Abitare il continente digitale

Riporto qui una intervista a cura di Alberto Friso che è apparsa sul Messaggero di Sant’Antonio del giugno 2012 col titolo “Antonio Spadaro. Abitare il continente digitale” (pp. 68-70).

Web, smartphone, tablet, app, social network, avatar e via dicendo. Per alcune persone queste parole sono pane quotidiano, per altre invece disegnano un mondo astruso, un parco giochi per il quale non si possiede ancora il biglietto d’ingresso. Padre Antonio Spadaro – gesuita, direttore de «La Civiltà Cattolica» e docente alla Pontificia Università Gregoriana – il biglietto per il continente digitale non solo ce l’ha, ma ne ha fatto anche un ottimo uso, diventando nel tempo uno dei più attenti esploratori di internet e dintorni, come testimonia da ultimo il suo Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete (Vita e pensiero 2012).

Chi bazzica internet e la fede cristiana, o anche una sola delle due categorie, troverà pane per i suoi denti. Non a caso il libro ha trovato buona accoglienza dentro e fuori la Chiesa, grazie alla densità di pensiero che si accompagna a una felice chiarezza espositiva. Il testo poi è zeppo di punti interrogativi, ma non è una questione di stile o di retorica: sono domande aperte alle quali l’autore contribuisce a rispondere, senza mai mettere un punto fermo definitivo. A questa selva di interrogativi ne abbiamo aggiunti alcuni altri, rivolti direttamente a padre Spadaro, per saggiare il terreno del digitale con l’occhio del credente.

Msa. Lei insiste molto nel dire che la Rete «non è uno strumento, ma un “ambiente” nel quale noi viviamo». Quali sono le conseguenze?

Spadaro. Le conseguenze sono enormi, perché si tratta di definire ciò di cui stiamo parlando. Nel momento in cui consideriamo internet uno strumento, sottolineiamo solo l’aspetto utilitaristico. La Rete invece è un ambiente, è l’aria che respiriamo, fa parte della nostra vita ordinaria, e ci chiama a uno stile di presenza anziché di uso.

Quali sono le ricadute per quanto riguarda la Chiesa?

La Chiesa non è impreparata in proposito, anzi, ha recepito la rivoluzione digitale. Non è, come molti credono, retrograda su questi argomenti: c’è attenzione e una piena consapevolezza dell’importanza di internet. Penso agli ultimi messaggi per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: Benedetto XVI descrive con grande chiarezza la Rete come ambiente da vivere, anziché come mezzo utilitaristico. Le conseguenze di questo modo di pensare, poi, sono molteplici.

Per la Chiesa nel web è preferibile costruire cattedrali o frequentare i crocicchi delle strade? Qual è lo stile corretto?

Non farei una distinzione troppo netta, escludendo l’una o l’altra modalità. L’unica modalità di presenza da escludere, a livello di logica, è quella della propaganda ideologica. Non si tratta di vivere nei crocicchi, nei nodi e basta, opponendo forme di presenza tra di loro. Il discorso è più complesso. La differenza consiste nel modo in cui si trasmettono i contenuti. Nella Rete così come la conosciamo, un messaggio passa non per trasmissione, o broadcasting, come avviene in televisione o in radio, dove un’emittente invia informazioni a riceventi fissati a priori, ma per condivisione, o sharing. Il modello è quello dei social network. Significa che i contenuti passano attraverso le relazioni e, viceversa, che senza relazioni efficaci i contenuti non passano. L’ha detto molto bene il Papa nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali del 2011: nel momento in cui si è presenti nelle reti sociali, automaticamente si è testimoni di qualcosa, dei propri valori e della propria visione delle cose.

Spaventa allo stesso tempo giornalisti e sacerdoti la sparizione dei pulpiti nel web. Ogni contenuto è esposto a commenti. È come se durante un’omelia l’uditorio – composto da cristiani e pagani, a favore e ostili, preparati e ignoranti – potesse pubblicare in tempo reale una sorta di «giornale murale» direttamente sull’ambone.

È così, ed è un’altra grossa sfida. Si va sviluppando sempre più la dimensione interattiva. Un messaggio passa se si interagisce col messaggio stesso. La logica dell’approfondimento una volta coincideva esclusivamente con l’interiorizzazione dei contenuti, invece oggi si fa sempre più presente l’interazione con i contenuti.

Tuttavia non si potrà prescindere, per una vera conoscenza, dall’approfondimento.

Assolutamente. Ma cambiano le modalità. La parola stessa «approfondimento», andare in profondità, non ci aiuta a capire quanto sta accadendo oggi, perché siamo abituati a contrapporla a superficialità, all’orizzontale. Invece nel digitale prevale una forma di «approfondimento orizzontale», che consiste nel legare tra di loro cose disparate, creare nodi tra le realtà, infittire la capacità di relazione tra le cose. La profondità consiste allora solo nel riconoscere che le cose sono più connesse di quanto si immagini, ma restano orizzontali, tutte sullo stesso piano.

Leggo ancora nel suo libro: «La Rete, di sua natura, è fondata sui link, cioè sui collegamenti reticolari, orizzontali e non gerarchici». Non esiste un centro del web. Al limite esistono luoghi di maggior successo o più visitati o più influenti. Ma la Chiesa vive di un’altra logica, con un messaggio donato dall’alto, in una dimensione verticale evidente. C’è spazio per la verticalità in internet?

Questo, secondo me, è proprio uno Leggi tutto “Abitare il continente digitale”

La Cyberteologia? E’ la teologia dell’essere umano iperconnesso

Riporto di seguito il testo di un articolo di Chiara Giaccardi, ordinario di Sociologia e Antropologia dei media presso la Università Cattolica del S. Cuore di Milano, dedicato al mio volume Cyberteologia. Pensare il Cristianesimo al tempo della rete (Milano, Vita e Pensiero, 2012).

L’articolo è apparso sulla rivista Aggiornamenti Sociali, 63 (2012) 549-551.

Il titolo del libro di Antonio Spadaro è insieme estrememente sfidante e potenzialmente fuorviante.

Sfidante perché unisce in una sola parola qualcosa di potentemente nuovo (il mondo digitale) con qualcosa di antico e radicato nella tradizione (la teologia), identificando una direzione entusiasmante per affrontare il presente e il futuro.

Ma Cyberteologia è anche un titolo che potrebbe condurre fuori strada, e far pensare a qualche branca iperspecializzata della teologia, un territorio di nicchia per pochi tecnofili con il pallino della religione, o religiosi appassionati di tecnologia.

Ma, ovviamente, non è così. Al contrario: Cyberteologia è un libro per tutti, perché parla del mondo in cui tutti viviamo, e del modo in cui l’appartenenza a questo mondo, del quale i media sono parte integrante, orienta il nostro approccio alla fede, e insieme apre nuove possibilità di comprenderne la profondità inesauribile. In altri termini, riguarda il modo in cui noi, uomini e donne ormai “digitali” (nativi o immigrati ha poca importanza), accediamo alla fede, a partire da quale insieme di esperienze; e come a loro volta queste esperienze possono aiutarci a penetrare più a fondo, con una nuova “intelligenza”, l’oggetto stesso della nostra fede.

Questa premessa richiede di essere un po’ sviluppata, perché tocca alcune questioni importanti e non ancora pienamente metabolizzare dal senso comune. Innanzitutto, relativamente alla teologia e ai media.

La teologia, scriveva Guardini, “può dire cos’è in generale il ‘mondo’ secondo la fede, il pericolo che nasconde, e la lotta contro questo pericolo; ma dei contenuti concreti dell’esperienza del mondo, di per sé non conosce nulla (…). I relativi problemi, valori e criteri devono giungerle dall’esperienza del mondo” (R. Guardini, Religione rivelazione, Milano, Vita e Pensiero 2001 [1990], p. 11).

La rete è appunto il “contenuto concreto dell’esperienza del mondo” che la teologia deve esplorare oggi, con curiosità e senza pregiudizi. Un contenuto tutt’altro che settoriale. E un contenuto che ha un potenziale retroattivo di illuminazione sulla stessa teologia.

Non è settoriale perché, come precisa p. Spadaro, la cyberteologia non è semplicemente “contestuale”, nel senso di relativa a un ambito specifico, un contesto circoscritto in cui fede e tecnologia si intersecano. È piuttosto, si potrebbe dire, “antropologica” e “ambientale”.

Intanto, perché non riguarda pochi iniziati, ma tutti noi: i media digitali sono ormai estensioni incorporate, protesi sempre attive, “porte aperte che raramente vengono chiuse” (p. 9), che estendono nello spazio e nel tempo la nostra possibilità di comunicare e ricevere comunicazione, e ci tengono perennemente connessi alla rete. In un certo senso, siamo tutti cyborg: i confini tra noi e i nostri dispositivi tendono a sfumare, dal momento che non ce ne separiamo mai e li lasciamo sempre attivi. In questo senso, la Cyberteologia è la teologia dell’essere umano iperconnesso.

Ma, oltre che nostre estensioni, Leggi tutto “La Cyberteologia? E’ la teologia dell’essere umano iperconnesso”

Il cyberspazio, quel mondo in cui spiritualità e tecnologia si incrociano

intervista realizzata da Vittoria Prisciandaro per il mensile Jesus, giugno 2012, 108-109.

Pioniere nel pensare la fede ai tempi della Rete, una laurea in Filosofia, dottore di ricerca in Teologia, una passione per la critica letteraria: padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore di La Civiltà Cattolica, sfugge alle etichette che imprigionano una formazione complessa e una curiosità che attraversa mondi diversi. Di recente ha pubblicato Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete. A lui abbiamo rivolto alcune domande.

Come questi mondi diversi l’hanno condotta alla Cyberteologia?

E’ la lettura critica della poesia ad avermi condotto a occuparmi di tecnologie e che solo la teologia è in grado di darmi la giusta curiosità e le giuste categorie per comprenderla. Mi sono reso conto “sulla mia pelle” che noi abitiamo il linguaggio e che la mia casa, sebbene suddivisa in stanze, è la mia casa. Del resto, la tecnologia esprime il desiderio dell’uomo di una pienezza che sempre lo supera sia a livello di presenza e relazione sia a livello di conoscenza: il cyberspazio sottolinea la nostra finitudine e richiama una pienezza. Cercarla significa in qualche modo, operare in un campo in cui la spiritualità e la tecnologia si incrociano”.

In uno dei capitoli del libro si chiede se ci sono liturgie e sacramenti in Internet. Che risposta si dà?

Il senso della partecipazione come «prendere parte» a una celebrazione non è riducibile alla sua componente psicologica o all’«eccitazione» nella quale a volte si trasforma il senso della partecipazione a un videogame. L’evento liturgico non è fruibile in maniera digitalizzata, virtualizzata. La liturgia, infatti, «lavora» sempre sul corpo, organizzando le sfere dell’emozione, della sensibilità, dell’azione in modo che tali sfere siano la presenza del sacro, del mistero di Cristo. La realtà dell’evento liturgico non è mai riducibile all’informazione che ne abbiamo. D’altra parte occorre fare i conti con il fatto che le «macchine di relazione» vanno trasformandosi da surrogati a estensioni della sensibilità. Oggi persino molti rapporti affettivi, anche quelli più ordinari, sono mediati da macchine. L’espansione dei nostri sensi biologici tramite le macchine tende ad assumere una «normalità» per cui, ad esempio, quando il cellulare non ha campo, si ha l’impressione che una forma importante di relazione non sia più possibile e si avverte un senso di isolamento. Se la realtà è irresolubile nell’informazione resta vero che l’informazione permette una qualche forma di partecipazione all’evento. Occorre approfondire questa partecipazione all’ambito liturgico, che certo è molto più interattiva e coinvolgente della pura fruizione televisiva”. 

Etica hacker e visione cristiana: ripartiamo dal dibattito che un suo articolo su Civiltà Cattolica aveva suscitato. E gli hacker di recente hanno sabotato i siti anche del Vaticano…

Non sono stati gli “hackers” ma semmai i “crackers”, i pirati informatici. Il termine hacker individua una figura molto più complessa e costruttiva che si è formata a partire dalla fine degli anni ’60 e negli anni ’70, legata alle evoluzioni dell’informatica. Hacker è chi si impegna nell’affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte nei propri ambiti d’interesse. Per lo più il termine si riferisce a esperti di informatica, ma di per sé può essere esteso a persone che vivono in maniera creativa molti altri aspetti della loro vita. Quella hacker è potremmo dire, una sorta di «filosofia» di vita, di atteggiamento esistenziale, giocoso e impegnato, che spinge alla creatività e alla condivisione, opponendosi ai modelli di controllo, competizione e proprietà privata. All’interno di questa visione l’etica hacker può acquistare persino risonanze profetiche per il mondo d’oggi votato alla logica del profitto, per ricordare che il «cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi», come dice Benedetto XVI”.

Autorità, gerarchia e network: come si concilia la visione gerarchica della Chiesa cattolica con una prospettiva sapienziale tratta dalla rete?

La Rete, di sua natura, è fondata sui link, cioè sui collegamenti reticolari, orizzontali e non gerarchici: potere e autorità defluiscono da un centro alla periferia. L’universale della cybercultura è anche sprovvisto di un centro oltre che di linee direttrici univoche. La Chiesa invece vive di un’altra logica, cioè di un messaggio donato, cioè ricevuto, che «buca» la dimensione orizzontale dall’alto e vive di testimonianza autorevole, di tradizione, di Magistero. E’ necessario comprendere la grammatica della Rete e l’articolazione dell’autorità in un contesto fondamentalmente orizzontale, condiviso, decentrato, che chiama ciascuno ad assumere le proprie responsabilità e il proprio compito nella conoscenza. Come è possibile? Determinante appare la categoria e la prassi della testimonianza. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. La Chiesa in Rete è chiamata non solo a una «emittenza» di contenuti, ma a una «testimonianza» in un contesto di relazioni ampie”.

L’uso di Twitter non rischia di restringere il pensiero, come qualche intellettuale ha scritto di recente?

Non bisogna confondere concisione e precisione con restrizione. E’ necessario valorizzare il tentativo di cogliere l’essenziale e di dirlo con parole precise. In tale prospettiva possiamo considerare, ad esempio, Leggi tutto “Il cyberspazio, quel mondo in cui spiritualità e tecnologia si incrociano”

Quando la teologia diventa un network

 di Marco Ansaldo in “la Repubblica” del 13 giugno 2012  

«È la ricerca inesausta di senso che mi ha fatto capire il valore del cavo Usb che ho in mano. E so che il mio iPad ha a che fare con il mio inestinguibile desiderio di conoscere il mondo, mentre il mio Galaxy Note mi dice (anche quando è in silenzio) che io sono fatto per non stare da solo. Ma è la poesia di Whitman che mi dà il gusto del progresso. Ed è Eliot che mi fa attento a non cadere nei suoi tranelli. Ma è anche Flannery O’Connor che mi fa capire che “la grazia vive nello stesso territorio del diavolo” e pian piano lo invade».

Chi scrive queste righe intense potrebbe essere un giovane letterato appassionato di tecnologia. Oppure un poeta capace di affidarsi agli strumenti più moderni della scrittura. O ancora un filosofo in grado di districarsi tanto nella spiritualità quanto nelle frontiere più avanzate dell’innovazione digitale.

È, invece, un prete. Un giovane sì, ma già affermato sacerdote, anzi un teologo, che probabilmente come molti altri suoi colleghi è capace di unire la propria ricerca – e l’insegnamento religioso – servendosi delle forme più recenti che la rete offre. A dimostrazione, ancora una volta, che la Chiesa, dalle più sperdute parrocchie di periferia fino agli austeri Sacri Palazzi del Vaticano sta adottando una rivoluzione che ne sta trasformando l’approccio e il linguaggio.

Pioniere di questo sviluppo è di sicuro padre Antonio Spadaro. Un gesuita messinese dallo sguardo attento, da pochi mesi direttore di un quindicinale prestigioso come La Civiltà Cattolica che esce con l’imprimatur della Segreteria di Stato vaticana, e persona i cui interessi spaziano appunto dalla letteratura alla poesia, dalla pittura alla musica. E che trova una sintesi fondamentale dei propri orizzonti nella religione spiegata anche attraverso l’uso della tecnologia. Il Vaticano, al più alto livello, si è accorto di questo quarantacinquenne docente alla Pontificia Università Gregoriana. E lo stesso Papa Benedetto XVI di recente lo ha nominato consultore in due dicasteri chiave, quello della Cultura affidato alle capacità multiformi del cardinale Gianfranco Ravasi, e quello delle Comunicazioni sociali affidato alle mani sapienti di monsignor Claudio Celli. È stato Spadaro, già nel 2006 a dedicare ai nuovi fenomeni dell’interattività saggi come Connessioni. Nuove forme della cultura al tempo di Internet, e due anni fa l’innovativo Web 2.0. Reti di relazione. Molto attivo nell’ambito dei network, ha fondato nel 1998 uno dei primi siti di scritture creative, “Bombacarta. it”. Lo scorso anno ha poi inaugurato il blog “Cyberteologia. it”, aprendo infine una pagina Facebook dedicata, un account Twitter e da ultimo un quotidiano online. Dunque un veterano.

E questo suo nuovo libro, Cyberteologia. Pensare il Cristianesimo al tempo della rete (Vita e Pensiero, pagg. 148, euro 14), non è affatto una raccolta di messaggi. Quanto piuttosto una riflessione argomentata sulla questione se la rivoluzione digitale in atto nel mondo contemporaneo tocchi in qualche modo oggi anche la sfera della fede. E la risposta che il teologo e direttore di Civiltà Cattolica dà in modo tutt’altro che assertivo, ma problematico, è che adesso è forse arrivato il momento di considerare la possibilità di una “cyberteologia”, vista come «intelligenza della fede al tempo della rete» (la rima, probabilmente voluta, è sua). Perché la logica dei network offre spunti inattesi alla possibilità di affrontare temi come la trascendenza, la comunione, il dono. E in tutto questo la teologia può aiutare l’uomo a trovare sentieri nuovi e più appropriati.

Ma pure Spadaro, con la sua passione per le arti e l’indiscusso background tecnologico, ammette che hic sunt leones, si tratta cioè di un territorio ancora inesplorato, selvaggio, poco frequentato. Di fronte al quale lui stesso all’inizio si è trovato a disagio, nel tentativo di spiegare, di fronte allo schermo bianco del suo computer. Ha poi risolto l’impasse. E la lettura vale il tempo impiegato, fino alle ultime pagine, intessute dal raccordo di grandi pensatori, alcuni già con la mente protesa alle trasformazioni di oggi: «È il poeta Gerard Manley Hopkins che mi ha aiutato a capire il ruolo dell’innovazione tecnologica, è il jazz che mi ha fatto capire il ruolo dei network sociali, sono i teologi – da Tommaso d’Aquino a Teilhard de Chardin – che mi hanno illuminato sulle forze che rendono l’uomo attivo nel mondo, partecipando alla Creazione, e che sollevano l’uomo verso una meta che lo supera, ben al di là di ogni surplus cognitivo».

La teologia nell’era del Web. Intervista a Il Secolo XIX

Riporto qui una breve intervista ad Antonella Viale apparsa sul Il Secolo XIX venerdì 11 maggio 2012

Torino – Il Salone del Libro arriva al web con flemma, quando i giochi sono fatti. La Chiesa cattolica invece, spesso tacciata di arretratezza, è già capace di immergersi nella fluidità della rete e di viverla.

Questo è il nocciolo attorno a cui Antonio Spadaro, 45 anni, gesuita, filosofo, teologo, critico letterario, ha costruito la Cyberteologia. Spadaro è direttore di La Civiltà Cattolica, consultore del Pontificio consiglio della cultura e di quello delle comunicazioni sociali. Per lui il web non è un mezzo di evangelizzazione, ma un ambiente dove vivere anche la fede.

Il concetto di rete come ambiente è tutt’altro che ovvio e porta in sé timori confessati solo a mezza voce dalle generazioni che hanno imparato a conviverci: privacy, identità false, distacco dalla realtà. Il teologo naturalmente è su Facebook e Twitter, ma per capire il suo percorso è cruciale tanto il sito cyberteologia.it quanto il saggio “Cyberteologia, pensare la fede al tempo della rete” (Vita e pensiero, 150 pagine 14 euro).

In rete si scarta dall’esistenza reale, quindi è pericoloso? «Sì. L’allontanamento dal vissuto è un rischio, ma presuppone che l’esistenza online sia completamente distaccata da quella offline. Invece la rete pone la sfida dell’integrazione: è sempre più un contesto esistenziale che si integra con l’esistenza. Ormai è impossibile definire l’ambiente off e quello on line, basta avere uno smartphone. La rete è un rischio solo se viene vissuta come contesto alienante».

Però sul web c’è di tutto, dal porno alla pedofilia, al terrorismo. «È in gioco la libertà dell’uomo. Se in rete può esserci il male significa che può esserci anche il bene. Come per il discorso della dipendenza: se è in gioco la libertà dell’uomo, lo è anche la sua spiritualità. Del resto vale anche per la stampa: si possono pubblicare Bibbie come inviti alla violenza. Sta a noi scegliere. Se la rete è vissuta in modo virtuoso non crea dipendenza, ma integrazione».

Come fanno i nativi digitali? «Sì, non usano logiche necessariamente sequenziali ma architettoniche: link dopo link non è come pagina dopo pagina, va in profondità. Sembra che la rete non abbia gerarchie invece ne ha, la più ovvia è la popolarità, si pensi ai risultati di Google, ma rischia di formare una mentalità non più abituata a forme di autorevolezza: è affidabile ciò che è popolare. E questo è un problema che può essere risolto solo dall’educazione a riconoscere il valore di cose e persone».

Per la Chiesa cosa cambia? «La Chiesa si sente sollecitata dal mondo della comunicazione. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si sono espressi in questo senso, non per volontà di potenza ma perché la Chiesa è chiamata a essere presente fra gli uomini. Se loro sono in Rete la Chiesa non può essere altrove».

Ma la rete è molto esigente.

«Un contenuto, un messaggio non si trasmette ma Leggi tutto “La teologia nell’era del Web. Intervista a Il Secolo XIX”

Anche la terra digitale… Alessandro Zaccuri su “Cyberteologia”

Riporto qui la recensione di  Alessandro Zaccuri al mio Cybertoelogia apparsa sul mensile Popoli di maggio 2012. Zaccuri è girnalista e scrittore.

 

Qualche anno fa, quando le controversie sull’universo parallelo – e virtuale – di Second Life erano all’ordine del giorno, un giovane gesuita italiano se ne uscì con una proposta che fece discutere. Anche la terra digitale, sosteneva, è terra di missione, perché anche lì si trovano gli esseri umani, sia pure sotto la maschera di identità fittizie. Da allora molto è cambiato. Second Life non ha mantenuto le sue promesse, per esempio, e nel Web il gioco della finzione è stato soppiantato dalla logica della relazione: non più gli avatar di una realtà immaginaria, ma i “profili” attraverso i quali i social network cercano di restituirci alla nostra quotidianità.

Non per questo, però, padre Antonio Spadaro ha cambiato idea sulla necessità di una presenza credente, orante e dialogante in Internet. Anzi, ora che ha assunto la direzione della «Civiltà Cattolica» rilancia la sfida con questo Cyberteologia (Vita e Pensiero, pagine 152, euro 14,00). L’obiettivo, dichiarato con franchezza nel sottotitolo, è ancora quello di «pensare il cristianesimo al tempo della Rete», nella rinnovata convinzione che nessuna esperienza umana – per quanto mediata dalle tecnologie – possa essere considerata estranea al messaggio del Vangelo. In questo, e non solo in questo, il percorso di Spadaro assomiglia sempre di più a quello di uno dei suoi maestri, Marshall McLuhan, che come lo studioso messinese approdò alla riflessione sui media in seguito a un processo di ampliamento dell’originario interesse per la letteratura. Ma in Cyberteologia si impone con crescente evidenza un altro importante modello, quello dell’«ambiente divino» postulato dal grande Theilard de Chardin, le cui attese visionarie sembrano trovare compimento nella tessitura fittissima del Web 2.0.

Rispetto a buona parte della sua bibliografia di riferimento, spesso legata agli ambienti del tecno-entusiasmo statunitense, Spadaro conserva un invidiabile equilibrio teologico, che gli consente di apprezzare le analogie e di sottolineare le differenze, specie quando sono in gioco nozioni fondamentali come quella del Corpo mistico. Non viene meno, però, il gusto di una provocazione intellettuale sempre feconda, che invita tra l’altro a cogliere nella giusta prospettiva la dimensione del dono tipica della cosiddetta «etica hacker».

Senti Cyberteologia e ti viene in mente Philip Dick

Riprendo qui una intervista di Filippo Sensi apparsa su Europa il 27 aprile 2012

Senti cyberteologia e ti viene in mente Philip K. Dick, o magari uno di quei videogiochi spara-spara, magari con una curvatura esoterica, che spopolano tra gli smanettoni. E invece è una riflessione cognitiva ormai matura, anche se in progress, lo sforzo speculativo di “pensare il cristianesimo al tempo della rete”, come recita il sottotitolo dell’ultimo libro di Antonio Spadaro, da qualche mese direttore della Civiltà Cattolica, la più antica rivista italiana, come ci dice con orgoglio lui stesso, in una conversazione con Europa, a partire proprio dal suo volume (Cyberteologia, Vita e pensiero, 14 euro).

Quarantacinque anni, gesuita, con una formazione «mista, a cavallo tra una disciplina e l’altra», Spadaro ci tiene a preservare la fisionomia distinta della cyberteologia rispetto alle pastorali, alle sociologie della rete, perfino alle teologie contestuali: nei suoi interrogativi c’è, piuttosto, una urgenza epistemologica, una intelligenza delle fede che mira ad andare al nodo ultimo, verso il “Punto Omega”, per usare il lessico di un pensatore molto amato dal direttore della Civiltà Cattolica, Teilhard de Chardin.

«È un autore complesso, geniale, e il pensiero geniale è sempre sorgivo, fangoso, impastato», spiega Spadaro, «è la sua ambiguità a renderlo grande, ci impone di cogliere in lui più le domande che le risposte». Se l’itinerarium del teologo messinese, per ora, fa stazione presso la noosfera teilhardiana come tensione/attrazione dell’umanità, sempre più connessa come in un sistema nervoso planetario, verso Dio, il punto di partenza della sua riflessione è che Internet non può essere banalizzato come strumento, ma è ormai l’ambiente in cui ci muoviamo.

«La rete e la Chiesa – scrive – sono due realtà da sempre destinate a incontrarsi. La sfida, dunque, non deve essere come “usare” bene la rete, come spesso si crede, ma come “vivere” bene al tempo della rete». In questa contemporaneità della riflessione, anche etica, di Spadaro si può leggere un umanesimo profondo, mutuato dalla lunga frequentazione della letteratura, in particolare con la scrittura di Flannery O’Connor, la poesia di Gerard Manley Hopkins e di Walt Whitman (che il teologo ha anche tradotto); una dimensione che consente al teologo di utilizzare una sensibilità linguistica preziosa e penetrante. Come quando si interroga sulla persistenza, nel lessico della tecnologia, di concetti presi a prestito dal piano religioso, come “salvare”, “convertire”, “giustificare”, “condividere” («il linguaggio della fede è talmente denso di siginificato che poi sconfina», azzarda una risposta il direttore della Civiltà Cattolica).

O come quando chiede «come cambia la ricerca di Dio al tempo dei motori di ricerca», per negare, però, poi radicalmente la possibilità di una «googlizzazione della fede». Se l’assunto di partenza della cyberteologia è che Leggi tutto “Senti Cyberteologia e ti viene in mente Philip Dick”

Cyberteologia. Intervista di Fabio Colagrande per la Radio Vaticana

Cliccare qui per l’intervista AUDIO  (durata: 26 minuti ca.)

“Oggi la grande sfida per la Chiesa non è imparare a usare il web per evangelizzare, ma vivere e pensare bene – anche la fede – al tempo della rete”. E’ il punto di partenza del saggio “Cyberteologia” (Ed. Vita &Pensiero), appena pubblicato da Antonio Spadaro sj, direttore della rivista La Civiltà Cattolica. “Oggi, grazie agli smart-phone e ai tablet, la nostra vita è sempre ‘on-line’ e la rete cambia il nostro modo di pensare e comprendere la realtà. Perciò, mi chiedo, come cambia la ricerca di Dio al tempo dei motori di ricerca? Chi è il mio prossimo all’epoca del web? Sono possibili la liturgia e i sacramenti sulla rete? ”.

Secondo p. Spadaro, sostenitore della spiritualità della tecnologia, “proprio nella rete Cristo chiama l’umanità ad essere più unita e connessa”. E questa concezione dei mezzi di comunicazione appartiene alla tradizione della Chiesa. “Quando nel 1931 Pio XI benedisse, in latino, i macchinari della Radio Vaticana – ricorda Spadaro – sottolineò che comunicare le parole apostoliche ai popoli lontani, attraverso l’etere, era un modo per essere uniti a Dio in un’unica famiglia”. Un’intuizione profonda, per l’epoca, che vedeva nella tecnologia della radio non un modo per trasmettere contenuti, fare propaganda, ma un mezzo per creare relazioni, un’unica grande famiglia di credenti. “Potremmo quasi dire – aggiunge Spadaro – che papa Ratti avesse già compreso pienamente la logica dei social networks”.

L’autore prescinde dalle critiche ai social networks, molto frequenti, non solo nel mondo cattolico. “Si tratta di ambienti, in cui si può vivere bene o male – spiega il direttore de La Civiltà Cattolica – dipende dalla qualità delle persone che li frequentano”. “Al di là di ogni considerazione – conclude – va valutato che su Facebook ci sono più di cinquecento milioni di persone, e quindi, soprattutto la Chiesa, non può non esserci. E’ un dato che fa appello alla nostra moralità”. Di fronte al pregiudizo, duro a morire, di una Chiesa nemica del progresso, Spadaro lancia un’ulteriore provocazione: “proprio noi credenti siamo chiamati a dare al mondo un contributo di lettura teologica del fenomeno della rete, far capire le vere potenzialità di questo ambiente (a cura di Fabio Colagrande).

Cliccare QUI per l’intervista AUDIO  (durata: 26 minuti ca.) e QUI per la pagina della Radio Vaticana relativa all’intervista. 

Luca De Biase su Cyberteologia

di Luca De Biase (nel suo blog al quale rinvio per la lettura integrale)

La specie umana evolve anche sviluppando forme di connessione e coordinamento mutanti. I corpi e i cervelli degli individui si incontrano attraverso mezzi di comunicazione, di trasmissione, di ricezione e riconoscimento sempre più sofisticati. La tecnologia digitale ha accelerato la mutazione delle forme di connessione delle persone. Forse, rispetto a un passato in cui la relazione tra le persone era condizionata da un maggiore coinvolgimento dei loro corpi, la tecnologia digitale abbatte alcune barriere alle connessioni dirette tra i cervelli, tra le immagini dei loro corpi, tra i loro contesti culturali.

I telefonini e i computer sempre connessi alla rete che le persone trovano ovunque si spostino sono parte di questa evoluzione. Non annullano ovviamente il corpo, ma lo estendono, abbattendo alcune barriere fisiche al contatto tra i cervelli. La dimensione culturale che si forma in questo modo non è per le persone soltanto uno strumento, ma anche un ambiente culturale che a sua volta attiva fenomeni evolutivi. Non per nulla ci si interroga su come la rete cambi il nostro modo di pensare (Edge). Emerge, quantomeno, una nuova dimensione antropologica. E Antonio Spadaro ne tira una conseguenza fondamentale, per un gesuita, e affascinante per qualunque essere umano consapevole dell’importanza della ricerca teologica. 

Per Spadaro, se internet influisce sul nostro modo di pensare, se la diffusione delle connessioni digitali modifica i termini dell’intellegenza collettiva, se ha un impatto fortissimo sulla cultura, allora interessa anche chi cerca Dio e si interroga su come gli esseri umani stiano cambiando in rapporto alla loro fede. Il contributo originale e pionieristico di Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, intellettuale chiamato a contribuire al lavoro di alcune delle più importanti istituzioni della ricerca cattolica e vero e proprio esploratore della dimensione digitale della vita quotidiana, è una paziente e informata riflessione sull’evoluzione del pensiero del cristianesimo al tempo della rete. Ne scrive sulla rivista che dirige, sul suo blog, sui social network e in un libro da non perdere: Cyberteologia.

Il libro parte dalla sua stessa esperienza di visionario a [continua la lettura facendo click qui].

Cyberteologia su “La Stampa”

di Gianluca Nicoletti

La rete è sicuramente qualcosa di più di una tecnologia per trasferire dati tra computer. Nella fase attuale del social network, ancora di più è palese quanto l’essere connessi oramai non possa più considerarsi come un’attività accessoria. Mentre i guru di Internet appassiscono uno dopo l’altro come divinità decadute di antichi culti dimenticati, qualcuno comincia a riflettere sul fatto che la ciò che accade in rete possa coincidere con una dimensione di effettiva esistenza dell’essere umano.

“La rete tende sempre più a diventare trasparente, invisibile, tende esponenzialmente a non essere più “altro” rispetto alla nostra vita quotidiana”. A dire questo è un prete gesuita che da anni vive la rete come profonda e stimolante occasione di osservare l’umanità che si muove in quella terra riflessa. Una regione poco esplorata che ancora molti suoi colleghi guardano, nella migliore delle ipotesi, con sospettosa reticenza.

La “Cyberteologia” è quella branca della metafisica che studia le tracce di assoluto nell’ umanità digitale, quella possibile aspirazione alla trascendenza che è possibile scorgere nelle immense possibilità di combinazioni di pensieri ed espressioni umane che, in ogni istante dell’ inconcreto universo di Internet, si incrociano, sfiorano, entrano in collisione, si fondono per poi disperdersi di nuovo.

A sollecitarci a una riflessione cyberteologica è Antonio Spadaro, direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”, docente alla “Pontificia Università Gregoriana e membro importante di varie Pontificie istituzioni. Spadaro ha appena pubblicato “Cyberteologia, pensare il Cristianesimo al tempo della rete” (ed. V&P Vita e Pensiero), summa di tutto il suo viaggiare da anni in Internet come competente e curioso “missionario”.

Spadaro è presente già da tempo in rete con Leggi tutto “Cyberteologia su “La Stampa””