Ecco il video che Papa Francesco ha girato con un iPhone. Il mio commento

PapaFrancesco ha registrato un video con un iPhone invitando i cristiani all’unità. Ecco il video e sotto un mio primo commento:

1. Papa Francesco sposa in pieno la logica relazionale della comunicazione. Il video è girato da un vescovo non cattolico amico del Papa da anni. La registrazione avviene perché essa sia condivisa con altri dentro una assemblea di preghiera. In questo senso il Papa recepisce il fatto che comunicare non significa semplicemente trasmettere ma condividere in un contesto di relazioni. E’ dunque sempre una testimonianza. Il video ha un forte taglio testimoniale.

2. Papa Francesco non ha alcun problema a mostrare la sua difficoltà a parlare l’inglese. E’ sempre se stesso. Dice alcune parole e poi passa all’italiano (non allo spagnolo), ma dicendo che in realtà parla la lingua del cuore che ha una grammatica semplice. Il Papa così appare autentico, semplice, senza filtri, senza bisogno di set o di luci aggiustate. E’ se stesso, naturale, a suo agio. Risolto.

3. Il Papa invia un messaggio alto ma lo fa in maniera semplice e facendo appello a due sentimenti: la nostalgia e la gioia. Il suo messaggio è quello dell’impegno ecumenico. Si riconosce fratello tra fratelli. Dice di provare gioia e nostalgia. Gioia perché parla a fratelli che pregano, e questo fa capire come il Signore è all’opera sempre e dovunque. Ma anche con nostalgia, nostalgia dell’abbraccio tra i cristiani. Perché i cristiani sono divisi. Gli manca quell’abbraccio. Le divisioni tra i cristiani ci sono, e sono colpa dei nostri peccati, dice. Solo il Signore è giusto. Sente il bisogno di invitare a quel pianto che riconcilia. Dunque il suo messaggio si modula a due livelli: l’impegno ecumenico a superare le divisioni, e i sentimenti di nostalgia e gioia. Quello di gioia è il primo perché dice l’unità, l’abbraccio ora possibile e necessario.

4. Il Papa comunica questo messaggio alto e impegnativo usando un mezzo pop come l’iPhone e con un messaggio che va innanzitutto a persone riunite, e poi va anche su una piattaforma pop come YouTube. Non solo: in questo messaggio semplice e diretto cita Alessandro Manzoni. Non c’è più distinzione tra alto e basso, tra cultura che si trasmette in forme alte e cultura pop che si trasmette in forme popolari.

5. Il Papa si rivolge a cristiani pentecostali, che rappresentano una grande sollecitazione per le Chiese, specialmente le più giovani. In questo senso il Papa abbraccia questa realtà, chiede di pregare. Accetta la sollecitazione e la pone su un piano di fede e di comunione fraterna. La risposta del vescovo protestante nel suo discorso di presentazione di questo video è eloquente. A proposito dei protestanti afferma: “The protest is over!” (La protesta è finita).

Questo video è talmente naturale e semplice da rivelare una grande sfida per la missione della Chiesa nel nostro tempo.

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6 punti centrali del MESSAGGIO di #PapaFrancesco per la 48a Giornata Mondiale delle COMUNICAZIONI

selfieEcco alcune mie prime note sul Messaggio di Papa Francesco per la 48a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Una riflessione più ampia, anche alla luce di altri discorsi del Papa sulla Comunicazione, verrà pubblicata sul prossimo numero de La Civiltà Cattolica.   *Più in basso si trova il testo completo del Messaggio*

Il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali ha per titolo “Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro”. Il testo afferma alcuni punti centrali del modo proprio di Papa Francesco di vivere e comprendere la capacità dell’uomo di comunicare in maniera autentica. Collocandosi in continuità con i messaggi di Benedetto XVI scritti per la medesima occasione, esprime anche una profonda maturazione della consapevolezza della Chiesa sulle questioni che riguardano la comunicazione al tempo delle reti digitali.

Elenco qui 6 punti centrali di questo messaggio…

1. Internet esprime la «profezia» di un mondo nuovo

Papa Francesco avvia il suo discorso con una sorta di contemplazione del mondo in cui viviamo. Il mondo sta diventando sempre più piccolo, e noi siamo sempre più vicini gli uni agli altri. I miei amici sui social network, al di là del fatto che vivano in Brasile o in Italia, in India o in Australia, sono sempre alla distanza di un click. Tutti siamo più connessi e interdipendenti. E tuttavia questa comunicazione globale non è sufficiente per superare le divisioni. Anzi: il mondo, oggi unito dalle reti, vive il paradosso di essere diviso. Ecco: per il Papa la cultura della comunicazione non può convivere con quella dello scarto; queste due culture rimangono antitetiche. Le reti, che ci uniscono e ci collegano, devono spingerci alla visione di un mondo differente da quello pieno di divisioni, che abbiano davanti. Si tratta di una sorta di appello a che la gift culture, la cultura del dono sia il centro verso cui gli scambi convergono, in una rete nella quale la condivisione delle risorse risulta sempre  più facile e spontanea (open source, creative commons…). La rete, dunque, può contribuire a plasmare una mentalità di condivisione aperta, In un certo senso, dunque, internet esprime la «profezia» di un mondo nuovo, perché può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà. Proprio qui entra in gioco la «prossimità»: i media possono aiutarci ad avvertire il senso di solidarietà e il desiderio di lottare per i diritti umani, risvegliandone la nostra consapevolezza, contro la logica dello «scarto».

 2. Internet: una rete di persone, non di fili

La rete non è un mero assemblaggio di materiali e strumenti elettrici ed elettronici: «la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili, ma di persone», scrive il Papa. La rete internet insomma non è affatto come la rete idrica, o di quella del gas. Invece è vero che la nostra vita è già una rete, anche senza i computer, i tablet e gli smartphones. Però queste tecnologie della comunicazione possono potenziare e aiutare a vivere la nostra esperienza di vita come rete; se dunque non fossero in grado di spingerci ad una maggiore accoglienza reciproca, o far maturare la nostra personale umanità e la nostra reciproca comprensione, non risponderebbero alla loro vocazione. Perché, se la comunicazione non ci rende più «prossimi» gli uni altri altri, se non ci fa vivere la vicinanza, allora non risponde alla sua vocazione umana e cristiana.
Papa Francesco scrive chiaramente: «internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio». Il Papa sembra leggere nella rete il segno di un dono e di una vocazione dell’umanità ad essere unita, connessa. Rivive, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, «la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (Evangelii Gaudium, 87).

3. Chi è il mio «prossimo» nell’ambiente digitale? Le «reti di prossimità»

Dato che la rete è una rete di persone, tutte le domande su internet e, in generale, sulla comunicazione sono riconducibili all’unica domanda evangelica: «chi è il mio prossimo?» (Lc 10,29). Occorre comprendere bene come il significato stesso di «prossimo» si evolva proprio a causa della rete che abbatte le barriere dello spazio e del tempo. Come si manifesta l’essere prossimo nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Papa Francesco, parlando ai comunicatori nel 2002, aveva scelto la parabola del buon samaritano, come immagine di riferimento del comunicatore. Il concetto di comunicazione di cui egli parla fa perno non sul messaggio né, tanto meno, sulle tecniche, ma sulle persone che comunicano. Comunicare, dunque, significa condividere un messaggio all’interno di reti di prossimità; significa coinvolgersi, testimoniare ciò che si comunica, facendosi carico di chi ci sta accanto. Significa toccare l’altra persona, essendo consapevoli del contatto. Significa, in definitiva, prendere consapevolezza del sostanziale significato dell’essere uomini e figli di Dio.
È vero, d’altra parte, che oggi la comunicazione tende alla manipolazione e al consumismo, aggredisce come i banditi che ridussero in fin di vita l’uomo soccorso dal buon samaritano. È la sensazione che spesso proviamo, quando siamo bersagliati da raffiche di immagini seducenti o sconsolanti. Il buon samaritano oggi passa non solamente per le strade di città e villaggi, ma anche per le «“strade” digitali».
La rete, dunque, può essere anche intesa come una peculiare «periferia esistenziale», affollata di una umanità che cerca una salvezza o una speranza.

4. Una Chiesa «accidentata», ma dalle porte aperte anche in rete

Dunque, se ci chiedessimo perché, in definitiva, la Chiesa e i cristiani devono essere presenti nell’ambiente digitale, la risposta sarebbe semplice: perché la Chiesa è chiamata ad essere dove sono gli uomini. E oggi gli uomini vivono anche nell’ambiente digitale. La comunità ecclesiale non può dunque sottrarsi a questa nuova chiamata, proprio per la sua vocazione missionaria fondamentale: «Lo ripeto spesso: tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima. E le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra queste strade ci sono anche quelle digitali».
Se il Papa parla spesso di una Chiesa dalle porte aperte, nel suo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni, afferma chiaramente che aprire le porte delle chiese, significa anche aprirle nell’ambiente digitale.

 5. Per una comunicazione non «di massa» ma «popolare»

Il Papa, proponendo l’immagine del buon samaritano, in realtà, propone una immagine della comunicazione che taglia fuori l’onnipresenza mediatrice del mercato. La comunicazione non è marketing persuasivo, né tantomeno espressione del mercato, ma istanza fondamentale dell’essere umano, che riconosce se stesso nel momento in cui si avvicina agli altri. Essa, per il Papa, tende a coincidere con la prossimità. Per questo, nel suo ambito, occorre «saper discernere e riuscire a smascherare la presenza di interessi politici ed economici». Come detto in precedenza, uno degli obiettivi della comunicazione mediatica, è al contrario quello di dar voce a chi non ce l’ha, di «rendere visibili volti altrimenti invisibili». Da qui discende una radicale distinzione tra la comunicazione e la cultura di massa e la comunicazione e la cultura popolare che andrebbe maggiormente approfondita. Da qui discende una radicale distinzione tra la comunicazione e la cultura di massa e la comunicazione e la cultura popolare che andrebbe maggiormente approfondita.

6. Dialogo e rapporto tra Ecclesia e Agorà

Il Papa conclude il suo messaggio con un appello: siamo davanti non a problemi dell’informazione ma a una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova. «Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale», scrive Francesco. Il termine non è nuovo, ma sappiamo bene che il termine «cittadino» ha per lui un significato rilevante. Aveva scritto tempo fa che esserlo significa «convocato ad associarsi in vista del ben comune», al fine di un progetto comune. Le nuove tecnologie digitali hanno dato origine ad un vero e proprio nuovo spazio sociale, i cui legami sono in grado di influire nella società e sulla cultura.  Il Papa pone dunque il tema del rapporto tra ecclesia e agorà che va rimodulato di continuo a vari livelli. Quello della comunicazione digitale è un livello oggi molto sensibile. L’obiettivo resta il bene comune.
Il Papa ha molto a cuore il dialogo quotidiano con tutti coloro che ci stanno accanto, il dialogo della condivisione pratica. L’atteggiamento necessario da questo tipo di dialogo è per il Papa «l’essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte». Tutto ciò che è «idea» personale, opinione, adesione partitica oppure tradizione, linguaggio, modo di fare non può essere considerato un assoluto, scrive Papa Francesco. Aveva già detto Benedetto XVI (discorso alla Curia, 21/12/12) che per dialogare occorre «imparare ad accettare l’altro nel suo essere e pensare in modo diverso». Questa è la premessa per un dialogo autentico.
Gli sforzi di comprensione diventano dunque un processo in cui, mediante l’ascolto dell’altro, ambedue le parti possono trovare purificazione e arricchimento. Anche quando le scelte di fondo non devono essere cambiate  – la fede, ad esempio – questi sforzi hanno «il significato di passi comuni verso l’unica verità» (ivi). E’ dunque necessario, scrive Papa Francesco, «sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze».

Ecco il testo completo del Messaggio:

48ª GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI
Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro

Messaggio del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle,

oggi viviamo in un mondo che sta diventando sempre più “piccolo” e dove, quindi, sembrerebbe essere facile farsi prossimi gli uni agli altri. Gli sviluppi dei trasporti e delle tecnologie di comunicazione ci stanno avvicinando, connettendoci sempre di più, e la globalizzazione ci fa interdipendenti. Tuttavia all’interno dell’umanità permangono divisioni, a volte molto marcate. A livello globale vediamo la scandalosa distanza tra il lusso dei più ricchi e la miseria dei più poveri. Spesso basta andare in giro per le strade di una città per vedere il contrasto tra la gente che vive sui marciapiedi e le luci sfavillanti dei negozi. Ci siamo talmente abituati a tutto ciò che non ci colpisce più. Il mondo Leggi tutto “6 punti centrali del MESSAGGIO di #PapaFrancesco per la 48a Giornata Mondiale delle COMUNICAZIONI”

L’esperienza secondo Papa Francesco

01Riporto qui una intervista dal titolo “L’esperienza secondo Francesco: intervista a padre Antonio Spadaro” che ho dato a Davide Perillo per il mensile Tracce N.11, Dicembre 2013.

«La riflessione per noi deve sempre partire dall’esperienza». La frase è lì, a pagina 118. L’avevamo già letta, nella famosa intervista a Civiltà Cattolica. Ma ora che quel testo torna in circolazione sotto forma di libro (La mia porta è sempre aperta, Rizzoli, 162 pagine, 12 euro), con un apparato che ne approfondisce contesto e background, riprenderla assieme a padre Antonio Spadaro, 47 anni, direttore della rivista della Compagnia di Gesù, esperto di web e di letteratura e «secondo gesuita più famoso al mondo», come lo hanno ribattezzato dopo lo scoop di quel dialogo svolto in tre tappe e pubblicato in contemporanea in tutto il mondo, diventa l’occasione per approfondire questo tema. Fondamentale, per seguire il Papa. E per leggere anche la Evangelii Gaudium, per rendersi conto del perché «non si può perseverare in un’evangelizzazione piena di fervore se non si resta convinti, in virtù della propria esperienza, che non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo» (266).

Perché è così decisiva l’esperienza nel Papa? E in cosa consiste per lui?
Papa Francesco non è una persona che ama mettere in primo piano il concetto. Non parte da idee chiare e distinte per poi applicarle: parte sempre dal contatto con chi ha davanti, persone o gruppi. Da un lato è una categoria radicata nella sua spiritualità, nella formazione gesuitica: per la pedagogia di sant’Ignazio, il punto di partenza e di lavoro è sempre il contesto e l’esperienza. Lo ha detto chiaramente nella Evangelii Gaudium, ma lo aveva ribadito anche in passato: la realtà «è», mentre l’idea è frutto di una elaborazione che può sempre rischiare di cadere nel sofisma distaccandosi dal reale, fino a rischiare persino il totalitarismo, se l’idea vuole imporsi sulla realtà. Per il Papa la realtà è sempre superiore all’idea. È uno dei suoi quattro principi fondamentali di lettura della realtà. Dunque se una riflessione può essere fatta, è solo alla luce dell’esperienza. E soltanto dopo questa riflessione viene la valutazione per rilanciare l’azione. Dall’altro, per il Papa conta molto la sua esperienza pastorale. Sono i volti concreti delle persone incontrate che lo hanno, in un certo senso, convertito all’esperienza. Durante il suo lavoro a Buenos Aires, per esempio, ha maturato tantissimo l’importanza di questo contatto diretto con la gente. Non è una categoria intellettuale: è la stessa esperienza che lo muove a partire dall’esperienza. Senza contare un altro aspetto.

Quale?
L’appartenenza. L’esperienza, per il Papa, non è solo quella individuale, ma anche quella di un popolo: la Chiesa. Sentire di appartenere a un popolo per lui ha un valore incomparabile. In fondo Dio si rivela a un popolo, non a un individuo. E quindi l’esperienza della fede si contestualizza sempre dentro a un’appartenenza. Il soggettivismo è fuori questione.

Però anche quando il Papa parla della fede come di qualcosa che nasce da un incontro, dallo «stupore di incontrare qualcuno che ti sta aspettando», c’è un richiamo potente a questo aspetto: è un avvenimento, un fatto oggettivo che può essere conosciuto solo attraverso l’esperienza… 
Certamente. Ma il concetto di oggettivo non è mai da intendere come assoluto, sciolto. A guidare la riflessione e poi l’azione è la consapevolezza che Cristo si è incarnato. Il Papa ha detto con chiarezza nell’intervista che mi ha concesso per Civiltà Cattolica che non si fa discernimento sulle idee, ma sulle storie. Non c’è una oggettività inerte, c’è sempre un’oggettività che diventa volto, storia, esperienza. L’oggettività è Cristo. La novità è il Vangelo. Questo è il punto. Tutto il resto viene dopo. Non perché sia poco importante, ma perché c’è una priorità assoluta: l’annuncio. E questo Vangelo è chiamato ad essere annunciato a tutti, in qualunque situazione uno si trovi a vivere.

Ma questo non implica anche il fatto che l’uomo, in qualsiasi situazione e al di là delle differenze di culture e tradizioni, ha dentro un criterio che gli permette di giudicare ericonoscere questa oggettività? C’è un avvenimento che si pone nella storia – l’annuncio di Cristo -, ma c’è anche il cuore dell’uomo che è in grado di percepire questa unicità, perché Lo attende. E il Papa punta anche su questo, mi pare…
Sì. C’è qualcosa di interno all’uomo, un’apertura, che il Papa identifica con una ferita. E questa apertura implica il desiderio fondamentale di Dio. Questa cifra della ferita è da intendere come appello profondo, iscritto nel nostro cuore dell’uomo. E la Chiesa si rivolge sostanzialmente a un’umanità che avverte, sente, sperimenta questa ferita.

Lui stesso parte da questa ferita. Quando dice «sono anzitutto un peccatore», vuol dire che per definire se stesso pesca dall’esperienza più radicale che un uomo possa fare: il limite. Ed è un dato su cui sappiamo benissimo che non possiamo barare, l’esperienza è spietata su questo…
Assolutamente. In fondo l’esperienza di fede e di adesione a Cristo è data proprio dal riconoscimento di essere peccatore. Una persona che non sente questa ferita, che la nega, diventa pressoché impermeabile al Vangelo.

Colpisce molto come questa dinamica tra il cuore e la realtà per il Papa diventi un fattore di conoscenza continua. In un certo senso, lui parla quasi soltanto di cose che ha scoperto vivendo. Quello che dice è spesso legato ad episodi che ha visto accadere: la fede di sua nonna, il giorno della sua vocazione, le suore che lo hanno curato… Fino al fatto di aprire una catechesi parlando di Noemi, la bambina malata incontrata poco prima. Perché?
Appunto, perché fa sempre riferimento all’esperienza accaduta, che ha dei volti precisi. Sono questi che lo aiutano a riflettere e pensare. Quello che dice è sempre frutto di qualcosa che è scritto sulla sua pelle: nel suo vissuto, nella sua storia. Anche i santi sono per lui «volti» precisi. Non crede a quelle che lui chiama un po’ ironicamente «energie armonizzate»: crede ai volti. Questa è una categoria ermeneutica per comprendere tutto quello che dice. Se si interpreta il suo magistero con la categoria dell’idea, di affermazioni astratte, si finisce fuori strada.

Ma cosa permette questa disponibilità di cuore per cui si impara di continuo? È il Papa, avrebbe tutti i titoli per pensare di «saperne già abbastanza», soprattutto sulla fede…
L’umiltà. Che per lui non è una virtù ascetica, ma è anzitutto una via per avvicinarsi bene agli altri e alla realtà. È una disponibilità all’esperienza, appunto, che in Francesco è molto radicata. Da cosa nasce? Di preciso non lo so. Ma certamente, da quello che capisco, c’entra anche il fatto di aver sperimentato il contrario. È interessante, per esempio, che lui chieda perdono di continuo non per i peccati della Chiesa, ma per i suoi. Quando racconta di essere stato nominato provinciale da giovane, a 36 anni, e si dice pentito di essere stato brusco, quasi aggressivo nei confronti della realtà e degli altri, anche per inesperienza, in sostanza dice di aver sperimentato sulla sua pelle gli effetti di una chiusura all’esperienza. Anche questo, nel tempo, lo ha reso docile. Poi c’è una seconda questione che diventa metodo: il discernimento. Che, non dimentichiamolo, è un cardine della spiritualità gesuitica.

Lui dice esplicitamente che «si può fare discernimento solo nella narrazione, non nell’esplicazione filosofica». Partendo dall’esperienza, appunto, e non dalle idee. Ma che cosa è esattamente discernere?
Lo vediamo nel modo in cui sta conducendo la Chiesa. Molti ritengono che il Papa abbia una sorta di progetto, di idee chiare e distinte da mettere in pratica. Non credo sia una visione corretta. Il Papa è radicato profondamente nel terreno dell’esperienza concreta. Non vive in una bolla, ha la percezione chiara di cosa ci sia intorno a lui. Ma quando si muove, rilegge di continuo quello che fa nella sua preghiera personale e nel dialogo con gli altri. Quindi, avanza. In un processo che, appunto, possiamo definire di discernimento spirituale: cercando e trovando man mano la volontà di Dio. La visione più corretta del suo agire è quella del «camminando s’apre il cammino». Capisce meglio dove andare nel momento in cui si mette in cammino. Non è l’applicazione pratica di presupporti teorici: è una visione dinamica.

Che presuppone un altro aspetto: anche la Chiesa, essendo una realtà viva, in qualche modo prende coscienza di sé vivendo e riflettendo sulla sua storia. Il Papa nel dialogo con lei citava san Vincenzo di Lérins: «Anche il dogma (…) progredisce, consolidandosi negli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età». E nell’Esortazione dice che «la Chiesa, che è discepola missionaria, ha bisogno di crescere nella sua interpretazione della Parola rivelata e nella sua comprensione della verità». Possiamo dire che per Francesco l’esperienza è un metodo di conoscenza decisivo per la Chiesa stessa, oltre che per il singolo fedele? 
È l’esperienza del popolo cristiano che viene a parola. Pensi anche a questa idea del questionario inviato alle diocesi come introduzione al Sinodo sulla famiglia. Ne hanno parlato come di un “sondaggio di opinione”, ma in realtà risponde a questa logica: è un raccogliere la vita del popolo di Dio, l’esperienza vissuta. Che è più utile rispetto al partire da documenti e presupposti teorici. Il popolo di Dio è invitato a interrogarsi e anche a tematizzare l’esperienza che fa alla luce del Vangelo. Poi questo non è sufficiente, chiaro: è propedeutico a una riflessione ulteriore. Ma anche qui, in fondo è il metodo degli esercizi spirituali di Ignazio. Il discernimento è la base fondamentale del giudizio. È sentire e gustare le cose interiormente. Non è un progetto di tipo esclusivamente razionale, in senso astratto: è dall’interno stesso che si fa esperienza di come andare avanti. Ed emerge una direzione da prendere che non è frutto solo della nostra capacità di decidere, ma dello Spirito.

Il Papa insiste molto sulla tentazione di «addomesticare le frontiere» e ritrovarsi con una «fede da laboratorio»: qualcosa di astratto, statico, che non offre più strumenti per giudicare la realtà e porta ad un «autismo dell’intelletto». Da dove nasce questo rischio per lui?
Papa Francesco è alieno dalle ideologie. Totalmente. Anzi, uno dei rischi peggiori che intravvede è proprio l’ideologizzazione del Vangelo. Che accade soprattutto quando lo si legge attraverso altre categorie. Il Vangelo, per lui, si legge col Vangelo; è un’esperienza assolutamente originale, unica. Non può essere ridotta con l’uso di metodologie estranee. Da qui la sua idiosincrasia per le politicizzazioni, le tentazioni egemoniche e via dicendo. Non dobbiamo stare in frontiera per assimilare a noi le frontiere, ma per vivere lì, per fare esperienza della frontiera stessa. La logica del vivere in frontiera non è una logica di annessione o di egemonie, ma di confronto, di sfida.

Se no, si finisce per ricondurre tutto a una cosa che già sai.
Certo. Quando lui chiede di «aprire le porte della Chiesa», non intende innanzitutto che bisogna far entrare le persone in chiesa: vuole spalancare le porte perché il Signore possa uscire. A volte noi le chiudiamo così bene che alla fine Cristo rimane ingabbiato dentro… Invece la Chiesa è un tesoro che va messo a disposizione di tutti. La Evangelii Gaudium è tutta intessuta di questo richiamo

Altro aspetto potente nei suoi richiami: la fede come testimonianza. «Anche in questa epoca la gente preferisce ascoltare i testimoni: “Ha sete di autenticità, reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio che essi conoscano e che sia a loro familiare”», scrive nell’Esortazione (150). Anche qui, l’esperienza diventa fondamentale: la strada per la verità è un rapporto, qualcosa di sperimentabile. 
Lui stesso è un Papa che comunica un messaggio testimoniandolo. Parla del valore della povertà vivendo la semplicità. O della preghiera, pregando. Cerca di unire il gesto alla parola. Sostanzialmente vuole uscire dalla logica della predicazione, della parola in quanto tale, per far vedere. Così un gesto diventa ancora più potente. Ignazio dice che l’amore si dimostra più nelle opere che nelle parole. È una dimensione che spinge all’azione.

E che apre a rapporti imprevedibili, come con Eugenio Scalfari. Ha colpito molto che la cosa che ha “messo sul piatto” aprendo quel dialogo sia stata anzitutto l’esperienza del suo rapporto personale con Cristo. È questo che offre all’altro. Ma a guardare bene non è anche ciò che gli permette di aprire a tutti la possibilità di un tratto di cammino insieme? Se il confronto verte su idee e dottrine, quasi sempre ognuno resta dove è. Ma se in qualche modo è un «vieni e vedi»… 
È sul piano dell’esperienza che diventa veramente compagno di cammino. Il Papa è inclusivo. È percepito come prossimo, vicino: ed è una percezione che nasce dal suo atteggiamento, dalla sua stessa persona. Quando si sta accanto a lui, si coglie la sua autorevolezza: si ha la perfetta percezione che si è davanti al Papa. Ma allo stesso tempo, non c’è nessuna distanza. È capace di assumere autorevolezza proprio perdendo la distanza. È una cosa un po’ paradossale, ma accade. Ecco, l’abbattimento della distanza aiuta a fare questo tratto di cammino insieme. Ma c’è un elemento ulteriore. Ciò che conta per il Papa, ciò che lui vuole impostare, non è un «dialogo» tra credenti e non credenti: è piuttosto un’azione comune. Lui crede che l’umanità abbia un compito da svolgere insieme. Per esempio, è interessante il suo modo di porsi davanti alla laicità dello Stato. Lui ci crede, sulla base del fatto che tutti siamo chiamati a costruire un’opera comune: la società. E tutte le forze sono indispensabili per questo. Allora il suo atteggiamento non è solo di dialogo tra posizioni, ma è molto operativo, è funzionale alla costruzione di qualcosa insieme. Che, detto in altri termini, significa appunto fare un tratto di strada.

Ci sono altri punti in cui l’esperienza sembra un fattore decisivo per il Papa. Anzitutto, il suo metodo educativo. Nell’intervista cita quell’episodio in cui, per interessare i suoi studenti liceali alla letteratura, comincia per farli scrivere e finisce per coinvolgere nel rapporto con la classe anche Borges…
Be’, qui potremmo parlare di rischio educativo. Muoversi così è davvero un rischio, perché implica sempre la possibilità di fraintendimenti. Ma in quel caso, per esempio, lui lo ha corso perché si è accorto che era il modo migliore per creare un ponte di contatto tra l’esperienza della letteratura che voleva comunicare e quella che avevano i suoi alunni. E l’unica via era andargli incontro: partire dal loro punto di vista, dalla loro intelligenza e curiosità, e leggere il bisogno profondo che c’era dentro questa richiesta. Entrando nella letteratura con le loro esigenze e domande, alla fine ne è uscito con ragazzi aperti alla letteratura tout court e addirittura autori loro stessi. Sì, l’esperienza in qualche modo è il cuore anche della sua idea di educazione.

Nel suo libro, lei sottolinea che pure quando parla di arte, delle sue preferenze – Hölderlin, Manzoni, Caravaggio, Mozart… – il Papa parte sempre dalla vita, non da un discorso intellettuale. «La vita è il paragone delle parole», dice citando l’Innominato. È una buona definizione di esperienza… 
Per lui l’arte non è chiusa nell’ambito estetico, autonomo rispetto al resto. Il romanzo, la poesia, l’arte in generale è parte integrante della vita. Anche della vita spirituale e pastorale. In questo campo si muove con grande facilità ed elasticità. Per spiegare la speranza, per dire, è partito dalla Turandot. Pensavo di non aver capito bene… Noi avremmo introdotto il discorso dicendo “per esempio”, avremmo in qualche modo aperto una partentesi. Invece per lui il discorso è fluido, non c’è separazione. Questo mi ha colpito. L’estetica del Papa implica un rapporto con l’opera d’arte in cui l’opera plasma radicalmente la percezione. Di fatto, fruirne significa fare un’esperienza di vita tout court. Quando leggi un romanzo, vivi un’esperienza di vita, non fai solo una pura esperienza di gusto intellettuale. È un’osservazione che offre molte possibilità di sviluppo.

Ultimo aspetto: la preghiera. Proprio la sua preghiera personale. Il Papa la definisce «memoriosa», cioè «piena di ricordi, anche memoria della mia storia o di quello che il Signore ha fatto». Anche pregare, per lui, è fare esperienza?
Sì. La sua preghiera non è astratta: è osservazione di fatti e riconoscimento di dove il Signore agisce e ha agito. Lo ha detto anche nella sua Esortazione: solo l’incontro col Signore può dare la «gioia del Vangelo», non una decisione etica o l’adesione a una idea. Per esempio, lui ha questo momento di Adorazione serale, verso le sette e mezza, che è di pura contemplazione e silenzio. È curioso che non sia la mattina. Chiaro, la mattina prega, eccome: le Lodi, la messa… Ma questo momento speciale è la sera. Significa che mette la sua giornata davanti al Signore e prega su quello che ha vissuto. Sulla sua esperienza, insomma.

Papa Francesco: “Annunciare Cristo nell’era digitale”

cq5dam.web.1280.1280Alle ore 11.30 del 7 dicembre, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, Papa Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici, che si è tenuta in questi giorni sul tema: “Annunciare Cristo nell’era digitale”. Ecco il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti:

Signori Cardinali, cari fratelli Vescovi e Sacerdoti, fratelli e sorelle!

È per me una gioia incontrare il Pontificio Consiglio per i Laici riunito in Assemblea plenaria. Come amava ricordare il beato Giovanni Paolo II, con il Concilio è “scoccata l’ora del laicato”, e ne danno conferma sempre di più gli abbondanti frutti apostolici. Ringrazio il Cardinale per le parole che mi ha rivolto.

Tra le iniziative recenti del Dicastero vorrei ricordare il Congresso Panafricano del settembre 2012, dedicato alla formazione del laicato in Africa; come pure il seminario di studio sul tema «Dio affida l’essere umano alla donna», nel venticinquesimo anniversario della Lettera Apostolica Mulieris dignitatem. E su questo punto dobbiamo approfondire di più. Nella crisi culturale del nostro tempo, la donna viene a trovarsi in prima linea nella battaglia per la salvaguardia dell’umano. E infine ringrazio con voi il Signore per la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro: una vera festa della fede. E’ stata una vera festa. I cariocas erano felici e ci hanno fatto felici tutti. Il tema della Giornata: «Andate e fate discepoli tutti i popoli», ha messo in evidenza la dimensione missionaria della vita cristiana, l’esigenza di uscire verso quanti attendono l’acqua viva del Vangelo, verso i più poveri e gli esclusi. Abbiamo toccato con mano come la missione scaturisca dalla gioia contagiosa dell’incontro col Signore, che si trasforma in speranza per tutti.

Per questa Plenaria avete scelto un tema molto attuale: «Annunciare Cristo nell’era digitale». Si tratta di un campo privilegiato per l’azione dei giovani, per i quali la “rete” è, per così dire, connaturale. Internet è una realtà diffusa, complessa e in continua evoluzione, e il suo sviluppo ripropone la questione sempre attuale del rapporto tra la fede e la cultura. Già durante i primi secoli dell’era cristiana, la Chiesa volle misurarsi con la straordinaria eredità della cultura greca. Di fronte a filosofie di grande profondità e a un metodo educativo di eccezionale valore, intrisi però di elementi pagani, i Padri non si chiusero al confronto, né d’altra parte cedettero al compromesso con alcune idee in contrasto con la fede. Seppero invece riconoscere e assimilare i concetti più elevati, trasformandoli dall’interno alla luce della Parola di Dio. Attuarono quello che chiede san Paolo: «Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1 Ts 5,21). Anche tra le opportunità e i pericoli della rete, occorre «vagliare ogni cosa», consapevoli che certamente troveremo monete false, illusioni pericolose e trappole da evitare. Ma, guidati dallo Spirito Santo, scopriremo anche preziose opportunità per condurre gli uomini al volto luminoso del Signore.

Tra le possibilità offerte dalla comunicazione digitale, la più importante riguarda l’annuncio del Vangelo. Certo non è sufficiente acquisire competenze tecnologiche, pur importanti. Si tratta anzitutto di incontrare donne e uomini reali, spesso feriti o smarriti, per offrire loro vere ragioni di speranza. L’annuncio richiede relazioni umane autentiche e dirette per sfociare in un incontro personale con il Signore. Pertanto internet non basta, la tecnologia non è sufficiente. Questo però non vuol dire che la presenza della Chiesa nella rete sia inutile; al contrario, è indispensabile essere presenti, sempre con stile evangelico, in quello che per tanti, specie giovani, è diventato una sorta di ambiente di vita, per risvegliare le domande insopprimibili del cuore sul senso dell’esistenza, e indicare la via che porta a Colui che è la risposta, la Misericordia divina fatta carne, il Signore Gesù.

Cari amici, la Chiesa è sempre in cammino, alla ricerca di nuove vie per l’annuncio del Vangelo. L’apporto e la testimonianza dei fedeli laici si dimostrano indispensabili ogni giorno di più. Affido pertanto il Pontificio Consiglio per i Laici alla premurosa e materna intercessione della Beata Vergine Maria, mentre di tutto cuore vi benedico. Grazie.

Le 4 tensioni interne della “Evangelii Gaudium” di #PapaFrancesco

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Con l’uscita della prima Esortazione apostolica di Papa Francesco posso dire esattamente che cosa ho vissuto intervistando Papa Francesco a partire dal 19 agosto scorso [raccolta adesso in: Papa Francesco, La mia porta è sempre aperta. Una conversazione con Antonio Spadaro, Milano, Rizzoli, 2013]. Ho incontrato il Papa a pochi giorni dal suo rientro dal Brasile [ne ho parlato nel mio Il disegno di Papa Francesco. Il volto futuro della Chiesa, Bologna, Emi, 2013] e mentre ormai ultimava l’Evangelii Gaudium. Era un periodo vulcanico, di grande grazia ed energia. Mi rendo conto adesso di questo ulteriore aspetto dell’esperienza vissuta con lui: vedere il pensiero del Papa prendere forma e diventare dialogo vivo nella nostra conversazione per poi seguire i suoi sentieri e condensarsi un una Esortazione apostolica.

La Evangelii Gaudium richiede una lettura attenta. Una lettura immediata e rapida è possibile e anche opportuna. Tuttavia per entrare nei nodi del testo occorre fare una seconda lettura perché si tratta di un testo che contiene un disegno ed è frutto di una maturazione durata anni, se non decenni, non solo di riflessione, ma anche (e soprattutto) di esperienza pastorale. Su La Civiltà Cattolica proverò a compiere una mia prima lettura di secondo livello, diciamo così, su radici, struttura e significato dell’Esortazione.

Qui vorrei solamente mettere in evidenza in maniera estremamente schematica alcune tensioni interne positive al testo che lo rendono dinamico e ne “agitano” lo sviluppo.

1) La tensione tra spirito e istituzione

Scrive Papa Francesco: «La Chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della Parola, che è efficace a suo modo, e in forme molto diverse, tali da sfuggire spesso lenostre previsioni e rompere i nostri schemi» (22). Esiste una tensione dialettica intraecclesiale nel discorso che fa Papa Francesco tra Spirito e istituzione: l’uno non nega mai l’altro, ma il primo deve animare la seconda in maniera efficace, incisiva. In modo da contrastare l’«introversione ecclesiale» (27), come l’aveva definita Giovanni Paolo II, che resta sempre una grande tentazione. Scrive il Papa: «Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (49). Poi, più avanti, afferma: che la Chiesa è «popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale» (111). È interessante notare questa ulteriore tensione fruttuosa che anima il testo: quella tra la Chiesa come «popolo pellegrino» e quella come «istituzione», che rispecchia le due definizioni di Chiesa predilette da papa Francesco, così come anche emerge nella intervista che mi ha concesso: «popolo fedele di Dio in cammino» (Lumen gentium) e «santa madre Chiesa gerarchica» (Sant’Ignazio di Loyola).

2)  La tensione tra differenza e unità 

Nel testo emerge una tensione tra differenza culturale e unità della Chiesa. Scrive il Papa: «Questo Popolo di Dio si incarna nei popoli della Terra, ciascuno dei quali ha la propria cultura» (115): «la diversità culturale non minaccia l’unità della Chiesa» (117). Ciò significa che evangelizzare non significa affatto imporre determinate forme culturali, per quanto antiche e raffinate. Il rischio è di sacralizzare una cultura, di cadere nel fanatismo scambiato per fervore (cfr ivi). Uno tra gli effetti più significativi di questa tensione è il ricorso agli episcopato locali nel discernimento evangelico sulla storia. Leggiamo: «Non è opportuno che il Papa sostituisca gli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”» (16). Oltre alle tante volte in cui è citata la Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi a causa del documento di Aparecida, ritroviamo citati gli episcopati di Africa (62), Asia (62 e 110), Stati Uniti (64 e 220), Francia (66), Oceania (118), Brasile (191), Filippine (215), Congo (230) e India (250). Il Papa stimola le comunità cristiane ad «analizzare obiettivamente la situazione del loro paese» (184).

3) La tensione tra missione e discernimento

Le sfide richiedono un attento discernimento spirituale per riconoscere Dio all’opera nel mondo, le modalità della sua azione: «riconoscere e interpretare le mozioni dello spirito buono e dello spirito cattivo, ma – e qui sta la cosa decisiva – scegliere quelle dello spirito buono e respingere quelle dello spirito cattivo» (51). D’altra parte non basta riconoscere che Dio è all’opera, bisogna operare per portare il Vangelo, per annunciare il kerygma. Da qui le tante esortazioni esclamative: «Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario!» (80); «Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!» (83); (101); «Non lasciamoci rubare la forza missionaria!» (109). Da qui l’appello, o meglio, il «sogno», come l’ha definito il Papa, della «trasformazione missionaria della Chiesa».

 4) La tensione tra i limiti e l’importanza della medesima Esortazione

Il Papa non crede «che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo» (16). E prosegue: «Non è compito del Papa offrire un’analisi dettagliata e completa sulla realtà contemporanea, ma esorto tutte le comunità ad avere una “sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi”» (51). «Né il Papa né la Chiesa posseggono il monopolio dell’interpretazione della realtà sociale o della proposta di soluzioni per i problemi contemporanei» (184). «Nel dialogo con lo Stato e con la società, la Chiesa non dispone di soluzioni per tutte le questioni particolari» (241). Proprio all’inizio ribadisce di non avere «l’intenzione di offrire un trattato» (18). Tuttavia il Papa vuol dire cose importanti. «mostrare l’importante incidenza pratica» delle questioni che affronta. Sa bene, scrive, che «ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e delle conseguenze importanti» (25). Il tono spesso è quello della urgenza. Non è affatto un testo parenetico, come qualcuno ha frainteso. Ripeto: il Papa parla di «significato programmatico».

Queste tensioni interiori non sono le uniche. Ho indicato solamente quelle che, a mio avviso, maggiormente rendono il testo dinamico, rispondente al suo tono aperto, comprensibile nel dettato, non bloccato dentro schematismi rigidi e formule distanti dall’esperienza. Rinvio per approfondimenti alla lettura de La Civiltà Cattolica.

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Il word cloud generato dall’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium di Papa Francesco

Il cristianesimo non è una ideologia. Ancora su Papa Francesco a Eugenio Scalfari

Foto storiche di Bergoglio, nuovo Papa con il nome di Francesco IPropongo qui una mia riflessione a partire dalla lettera che Papa Francesco ha scritto a Eugenio Scalfari. E’ apparsa sul quotidiano “l’Unità” del 12 settembre 2013 col titolo “Il cristianesimo non è una ideologia”.

Quest’estate ero a Buenos Aires per una conferenza alla Società argentina di teologia. A pranzo si parlava di Papa Francesco, e io facevo cenno allo stupore che le sue parole e i suoi gesti suscitano in molti dalle nostre parti. La risposta di alcuni dei miei interlocutori è stata che loro si stupivano del nostro stupore. Perché Bergoglio è sempre stato così: aperto a un dialogo senza porte e finestre. Il vescovo di Roma che telefona o che scrive lettere è lo stesso vescovo di Buenos Aires che in quella sede faceva le stesse cose. Ma adesso le fa da Papa, appunto.

Il significato della lunga lettera a Eugenio Scalfari, dunque, è da trovare nella visione che Papa Francesco ha sempre avuto del rapporto umano. Non c’è testimonianza né comunicazione della fede, del resto, se non c’è prima e alla base un rapporto umano. Lo abbiamo visto in Brasile: la prossimità, fatta di abbracci e parole, non è per lui una questione di puro stile esteriore, ma parte integrante e imprescindibile del suo ministero e del messaggio che intende comunicare: il Vangelo. Quello di Papa Francesco è un agire comunicativo per cui non c’è distanza tra la sua persona e ciò che fa o dice. Sa insomma di essere un uomo e non una «icona». Le sue dunque sono lettere, non oracoli. E quella a Scalfari è una lettera che attinge a piene mani all’esperienza personale di fede del Papa.

Scalfari si era professato un non credente affascinato da Gesù di Nazareth, che comunque crede che Dio sia una «invenzione consolatoria degli uomini». Si era rivolto al Papa senza immaginarsi una risposta, credo, ma aprendo una interlocuzione su temi importanti. Francesco è naturalmente attratto da interlocuzioni serie con persone che si professano non credenti o anche credenti di altre religioni. Non dimentichiamo che alla fine del suo primo incontro con gli operatori dei media il Papa aveva impartito la sua benedizione in silenzio. Dunque l’ha impartita, ma silenziosamente, perché – aveva detto – «molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti». Si è trattato allora di un gesto singolare, compiuto «rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio». La potenza di questa benedizione silenziosa ha attraversato persino le barriere dei cuori, giungendo a toccare chiunque proprio grazie alla creazione di un «evento comunicativo» che non ha lasciato fuori nessuno.

Nel suo splendido dialogo col rabbino Skorka aveva detto: «Perfino con un agnostico, perfino dal suo dubbio, possiamo guardare insieme verso l’alto e cercare la trascendenza». Sono parole forti. Sempre in quella conversazione forse troviamo la chiave di lettura della missiva a Scalfari: «Quando mi ritrovo con degli atei, condivido problematiche umane, ma non propongo subito il problema di Dio, a meno che non siano loro a chiedermelo. Se accade, spiego perché io credo». Scalfari glielo ha chiesto. E il Papa ha risposto.

Insomma il Papa dialoga perché vuole condividere un pezzo di strada e sa che il Vangelo si testimonia incarnandolo in un atteggiamento «non arrogante», lontano dall’irrigimento. La verità non irrigidisce, ma rende liberi. E richiede che anche l’altro interlocutore non sia rigido e sia invece libero. La verità non mette sulla difensiva, ma rende possibile la testimonianza e il dialogo. Insomma: qui c’è il senso e lo stile della missione secondo Bergoglio e la sua positiva sfida alla Chiesa che è chiamata ad essere radicalmente callejra, di strada, di frontiera, di missione.

Qui io personalmente ritrovo anche il Bergoglio formatosi a una spiritualità umanistica, come quella gesuitica, che sa costruire ponti, che gode dei terreni comuni e si nutre di autenticità di relazione naturalmente intensa anche con l’ateo: «Non gli direi mai che la sua vita è condannata, perché sono convinto di non avere il diritto di giudicare l’onestà di quella persona. E ancor meno se mostra di avere virtù umane, quelle che rendono grande una persona e fanno del bene anche a me». Lo aveva detto al rabbino Skorka e lo ha ripetuto a chiare lettere: «La questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza».

Non è affatto debolezza o captatio benevolentiae. Le motivazioni di questo atteggiamento sono profonde. Il discernimento spirituale ha insegnato a Bergoglio che «l’esperienza spirituale dell’incontro con Dio non è controllabile» (parole sue). Anche l’ateo, dal punto di vista di un credente, ha una vita spirituale, come qualunque essere umano. Nessuno è escluso dalla grazia, anche se non riesce a riconoscerlo. E qui troviamo un’altra grande sfida del pontificato di Papa Francesco: la trasmissione della fede in un mondo complesso, considerando quello che Ignazio di Loyola chiamava un presupponendum aperto e positivo circa gli atteggiamenti, le parole, la sincera ricerca degli altri.

Posto ciò, Papa Francesco ha parlato di Cristo col quale bisogna confrontarsi «nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda». Se c’è una cosa che Bergoglio non tollera è l’ideologia. Una fede che ha al cuore altro (precetti, certezze, qualunque altra cosa) rispetto alla potenza che scaturisce dalla persona di Gesù rasenta l’ideologia. Questo è un punto prezioso della lettera del Papa a Scalfari: la verità del Vangelo non è mai «assoluta», dice il Papa, perché non è mai slegata (ab-soluta, in latino) dalla relazione. Ciascuno coglie la verità del Vangelo e la esprime a partire dalla propria storia, dalla propria cultura, dalla propria situazione esistenziale.

E ancora il Papa ha ribadito: Dio «non è un’idea». L’originalità della fede cristiana sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare al rapporto che Gesù ha con Dio. Un rapporto che include tutti gli uomini, compresi i nemici. Gesù include non esclude. Da qui discendono due elementi fondamentali, apparentemente lontani tra loro. Il primo è l’importanza della Chiesa: senza di essa per Bergoglio non sarebbe stato possibile l’incontro personale con Cristo. Senza la comunità la fede resta come appesa: senza sacramenti, senza fraternità, senza intelligenza delle Scritture. Il secondo elemento è l’importanza che riveste per Bergoglio la laicità dello Stato, perché – come
ha detto in Brasile – «senza assumere come propria nessuna posizione confessionale, rispetta e valorizza la presenza della dimensione religiosa nella società, favorendone le espressioni più concrete». Tutte. Questa lettera di Papa Francesco è dunque una tappa all’interno di un dialogo aperto con chi è ateo o agnostico. E tuttavia è anche una lettera che sfida il credente, lo pungola a vivere una vita che lo apre al mondo e alle sue contraddizioni, sapendo che Cristo è l’unico principio e fondamento della sua fede.

Papa Francesco non “comunica”, ma crea “eventi comunicativi”. A proposito della lettera a Eugenio Scalfari

selfieRiporto qui una intervista che è apparsa sul quotidiani del gruppo L’Espresso a proposito della lettera del pontefice a Eugenio Scalfari. Rispondo alle domande di Andrea Iannuzzi.

Padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, gesuita come Francesco, esperto di media e comunicazione: si può dire, citando l’abusato McLuhan, che nella lettera del Papa a Eugenio Scalfari pubblicata da Repubblica il mezzo è parte integrante del messaggio?

Certamente. Per Papa Francesco non c’è unmessaggio e un mezzo. Ma c’è un messaggio che plasma e modella la forma nella quale si esprime. La prima forma è il suo stesso corpo. Papa Francesco gestisce la propria corporeità in maniera naturalmente sbilanciata sull’interlocutore. Non ha una compostezza rigida, ma è una flessibilità che lo spinge ora ad assumere una profonda concentrazione assorta, come avviene quando celebra la messa, ad esempio; ora uno slancio nel quale sembra che perda persino l’equilibrio. La statua più famosa di sant’Ignazio che è a Roma nella Chiesa del Gesù, lo fa apparire come se fosse una fiamma. Ecco, Papa Francesco gestisce la sua corporeità così, in maniera plastica, assumendo la postura che il messaggio che vuole comunicare esige. Si trasforma egli stesso in “messaggio”. Se questo vale per il suo corpo, questo vale anche per la sua voce e per la comunicazione epistolare che è a lui molto cara.

Scrivere una lettera a un giornalista, telefonare a un fedele, farsi fotografare insieme ad altri fedeli con il telefonino. Perché di Francesco continua a stupirci l’eccezionalità di questi “gesti normali”?

Il Papa ama la normalità. Più volte ha detto che bisogna essere “normali”. E questa è la chiave di lettura dei suoi gesti. le cose che a noi stupiscono così tanto erano parte della sua vita quotidiana di Vescovo vicino alla gente. Basterebbe fare una ricerca in Rete sulla immagini di Jorge Mario Bergoglio per vedere quante volte egli, da Vescovo, appare ripreso in gesti che stupiscono noi per la loro normalità. Gli argentini non sono affatto stupiti, però. Dunque qui non c’è alcuna strategia comunicativa: c’è solamente una volontà di essere stesso e di essere pastore come sempre è stato. Ricordiamo quel che disse in una intervista in Brasile: Se vai a vedere qualcuno a cui vuoi tanto bene, amici, con voglia di comunicare, vai a visitarli dentro una cassa di vetro? Non potevo, disse allora il Papa, venire a vedere questo popolo, che ha un cuore così grande, dietro una cassa di vetro. Per Papa Francesco la Chiesa è la “santa madre Chiesa”: è madre, e – disse ancora Bergoglio – non esiste nessuna mamma “per corrispondenza”. La mamma dà affetto, tocca, bacia, ama… Il linguaggio di Papa Francesco non è speculativo, ma missionario, proferito non per essere «studiato» ma per essere «ascoltato», raggiungendo subito chiunque lo ascolti in modo che reagisca.

repubblica

Dal punto di vista della comunicazione e della comunicazione digitale in particolare, questa iniziativa sembra rientrare perfettamente nella logica 2.0 della non-mediazione, del rapporto diretto tra utente e fonte, anche se paradossalmente in questo caso è  proprio il Papa a comportarsi da utente rivolgendosi direttamente al suo interlocutore autorevole? O è invece un segnale opposto, l’idea che una testata identitaria come Repubblica e un giornalista simbolo di laicità e dialogo come Scalfari possano essere il “mezzo” ideale per raggiungere i destinatari del messaggio?

Innanzitutto ricordiamoci che questa non è la prima comunicazione del Papa con una testata giornalistica. Si tratta di una tappa dentro un cammino che non prevede strategie rigide, appunto, ma un discernimento attento. Camminando si apre il cammino, insomma. E in questo senso credo che il Papa non intenda assestarsi su un solo modo di comunicare. Papa Francesco, in realtà, più che «comunicare» crea «eventi comunicativi», ai quali chi riceve il suo messaggio partecipa attivamente. In questo senso si ha una riconfigurazione del linguaggio che pone accenti differenti e priorità nuove. L’immediatezza del messaggio in Papa Francesco produce un paradosso: la sua autorevolezza ne risulta accresciuta e potenziata proprio perché la distanza viene abolita. Davanti a lui si avverte l’autorevolezza della figura e nello stesso tempo non si avverte alcuna distanza. Papa Francesco è poi facilmente «twittabile» per la sua spontanea capacità di comunicare contenuti densissimi che coinvolgono mente e cuore in frasi brevissime, anche ben meno dei canonici 140 caratteri. D’altra parte Papa Francesco ama molto il dialogo pacato, la conversazione lunga, che sente più adatta a casi come questo della lettera a Scalfari. Dunque la flessibilità del corpo del Papa vale anche per la sua parola, sia essa scritta o orale. E non c’è alcuna contraddizione, ma integrazione di modalità comunicative differenti.

Parliamo dei contenuti: “strada insieme” e “verità non assoluta” sembrano le parole chiave. Lei è d’accordo? Qual è il valore di questo messaggio?

Il Papa ha in mente una Chiesa che sia casa per l’umanità. Come si è ben compreso a Rio de Janeiro, egli ha in mente una società che tutti sono chiamati a costruire. I cristiani sono sollecitati a lavorare con tutti, come cittadini di uno Stato laico, alla costruzione dei legami sociali proprio grazie alle differenze. Ed è proprio la fede, per Papa Francesco, a far vedere e comprendere l’architettura dei rapporti umani nella città. La strada è di tutti e si cammina insieme. Questo per lui è il piano di Dio sulla città dell’uomo. La verità poi per lui non può essere “assoluta”. Questo tuttavia non nel senso del relativismo. Il Papa intende dire che se la verità fosse davvero “assoluta” sarebbe “sciolta” (questo è il senso latino della parola) da me, da te, dalle persone, dalla storia, dai contesti. E invece no: ciascuno coglie la verità del Vangelo a partire dalla propria storia, dalla propria cultura. La verità in questo senso è relativa alla propria precisa situazione esistenziale. In questo senso è Dio “non è un’idea assoluta”.

Francesco si muove nello scenario nazionale e internazionale da politico di rango. I suoi gesti e le sue parole sono politici, basti pensare alla visita a Lampedusa, agli interventi sull’omosessualità, fino all’ultima proposta di utilizzare i conventi chiusi per ospitare i rifugiati. C’è il rischio che questo agire politico possa essere strumentalizzato e usato per obiettivi di parte?

Il Papa può essere facilmente strumentalizzato, certo. Basta interpretarlo ideologicamente e il gioco è fatto. E invece il Papa non si stanca di ripeterlo: il vangelo va interpretato col vangelo non con altro. Quindi se il gesto o la parola del Papa è interpretato con categorie non evangeliche se ne capovolge il senso. Questo Papa è decisamente impegnativo anche per i giornalisti, credo. Sta falsificando le categorie più ovvie del recente passato quali conservatore/progressista, ad esempio. Davanti alla sua esperienza pastorale siamo tutti chiamati a capire meglio, ad ascoltare meglio, a non affrettare il giudizio, ad avere la pazienza dei tempi lunghi. Invece la tentazione è quella di aggrapparsi a categorie vecchie, e sostanzialmente politiche ma non evangeliche.

La Chiesa e la comunicazione. Lei e la rivista che lei dirige, Civiltà Cattolica, state sperimentando strade e modalità innovative sulla base del presupposto che la rete e i social media in particolare non sono un mezzo ma un luogo di vita. In questo senso dobbiamo aspettarci una presenza più assidua e “nuova” di Papa Francesco negli ambienti digitali?

Sì e lo stiamo vedendo. Dico sì non nel senso che il Papa sbarcherà su nuove reti sociali o sia necessariamente più presente di quanto non lo sia. Intendo dire che, siccome il Papa esprime una autenticità alla quale molti sono sensibili, la sua parola naturalmente rifluisce nell’ambiente digitale e viene condivisa e commentata. La Rete è piena di re-tweet dei tweet del Papa o di tweet di singole persone che rilanciano privatamente questa o quella sua frase. Ma la rete pullula anche di scatti e di video. La rete non è un ambiente fittizio, ma parte dell’ordinaria esperienza dell’uomo di oggi. In rete rifluiscono le domande, le speranze, le attese della gente. Papa Francesco, col suo messaggio così immediato, è presente nell’ambiente digitale soprattutto grazie alle gente che lo porta lì dentro. Una esperienza personale, se vuole: ricordo il primo appuntamento dei giovani col Papa a Copacabana. Io ero lì, sulla spiaggia, a commentare in diretta per Rai Uno quel che stava accadendo. A un certo punto però è caduto il segnale video satellitare internazionale. Le televisioni del mondo hanno smesso di fornire le immagini in diretta. Da quel
momento ciò che abbiamo visto era solo il materiale foto e video condiviso sui social dai giovani testimoni. E’ stato un evento che mi ha fatto riflettere molto su questa dinamica social che coinvolge il Papa e che egli è in grado di generare.

Il mio tweet-streaming dalla GMG di Rio de Janeiro in eBook

fotoLa Giornata Mondiale della Gioventù ha coinvolto oltre 3 milioni di giovani: un evento che è stato vissuto con passione ed entusiasmo lungo la spiaggia di Copacabana, ma che da lì è stato condiviso in tutto il mondo tramite foto e messaggi condivisi sui social networks. Il Papa con un tweet aveva lanciato due hashtag (#rio2013 e #jmj).

Ormai un evento non è solo quel che accade in un luogo e in un tempo, ma anche la sua condivisione nelle reti sociali.

Questo vale ancor più per un evento religioso cattolico (cioè alla lettera “universale”) nel momento in cui Papa Francesco invita tutta la Chiesa a difendersi dai circuiti ristretti e a vivere sulle frontiere.

Anch’io ho sentito di vivere questo grande evento condividendo idee, impressioni, frasi, immagini.

Offro adesso qui un eBook di 74 pagine che raccoglie buona parte di ciò che ho condiviso via Twitter

(fai click sul link o sull’immagine per scaricarlo gratuitamente).

Buona lettura!

Da Benedetto a Francesco. Cronaca di una successione al Pontificato

Cari amici,
vi segnalo l’uscita del mio libro sul passaggio da Papa Benedetto a Papa Francesco. Un libro in “soggettiva”: più un diario che una cronaca, in realtà, che parla molto anche della “gesuiticità” dei primi gesti e delle prime parole del Papa.

Ecco la scheda dell’Editore…

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Antonio Spadaro

DA BENEDETTO A FRANCESCO

Cronaca di una successione al Pontificato

134 pagine – euro 13,00

EDIZIONI LINDAU, Torino

www lindau it

 

In  libreria sia in versione cartacea sia in versione digitale

 

 

Benedetto XVI ha rinunciato al ministero petrino richiamando la Chiesa alla necessità di affrontare con vigore le sfide del nostro tempo. Dopo questo gesto «rivoluzionario» è stato tutto un convulso susseguirsi di eventi, suggestivi, commoventi, drammatici, imprevisti.

Trascorso poco più di un mese da quel giorno viene eletto Papa il card. Jorge Mario Bergoglio. I gesti e il linguaggio di papa Francesco hanno raccolto il testimone di papa Benedetto, evocando subito l’immagine di una chiesa povera, piena di speranza e di misericordia.

P. Antonio Spadaro, direttore della prestigiosa rivista «La Civiltà Cattolica», ricostruisce questo passaggio epocale dal suo privilegiato punto di osservazione, interrogandosi sul suo significato e sulle prospettive per il futuro. Da gesuita, e dunque formato alla stessa scuola spirituale di papa Francesco, p. Spadaro riconosce i tratti specifici della spiritualità di Ignazio di Loyola, che plasmano lo stile di vita, di preghiera e di azione del nuovo Vescovo di Roma.

Queste pagine aiutano a comprendere l’esperienza davvero unica che stiamo vivendo, di riforma e di amore per la Chiesa.

«Ho scritto questo libro perché avevo bisogno di capire, capire quello che stava accadendo perché ho vissuto questi eventi in presa diretta come direttore di Civiltà Cattolica. Ho seguito per la mia rivista tutta la vicenda: dalla rinuncia di Benedetto XVI al Conclave, fino all’elezione di Papa Francesco. Così alla fine ho preso nota di tutto, però volevo anche raccontare in “soggettiva” quello che stava accadendo, cioè cercando di scrivere come stavo vivendo quegli eventi in maniera molto personale. Dunque, certamente è un diario, una scrittura “calda” di quegli eventi.»

A.S. a «Radio Vaticana» – int. di Alessandro Gisotti

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 INDICE SINTETICO DEL VOLUME

9     Premessa. Una esperienza

19   «Una decisione di grande importanza per la vita della chiesa»

41    «Sono semplicemente un pellegrino»

51    La Sede vacante e il Conclave

59    «Qui sibi nomen imposuit Franciscum»

71    Contro l’autoreferenzialità

79    Contro la corruzione

91    Gli atti, le sfide, la riforma

109   «Miserando atque eligendo»

117   Conclusione. Il «Dio delle sorprese»

121  Appendice. Il carteggio tra Papa Francesco e il Generale dei Gesuiti.

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Dal libro

 13 marzo 2013

«Vedo San Pietro dalla mia finestra nella sede de “La Civiltà Cattolica”. A volte ammiro tramonti stupendi dietro il cupolone. Ma sento che oggi devo stare sotto il cupolone e non davanti.»

In Sala Stampa mi sento a casa tra gente che attende con me. Iacopo Scaramuzzi pochi minuti prima della fumata bianca mi aveva chiesto se ritenevo «papabile» il cardinal Bergoglio. Gli avevo risposto Leggi tutto “Da Benedetto a Francesco. Cronaca di una successione al Pontificato”

Qual è la spiritualità di Ignazio di Loyola e dei gesuiti?

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Trascrivo qui gli appunti per una conversazione offerta il 26 aprile 2013 presso l’Istituto Massimo di Roma ai membri delle Comunità di Vita Cristiana che si ispirano alla spiritualità di sant’Ignazio di Loyola, in occasione dei loro 450 anni di vita.

Che cos’è la spiritualità per l’uomo e la donna di oggi? 

La parola “spiritualità” sembra alludere a una dimensione «altra», sempre ulteriore, rispetto a quella che si vive ordinariamente. Sembra forse rinviare a un tempo tranquillo, festivo, privo di quegli impegni che distraggono lo spirito da ciò che più conta. In ambito cristiano poi a volte si pensa che la spiritualità sia un discorso riservato a persone ben formate e ferventi: una sorta di passo in più, di passo in avanti. Identifichiamo insomma spiritualità con “ritiro”… E questo non è del tutto corretto. Certo non è ignaziano. Gli stessi Esercizi sono una palestra dello spirito (come eiste la palestra per il corpo), non una esperienza

Che cos’è la spiritualità, dunque? La verità più fondamentale è che ogni essere umano, in quanto tale, vive sotto l’influsso della chiamata della grazia di Cristo e dalla Grazia è incalzato. Tutti gli esseri umani, proprio perché umani, hanno una vita spirituale con le sue dinamiche proprie. Tutti sono toccati dalla grazia di Dio. Semmai a volte questo tocco viene riconosciuto e a volte no.

La vita spirituale delle persone dunque non è morta perché non può morire. Semmai oggi sembra spesso fuoriuscire dal mondo della confessione religiosa. Le domande allora, non sapendo dove andare, hanno preso casa nell’esperienza della cultura.

Ma possiamo dire anche della politica (oggi piena di tensioni soteriologiche, escatologiche, palingenetiche, di una comunità civile pensata come una “comunione dei santi” anche grazie alla Rete…). Si pensa alla trasparenza come il luogo della verità. Il vero valore per eccellenza sembra essere non la probità, ma l’indignazione profetica che cerca autenticità. Sono tutte dinamiche di sapore religioso.

Paradossalmente è proprio chi ha fede che oggi è chiamato a svelare che la politica non è il luogo della rivelazione dall’alto ma della carità dal basso. E voi, Comunità di Vita Cristiana, sapete bene che i valori vanno non solo trasmessi ma condivisi. La comunità umana va costruita, dunque. Occorre comprendere come la politica che – e qui cito l’allora cardinal Bergoglio – è «lo spazio del compromesso e la missione per superare le contrapposizioni che ostacolano il bene comune».

Dobbiamo abitare gli spazi della socialità, anche i nuovi! Come hanno fatto i nostri padri con le “congregazioni”. La dimensione associativa oggi è importante. Viviamo al tempo dei networks sociali. La sfida consiste proprio nell’abitare una nuova socialità diffusa che stiamo sperimentando. I cristiani sono chiamati ad abitare queste nuove forme di socialità.

Sono chiamati ad abitare bene anche il bricolage che non è più nè il gruppo nè la massa. Non ho ricette, ma so che è importante. Anche perché ormai queste sono le strade per l’impegno. Non solo: il pensiero si forma lì. Assistiamo a forme di pensiero collettivo. Anche i social network sono diventati luoghi di pensiero.

Una tra le cose che più mi colpisce è l’interpretazione che La Civiltà Cattolica ha dato della sua cattolicità nel primo editoriale del 1850: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica». Penso sia uno spunto interessante per tutti noi. La convergenza sui valori e su ciò che conta non costruisce ghetti, ma lascia libere le persone di aggregarsi secondo le loro peculiarità.

Come affrontare, dunque, la questione della spiritualità nel mondo contemporaneo? Ha detto Papa Francesco: «L’esperienza spirituale dell’incontro con Dio non è controllabile».

La spiritualità delle comunità ignaziane ha un tesoro: una visione del mondo. E questa è quella che ha ricevuto dall’esperienza di sant’Ignazio: «Dio è già all’opera nella vita di tutti gli uomini e di tutte le donne». Lo Spirito di Dio agisce di continuo in noi e in tutta la realtà umana: è presente ed è attivo negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali.

La creatività dello Spirito sempre «muove e attira», scrive sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali (nn. 105 e 109). Si comporta ad modum laborantis.

Quindi nella vita di fede cristiana non si tratta mai per noi di scegliere o Dio o il mondo; piuttosto sempre Dio nel mondo, Dio che lavora per portarlo al compimento. Non c’è per l’uomo autentica ricerca di Dio che non passi attraverso un inserimento nel mondo creato. Questo ci dice la spiritualità ignaziana.

Compito dell’uomo spirituale cristiano, oggi più che mai, è di scoprire ciò che Dio opera nella vita delle persone, della società e della cultura, della società, dell’economia, della politica, e di discernere come Egli proseguirà la sua opera (Cfr Decreti della Congregazione Generale XXXIV della Compagnia di Gesù [Roma, 1996], decr. nn. 4 e 6.).

La spiritualità ignaziana è immersiva. La conteplazione ignaziana è viendo el lugar. Ignazio chiede di contemplare il mistero evangelico (la natività o la crocifissione, e così via…), entrando dentro la scena, rompendo la prospettiva brunelleschiana e facendomi immergere dentro la scena. Questa è la «devozione» ignaziana, dunque, una devozione immersiva.

Chi vive la spiritualità ignaziana ha imparato non a ragionare non per ipotesi astratte o ideologie ma con gli occhi aperti sulla realtà, guardando in faccia sia i rischi sia le opportunità. Voi siete gente concreta, capace di agire nel mondo.

Dunque il discernimento spirituale evangelico cerca di riconoscere la presenza dello Spirito nella realtà umana e culturale, il seme già piantato della sua presenza negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali. Tutti i contesti, anche quelli apparentemente più lontani.

Per Papa Francesco il messaggio del Vangelo è chiamato a varcare anche i confini di coloro che più coscientemente si sentono partecipi della vita della Chiesa: «riguarda tutti». Nel suo dialogo col rabbino Skorka aveva detto: «Perfino con un agnostico, perfino dal suo dubbio, possiamo guardare insieme verso l’alto e cercare la trascendenza».

Ancora conversando col rabbino Skorka, l’allora card. Bergoglio parlava del suo rapporto con gli atei. Si tratta di un passaggio di grande intensità: «Quando mi ritrovo con degli atei, condivido problematiche umane, ma non propongo subito il problema di Dio, a meno che non siano loro a chiedermelo. Se accade, spiego perché io credo. Ma sono talmente tante e interessanti le questioni umane da discutere e condividere, che possiamo arricchirci vicendevolmente»

Questa apertura incondizionata avverte la vita come magma, non come sasso solidificato. Il cristianesimo offre una visione dinamica della realtà: l’uomo è sempre in divenire, mai è compiuto, chiuso. La realtà è innervata di Spirito.

Un grande gesuita, François Varillon, ha scritto: «l’uomo non è qualcosa di “bell’e fatto”: il “bell’e fatto” è incompatibile con l’amore e con la libertà». E la storia è dunque un «cantiere» aperto, nel quale si gioca la grandezza della libertà umana. L’uomo è sempre in costruzione, incompiuto; meglio ancora: «pieno di promessa».

Dovrebbe essere proprio questo il tratto caratteristico dell’uomo spirituale ignaziano dei nostri giorni: la fiducia nella vita, considerare e vedere il mondo, cioè in attesa di un compimento, in corso d’opera, pieno di promessa, sbilanciato in senso escatologico.

Per Ignazio di Loyola questo è molto chiaro quando invita a non agire, cioè a non prendere decisioni e a non fare cambiamenti, quando si vivono momenti di desolazione, quando si è spinti a rinunciare, a essere diffidenti, a disperare o si è sfiduciati o depressi. L’uomo che agisce e opera dev’essere mosso dalla luce di un orizzonte aperto, non dal buio di un vicolo cieco.

Questo significa che egli è chiamato a rapportarsi alla realtà non in modo pregiudizialmente segnato dal sospetto o dal risentimento, ma dalla fiducia: questo è il punto di partenza per una vita vissuta pienamente e in maniera autentica e fruttuosa. È qusto è in controtendenza rispetto a un contesto in cui non la probità ma l’indignazione sembra la più grande virtù civica.

Si possono vivere dubbi, questo sì. Bergoglio ha parlato persino dei dubbi dei pastori. E ha detto cose a loro modo sconcertanti. La guida non deve essere troppo sicura di sé: «Le guide del popolo di Dio sono state uomini che hanno lasciato spazio al dubbio». E citava come esempio Mosè, che al cospetto di Dio non fa altro che «raccogliersi in se stesso con i suoi dubbi, con l’intima esperienza delle tenebre, del non sapere come agire». Anzi, quando qualcuno «ha tutte le risposte a tutte le domande, questa è la prova che Dio non è con lui».

Voglio concludere leggendovi una lettera di Pierre Teilhard de Chardin. Durante la prima guerra mondiale Teilhard, da poco ordinato sacerdote, viene arruolato e inviato al fronte come barelliere. Immerso nella tragedia, in una splendida lettera del 4 luglio 1915 alla cugina Marguerite Teilhard-Chambon, scrive:

«Prima di tutto abbi fiducia nella lenta opera di Dio. Noi siamo naturalmente impazienti di arrivare subito, in ogni nostra impresa, alla conclusione. Vorremmo bruciare le tappe. Siamo insofferenti di essere in cammino verso qualcosa di sconosciuto, di nuovo… Tuttavia non c’è progresso che si raggiunga senza passare per momenti di instabilità e di precarietà, che possono assommare a lungo periodo. Lo stesso vale per te, credo. Capisco che, a poco a poco, le tue idee maturano, tu lasciale crescere, lascia che prendano forma. […] Fa credito a Nostro Signore, pensa che la sua mano ti guida nell’oscurità e nel “divenire” e accetta per amor suo l’inquietudine di sentirti sospesa e come incompiuta».

Ecco la nostra visione del mondo: un mondo in cui Dio lavora con un’opera lenta. Noi percepiamo nella tensione dell’incompiutezza. Questo oggi ci fa devoti e che, speriamo, ci farà santi.