La riforma e le riforme nella Chiesa: gli atti del Seminario di Civiltà Cattolica

047730 specialisti – ecclesiologi, storici, ecumenisti, canonisti ed esperti di pastorale – ai massimi livelli, provenienti da tredici diversi paesi, riprendono la questione della necessità di riforme nella Chiesa (Ecclesia semper reformanda), considerando in particolare il rinnovamento richiesto dal concilio Vaticano II. Sviscerano e sviluppano il tema, avendo lo scopo di offrire, con umiltà e audacia, un contributo di ispirazione ai processi che la Chiesa sta vivendo in questo tempo sotto la guida di Francesco.

Descrizione
A cinquant’anni dalla chiusura del Vaticano II, la ricezione del concilio può dirsi semplicemente conclusa? Fra quanto già allora fu prospettato e l’implementazione che ne è seguita, non vi sono temi o istanze da riesaminare? Non è questione soltanto di rinnovare con lucidità e coraggio strutture e istituzioni, ma anche di convertirsi sempre di nuovo a una mentalità evangelica, missionaria, aperta, «in uscita».

img_1945Nei diversi contributi offerti in questo libro da un gruppo internazionale di teologi, sotto l’egida de La Civiltà Cattolica col suo direttore,il gesuita p. Antonio Spadaro, e con la guida dell’argentino Carlos María Galli, vengono affrontati argomenti ricchi e complessi. Dopo una sezione sulla visione che papa Francesco ha della riforma della Chiesa e una riflessione sulle fonti permanenti del rinnovamento ecclesiale, si susseguono interventi puntuali sulle lezioni che vengono dalla storia, sulla comunione sinodale come chiave – a tutti i livelli – della vita e del rinnovamento del popolo di Dio, sulla questione dell’unità dei cristiani, per concludere con uno sguardo articolato verso una realtà di Chiesa più povera, più fraterna e più inculturata.

Gli autori – ecclesiologi, storici, ecumenisti, canonisti, pastoralisti –, lungi dal limitarsi a una discussione accademica, intellettualmente accattivante ma poco praticabile, esprimono volta per volta indicazioni su come approfondire e articolare le riforme della Chiesa, nei loro aspetti vitali e strutturali, suggerendo criteri di azione e ipotesi concrete per la prassi (a breve, medio e lungo termine).
Un libro di grande rilievo sotto il profilo teologico, gravido di conseguenze pastorali e istituzionali. Un umile ma audace contributo di ispirazione ai processi che la Chiesa sta vivendo sotto la guida di papa Francesco.

Questi i nomi del gruppo internazionale di autori e autrici che hanno contribuito al volume:6f5ccd01-7a36-4349-b603-e75af2fc5875
Alphonse Borras (Belgio); Piero Coda (Italia); Mario de França Miranda, sj (Brasile); Peter de Mey (Belgio); Severino Dianich (Italia) Massimo Faggioli (Stati Uniti); Joseph Famerée, sci (Belgio) Diego Javier Fares, sj (Argentina); Víctor Manuel Fernández (Argentina) José Mario C. Francisco, sj (Filippine); Carlos María Galli (Argentina) William Henn, ofm cap (Stati Uniti); Hervé Legrand, op (Francia) Angelo Maffeis (Italia); Mary Melone, sfa (Italia); Serena Noceti (Italia) John W. O’Malley, sj (Stati Uniti); Giancarlo Pani, sj (Italia); Salvador Pié-Ninot (Spagna); Hermann J. Pottmeyer (Germania); Andrea Riccardi (Italia); Gilles Routhier (Canada); Léonard Santedi Kinkupu (Rep. Dem. del Congo); Jorge A. Scampini, op (Argentina); Juan Carlos Sca nnone, sj (Argentina); Silvia Scatena (Italia); Carlos Schickendantz (Cile); Antonio Spadaro, sj (Italia); Dario Vitali (Italia); Myriam Wijlens (Olanda)

Le sfide pastorali sulla famiglia da affrontare con coraggio

famiglia

1. Il vangelo della famiglia e le sfide di oggi. La forza e la carica di umanità della famiglia sono incalcolabili. Il primo compito dei pastori deve essere innanzitutto quello di valorizzare ciò che è attrattivo nella vita familiare. Proprio per questo mai la famiglia può essere issata come una bandiera ideologica di alcun tipo. È una esperienza fragile e complessa – e per questo ricca – che mette in gioco non le idee ma le persone. Le sfide che oggi essa affronta hanno una radice comune: l’uomo e la donna stanno interpretando se stessi in maniera diversa dal passato. L’antropologia a cui la Chiesa ha tradizionalmente fatto riferimento e il suo linguaggio non sono più compresi come una volta. Come porsi in maniera corretta, cioè evangelica, davanti a queste sfide?

2. Un criterio di discernimento. Sant’Ignazio negli Esercizi Spirituali scrive che Dio vede il mondo come un campo di battaglia con morti e feriti (cfr nn. 106.108). Questa visione muove Dio all’Incarnazione. Quando il Papa parla della Chiesa come «ospedale da campo dopo una battaglia» chiarisce il ruolo della Chiesa alla luce dello sguardo di Dio sul mondo: vede tanta gente ferita che chiede da noi vicinanza. L’ospedale da campo non è solo una bella immagine poetica, ma genera un vero e proprio modello ecclesiologico da sviluppare (anche nella linea del progresso e dell’approfondimento del dogma indicato da san Vincenzo di Lerino). Ed è l’opposto dell’immagine di una fortezza assediata. Da questa immagine deriva una comprensione della missione della Chiesa e anche dei sacramenti di salvezza. E qual è il campo di battaglia oggi? Una ferita mortale dell’umanità di oggi consiste nel fatto che le persone fanno sempre più fatica ad uscire da se stesse e a stringere patti di fedeltà con un’altra persona, persino se amata. La Chiesa vede davanti a sé questa umanità, individualista e spesso incapace di essere generativa. La sua prima preoccupazione deve essere quella di non chiudere le porte, di aprire, di uscire per andare incontro a quest’uomo e a questa donna che fanno fatica ad amare (Cfr EG 139-141), e per questo si scoprono spesso impauriti e feriti dalla vita.

3. La Chiesa fiaccola. Confrontandoci, dunque, sulle sfide e sui drammi delle coppie, in realtà ci esprimiamo anche più in generale sul compito della Chiesa nel mondo d’oggi. La Chiesa è lumen, luce, perché sul suo volto si riflette la luce di Cristo, che è Lumen gentium (LG, 1). Essa può essere intesa come «faro». La caratteristica di un faro è quella di essere fermo su un «solidissimo fondamento» e di dare luce. Ma c’è un altro modello di Chiesa, quella che potremmo definire la Chiesa «fiaccola». Qual è la differenza tra faro e fiaccola? Il faro sta fermo, è visibile ma non si muove. La fiaccola, invece, cammina lì dove sono gli uomini, illumina quella porzione di umanità nella quale si trova (cfr GS, 1). E se l’umanità andasse verso il baratro? Anche in questo caso la fiaccola è chiamata ad accompagnare gli uomini nel loro camino. In tal modo potrebbe strappare gli uomini dal baratro, perché potrebbe farglielo vedere! In ogni caso «La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino» (LF, 57). Non basta invece che la Chiesa emetta luce dall’alto. Viviamo il privilegio di vivere in tempi di grandi contraddizioni, che sollecita molto la nostra libertà, la nostra maturità e la nostra adesione al Vangelo. Dunque, se l’umanità si allontanasse troppo, anche la sua luce evangelica sulla coppia umana, per quanto potente, diverrebbe talmente flebile da scomparire per molti, e diventare privilegio di pochi eletti che stanno nel recinto di un porto sicuro. Oggi tra il buio e la penombra c’è bisogno della luce agile di fiaccole che illuminano i nostri tortuosi cammini. Dunque oggi più che mai la Chiesa è chiamata ad accompagnare i processi culturali e sociali che riguardano la famiglia, per quanto ambigui, difficili e poliedrici possano essere (Cfr IL 31.125). Nessuna periferia deve essere priva della luce di Cristo: è necessario accompagnare e illuminare le nuove periferie esistenziali della famiglia e della vita di coppia. Newman parlava di una «luce gentile»,, kindly light… Questa è la luce della consolazione: «Consolate, consolate il mio popolo…», ci ricorda Isaia (40,1).

4. Missione e sfide difficili da comprendere. In maniera molto significativa e realistica il Santo Padre, parlando ai Superiori Generali degli Ordini religiosi maschili, ha fatto l’esempio di una figlia adottata da due donne: «Ricordo il caso di una bambina molto triste che alla fine confidò alla maestra il motivo del suo stato d’animo: “La fidanzata di mia madre non mi vuol bene”». Ha quindi commentato: «Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Come annunciare Cristo a questi ragazzi e ragazze? Come annunciare Cristo a una generazione che cambia?» (Cfr Civ Catt 2014 I 3-17). La questione omosessuale si presenta qui come una importante sfida educativa (Cfr IL 120). Dobbiamo essere sempre consapevoli che l’atteggiamento che teniamo verso le situazioni che definiamo «disordinate» e «irregolari» di coppia determinerà l’avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli (Cfr IL 138). La stessa questione omosessuale, inoltre, ci interpella a una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva evangelica. La Chiesa forse non ha affrontato fino ad oggi la questione con il dovuto ascolto e discernimento, considerandola solamente un residuale elemento di disordine.

5. La consolazione e la dimensione sanante del sacramento. «Serve una Chiesa capace ancora di ridare cittadinanza a tanti dei suoi figli che camminano come in un esodo» (Francesco, Incontro con l’Episcopato brasiliano, 27/7/ 2013). La cittadinanza cristiana è frutto della misericordia. Se la Chiesa è davvero madre, tratta i suoi figli non solamente secondo il suo «cuore», ma anche secondo le sue uterine «viscere di misericordia» (Lc 1,78): non sottomette il suo abbraccio a regole, ma semmai a processi di gestazione, allevamento e formazione, anche di carattere penitenziale (Cfr EG, 47) Allora la domanda radicale che alcune coppie in situazioni problematiche pongono è se possano esistere, per la misericordia viscerale di Dio, situazioni radicalmente irrecuperabili, così che la Chiesa non possa far altro che escludere definitivamente la loro possibilità di accedere al sacramento della riconciliazione. Come possiamo comportarci, ad esempio, davanti a una donna che, dopo un matrimonio fallito e dopo anni di una vita ricostruita con seconde nozze e figli, si pente di gravi peccati passati (un aborto, ad esempio, praticato prima del divorzio) e vogliono riconciliarsi sacramentalmente con Dio? No, non possono esistere situazioni irrecuperabili perché, come di recente ha affermato il Papa, «Questo è il mistero della Chiesa: quando la Chiesa chiede al Signore di consolare il suo popolo» (Discorso ai Vespri, Tirana, 21/9/2014) In questo senso è necessario anche riscoprire i sacramenti nella loro forza di aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. «Come il cibo del corpo serve a restaurare le forze perdute, l’Eucaristia fortifica la carità» (CCC 1394). E allora come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi vive situazioni familiari complesse? Ricordiamo che «La crescita della vita cristiana richiede di essere alimentata dalla Comunione eucaristica, pane del nostro pellegrinaggio» (CCC 1392). L’eucarestia è il pane del cammino di noi peccatori, «un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (EG, 47).

6. Il pensiero incompleto del «discernimento pastorale». Il discernimento pastorale, vissuto con prudenza, saggezza e audacia, appare la strada giusta per pensare in termini di misericordia. Occorre riscoprire così il patrimonio dottrinale della tradizione in modo da prendere sul serio la odierna condizione umana. Questo discernimento pastorale è il risultato di quello che il Santo Padre ha definito «pensiero incompleto» e aperto (Civ Catt 2013 III 449-477), che sempre, in continuazione, guarda il cammino all’orizzonte, avendo come stella polare Cristo. Il pensiero è «incompleto» non perché debole o approssimativo, ma semmai perché «approssimato», cioè perché ha sempre presente il prossimo, la persona, la salvezza di ciascuno.  Il discernimento pastorale in tutti i casi punta sempre alla maggiore crescita possibile della persona. Del resto è proprio questa la maggior gloria di Dio (cfr Ireneo di Lione, Contro le eresie, 4,20,5-7).

(Sigle: IL Instrumentum Laboris, EG Evangelii Gaudium, LF Lumen Fidei, GS Gaudium et Spes, LG Lumen Gentium, CCC Catechismo della Chiesa Cattolica, Civ Catt La Civiltà Cattolica)

P. Antonio Spadaro S.I., direttore de La Civiltà Cattolica

Teilhard de Chardin al Sinodo dei Vescovi

Presento qui l’intervento di mons. Ägidius Johann Zsifkovics, Vescovo di Eisenstadt (Austria), al Sinodo per la Nuova Evangelizzazione.

Gli interventi sono di 3 minuti e dunque richiedono estrema concisione.

Qui la traduzione italiana e sotto l’originale tedesco.

La Costituzione pastorale “Gaudium et spes” esprime la dinamica del pensiero di uno dei grandi credenti del ventesimo secolo: il Padre Pierre Teilhard de Chardin. Desidero ricordare espressamente la sua opera a questo sinodo. Che ci piaccia o meno, i fenomeni globali da lui intuiti oltre sessant’anni fa oggi ci attorniano. Viviamo tutti in un mondo in cui è diventata precaria l’esistenza non solo della singola persona, ma anche dell’intera umanità. Teilhard vedeva la vita e l’universo come un movimento creativo operato da Dio, movimento non ancora giunto alla sua meta. Sono convinto che questa visione della Chiesa e del mondo possa indicare un’uscita dalla crisi e, sulla divisione esistente tra fede e vita, avrà un’effetto altrettanto benefico quanto sui problemi di comprensione tra ragione cristiana e ricerca tecnologica.

Solo una visione cosmica profonda, comprensiva, della Persona di Gesù, nel momento in cui riesce a trascinare con sé l’anima dell’uomo moderno, non rimarrà individualistica, ma costituirà una comunità in cui questo nuovo modo di vedere venga davvero vissuto, a partire dalla famiglia e dalla chiesa domestica, fino alle comunità e alle Chiese locali. E solo quando la si vive, questa visione può costituire uno stile di vita nuovo, considerato naturale e normale, e produrre in tal modo una nuova cultura cristiana in Viagra grado di permeare e di modificare tutto l’ordine temporale.

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“Stiamo imparando a superare il modello del pulpito”. Lintervento di mons. Celli al Sinodo

Presento qui l’intervento di mons. Claudio Maria Celli al Sinodo per la Nuova Evangelizzazione. Gli interventi sono di 3 minuti e dunque richiedono estrema concisione.

La nuova evangelizzazione ci chiede di essere attenti alla “novità” del contesto culturale nel quale siamo chiamati ad annunciare la Buona Novella di Gesù Cristo, ma anche alla “novità” dei metodi che dovremmo utilizzare. I Nuovi Media sono rilevanti per entrambi i compiti, poiché stanno cambiando radicalmente la cultura nella quale viviamo e allo stesso tempo offrono nuovi percorsi per condividere il messaggio del Vangelo.

Stiamo vivendo un momento di profondi cambiamenti nella comunicazione. Sono perfettamente evidenti a livello tecnico, ma quelli nella cultura della comunicazione sono ancora più significativi. Le nuove tecnologie non hanno semplicemente cambiato il nostro modo di comunicare, ma hanno trasformato la comunicazione stessa. Le nuove tecnologie e i nuovi media stanno creando una nuova infrastruttura culturale che sta già influendo sul paesaggio e l’ambiente della comunicazione. Questa nuova cultura sta cambiando la vita delle persone e i loro modi di comunicare. Non possiamo semplicemente fare quello che abbiamo sempre fatto, pur con le nuove tecnologie. Ora, più che mai, abbiamo bisogno di quella “audacia e saggezza” di cui Papa Paolo VI parlava nell’Evangelii Nuntiandi.

Dobbiamo riconoscere che oggi l’arena digitale è una realtà nella vita di molte persone, in modo più evidente nel mondo occidentale, ma in crescita anche tra i giovani nel mondo in via di sviluppo. Non dobbiamo considerarlo uno spazio “virtuale”, in qualche modo meno importante del mondo “reale”. Se la Chiesa non è presente in questo spazio, se la Buona Novella non è proclamata anche “digitalmente”, corriamo il rischio di abbandonare molte persone, per le quali questo è il mondo in cui “vivono”: questo è il forum dove essi acquisiscono notizie e informazioni, sviluppano ed esprimono la loro opinione, si impegnano in un dibattito, dialogano e cercano risposte alle loro domande. La Chiesa è già una presenza nello spazio digitale, ma la prossima sfida è quella di cambiare il nostro stile comunicativo per rendere tale presenza efficace.

Dobbiamo occuparci soprattutto della questione del linguaggio. Parlando di linguaggio, desidero fare riferimento ai nostri modi di comunicare e al nostro vocabolario. È luogo comune osservare che lo stile del discorso nel forum digitale, soprattutto nel cosiddetto Web 2.0, è spontaneo, interattivo e partecipativo. Come Chiesa, siamo più abituati a predicare, insegnare e rilasciare dichiarazioni. Sono attività importanti, ma le più efficaci forme di discorso digitale sono quelle che coinvolgono direttamente le persone, che cercano di rispondere alle loro domande specifiche e che sono aperte al dialogo. Nella Chiesa, siamo abituati a usare i testi scritti come modo normale di comunicazione. Non sono convinto che questa forma possa parlare ai più giovani, abituati a un linguaggio differente, un linguaggio radicato nella convergenza di parola scritta, suono e immagini. Abbiamo bisogno di riscoprire la capacità dell’arte, della musica, della direct online payday loans letteratura per esprimere i misteri della nostra fede e riuscire a toccare le menti e i cuori. Abbiamo bisogno di imparare a mostrare il modo in cui celebriamo la nostra fede, il modo in cui cerchiamo di servire, il modo in cui le nostre vite sono piene di grazia e benedizione. Siamo chiamati a comunicare con la nostra testimonianza, condividendo nelle nostre relazioni personali la speranza che abita in noi. Il bisogno di essere meno dipendenti dal testo è più urgente per le difficoltà che emergono a livello di vocabolario. Gran parte del nostro linguaggio religioso ed ecclesiale risulta difficile anche per i credenti. Molte nostre icone e simboli devono essere spiegati ai contemporanei, soprattutto alle giovani generazioni che non hanno ricevuto un’educazione religiosa né in famiglia né a scuola. Non possiamo più a lungo presumere che la maggior parte delle persone, anche in paesi tradizionalmente cristiani, abbia familiarità con le nostre convinzioni fondamentali. Non possiamo ridurre o diluire i contenuti della nostra fede, ma siamo chiamati a trovare nuovi modi per esprimerla nella sua pienezza.

Un’altra caratteristica dei nuovi media può essere una sfida particolare per l’impegno comunicativo della Chiesa; i nuovi media, infatti, sono un mondo aperto, libero e “peer-to-peer” (paritario), non riconoscono o privilegiano automaticamente i contributi di autorità e istituzioni stabilite. In tale ambito, l’autorevolezza non è un diritto, ma deve essere guadagnata. Questo significa che la gerarchia ecclesiastica, come anche quella politica e sociale, deve trovare nuove forme per elaborare la propria comunicazione, affinché il suo contributo a questo forum riceva un’attenzione adeguata. Stiamo imparando a superare il modello del pulpito e dell’assemblea che ascolta per il rispetto della nostra posizione. Siamo obbligati a esprimere noi stessi in modo da coinvolgere e convincere gli altri che a loro volta condividono le nostre idee con i loro amici, “followers” e partners di dialogo. In tale contesto, il ruolo del laicato diventa sempre più centrale. Abbiamo bisogno di valorizzare le “voci” dei molti cattolici presenti nei blogs, nei social networks e in altri forum digitali, affinché possano evangelizzare, condividere le intuizioni del Vangelo, presentare l’insegnamento della Chiesa e rispondere alle domande degli altri. Abbiamo bisogno di riflettere su come fornire loro la migliore preparazione e informazione, perché siano protagonisti credibili e convincenti, testimoni della Buona Novella del Vangelo.

Penso alla Chiesa che è chiamata ad instaurare un dialogo rispettoso con tutti – tenendo presenti le nostre società sempre più multiculturali e multi religiose – a dare ragione a tutti della speranza che porta nel cuore. Una Chiesa che accompagna l’uomo e la donna di oggi nei non facili sentieri della vita, che sa Leggi tutto ““Stiamo imparando a superare il modello del pulpito”. Lintervento di mons. Celli al Sinodo”

I crocevia che levangelizzazione non pu

Presento qui l’intervento del card. Gianfranco Ravasi al Sinodo per la Nuova Evangelizzazione. Gli interventi sono di 3 minuti e dunque richiedono estrema concisione.

Nella cultura contemporanea sono molti i crocevia che l’evangelizzazione non può evitare.

C’è innanzitutto quello del linguaggio. Senza abbandonare la complessità del discorso religioso, è necessario saper adottare anche i nuovi canoni della comunicazione telematica e digitale con la loro incisività ed essenzialità e col loro ricorso al racconto televisivo per immagini.

C’è, poi, l’orizzonte della secolarizzazione. Essa non riesce, però, a eliminare la domanda religiosa e la forza dell’etica naturale. In questo ambito sta operando con successo il “Cortile dei Gentili” sollecitato da Benedetto XVI con la sua evocazione del Dio sconosciuto ma forse cercato da molti non credenti.

C’è un terzo ambito di evangelizzazione che è stato per secoli decisivo, ed è quello dell’arte che esige oggi di essere ritessuto secondo la nuova grammatica e stilistica delle espressioni artistiche contemporanee senza perdere il legame con la sacralità del culto cristiano.

C’è poi il crocevia delle culture giovanili con le loro esperienze socializzanti spesso rischiose ma anche dotate di una loro fecondità: si pensi solo agli eventi e alla pratica sportiva o al costante ricorso alla musica.

C’è, infine, il mondo della scienza e della tecnica, ormai trasversale a ogni etnia e cultura, al quale vorrei dedicare una considerazione specifica. In esso la fede non deve temere di inoltrarsi, avendo lo stesso sguardo di Cristo che contemplava vegetali e levitra compared to cialis animali e ricorreva persino alle previsioni meteorologiche (Mt 16,2-3; Lc 11,54-55) per annunciare il Regno, sulla scia dell’Antico Testamento che nel creato intuiva una voce trascendente, come suggerisce il Salmo 19. Oggi il nostro sguardo può fissarsi con stupore anche sulla trama dell’evoluzione globale, dal fondo cosmico primordiale fino all’elica del DNA, dal bosone di Higgs fino al multiverso.

All’incompatibilità tra scienza e fede e alla prevaricazione dell’una sull’altra e viceversa, come è accaduto in passato e come talora accade, è necessario sostituire il reciproco riconoscimento della dignità dei rispettivi statuti epistemologici: la scienza si dedica alla “scena”, cioè al fenomeno, mentre la teologia e la filosofia si rivolgono al “fondamento”. Distinzione, quindi, ma non separatezza ed esclusione reciproca, essendo unico e comune l’oggetto, ossia l’essere e l’esistere. È, quindi, comprensibile che spesso scattino sconfinamenti e tensioni, soprattutto in campo bioetico.

Indispensabile è, perciò, il dialogo senza arroganza e senza la confusione dei livelli e degli approcci specifici. Come già indicava Giovanni Paolo II nel 1988, “ciò che è assolutamente importante è che ciascuna disciplina continui ad arricchire, nutrire e provocare l’altra ad essere più pienamente ciò che deve essere e contribuire alla nostra visione di ciò che siamo e dove stiamo andando”. Lo confermava anche quel grande scienziato che fu Max Planck, il padre della teoria quantistica: “Scienza e religione non sono in contrasto, ma hanno bisogno una dell’altra per completarsi nella mente di un uomo che pensa seriamente”.

(tratto dal bollettino Synodus Episcoporum)