Il cyberspazio, quel mondo in cui spiritualità e tecnologia si incrociano

intervista realizzata da Vittoria Prisciandaro per il mensile Jesus, giugno 2012, 108-109.

Pioniere nel pensare la fede ai tempi della Rete, una laurea in Filosofia, dottore di ricerca in Teologia, una passione per la critica letteraria: padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore di La Civiltà Cattolica, sfugge alle etichette che imprigionano una formazione complessa e una curiosità che attraversa mondi diversi. Di recente ha pubblicato Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete. A lui abbiamo rivolto alcune domande.

Come questi mondi diversi l’hanno condotta alla Cyberteologia?

E’ la lettura critica della poesia ad avermi condotto a occuparmi di tecnologie e che solo la teologia è in grado di darmi la giusta curiosità e le giuste categorie per comprenderla. Mi sono reso conto “sulla mia pelle” che noi abitiamo il linguaggio e che la mia casa, sebbene suddivisa in stanze, è la mia casa. Del resto, la tecnologia esprime il desiderio dell’uomo di una pienezza che sempre lo supera sia a livello di presenza e relazione sia a livello di conoscenza: il cyberspazio sottolinea la nostra finitudine e richiama una pienezza. Cercarla significa in qualche modo, operare in un campo in cui la spiritualità e la tecnologia si incrociano”.

In uno dei capitoli del libro si chiede se ci sono liturgie e sacramenti in Internet. Che risposta si dà?

Il senso della partecipazione come «prendere parte» a una celebrazione non è riducibile alla sua componente psicologica o all’«eccitazione» nella quale a volte si trasforma il senso della partecipazione a un videogame. L’evento liturgico non è fruibile in maniera digitalizzata, virtualizzata. La liturgia, infatti, «lavora» sempre sul corpo, organizzando le sfere dell’emozione, della sensibilità, dell’azione in modo che tali sfere siano la presenza del sacro, del mistero di Cristo. La realtà dell’evento liturgico non è mai riducibile all’informazione che ne abbiamo. D’altra parte occorre fare i conti con il fatto che le «macchine di relazione» vanno trasformandosi da surrogati a estensioni della sensibilità. Oggi persino molti rapporti affettivi, anche quelli più ordinari, sono mediati da macchine. L’espansione dei nostri sensi biologici tramite le macchine tende ad assumere una «normalità» per cui, ad esempio, quando il cellulare non ha campo, si ha l’impressione che una forma importante di relazione non sia più possibile e si avverte un senso di isolamento. Se la realtà è irresolubile nell’informazione resta vero che l’informazione permette una qualche forma di partecipazione all’evento. Occorre approfondire questa partecipazione all’ambito liturgico, che certo è molto più interattiva e coinvolgente della pura fruizione televisiva”. 

Etica hacker e visione cristiana: ripartiamo dal dibattito che un suo articolo su Civiltà Cattolica aveva suscitato. E gli hacker di recente hanno sabotato i siti anche del Vaticano…

Non sono stati gli “hackers” ma semmai i “crackers”, i pirati informatici. Il termine hacker individua una figura molto più complessa e costruttiva che si è formata a partire dalla fine degli anni ’60 e negli anni ’70, legata alle evoluzioni dell’informatica. Hacker è chi si impegna nell’affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte nei propri ambiti d’interesse. Per lo più il termine si riferisce a esperti di informatica, ma di per sé può essere esteso a persone che vivono in maniera creativa molti altri aspetti della loro vita. Quella hacker è potremmo dire, una sorta di «filosofia» di vita, di atteggiamento esistenziale, giocoso e impegnato, che spinge alla creatività e alla condivisione, opponendosi ai modelli di controllo, competizione e proprietà privata. All’interno di questa visione l’etica hacker può acquistare persino risonanze profetiche per il mondo d’oggi votato alla logica del profitto, per ricordare che il «cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi», come dice Benedetto XVI”.

Autorità, gerarchia e network: come si concilia la visione gerarchica della Chiesa cattolica con una prospettiva sapienziale tratta dalla rete?

La Rete, di sua natura, è fondata sui link, cioè sui collegamenti reticolari, orizzontali e non gerarchici: potere e autorità defluiscono da un centro alla periferia. L’universale della cybercultura è anche sprovvisto di un centro oltre che di linee direttrici univoche. La Chiesa invece vive di un’altra logica, cioè di un messaggio donato, cioè ricevuto, che «buca» la dimensione orizzontale dall’alto e vive di testimonianza autorevole, di tradizione, di Magistero. E’ necessario comprendere la grammatica della Rete e l’articolazione dell’autorità in un contesto fondamentalmente orizzontale, condiviso, decentrato, che chiama ciascuno ad assumere le proprie responsabilità e il proprio compito nella conoscenza. Come è possibile? Determinante appare la categoria e la prassi della testimonianza. Oggi l’uomo della Rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. La Chiesa in Rete è chiamata non solo a una «emittenza» di contenuti, ma a una «testimonianza» in un contesto di relazioni ampie”.

L’uso di Twitter non rischia di restringere il pensiero, come qualche intellettuale ha scritto di recente?

Non bisogna confondere concisione e precisione con restrizione. E’ necessario valorizzare il tentativo di cogliere l’essenziale e di dirlo con parole precise. In tale prospettiva possiamo considerare, ad esempio, le antifone ai Salmi come condensati essenziali di contenuti profondi che a volte neanche ampi trattati riescono a esaurire. E così anche le litanie e le giaculatorie, la «Parola di vita» ideata da Chiara Lubich, e tutte le iniziative simili che attingono un versetto evangelico per concentrare l’attenzione su tutto il Vangelo, ma a partire da un punto preciso. La tradizione spirituale cristiana indica una strada affinché la comunicazione via Twitter non si esaurisca in una sorta di impoverimento della complessità umana. Questa strada consiste nel coniugare sapienza e precisione per cui l’espressione sintetica non va a detrimento della profondità e della lentezza dell’assimilazione, ma anzi fornisce l’aggancio per una meditazione più affilata e densa”.