerca intellettuale hacker, fondati sulla creatività e la condivisione, se ne discute la compatibilità con una visione cristiana della vita. Senza paragonare indebitamente comunità hacker e comunità cristiana, si conclude come i cristiani e gli hacker oggi, in un mondo votato alla logica del profitto, hanno comunque molto da darsi, come dimostra del resto anche l’esperienza degli hacker che fanno della loro fede un impulso del loro lavoro creativo.

Antonio Spadaro S.I., «Hacker» Ethics and Christian Vision It is now a common belief that hackers are saboteurs, if not real IT criminals. Speaking of hacking and ethics can therefore appear somewhat contradictory. This article attempts to shed light on their history, their true identity and their «philosophy», clearly distinguishing them from the cracker who are illegal operators. Investigating the hacker’s way of life and intellectual pursuits, based on creativity and sharing, this article discusses their compatibility with a Christian vision of life. Without unduly comparing the hacker and Christian communities, the article concludes that Christians and hackers today, in a world devoted to the logic of profit, have however much to give each other, as is demonstrated by the experience of hackers who make their faith a boost to their creative work.

© La Civiltà Cattolica 2011 I 536-549

I motori di ricerca cambiano la nostra idea di Dio?

Riporto qui l’ntervista di Matteo Lo Presti dal titolo “I motori di ricerca cambiano l’idea stessa di Dio”.

E’  apparsa sul quotidiano Il Riformista domenica 8 gennaio 2011.

 

Quella hacker è una filosofia che spinge alla creatività e alla condivisione opponendosi ai modelli di competizione e proprietà privata. Lo dice il direttore di “Civiltà cattolica”, Antonio Spadaro.

«Hacker è chi si impegna ad affrontare sfide intellettuali per aggirare e superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte nei propri ambiti di interesse. Per lo più il termine si riferisce a esperti di informatica, ma di per sé può essere esteso a persone che vivono in maniera creativa molti altri aspetti della loro vita. Quella hacker è insomma una sorta di “filosofia” di vita, un atteggiamento esistenziale, giocoso e impegnato, che spinge alla creatività e alla condivisione, opponendosi ai modelli di controllo, competizione e proprietà privata».

Questa definizione semplice e pacata non trova posto in una enciclopedia di informatica, ma nelle pagine della Civiltà Cattolica, la rivista quindicinale dei padri gesuiti, fondata nel 1850. A scrivere l’articolo è il giovane direttore della rivista, Antonio Spadaro, autore di numerosi testi di critica letteraria e attento studioso delle problematiche della contemporaneità.

Tra bisogno e attese l’uomo, sostiene Spadaro, deve fare i conti con una situazione di finitezza che chiede di essere interpretata con autenticità e pienezza. «Sono stato colpito-spiega nel suo ordinatissimo studio, nel convento dove abita – da molte riflessioni nate nel mondo anglosassone sul significato dell’agire umano, sul tema del lavoro non come maledizione biblica, ma come partecipazione gioiosa alla vita del mondo: una nuova sfida intellettuale, per inquadrare la presenza dell’uomo sulla terra e la sua vicinanza sempre maggiore e più importante con la macchina-computer».

Ovviamente padre Spadaro non parte dalla definizione di hacker che si trova correntemente sui vocabolari, e cioè «pirata del computer, pirata informatico» o dal verbo dai multiformi significati to hack, cioè tagliare, mutilare, fare a pezzi, ma anche farcela, aprirsi un varco nella giungla. Attinge piuttosto da una più preziosa tradizione filologica che risale agli anni Settanta, quando il termine aveva connotazioni di élite: «computer hacker» era chiunque scrivesse il codice software con abilità programmatoria e

veniva perciò a fare parte di una corporazione che Stefen Levy tenne a battesimo in un volume dal titolo: Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica. Correva l’anno 1984: l’anno fatidico nel quale i computer incominciarono a spuntare un po’ ovunque e iniziarono anche le strategie, le sperimentazioni di finalità dannose. Levy, affascinato da quella realtà, codificò principi generali su cui basare regole e comportamenti hacker: accesso ai computer illimitato, informazioni sempre libere, sfiducia nell’autorità, creazione di arte e bellezza con il computer.

Padre Spadaro muove da qui: «La tecnologia mette in ballo la vita dell’uomo e cioè l’eterno dibattito tra il bene e il male. La rivoluzione di internet segue le regole delle altre rivoluzioni: comunicare un messaggio e creare relazione. Occorre capire come l’uomo sta cambiando il suo modo di pensare nel momento del suo viaggiare in rete. La fede vissuta con questi cambiamenti che influsso ha sugli uomini? Come cambia l’idea di Dio con i motori di ricerca? Qualunque persona che va su google vive di ricerca: questo cambia la ricerca su Dio? Come articoliamo oggi la domanda nei milioni di siti nei quali il problema religioso viene posto? Una volta la bussola indicava il cammino e conosceva la direzione: il Nord per esempio. Oggi abbiamo milioni di messaggi che ci bombardano e l’uomo come il radar deve riuscire ad intercettate il messaggio giusto. Troppi sono i messaggi di pseudo salvezza, che danno risposte facili a domande complesse». Ma chiarire che ruolo svolgano gli hacker nel rapporto antropologico tra la macchina e Dio non è semplice, anche se, come ha scritto il filosofo Emanuele Severino, «la tecnica è un gigante capace di toccare il cielo con un dito».

Padre Spadaro ha buona opinione di chi “smanetta” sul computer. «Sia la cultura religiosa sia la cultura hacker condividono l’ obiettivo ambizioso di migliorare la qualità della vita. Gli hackers hanno un atteggiamento attivo impegnato, condividono i risultati del loro lavoro e delle loro ricerche, sono sempre in cammino verso la conoscenza, collaborano a progetti comuni e, nel momento in cui c’è lo scambio alla pari, l’autorità è distribuita tra i membri della comunità. Il riferimento è Pekka Himanen che nel suo importante testo L’etica hacker e lo spirito dell’informazione (Feltrinelli, 2001) spiega che l’uomo è chiamato ad «un’altra vita»: non più l’uomo del fordismo, 

legato all’orologio dell’efficienza, ma l’uomo attivo che persegue le proprie passioni e vive in uno sforzo creativo che non ha mai fine e sa che la sua umanità non si realizza in un tempo organizzato rigidamente, ma nel ritmo di un impegno che è la misura di un lavoro veramente umano e che meglio corrisponde alla natura dell’uomo. Cioè ci si allontana dalla logica del profitto per avvicinare la comunità degli hacker a valori condivisi, ad un linguaggio comune». E la comunità dei cristiani ha vicinanze stringenti con il mondo dell’impegno informatico se è vero che Larry Wall nel 1987 creò un linguaggio informatico Perl (Practical Extraction and Report Language ) che deve il suo nome alla perla di gran valore trovata dal mercante che tutto vende per possederla, di cui parla Gesù nella parabola riportata dal Vangelo di Matteo (13,44-46). E la suggestione della nuova tecnologia è così attraente che Himanen ricorre a Sant’Agostino per chiarire l’interrogativo: «Perché Dio ha creato il mondo?» Ecco la risposta hacker «Dio in quanto essere perfetto non aveva bisogno di fare assolutamente nulla, ma voleva creare». Insomma, il più grande hacker della storia .

E Padre Sapadaro commenta. «Certo l’hacker ha una sua specificità che non si può assolutizzare, ma quello che si può dire è che l’uomo, con il suo lavoro, partecipa all’ azione creativa di Dio: partecipa ad un progetto per navigare, per scrivere, per visualizzare e lasciare il codice aperto al libero contributo di tutti. La logica hacker è quella della genialità che genera progetti di lavoro e sfide. Si scambiano abilità, codici, si

collabora ad un progetto spesso in modo anonimo, così come insegna la teologia e la logica della Rivelazione cristiana: un dono che viene dall’alto, un dono indeducibile, un dono inaspettato, che crea sorpresa, che esalta il rapporto personale, che va salvaguardato. Il dono hacker significa anche offrire qualcosa, perché chi vuole possa prendere, il dono cristiano è innanzitutto donare qualcosa a qualcuno. E tuttavia la donazione del sangue è dono simile al dono hacker. Anche la manifestazione di Dio viene percepita come atto gratuito di Dio. Anche qui si collabora ad un progetto come nella confraternita degli hacker».

E poiché su queste tesi non sono mancate polemiche, anche con un editorialista dell’Osservatore Romano, padre Spadaro precisa: «Questa visione dell’autorità distribuita implica una interessante sfida sul modo di percepire la presenza della Chiesa: nessuno vuole eliminare autorità e autorevolezza, ma autorità e autorevolezza vanni sempre più coniugati con il dovere della testimonianza».

Il cardinale Gianfranco Ravasi ha detto recentemente «è il momento di essere su Internet,dobbiamo guardare a tutto il complesso dell’informazione, i mezzi di comunicazione sono diventati le nostre protesi». E padre Spadaro commenta: «Siamo nel solco della grande intuizione di Paolo VI, quando affermava che il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale. Annunciare la fede al tempo della cultura digitale è riconoscerne il valore e la dimensione spirituale».