Qual è la spiritualità di Ignazio di Loyola e dei gesuiti?

185403_2048044955708_1081956395_2253383_2281990_n

Trascrivo qui gli appunti per una conversazione offerta il 26 aprile 2013 presso l’Istituto Massimo di Roma ai membri delle Comunità di Vita Cristiana che si ispirano alla spiritualità di sant’Ignazio di Loyola, in occasione dei loro 450 anni di vita.

Che cos’è la spiritualità per l’uomo e la donna di oggi? 

La parola “spiritualità” sembra alludere a una dimensione «altra», sempre ulteriore, rispetto a quella che si vive ordinariamente. Sembra forse rinviare a un tempo tranquillo, festivo, privo di quegli impegni che distraggono lo spirito da ciò che più conta. In ambito cristiano poi a volte si pensa che la spiritualità sia un discorso riservato a persone ben formate e ferventi: una sorta di passo in più, di passo in avanti. Identifichiamo insomma spiritualità con “ritiro”… E questo non è del tutto corretto. Certo non è ignaziano. Gli stessi Esercizi sono una palestra dello spirito (come eiste la palestra per il corpo), non una esperienza

Che cos’è la spiritualità, dunque? La verità più fondamentale è che ogni essere umano, in quanto tale, vive sotto l’influsso della chiamata della grazia di Cristo e dalla Grazia è incalzato. Tutti gli esseri umani, proprio perché umani, hanno una vita spirituale con le sue dinamiche proprie. Tutti sono toccati dalla grazia di Dio. Semmai a volte questo tocco viene riconosciuto e a volte no.

La vita spirituale delle persone dunque non è morta perché non può morire. Semmai oggi sembra spesso fuoriuscire dal mondo della confessione religiosa. Le domande allora, non sapendo dove andare, hanno preso casa nell’esperienza della cultura.

Ma possiamo dire anche della politica (oggi piena di tensioni soteriologiche, escatologiche, palingenetiche, di una comunità civile pensata come una “comunione dei santi” anche grazie alla Rete…). Si pensa alla trasparenza come il luogo della verità. Il vero valore per eccellenza sembra essere non la probità, ma l’indignazione profetica che cerca autenticità. Sono tutte dinamiche di sapore religioso.

Paradossalmente è proprio chi ha fede che oggi è chiamato a svelare che la politica non è il luogo della rivelazione dall’alto ma della carità dal basso. E voi, Comunità di Vita Cristiana, sapete bene che i valori vanno non solo trasmessi ma condivisi. La comunità umana va costruita, dunque. Occorre comprendere come la politica che – e qui cito l’allora cardinal Bergoglio – è «lo spazio del compromesso e la missione per superare le contrapposizioni che ostacolano il bene comune».

Dobbiamo abitare gli spazi della socialità, anche i nuovi! Come hanno fatto i nostri padri con le “congregazioni”. La dimensione associativa oggi è importante. Viviamo al tempo dei networks sociali. La sfida consiste proprio nell’abitare una nuova socialità diffusa che stiamo sperimentando. I cristiani sono chiamati ad abitare queste nuove forme di socialità.

Sono chiamati ad abitare bene anche il bricolage che non è più nè il gruppo nè la massa. Non ho ricette, ma so che è importante. Anche perché ormai queste sono le strade per l’impegno. Non solo: il pensiero si forma lì. Assistiamo a forme di pensiero collettivo. Anche i social network sono diventati luoghi di pensiero.

Una tra le cose che più mi colpisce è l’interpretazione che La Civiltà Cattolica ha dato della sua cattolicità nel primo editoriale del 1850: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica». Penso sia uno spunto interessante per tutti noi. La convergenza sui valori e su ciò che conta non costruisce ghetti, ma lascia libere le persone di aggregarsi secondo le loro peculiarità.

Come affrontare, dunque, la questione della spiritualità nel mondo contemporaneo? Ha detto Papa Francesco: «L’esperienza spirituale dell’incontro con Dio non è controllabile».

La spiritualità delle comunità ignaziane ha un tesoro: una visione del mondo. E questa è quella che ha ricevuto dall’esperienza di sant’Ignazio: «Dio è già all’opera nella vita di tutti gli uomini e di tutte le donne». Lo Spirito di Dio agisce di continuo in noi e in tutta la realtà umana: è presente ed è attivo negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali.

La creatività dello Spirito sempre «muove e attira», scrive sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali (nn. 105 e 109). Si comporta ad modum laborantis.

Quindi nella vita di fede cristiana non si tratta mai per noi di scegliere o Dio o il mondo; piuttosto sempre Dio nel mondo, Dio che lavora per portarlo al compimento. Non c’è per l’uomo autentica ricerca di Dio che non passi attraverso un inserimento nel mondo creato. Questo ci dice la spiritualità ignaziana.

Compito dell’uomo spirituale cristiano, oggi più che mai, è di scoprire ciò che Dio opera nella vita delle persone, della società e della cultura, della società, dell’economia, della politica, e di discernere come Egli proseguirà la sua opera (Cfr Decreti della Congregazione Generale XXXIV della Compagnia di Gesù [Roma, 1996], decr. nn. 4 e 6.).

La spiritualità ignaziana è immersiva. La conteplazione ignaziana è viendo el lugar. Ignazio chiede di contemplare il mistero evangelico (la natività o la crocifissione, e così via…), entrando dentro la scena, rompendo la prospettiva brunelleschiana e facendomi immergere dentro la scena. Questa è la «devozione» ignaziana, dunque, una devozione immersiva.

Chi vive la spiritualità ignaziana ha imparato non a ragionare non per ipotesi astratte o ideologie ma con gli occhi aperti sulla realtà, guardando in faccia sia i rischi sia le opportunità. Voi siete gente concreta, capace di agire nel mondo.

Dunque il discernimento spirituale evangelico cerca di riconoscere la presenza dello Spirito nella realtà umana e culturale, il seme già piantato della sua presenza negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali. Tutti i contesti, anche quelli apparentemente più lontani.

Per Papa Francesco il messaggio del Vangelo è chiamato a varcare anche i confini di coloro che più coscientemente si sentono partecipi della vita della Chiesa: «riguarda tutti». Nel suo dialogo col rabbino Skorka aveva detto: «Perfino con un agnostico, perfino dal suo dubbio, possiamo guardare insieme verso l’alto e cercare la trascendenza».

Ancora conversando col rabbino Skorka, l’allora card. Bergoglio parlava del suo rapporto con gli atei. Si tratta di un passaggio di grande intensità: «Quando mi ritrovo con degli atei, condivido problematiche umane, ma non propongo subito il problema di Dio, a meno che non siano loro a chiedermelo. Se accade, spiego perché io credo. Ma sono talmente tante e interessanti le questioni umane da discutere e condividere, che possiamo arricchirci vicendevolmente»

Questa apertura incondizionata avverte la vita come magma, non come sasso solidificato. Il cristianesimo offre una visione dinamica della realtà: l’uomo è sempre in divenire, mai è compiuto, chiuso. La realtà è innervata di Spirito.

Un grande gesuita, François Varillon, ha scritto: «l’uomo non è qualcosa di “bell’e fatto”: il “bell’e fatto” è incompatibile con l’amore e con la libertà». E la storia è dunque un «cantiere» aperto, nel quale si gioca la grandezza della libertà umana. L’uomo è sempre in costruzione, incompiuto; meglio ancora: «pieno di promessa».

Dovrebbe essere proprio questo il tratto caratteristico dell’uomo spirituale ignaziano dei nostri giorni: la fiducia nella vita, considerare e vedere il mondo, cioè in attesa di un compimento, in corso d’opera, pieno di promessa, sbilanciato in senso escatologico.

Per Ignazio di Loyola questo è molto chiaro quando invita a non agire, cioè a non prendere decisioni e a non fare cambiamenti, quando si vivono momenti di desolazione, quando si è spinti a rinunciare, a essere diffidenti, a disperare o si è sfiduciati o depressi. L’uomo che agisce e opera dev’essere mosso dalla luce di un orizzonte aperto, non dal buio di un vicolo cieco.

Questo significa che egli è chiamato a rapportarsi alla realtà non in modo pregiudizialmente segnato dal sospetto o dal risentimento, ma dalla fiducia: questo è il punto di partenza per una vita vissuta pienamente e in maniera autentica e fruttuosa. È qusto è in controtendenza rispetto a un contesto in cui non la probità ma l’indignazione sembra la più grande virtù civica.

Si possono vivere dubbi, questo sì. Bergoglio ha parlato persino dei dubbi dei pastori. E ha detto cose a loro modo sconcertanti. La guida non deve essere troppo sicura di sé: «Le guide del popolo di Dio sono state uomini che hanno lasciato spazio al dubbio». E citava come esempio Mosè, che al cospetto di Dio non fa altro che «raccogliersi in se stesso con i suoi dubbi, con l’intima esperienza delle tenebre, del non sapere come agire». Anzi, quando qualcuno «ha tutte le risposte a tutte le domande, questa è la prova che Dio non è con lui».

Voglio concludere leggendovi una lettera di Pierre Teilhard de Chardin. Durante la prima guerra mondiale Teilhard, da poco ordinato sacerdote, viene arruolato e inviato al fronte come barelliere. Immerso nella tragedia, in una splendida lettera del 4 luglio 1915 alla cugina Marguerite Teilhard-Chambon, scrive:

«Prima di tutto abbi fiducia nella lenta opera di Dio. Noi siamo naturalmente impazienti di arrivare subito, in ogni nostra impresa, alla conclusione. Vorremmo bruciare le tappe. Siamo insofferenti di essere in cammino verso qualcosa di sconosciuto, di nuovo… Tuttavia non c’è progresso che si raggiunga senza passare per momenti di instabilità e di precarietà, che possono assommare a lungo periodo. Lo stesso vale per te, credo. Capisco che, a poco a poco, le tue idee maturano, tu lasciale crescere, lascia che prendano forma. […] Fa credito a Nostro Signore, pensa che la sua mano ti guida nell’oscurità e nel “divenire” e accetta per amor suo l’inquietudine di sentirti sospesa e come incompiuta».

Ecco la nostra visione del mondo: un mondo in cui Dio lavora con un’opera lenta. Noi percepiamo nella tensione dell’incompiutezza. Questo oggi ci fa devoti e che, speriamo, ci farà santi.

La spiritualità dei nuovi «barbari» (su La Civiltà Cattolica)

Antonio Spadaro S.I., LA SPIRITUALITÀ DEI NUOVI «BARBARI». Tecnologie della comunicazione e vita dello spirito – Il Magistero dei recenti Pontefici, oltre che del Concilio Vaticano II, ha di frequente connotato la tecnologia, specialmente se legata alla comunicazione, di riflessi spirituali. Questo riconoscimento ha spinto il Magistero a due atteggiamenti: la lode per le «meraviglie» che l’uomo è in grado di produrre e che sono intese come dono di Dio; e il senso di profonda responsabilità che l’uomo è chiamato ad avere nel loro uso. Oggi, nel momento in cui le tecnologie della comunicazione creano un vero e proprio spazio antropologico, come nel caso della Rete, le sfide si moltiplicano e toccano valori spirituali. Come vivere la «comunione» in un tempo in cui domina l’importanza della «connessione»? Come coltivare l’«interiorità» senza dimenticare che l’uomo oggi si sente davvero coinvolto se vive esperienze di «interattività»?

© La Civiltà Cattolica 2012 III 107-120     quaderno 3890

 

Antonio Spadaro S.I., THE SPIRITUALITY OF THE NEW «BARBARIANS». Communication technologies and spiritual life – The Magisterium of recent Popes, as well as the Second Vatican Council, have frequently defined technology, especially related to communication, as having a spiritual resonance. This recognition has led the Magisterium to adopt two positions: in praise for the «wonders» that man is able to produce, and which are intended as a gift from God; the second a sense of the profound responsibility that man is called on to demonstrate in his use of such «wonders». Today, when the technologies of communication create a real anthropological space, such as the Internet, the challenges multiply and touch on spiritual values. How to live «communion» in a time dominated by the importance of «connection»? How to cultivate «interiority» without forgetting that man now feels very involved if he experiences «interactivity»?

© La Civiltà Cattolica 2012 III 107-120     issue 3890

Il cyberspazio, quel mondo in cui spiritualità e tecnologia si incrociano

intervista realizzata da Vittoria Prisciandaro per il mensile Jesus, giugno 2012, 108-109.

Pioniere nel pensare la fede ai tempi della Rete, una laurea in Filosofia, dottore di ricerca in Teologia, una passione per la critica letteraria: padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore di La Civiltà Cattolica, sfugge alle etichette che imprigionano una formazione complessa e una curiosità che attraversa mondi diversi. Di recente ha pubblicato Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete. A lui abbiamo rivolto alcune domande.

Come questi mondi diversi l’hanno condotta alla Cyberteologia?

E’ la lettura critica della poesia ad avermi condotto a occuparmi di tecnologie e che solo la teologia è in grado di darmi la giusta curiosità e le giuste categorie per comprenderla. Mi sono reso conto “sulla mia pelle” che noi abitiamo il linguaggio e che la mia casa, sebbene suddivisa in stanze, è la mia casa. Del resto, la tecnologia esprime il desiderio dell’uomo di una pienezza che sempre lo supera sia a livello di presenza e relazione sia a livello di conoscenza: il cyberspazio sottolinea la nostra finitudine e richiama una pienezza. Cercarla significa in qualche modo, operare in un campo in cui la spiritualità e la tecnologia si incrociano”.

In uno dei capitoli del libro si chiede se ci sono liturgie e sacramenti in Internet. Che risposta si dà?

Il senso della partecipazione come «prendere parte» a una celebrazione non è riducibile alla sua componente psicologica o all’«eccitazione» nella quale a volte si trasforma il senso della partecipazione a un videogame. L’evento liturgico non è fruibile in maniera digitalizzata, virtualizzata. La liturgia, infatti, «lavora» sempre sul corpo, organizzando le sfere dell’emozione, della sensibilità, dell’azione in modo che tali sfere siano la presenza del sacro, del mistero di Cristo. La realtà dell’evento liturgico non è mai riducibile all’informazione che ne abbiamo. D’altra parte occorre fare i conti con il fatto che le «macchine di relazione» vanno trasformandosi da surrogati a estensioni della sensibilità. Oggi persino molti rapporti affettivi, anche quelli più ordinari, sono mediati da macchine. L’espansione dei nostri sensi biologici tramite le macchine tende ad assumere una «normalità» per cui, ad esempio, quando il cellulare non ha campo, si ha l’impressione che una forma importante di relazione non sia più possibile e si avverte un senso di isolamento. Se la realtà è irresolubile nell’informazione resta vero che l’informazione permette una qualche forma di partecipazione all’evento. Occorre approfondire questa partecipazione all’ambito liturgico, che certo è molto più interattiva e coinvolgente della pura fruizione televisiva”. 

Etica hacker e visione cristiana: ripartiamo dal dibattito che un suo articolo su Civiltà Cattolica aveva suscitato. E gli hacker di recente hanno sabotato i siti anche del Vaticano…

Non sono stati gli “hackers” ma semmai i “crackers”, i pirati informatici. Il termine hacker individua una figura molto più complessa e costruttiva che si è formata a partire dalla fine degli anni ’60 e negli anni ’70, legata alle evoluzioni dell’informatica. Hacker è chi si impegna nell’affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte nei propri ambiti d’interesse. Per lo più il termine si riferisce a esperti di informatica, ma di per sé può essere esteso a persone che vivono in maniera creativa molti altri aspetti della loro vita. Quella hacker è potremmo dire, una sorta di «filosofia» di vita, di atteggiamento esistenziale, giocoso e impegnato, che spinge alla creatività e alla condivisione, opponendosi ai modelli di controllo, competizione e proprietà privata. All’interno di questa visione l’etica hacker può acquistare persino risonanze profetiche per il mondo d’oggi votato alla logica del profitto, per ricordare che il «cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi», come dice Benedetto XVI”.

Autorità, gerarchia e network: come si concilia la visione gerarchica della Chiesa cattolica con una prospettiva sapienziale tratta dalla rete?

La Rete, di sua natura, è fondata sui link, cioè sui collegamenti reticolari, orizzontali e non gerarchici: potere e autorità defluiscono da un centro alla periferia. L’universale della cybercultura è anche sprovvisto di un centro oltre che di linee direttrici univoche. La Chiesa invece vive di un’altra logica, cioè di un messaggio donato, cioè ricevuto, che «buca» la dimensione orizzontale dall’alto e vive di testimonianza autorevole, di tradizione, di Magistero. E’ necessario comprendere la grammatica della Rete e l’articolazione dell’autorità in un contesto fondamentalmente orizzontale, condiviso, decentrato, che chiama ciascuno ad assumere le proprie responsabilità e il proprio compito nella conoscenza. Come è possibile? Determinante appare la categoria e la prassi della testimonianza. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. La Chiesa in Rete è chiamata non solo a una «emittenza» di contenuti, ma a una «testimonianza» in un contesto di relazioni ampie”.

L’uso di Twitter non rischia di restringere il pensiero, come qualche intellettuale ha scritto di recente?

Non bisogna confondere concisione e precisione con restrizione. E’ necessario valorizzare il tentativo di cogliere l’essenziale e di dirlo con parole precise. In tale prospettiva possiamo considerare, ad esempio, Leggi tutto “Il cyberspazio, quel mondo in cui spiritualità e tecnologia si incrociano”

Homo technologicus, homo spiritualis

Per statuto fondativo La Civiltà Cattolica ha come redattori esclusivamente gesuiti, e dunque sono gesuita. Uno dei cardini della spiritualità di Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti è la frase: «cercare e trovare Dio in tutte le cose». Questo ha reso spesso i gesuiti curosi, amanti delle «frontiere» e delle «trincee», ma anche… dei luoghi «sbagliati». Mi ha colpito un libro che ha per sottotitolo: Searcing God in all wrong places. Stiamo cercando Dio nel posto sbagliato. No, la tecnologia è un buon posto per cercare e trovare Dio. Perché? In che senso?

La tecnologia non è una forma di vivere l’illusione del dominio sulle forze della natura in vista di una vita felice. Sarebbe riduttivo considerarla solamente frutto di una volontà di potenza e dominio. La tecnologia, scrive Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, «è un fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo. Nella tecnica si esprime e si conferma la signoria dello spirito sulla materia»[1]. La tecnologia è, dunque, la forza di organizzazione della materia da parte dell’uomo come essere spirituale. Il cristiano, quindi, è chiamato a comprendere la natura profonda, la vocazione stessa della tecnologie digitali in relazione allo vita dello spirito. Ovviamente la tecnica è ambigua perché la libertà dell’uomo può essere spesa anche per il male, ma proprio questa possibilità mette in luce la sua natura legata al mondo delle possibilità dello spirito.

Un momento cruciale della comprensione spirituale delle nuove tecnologie fu la promulgazione del Decreto del Concilio Vaticano II Inter mirifica, il 4 dicembre 1963. che esordisce: «Tra le meravigliose invenzioni tecniche (Inter mirifica technicae artis inventa) che, soprattutto ai nostri giorni, l’ingegno umano, con l’aiuto di Dio, ha tratto dal creato, la Madre Chiesa accoglie e segue con speciale cura quelle che più direttamente riguardano lo spirito dell’uomo e che hanno aperto nuove vie per comunicare, con massima facilità, notizie, idee e insegnamenti d’ogni genere».

Nel 1964 Paolo VI, rivolgendosi al Centro di Automazione dell’Aloisianum di Gallarate, aveva usato parole di una bellezza sconcertante, a mio avviso. Il Centro stava elaborando l’analisi elettronica alla Summa Theologiae di San Tommaso e anche al testo biblico. Vi cito queste parole: «La scienza e la tecnica, una volta ancora affratellate, ci hanno offerto un prodigio, e, nello stesso tempo, ci fanno intravedere nuovi misteri. Ma ciò che a Noi basta, per cogliere l’intimo significato di quest’udienza, è notare come cotesto modernissimo servizio si mette a disposizione della cultura; come il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale; e quanto più questo si esprime nel linguaggio suo proprio, ch’è il pensiero, quello sembra godere d’essere alle sue dipendenze. Non avete voi cominciato ad applicare codesti procedimenti al testo della Bibbia latina? Che cosa avviene? È forse il testo sacrosanto che viene abbassato ai giochi mirabili, ma meccanici dell’automazione come un insignificante testo qualsiasi? o non è cotesto sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali, che è nobilitato ed innalzato ad un servizio, che tocca il sacro? E’ lo spirito che è fatto prigioniero della materia, o non è forse la materia, già domata e obbligata a eseguire leggi dello spirito, che offre allo spirito stesso un sublime ossequio? È a questo punto che il Nostro orecchio cristiano può udire i gemiti, di cui parla S. Paolo (Rom. 8, 22), della creatura naturale aspirante ad un grado superiore di spiritualità?».

Paolo VI dice che il «cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale». Aggiunge che l’uomo compie uno «sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali». E prosegue affermando che, grazie alla tecnologia, la materia offre «allo spirito stesso un sublime ossequio». Il Papa sente salire dall’homo tecnologicus il gemito di aspirazione ad un grado superiore di spiritualità. L’uomo tecnologico è lo stesso uomo spirituale. La tecnologia diventa uno dei modi ordinari che l’uomo ha a disposizione per esprimere la sua naturale spiritualità. Se usate saggiamente, dunque, le nuove tecnologie «possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso» (Benedetto XVI). Il credente è chiamato a un compito impegnativo: a non relegare la ricerca scientifica applicata a «moda» (che riduce gli strumenti a gadget) o a «volontà di potenza» (che riduce gli strumenti a «armi»). Qual è questo compito? Dare una risposta alla chiamata di Dio a dare forma e a trasformare la creazione. Giovanni Paolo II aveva auspicato in questo senso una «“divinizzazione” dell’ingegnosità umana». Questa è l’unica premessa valida per una vivere e annunciare la fede al tempo dei media digitali: riconoscere il loro valore, la loro «capacità» spirituale. Essi hanno al loro interno la risposta a una «vocazione». Lo sviluppo tecnologico, se ben inteso, riesce ad esprimere una forma di anelito alla «trascendenza» rispetto alla condizione umana così come è vissuta attualmente[2]. Il «cyberspazio», per la rapidità delle sue connessioni, rappresenta davvero bene il desiderio dell’uomo di una pienezza che sempre lo supera sia a livello di presenza sia di relazione sia di conoscenza. Cercare questa pienezza significa dunque, in qualche modo, operare in un campo «in cui la spiritualità e la tecnologia si incrociano»[3]Leggi tutto “Homo technologicus, homo spiritualis”