Il tweet del padre

Riproduco qui l’editoriale di Chiara Giaccardi apparso su Avvenire il 28 dicembre 2012 dal titolo Il tweet del padre:

Accertato che il primo tweet di Benedetto XVI con @Pontifex è stata la notizia più letta del mese, non si spengono tuttavia le polemiche sull’opportunità di questa scelta del Papa, sia da parte di chi la usa come pretesto per l’irrisione, sia da parte chi è sinceramente preoccupato dei danni all’immagine del Santo Padre e continua a ritenere lo «sbarco» su Twitter un «passo falso».

Molte parole utili per aiutare la comprensione di questo gesto sono già state espresse da voci autorevoli della Chiesa, e a quelle rimando per quanto riguarda il cuore della questione, in sintesi relativa a due aspetti: il Papa sceglie di stare dove stanno le persone, e questa vicinanza è più importante dell’incomprensione (per lo più in malafede o frutto di nescienza ) sul suo significato. E, comunque, vale il rischio.

Vorrei invece cogliere l’occasione di questo clima surriscaldato per vedere come esso getti una nuova luce su un altro aspetto, collegato in modo solo apparentemente marginale: il ruolo del padre nella cultura contemporanea. In un’epoca in cui si moltiplicano le comprensibili riflessioni su ‘quel che resta del padre’, sull’evaporazione di questa figura tradizionalmente così centrale per l’ordine sociale e sulle sue conseguenze disgreganti, la presenza del Papa su Twitter, che metaforicamente accetta di offrire la guancia agli sputi, ci apre la possibilità di uno sguardo nuovo sui nostri ruoli quotidiani.

Forse, la nostra immagine di paternità è rimasta troppo legata, anche inconsapevolmente, a un modello veterotestamentario del padre come figura della legge, depositario dell’autorità, titolato alla sanzione. Questo modello si è decisamente liquefatto – in questo le letture contemporanee sono corrette – e non si perde occasione per rimarcarlo nei più diversi contesti. Anche le frasi irriverenti al Papa sono il frutto di questo rifiuto dell’autorità, e dell’ennesima forma di celebrazione rituale della ‘morte del padre’ come autorità e legge, per scongiurare il rischio di un suo ritorno. Ma non è questa la paternità che il Papa intende esercitare. Chiunque abbia dei levitra and alcohol figli sa che, in molti momenti, la sensazione che domina il genitore è quella di impotenza: non possiamo obbligare i figli ad agire in un modo o in un altro, non possiamo vivere al loro posto, non possiamo evitare loro il dolore e le sconfitte. Ed è giusto così: desiderare il contrario sarebbe privarli dell’esercizio della libertà responsabile. E dire «sono tuo padre, dunque si fa così» oggi non serve a molto.

Quello che si può (e si deve fare) è la vicinanza adulta, animata dalla pazienza, dall’accettazione del rischio e dalla speranza: come nella parabola del figliol prodigo e del padre misericordioso, che quando lo lascia andare non sa se il figlio tornerà. Una pazienza che sopporta anche lo scherno, e una presenza che, alla lunga, ne dimostra l’inutilità e l’inapropriatezza. Al grido «vogliamo essere liberi» che i figli esprimono a volte in forma sprezzante, il padre risponde semplicemente e saldamente «ci sono, sono qui, sono con te». Testimoniando con la sua vita ciò che per lui ha valore. Il Papa ci mostra il modello di un padre evangelico e buono, che alla fine rende superfluo, neutralizzandolo, lo scherno. E nello stesso tempo mostra, con l’umiltà di esporsi in un ambiente poco friendly, cioè non necessariamente amico, facendo prevalere il dono della presenza alla protezione di sé, l’infondatezza stessa di tante delle accuse pretestuose. Solo passando dalla povertà dell’umiltà il padre oggi può testimoniare la propria autorevolezza. E, in questo, il maestro è Gesù, che non esitò a umiliare se stesso fino alla morte, disinnescando così qualunque pretesa ‘rivoluzionaria’ della violenza. Impariamo, allora, come si può stare sui social network da un ‘immigrato’, Papa Benedetto, che forse balbetta la lingua della tecnologia, ma certo sa cantare quella dell’amore e, così facendo, riesce a illuminare il senso più profondo dello stesso ambiente digitale.

 Ma, sopratutto, impariamo come essere genitori in un mondo di ‘nativi’ inquieti e spesso sofferenti, che solo la lingua dell’amore possono capire. Perché, come ha scritto Paul Claudel, «Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza».

 

Realtà: duale, digitale o aumentata? L’ontologia di un mondo ibrido

Ripropongo qui un mio articolo apparso su Avvenire del 9 settembre 2012 col titolo “Dobbiamo indagare l’ontologia del nuovo mondo ibrido” all’interno di un dibattito dal titolo “Realtà. Duale, digitale o aumentata?”. Con Chiara Giaccardi – autrice di un’altra riflessione sulla stessa pagina del quotidiano dal titolo “Online/offline? Per i nostri figli non c’è differenza” – abbiamo discusso sul tema a partire da un post del sito di Nathan Jurgenson dal titolo Digital Dualism versus Augmented Reality.

L’irruzione dei social network nelle nostre vite impone nuove domande sul rapporto tra l’esistenza sul web e quelal in carne e ossa: si escludono, si ostacolano, si completano? Ma in fondo non è che la versione aggiornata dell’antica esigenza di coniugare spirito e materia.

Le nuove tecnologie digitali e i social network non sono più interpretabili come semplici strumenti tecnologici, ma creano un ambiente che determina uno stile di pensiero, contribuendo a definire un modo nuovo di stringere le relazioni, addirittura un modo di abitare il mondo e di organizzarlo. Non si tratta di un ambiente separato, ma sempre più integrato, connesso con quello della vita quotidiana. Non un luogo specifico all’interno del quale entrare in alcuni momenti per vivere online, e da cui uscire per rientrare nella vita offline. Una delle sfide maggiori oggi è quella di non vedere nella Rete una realtà parallela, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita. Invece di farci uscire dal nostro mondo per solcare il mondo virtuale, la tecnologia ha fatto entrare il mondo digitale dentro il nostro mondo ordinario. I media digitali non sono porte di uscita dalla realtà, ma estensioni capaci di arricchire la nostra capacità di vivere le relazioni e scambiare informazioni. La Rete sembra essere un vero e proprio tessuto connettivo attraverso il quale esprimiamo la nostra identità e la nostra stessa presenza sociale. La sfida, dunque, non deve essere quella di come usare bene la Rete, come spesso si crede, ma come vivere bene al tempo della Rete. Finché si manterrà il dualismo on/off si moltiplicheranno le alienazioni.

 

Finché si dirà che bisogna uscire dalla relazioni in Rete per vivere relazioni reali si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente puramente ludico in cui si mette in gioco un secondo sé, un’identità doppia che vive di banalità effimere, come in una bolla priva di realismo fisico, di contatto reale con il mondo e con gli altri. La sfida non è solamente etica ma anche profondamente spirituale. Il vero nucleo problematico della questione che stiamo affrontando è dato dal fatto che l’esistenza virtuale appare configurarsi con uno statuto ontologico incerto: prescinde dalla presenza fisica, ma offre una forma, a volte anche vivida, di presenza sociale. Essa, certo, Leggi tutto “Realtà: duale, digitale o aumentata? L’ontologia di un mondo ibrido”

La Cyberteologia? E’ la teologia dell’essere umano iperconnesso

Riporto di seguito il testo di un articolo di Chiara Giaccardi, ordinario di Sociologia e Antropologia dei media presso la Università Cattolica del S. Cuore di Milano, dedicato al mio volume Cyberteologia. Pensare il Cristianesimo al tempo della rete (Milano, Vita e Pensiero, 2012).

L’articolo è apparso sulla rivista Aggiornamenti Sociali, 63 (2012) 549-551.

Il titolo del libro di Antonio Spadaro è insieme estrememente sfidante e potenzialmente fuorviante.

Sfidante perché unisce in una sola parola qualcosa di potentemente nuovo (il mondo digitale) con qualcosa di antico e radicato nella tradizione (la teologia), identificando una direzione entusiasmante per affrontare il presente e il futuro.

Ma Cyberteologia è anche un titolo che potrebbe condurre fuori strada, e far pensare a qualche branca iperspecializzata della teologia, un territorio di nicchia per pochi tecnofili con il pallino della religione, o religiosi appassionati di tecnologia.

Ma, ovviamente, non è così. Al contrario: Cyberteologia è un libro per tutti, perché parla del mondo in cui tutti viviamo, e del modo in cui l’appartenenza a questo mondo, del quale i media sono parte integrante, orienta il nostro approccio alla fede, e insieme apre nuove possibilità di comprenderne la profondità inesauribile. In altri termini, riguarda il modo in cui noi, uomini e donne ormai “digitali” (nativi o immigrati ha poca importanza), accediamo alla fede, a partire da quale insieme di esperienze; e come a loro volta queste esperienze possono aiutarci a penetrare più a fondo, con una nuova “intelligenza”, l’oggetto stesso della nostra fede.

Questa premessa richiede di essere un po’ sviluppata, perché tocca alcune questioni importanti e non ancora pienamente metabolizzare dal senso comune. Innanzitutto, relativamente alla teologia e ai media.

La teologia, scriveva Guardini, “può dire cos’è in generale il ‘mondo’ secondo la fede, il pericolo che nasconde, e la lotta contro questo pericolo; ma dei contenuti concreti dell’esperienza del mondo, di per sé non conosce nulla (…). I relativi problemi, valori e criteri devono giungerle dall’esperienza del mondo” (R. Guardini, Religione rivelazione, Milano, Vita e Pensiero 2001 [1990], p. 11).

La rete è appunto il “contenuto concreto dell’esperienza del mondo” che la teologia deve esplorare oggi, con curiosità e senza pregiudizi. Un contenuto tutt’altro che settoriale. E un contenuto che ha un potenziale retroattivo di illuminazione sulla stessa teologia.

Non è settoriale perché, come precisa p. Spadaro, la cyberteologia non è semplicemente “contestuale”, nel senso di relativa a un ambito specifico, un contesto circoscritto in cui fede e tecnologia si intersecano. È piuttosto, si potrebbe dire, “antropologica” e “ambientale”.

Intanto, perché non riguarda pochi iniziati, ma tutti noi: i media digitali sono ormai estensioni incorporate, protesi sempre attive, “porte aperte che raramente vengono chiuse” (p. 9), che estendono nello spazio e nel tempo la nostra possibilità di comunicare e ricevere comunicazione, e ci tengono perennemente connessi alla rete. In un certo senso, siamo tutti cyborg: i confini tra noi e i nostri dispositivi tendono a sfumare, dal momento che non ce ne separiamo mai e li lasciamo sempre attivi. In questo senso, la Cyberteologia è la teologia dell’essere umano iperconnesso.

Ma, oltre che nostre estensioni, Leggi tutto “La Cyberteologia? E’ la teologia dell’essere umano iperconnesso”