Manuale di cyber-attacco contro Papa Francesco

INTRODUZIONE — Date un’occhiata a questo tweet. Leggetelo perché adesso c’è bisogno di raccontare una storia nei dettagli.

Questa è la descrizione di una vicenda illuminante e che fa capire come funziona in rete la strategia dell’opposizione anti-papale che, pur se piccola è molto rumorosa. Ne hanno dato conto in maniera ampia Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi qui. Questa mia invece è solo la modesta descrizione di un caso concreto di attacco indiretto (di cui sono stato oggetto) ma interessante per capire le dinamiche concrete di un trolling che nasce in ambiti che si definiscono cattolici.

Dunque: date un’occhiata a questo tweet:

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CAPITOLO UNO —Perché la prima regola del manuale anti-Francesco è quella di creare una narrativa, una storia. Ma prima di narrare la storia bisogna raccontare un antefatto costituito da questo tweet. Un antefatto sempre omesso dalla storia dei detrattori del Pontefice, ma fondamentale per capire il vero senso della storia.

L’antefatto è quel tweet appena citato. Che cosa dice? Eccolo in traduzione: “Chi ha bisogno di Gesù quando uno ha Tony Spadaro e @Pontifex? È come Grima Lingua di Verme e Saruman”.

Perché è stato scritto? E che c’entro io? È stato scritto perché ero intervenuto su Twitter alcune volte per dire che Amoris Laetitia è un documento magisteriale di grande importanza.

Ovviamente quello è un tweet irrispettoso e offensivo, come ben sanno gli estimatori del Signore degli Anelli, soprattutto verso il Santo Padre identificato come il “cattivo”. E ovviamente contro il sottoscritto definito “Lingua di Verme”. Ecco l’immagine a cui  quel tweet fa riferimento…

Dunque: chi è il verme? Occorre tenerlo bene in mente per capire la storia: secondo il tweet del “Professor Pownd” sono io!

Per risponde a quell’offesa nei miei confronti in maniera leggera e ironica ho semplicemente postato dal mio account Twitter un fotogramma proprio di Lord of the rings che ritrae una scena che riguarda Wormtongue (Lingua di Verme) e senza alcun commento. Quindi in realtà l’accusa di essere un verme era rivolta a me e la mia risposta ironica era rivolta al “Professor Pownd”. Punto. Fine della storia vera. Ma adesso comincia quella più interessante, quella finta.

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CAPITOLO DUE — A questo punto qualcosa è accaduto. Qui comincia la narrativa degli oppositori di Francesco. Per questo ricostruisco la vicenda: è da manuale e può servire per capire meglio come funziona l’informazione “post-veritativa” dell’opposizione anti-papale.

Dicevo: a questo punto qualcosa è accaduto. Qualcuno si è inventato (cioè l’ha immaginato, l’ha pensato, gli è venuto in mente…) che quel tweet si riferisse a uno dei 4 cardinali che hanno espresso i loro dubia. La storia finta comincia qui. Perché lo ha fatto? Chiedetelo a chi ha pensato questa irriverente comparazione, che non sono certo io. Addirittura si comincia a dire che io avrei scritto contro un cardinale specifico. Se ne fa persino il nome! Ovviamente nulla di tutto questo si trova nel mio tweet. Ma così deve essere per far cominciare la storia finta.

Nell’ambito di certe cerchie anti-Francesco che sono in rete funziona una tecnica da manuale: uno scrive una cosa e poi altri account seguono ripetendola alla lettera in continuazione cercando di farla diventare “virale”. A volte funziona, a volte no. Siamo a quello che qualcuno ha chiamato la “post-verità che si basa sullo spargimento di odio e diffamazione: bugie e mezze verità costruite ad arte e diffuse da un esercito di simpatizzanti. È la tecnica del trolling organizzato che assalta l’avversario fino a intasarne gli spazi di discussione e soprattutto la pazienza.

In questo incappano però anche brave persone, che restano turbate dalla “propaganda” e, almeno nel mio caso, mi scrivono tweet e mail accorate pregando per il mio ravvedimento. Sono persone che “cadono nella rete”, diciamo così, in buona coscienza. Ma in realtà è impossibile giudicare la coscienza in questo caso in termini generali. Alcuni trolls possono sentirsi in buona coscienza a combattere la loro crociata contro quello che gli viene additato come il “nemico”. La strategia consiste nell’identificare un target, un obiettivo preciso: il nemico.

Quando mi sono accorto della manipolazione ho cancellato quel tweet per evitare che altri continuassero a dare libero corso ai commenti bassi e volgari. Ed erano tutte persone che si presentavano come difensori dell’ortodossia cattolica, purtroppo. Ma non è stato sufficiente cancellare quel tweet. Anzi.

CAPITOLO TRE — La notizia falsa è arrivata saltando da un post all’altro, da un tweet all’altro, a uno dei più critici di Francesco negli Stati Uniti, Ross Douthat, che scrive editoriali per il New York Times. Queste voci sono approdate a una grande testata, dunque. Io con un semplice tweet ho fatto presente a Douthat che aveva scritto una cosa falsa inviando il tweet che rivela che la “lingua di verne” ero io. A Douthat è bastato il mio tweet: per quanto critico, anche nei miei confronti, ha capito l’errore oggettivo. Si è scusato e ha corretto il suo post on line. Bisogna sempre verificare le fonti!

img_1736Si può sbagliare ma poi ci si corregge. Douthat l’ha fatto. I blog del sottobosco ultraconservatore no. Chiaro che parliamo di standard differenti. Ma colpisce come una testata quale First Things non abbia avuto il coraggio di ammettere che era stata tratta in inganno. Ciascuno è responsabile degli standards di qualità che offre.

Ma la cosa non finisce qui. La CNN mi chiede una opinione su quel che sta accadendo. E io la concedo tranquillamente. Questo manda in delirio l’esercito del trolls. E quindi si passa a una seconda fase più virulenta.

CAPITOLO QUATTRO — Qualcuno nota che io ho re-twittato il tweet di un account @hablafrancisco che desta curiosità. Il tweet diceva che l’espressione “4 Cardinali” suona come il titolo di una banda di rock & roll degli anni ’60. Parte la curiosità per questa cosa e qualcuno tenta di violare l’account. L’account era semplicemente uno dei miei 3, anche se sottoutilizzato e lasciato parcheggiare. Parte nuovamente la macchina del fango per dire che sotto c’ero io che volevo mimetizzarmi sotto un account fasullo e anonimo. Da qui parte un’altra macchina del fango e altri simpatici epiteti esornativi. E si ripete la stessa tattica passo dopo passo. Si genera un’altra storia: quella dell’account fasullo e anonimo. Mentre era semplicemente il… mio!

Se avessi voluto davvero “nascondermi” non l’avrei re-twittato. Ovvio. E poi “nascondermi” per cosa? Quella citata era una battuta di una mia amica americana: non capisco bene la mancanza di rispetto. Commentava non l’agire dei cardinali ma l’espressione “4 Cardinali” così come veniva riportata da tanti blogs come una specie di tic. Certo se paragonata all’offesa al Santo Padre  del primo tweet (e di tanti altri del sottobosco antipapale) può essere considerata una battuta simpatica (e tale era, voleva essere…). E invece no: ecco lo scandalo a scopo strumentale. Curioso che uno degli scandalizzati, il noto Raymond Arroyo, abbia postato subito dopo una foto del cardinal Dolan mentre balla con alcune subrette in un palcoscenico, ma questo già che provocare costernazione tra il suo pubblico ha provocato esultanza. 

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Non c’è forse qualcosa di strano? 

CAPITOLO CINQUE — La cosa passa in Italia a scoppio ritardato e di riciclo, come spesso in questi casi. E questa volta avviene grazie a Marco Tosatti, che si fa collettore di questo genere di storie. Tosatti semplicemente ricopia (citandolo) uno dei vari blog americani aggiungendo qualche nota ironica personale. Poi cerca di spargere la voce inviando ossessivamente lo stesso tweet per ben 15 volte di seguito dal suo account. Interessante notare pure a chi lo invia: da militanti antipapali ai responsabili più ufficiali della stampa vaticana. Faccio presente (gentilmente) al dott. Tosatti che è caduto nell’errore di Douthat e gli cito il primo tweet. Resto perplesso anche davanti a una cosa: lui, signore settantenne, dà a me, signore cinquantenne, del “giovanile”. Questa cosa dice molto della nostra Italia e di un errore generazionale. Ma questa è un’altra storia…

Lui mi risponde subito. E mi dice questo:fullsizerender_1

“A me è ignoto…”. Senza alcun problema Tosatti ammette che non sa nulla della vicenda e non capisce la mia obiezione! Aveva solamente dato retta e prestato voce italiana a uno dei blog americani antipapali che hanno fatto da “eco” alla notizia falsa. Ciascuno è responsabile dei propri standard qualitativi. Poi a Tosatti fa eco un’altra fonte di pensiero ostile al Pontefice in maniera più o meno celata (La Nuova Bussola Quotidiana) e dopo altri ancora che non hanno verificato le fonti ma che si sono prestati a fare da cassa di risonanza ricopiando tali e quali le stesse informazioni nella galassia troll nostrana.

CAPITOLO SEI — Un’altra cosa interessante riguarda la notizia che il Papa sarebbe fuori di sé  per i “dubbi” dei 4 cardinali su Amoris Laetitia. Edward Pentin ha scritto che Francesco lo è, secondo le sue fonti. Lo stesso giornalista mi invia una serie di domande alle quali mi intima di rispondere “per evitare che la mia non risposta sia riportata come non risposta”. Le domande contengono accuse dirette, eco di quelle sparse dal sistema organizzato dei “trolls”. Ovviamente non rispondo. Ma rifletto sul fatto che mi vien da sorridere quando sento che il Papa è “fuori di sé” dalla rabbia quando accadono queste cose. Davvero sorrido quando leggo questi commenti. Per fare arrabbiare Bergoglio ci vuole ben altro. E non sono certamente queste le cose che lo turbano! Le sue vere preoccupazioni sono pastorali. Lo turba la povertà, l’ingiustizia, il martirio dei cristiani, la violenza, ma non certo queste critiche, E poi ha dovuto affrontare ben altro nella vita per essere turbato da queste cose…

CAPITOLO SETTE — Qual è la morale della storia? Qualcuno ha provato a strumentalizzare la questione dei dubbi dei quattro cardinali per alzare la tensione e creare divisone nella Chiesa. La strategia mediatica è partita subito dopo che i dubia dei Cardinali sono stati resi pubblici e consegnati alla stampa. Non c’era stata grande reazione se non in alcuni circoli. Quindi qualcuno ha pensato bene di creare più rumore possibile per richiamare l’attenzione.

Che cosa ci fa capire questa strategia? Proprio il ricorso alla diffamazione e alla strumentalizzazione, a mio avviso, fa capire tre cose.

— La prima è che l’azione di Francesco è efficace e tocca le corde giuste che reagiscono vivacemente. Mette il dito nella piaga.

— La seconda cosa è che “gli spiriti si esprimono”, come direbbe Bergoglio. Il clima di odio e di provocazione è sempre segno del cattivo spirito che nulla ha a che fare con il Vangelo. Cosi si può fare discernimento con facilità! Se tutto fosse apparentemente tranquillo sarebbe peggio.

— La terza è che quelli ostili a Francesco sono gruppi autoreferenziali che non reggono il dibattito aperto e sereno ma cercano un nemico e vi si abbattono contro, facendosi eco l’un l’altro. Alcuni siti sono un copia incolla acritico. Per non parlare di alcuni account Twitter. Ma queste sono cose note… 

CAPITOLO OTTO — Come uscire da questa impasse? Con la pazienza. Ci vuole tanta pazienza. E confidare nel processo in corso. Gli attacchi fanno parte del processo e sono inevitabili.

CAPITOLO NOVE — Ma le posizioni critiche verso Francesco sono tutte così? Cominciamo a dire che tutti i Papi hanno avuto opposizioni e critiche anche feroci. Basta fare anche adesso un giro in rete per vedere quante volte e con quale aggressività san Giovanni Paolo II ha dovuto subire critiche volgari e pesanti da chi lo riteneva un eretico aperturista. Ho visto un sito che raccoglieva oltre 100 affermazioni ritenute eretiche del Pontefice santo. Quindi niente di nuovo sotto il sole. Ma no, non tutte le posizioni critiche verso Francesco sono così. Alcune sono quelle amate dal Pontefice, cioè sono critiche non polemiche o strumentali, ma che aprono a un dialogo vero e pacato, non provocatorio. Quelle che servono.

*

N.B. Ho ripreso qui anche alcune riflessioni emerse nell’intervista che ho dato ad Austin Iveregh per la testata Crux e che è possibile leggere qui

«Amoris Laetitia es obviamente un acto de magisterio». Mi conversación con el cardenal Schönborn

immagine-k12g-u107095816044700c-1024x576lastampa-itQui in  Italiano. Here in English 

Conversar con el cardenal Christoph Schönborn, arzobispo de Viena, supone crear un espacio de reflexión que exige atención y serenidad. La lucidez de sus reflexiones va siempre de la mano de su profundidad espiritual. En este sentido, se corresponde bien con el carisma de la Orden de Predicadores y que resume el lema de Santo Tomás de Aquino, contemplata aliis tradere, “comunicar a los otros las realidades contempladas”. Y eso precisamente fue nuestra conversación: una transmisión, un intercambio, no de una serie de abstractas tesis intelectuales o escolásticas, sino de unos razonamientos que han encontrado su confirmación en la oración. El tono y el ritmo de la conversación reflejan también esta misma dimensión contemplativa.

Algunos hablan de “La Alegría del Amor” como de un documento menor, de una opinión personal del Papa Francisco (por decirlo así), sin pleno valor magisterial. ¿Qué valor posee esta exhortación? ¿Es un acto de magisterio? Esto parece evidente, pero es bueno aclararlo en estos tiempos, para evitar que algunas voces que sostienen lo contrario puedan crear confusión entre los creyentes.

Es obviamente un acto de magisterio: es una exhortación apostólica. Está muy claro que el Papa está ejerciendo aquí su papel de pastor, de maestro y profesor de la fe, después de haber consultado los dos sínodos sobre la familia. Y sin duda hay que decir que se trata de un documento pontificio de gran nivel, un verdadero magisterio de sacra doctrina, que nos remite a la actualidad de la palabra de Dios. La he leído muchas veces, y siempre que lo hago percibo la delicadeza de su composición y cada vez mayor cantidad de detalles repletos de enseñanza.

No faltan pasajes en la exhoratación que demuestran clara y decisivamente su valor doctrinal. El tono y el contenido de lo que se dice permiten reconocer la intención del texto —por ejemplo, cuando el Papa escribe: “Pido con urgencia…”, “Ya no podemos seguir diciendo…” “He querido presentar a toda la Iglesia…” y así sucesivamente—. “La Alegría del Amor” es un acto del magisterio que permite que la enseñanza de la Iglesia se haga presente y relevante en el mundo de hoy. Al igual que leemos el Concilio de Nicea a la luz del Concilio de Constantinopla y el Concilio Vaticano I a la luz del Concilio Vaticano II, tenemos que leer las previas afirmaciones del magisterio sobre la familia a la luz de las aportaciones que hace “La Alegría del Amor”. Eso nos permitirá dilucidar vívidamente la distinción entre la continuidad de los principios doctrinales y la discontinuidad de las perspectivas y reconocer aquellas expresiones que estuvieron condicionadas históricamente. Esta es la función que corresponde al magisterio vivo: interpretar verazmente la palabra de Dios, ya sea escrita o recogida por la tradición.

¿Le han sorprendido algunas cosas? ¿Y ha habido otras que le hayan movido a la reflexión? ¿Ha habido pasajes que ha tenido que pararse a leer varias veces?

Lo que me sorprendió muy gratamente fue la metodología. En este ámbito de la realidad humana, el Santo Padre renovó esencialmente el discurso de la Iglesia en las páginas de su exhortación apostólica “La Alegría del Evangelio”, como también lo hizo la constitución pastoral “Gaudium et Spes” del Concilio Vaticano II, que esboza ya los principios doctrinales y las reflexiones sobre el ser humano que hoy en día siguen en constante evolución. Hay aquí una profunda apertura para asumir la realidad.

¿Diría usted que esta perspectiva, tan abierta a la realidad, y también a la fragilidad, puede perjudicar la fortaleza de la doctrina?

Rotundamente no. El gran desafío del Papa Francisco es precisamente demostrar que esta perspectiva, por ser capaz de comprender y estar transida de benevolencia y de confianza, no causa daño alguno a la fortaleza de la doctrina. Por el contrario, esta perspectiva forma parte de los pilares de la doctrina. Francisco entiende la doctrina como el “hoy” de la Palabra de Dios, la Palabra encarnada en la historia, y la predica mientras va escuchando las preguntas que surgen por el camino. Lo que rechaza es esa actitud de encerrarse en discursos abstractos, impropios de quien vive y da testimonio de encuentro con el Señor que nos cambia la vida. Esa abstracta y doctrinaria perspectiva que domestica algunas declaraciones para imponerlas a una élite, y olvida que si cerramos los ojos a nuestro prójimo, también nos estamos volviendo ciegos a Dios, como dijo Benedicto XVI en “Deus caritas est”.

A uno le llama la atención esa insistencia del Papa en “La Alegría del Amor” de que la familia no es una realidad preconcebida y perfecta. Entonces ¿por qué tendemos a ser tan excesivamente idealistas cuando hablamos sobre las relaciones matrimoniales? ¿Es quizá un idealismo romántico que corre el riesgo de pecar de platónico?

La misma Biblia describe la vida familiar no como un ideal abstracto, sino como lo que el Santo Padre llama “un proceso dinámico” (AL 122 y 113). Los ojos del Buen Pastor miran a las personas, no a las ideas que pretenden justificar a posteriori la realidad de nuestra esperanza. La distancia que existe entre estas concepciones teóricas y el mundo en el que la Palabra se encarna, nos lleva a desarrollar “una fría moral de escritorio” (AL 312). A veces hemos hablado del matrimonio de forma tan abstracta que pierde todos sus atractivos. El Papa habla muy claro: la familia no es una realidad perfecta, porque está formada por pecadores. La familia en un proceso en camino. Creo que esta es la piedra angular de todo el documento. Y me parece que esta manera de mirar las cosas no tiene nada que ver con el secularismo, con el aristotelismo opuesto al platonismo. Creo más bien que es realismo bíblico, el modo de mirar a los seres humanos que nos brinda la Escritura.

Tal como escuchó de los propios Padres sinodales, el Papa es consciente del hecho de que no podemos seguir hablando de las personas en categorías tan abstractas ni condicionar la praxis concreta a la generalidad de una norma.

Respecto a los principios, la doctrina sobre el matrimonio y los sacramentos es clara. Y el Papa Francisco la ha expuesto una vez más con gran claridad. Respecto a la disciplina, el Papa toma en consideración la infinita variedad de situaciones concretas y afirma que no podemos esperar una nueva serie de normas, a modo de ley canónica, que pueda ser aplicable a todos los casos. En cuanto a la praxis, dada la complejidad de las situaciones y de las familias afectadas, el Santo Padre dice que lo que sí es posible es un nuevo y decidido esfuerzo para asumir el responsable discernimiento personal y pastoral que exigen los casos concretos. Hay que tener en cuenta que, “puesto que el grado de responsabilidad no es el mismo en todos los casos, las consecuencias o los efectos de una norma no necesariamente deben ser siempre los mismos” (AL 300). Añade, muy claramente y sin ambigüedad alguna, que este discernimiento alcanza también a “la disciplina sacramental, puesto que el discernimiento puede reconocer que en una situación particular no hay culpa grave” (AL 300, nota al pie 336). Y especifica también que “la conciencia de las personas debe ser mejor incorporada en la praxis de la Iglesia” (AL 303), especialmente en “conversación con el sacerdote, en el fuero interno” (AL 300).

Después de esta exhortación, ya no tiene sentido preguntar si, en general, todas las personas divorciadas que se han vuelto a casar pueden o no pueden recibir los sacramentos.

La doctrina de fe y costumbres existe—la disciplina basada tanto en la sagrada doctrina como en la vida de la Iglesia—y existe también la praxis, que está determinada tanto por la persona como por la comunidad. “La Alegría del Amor” se sitúa en el plano concretísimo de la vida de cada persona. Hay aquí una evolución, claramente expresada por el Papa Francisco, en la percepción que la Iglesia tiene de las circunstancias condicionantes y atenuantes, circunstancias que son características de nuestra propia época:

La Iglesia posee una sólida reflexión acerca de los condicionamientos y circunstancias atenuantes. Por eso, ya no es posible decir que todos los que se encuentran en alguna situación así llamada «irregular» viven en una situación de pecado mortal, privados de la gracia santificante. Los límites no tienen que ver solamente con un eventual desconocimiento de la norma. Un sujeto, aun conociendo bien la norma, puede tener una gran dificultad para comprender «los valores inherentes a la norma» o puede estar en condiciones concretas que no le permiten obrar de manera diferente y tomar otras decisiones sin una nueva culpa. Como bien expresaron los Padres sinodales, «puede haber factores que limitan la capacidad de decisión» (AL 301).

Pero estas orientaciones ya estaban contenidas de algún modo en el famoso Nº. 84 del “Familiaris Consortio” de San Juan Pablo II, que Francisco cita varias veces, como cuando dice: “Los pastores, por amor a la verdad, están obligados a discernir bien las situaciones” (FC 84; AL 79).

San Juan Pablo II distinguió, en efecto, una gran variedad de situaciones. Supo ver una diferencia entre quienes han tratado sinceramente de salvar su primer matrimonio y fueron abandonados sin justificación y quienes han destruido un matrimonio canónicamente válido con grave culpa por su parte. Y habla luego de aquellos que afrontan un segundo enlace con la intención de sacar adelante a sus hijos y que están subjetivamente seguros en conciencia de que el primer matrimonio, ya irreparablemente roto, nunca fue válido. Cada una de estas situaciones debe ser objeto de una valoración moral distinta.
Hay realmente muchos puntos de partida diferentes para ir hacia esa participación cada vez más profunda en la vida de la Iglesia a la que todos estamos llamados. Juan Pablo II presupone ya implícitamente que no podemos decir de forma simplista que cualquier caso de una persona divorciada que se vuelve a casar equivale a una vida en pecado mortal, apartada de la comunión de amor entre Cristo y la Iglesia. Ya entonces se estaba abriendo la puerta a una comprensión cada vez mayor, mediante el discernimiento de las diversas situaciones que no son objetivamente idénticas y gracias a la valoración responsable del fuero interno.

Por eso tengo la impresión de que esto es un paso más en la evolución de nuestra comprensión de la doctrina.

La complejidad de las situaciones familiares, que hoy es mucho mayor de lo que era habitual en nuestras sociedades occidentales hace solo unas décadas, ha hecho necesario mirar esta complejidad con mayor matización. Hoy mucho más que en el pasado, la situación objetiva de una persona no lo dice todo de esa persona en cuanto a su relación con Dios o con la Iglesia. Esta evolución nos obliga a repensar qué queremos decir cuando hablamos de situaciones objetivas de pecado. Y eso lleva implícito que también evolucione paralelamente nuestra comprensión y el modo de expresar la doctrina.

Francisco ha dado un paso importante al obligarnos a clarificar algo que había permanecido implícito en “Familiaris Consortio”: el vínculo entre la objetividad de una situación de pecado y la vida de gracia en relación con Dios y con su Iglesia, y —como consecuencia lógica—la concreta imputabilidad de pecado. El cardenal Ratzinger explicó en los años 90 que ya no podemos hablar automáticamente de una situación de pecado mortal en el caso de nuevas uniones maritales. Me acuerdo de haberle preguntado al cardenal Ratzinger en 1994, con motivo de la publicación por parte de la Congregación para la Doctrina de la Fe de un documento sobre personas divorciadas y casadas de nuevo: “¿Es posible que la vieja praxis que conocimos antes del concilio y que dábamos por segura, sea todavía válida?” Porque ahora esto abría la posibilidad, discerniendo en el fuero interno con nuestro confesor, de recibir los sacramentos, dado que no habría motivo de escándalo.” Su respuesta fue muy clara, respondió precisamente lo mismo que el Papa Francisco afirma: no hay una norma general que pueda cubrir todos los casos particulares. La norma general puede ser muy clara, pero es igualmente claro que esta no puede abarcar exhaustivamente todos los casos.

El Papa afirma que “en algunos casos”, cuando una persona está en situación objetiva de pecado—pero sin sentirse subjetivamente culpable o sin ser totalmente culpable—es posible vivir en gracia de Dios, amar y crecer en la vida de gracia y caridad, recibiendo para ello la ayuda de la Iglesia, incluyendo los sacramentos, también la Eucaristía, que “no es un premio para los perfectos, sino un generoso remedio y un alimento para los débiles.” ¿Cómo puede esta afirmación integrarse en la doctrina tradicional de la Iglesia? ¿Supone esto una ruptura con lo que se había dicho en el pasado?

Considerando la perspectiva del documento, creo que un punto fundamental en la elaboración de “La Alegría del Amor” es que todos nosotros—no importa a qué abstracta categoría podamos pertenecer—estamos llamados a pedir misericordia y a anhelar la conversión: “Señor, yo no soy digno de que entres en mi casa…” Cuando el Papa Francisco habla en una nota a pie de página sobre la ayuda que dan los sacramentos en algunos supuestos de situaciones irregulares, lo hace a pesar de que el problema —que es importante en sí mismo— ha sido formulado de un modo incorrecto cuando se teoriza y también a pesar de que algunos prefieren tratarlo en dircursos generalizadores antes que por medio del discernimiento individual del cuerpo de Cristo, al que todos y cada uno de nostros estamos obligados.

Con extraordinaria perspicacia, el Papa Francisco nos pide que meditemos sobre 1 Cor 11:17-34 (AL 186), que es el pasaje más importante sobre la comunión eucarística. Esto le permite resituar el problema y colocarlo precisamente allí donde San Pablo lo coloca. Es un modo sutil de marcar una hermenéutica diferente para dar respuesta a las preguntas más acuciantes. Hay que entrar en las dimensiones prácticas de la vida para “discernir el Cuerpo”, mendigando misericordia. Es posible que a alguien que lleve una vida acorde con las normas le falte discernimiento y, como Pablo dice, “come y bebe su propia condenación”.

Nos dirigimos a los sacramentos como mendigos, como aquel rcaudador de impuestos que, en la parte de atrás del templo, no se atreve a levantar los ojos. Es posible que, en ciertos casos, quien está en situación objetiva de pecado pueda recibir la ayuda de los sacramentos. El Papa nos invita no solo a valorar las circunstancias externas (que tienen su propia importancia) sino también a preguntarnos a nosotros mismos si de verdad sentimos esa sed de su perdón misericordioso, de modo que podamos corresponder mejor al dinamismo santificador de la gracia. No podemos pasar de la regla general al caso particular teniendo solo en cuenta las cuestiones formales.

Pero alguien podría preguntar: ¿y qué significa exactamente “en algunos casos”? ¿No se podría hacer una especie de inventario para aclararlo?

Así correríamos el riesgo de caer en una casuística abstracta. Y algo todavía más serio: correríamos el riesgo de crear —incluso si en la norma se incluyen excepciones— un “derecho” a recibir la Eucaristía en una situación objetiva de pecado. Creo que el Papa nos está pidiendo aquí, por amor a la verdad, que apliquemos el discernimiento en cada caso concreto, tanto en el fuero interno como en el externo.

Por favor, acláreme esto: el Papa Francisco habla aquí de una “situación objetiva de pecado”. Obviamente, no se refiere a quien haya recibido una declaración de nulidad de su primer matrimonio y que luego se casó, ni tampoco a aquellos que hayan logrado vivir juntos “como hermano y hermana” (su caso podría ser irregular, pero no viven de hecho en una situación objetiva de pecado). En consecuencia, el Papa se refiere aquí a quienes no han logrado realizar objetivamente nuestro concepto de matrimonio y transformar su modo de vida de acuerdo con esa exigencia. ¿Es así?

Así es, en efecto. Precisamente por su amplia experiencia de acompañamiento espiritual, cuando el Santo Padre habla de “situaciones objetivas de pecado” no se detiene en los tipos de casos que se describen en el nº 84 de Familiaris Consortio. Hace referencia de un modo mucho más amplio a “ciertas situaciones que no realizan objetivamente nuestra concepción del matrimonio. Hay que alentar la maduración de una conciencia iluminada” y reconocer “el peso de condicionamientos concretos”. (AL 303).

La conciencia juega un papel crucial

Ya lo creo:
“Esa conciencia puede reconocer no sólo que una situación no responde objetivamente a la propuesta general del Evangelio. También puede reconocer con sinceridad y honestidad aquello que, por ahora, es la respuesta generosa que se puede ofrecer a Dios, y descubrir con cierta seguridad moral que esa es la entrega que Dios mismo está reclamando en medio de la complejidad concreta de los límites, aunque todavía no sea plenamente el ideal objetivo” (AL 303).

“La Alegría del Evangelio,” “La Alegría del Amor”… Parece que el Papa Francisco quisiera insistir en la cuestión de la alegría. ¿por qué cree usted que es así? ¿Es necesario hablar hoy de la alegría? ¿Corremos el riesgo de perderla? ¿Quizá porque la misericordia es molesta? ¿Quizá porque estamos preocupados por la inclusión? Qué tipo de miedos despiertan las palabras del Papa en algunos? ¿Se podría explicar esto?

El llamamiento a la misericordia apunta a la necesidad de salir de nosotros mismos para practicar la misericordia y obtener a cambio la misericordia del Padre. La Iglesia de “La Alegría del Evangelio” es la Iglesia que se atreve a salir de sí misma y salir de uno mismo puede generar miedos. Tenemos que salir fuera de nuestras preconcebidas seguridades, para que así podamos reencontrarnos en Cristo. El Papa Francisco nos toma de la mano para llevarnos en la dirección correcta del testimonio y de la fe. Quiere mostrarnos un encuentro capaz de cambiar nuestra vida, un encuentro de amor que tendrá lugar solo si somos capaces de salir al encuentro de los demás.
La conversión pastoral busca continuamente esa presencia de Dios que sigue actuando hoy. Esa presencia suscita alegría, la alegría del amor. El amor es exigente; pero no hay alegría más grande que el amor.

Antonio Spadaro, S.J. es director de La Civiltà Cattolica. El cardenal Christoph Schönborn es arzobispo de Viena y presidente de la Conferencia Espiscopal Austriaca. Una versión más amplia de esta entrevista se publicó en italiano en La Civiltà Cattolica.

(Traducción para America en español: Juan V. Fernández de la Gala)

Qui in  Italiano. Here in English 

Papa Francisco: la alegría y las condiciones de vida en común

0,,18936356_303,00Lo que hay de común en los tres documentos más importantes del Papa Francisco — la exhortación apostólica Evangelii Gaudium, (La alegría del Evangelio), la encíclica Laudato Si, (sobre el cuidado de la casa común) y la exhortación Postsinodal Amoris Letitia, (sobre el amor en la familia) — es el tema de la alegría que aparece en distintas formas: gaudium, laudatio, letitia y esta alegría está vinculada a la idea de las condiciones de vida en común: la comunidad eclesial, el medio ambiente y la familia. Esta alegría se origina en la experiencia del encuentro con Jesucristo, “la alegría interna que llama y atrae a las cosas celestiales y a la propia salud de su alma, aquietándola y pacificándola en su Criador y Señor” (Ignacio de Loyola). La alegría del evangelio debe llegar a cristianos y no cristianos porque todo el mundo tiene el derecho de recibir el Evangelio, de allí que todos los cristianos estén permanentemente en una dinámica de salida hacia los demás. Otro núcleo fundamental de la enseñanza de Francisco es el discernimiento pues gracias a este se puede iluminar la realidad concreta de cada vida, este es un proceso que nos lleva a ser dóciles en el Espíritu, que nos invita a actuar con amor y misericordia en cada situación particular. Finalmente la preocupación del Papa es la de recontextualizar la doctrina al servicio de la misión pastoral de la Iglesia. La doctrina debe interpretarse en relación con el centro del Kerygma cristiano y a la luz del contexto pastoral en la que se aplica para la salus animarum.

Cardinal Schönborn: marriage and pastoral conversion. My interview.

Christoph-Schonborn

(originally published in La Civiltà Cattolica 2015 III 494-510 (Issue n.3966 – August 26, 2015 – ORIGINAL FULL TEXT IN ITALIAN HERE )

During the Extraordinary Synod on the family, that was held from October 5 to October 19, 2014, I had been struck by, among others, the intervention of Cardinal Schonborn, Archbishop of Vienna.  We had a discussion, after his intervention in the hall, during dinner with a common friend.  Then he spoke to me of his experience as a son of a family that that had lived a divorce.  His lucidity did not come from a merely intellectual reflection, but was the fruit of the lived experience.  Strolling under the colonnades of St Peter’s, he spoke to me about the oblivion regarding grandparents and aunts and uncles in the synodal talks.  The family, he said to me, it’s not only husband, wife, and children: it is a network of broad relationships, even composed of friends and not only of parents.  An eventual divorce affects the broad web of relationships, not only a couple’s life.  But it is also true that that web can hold up to the shock of the split and can sustain the weakest, the children for example.

We did not have to interrupt the conversation.  We pursued it in two successive encounters, after some months, in the office of Civiltà Cattolica.  One time even with his friend and fellow Dominican, Fr. Jean Miguel Garrigues, who I have also interviewed for our journal.[1]  And the conversation, in the end, continued also in Vienna, at the Kardinal König Haus.  The interview that follows is the fruit of these encounters, that at the end took the form of a unitary dialogue.  I asked the Cardinal for a reflection tied strictly to his experience as a pastor.  And it is this pastoral inspiration that gives body and breath to his words.

Eminence, what was, in your view, the intention of the Extraordinary Assembly of the Synod on the family?  There was talk of the joy of the family and the challenges of the family.

When Francis became pope, the theme of the successive Synod was already fixed by Pope Benedict: the general questions of Christian anthropology and bioethical questions.  During his first meeting with the Council of the Synod, Pope Francis immediately observed that it would be difficult to confront such questions outside of the framing based on the family and marriage, and, consequently, little by little the theme shifted, without disregarding the anthropological questions, but placing them in correlation with this original anthropology that is the Biblical teaching on man and woman, on their union, on their vocation and ond the great themes of marriage and the family.

But why return to a theme that St John Paul II had treated more or less exhaustively in the course of the 27 years of his pontificate?

I think that Pope Francis wanted, first of all, to encourage us—and he has repeated it many times—to look to the beauty and vital importance of marriage and family with the view of the Good Shepherd who was close to everyone.  He put into motion this synodos, this common journey, in which we are all called to observe the situation, not with a look from above, beginning from abstract ideas, but with the look of pastors who perceive today’s reality in a gospel spirit.  This look on the familiar and matrimonial reality is not, first of all, a critical look that underlines every lack, but a benevolent look, that sees how much good will and how many challenges exist, while in the midst of so much suffering.  Basically, we are asked for an act of faith: to bring ourselves close to the diverse crowd without fear of being touched.

In the convocation of the Synod, can we therefore read a desire for concreteness, for closeness…

Yes, the desire to look to concrete people in their joys and sufferings, in the sadness and anxiety of their daily life and to bring them to the Good News, discovering that they live the Gospel in the midst of so many pains, but also with so much generosity.  We must detach ourselves from our books and go into the midst of the crowd and let ourselves be touched by the life of the people.  To see them and know their situations, more or less unstable, beginning from deep desire written in the hearts of everyone.  It is the Ignation method: seeking the presence and action of God in the smallest details of daily life.  We are still distant from having realized this hope made by Pope Francis.  We haven’t even reached this Leggi tutto “Cardinal Schönborn: marriage and pastoral conversion. My interview.”