Il giornalismo? Non solo un mestiere ma una dimensione della vita di tutti

Riporto qui l’omelia che ho pronunciato in occasione della celebrazione della memoria di San Francesco di Sales (anticipata al sabato precedente) nella messa per i giornalisti di Caserta nel giorno nel quale mi è stato conferito il premio di giornalismo “Civitas Casertana – Le Buone Notizie” insieme a Maria Concetta Mattei (Tg2) e Stefano Maria Paci (Sky Tg24). Aggiungo che sono davvero onorato dalla motivazione che recita: “a padre Antonio Spadaro per aver saputo aprire nuove frontiere nell’informazione coniugando la rete alla carta stampata e alla teologia e per aver cominciato una nuova strada per La Civiltà Cattolica”. Lo prendo più come un augurio che come un onore al merito… Si sente anche l’eco di questo blog di CyberTeologia. Sono grato del sostegno e della stima dei colleghi.

Cari amici e colleghi giornalisti è per me un grande piacere e un grande onore essere a Caserta oggi per celebrare la memoria liturgica di San Francesco di Sales e quindi ricevere il Premio “Civitas Casertana – Le Buone Notizie”. In realtà noi che parliamo di «buone notizie» abbiamo ascoltato «la» Buona Notizia, che è la buona notizia del Vangelo, l’eu anghellon. Parlarvi nell’omelia di questa celebrazione ha dunque per me un significato simbolico forte.

Mi interrogo su che cosa sia una «buona notizia». Noi spesso immaginiamo che le «buone notizie» siano le notizie di ottimismo, gli happy ends. E in un certo senso lo sono. Ma non basta. La vita umana è fatta di eventi lieti ed eventi più difficili da vivere. Se la stampa spesso ci fa meditare più sulle cattive notizie, la soluzione non è semplicemente quella di far meditare sulle buone notizie, sul bene. E’ importante, importantissimo. Ma non basta A volte, anzi, le tante «buone» notizie della vita quotidiana, lo sappiamo tutti per esperienza, emergono da una complessità di difficile discernimento.

Per il credente la Buona Notizia non è una informazione, ma è il Signore. La notizia non è un contenuto informativo, ma una «persona». La fede deve abilitare il cristiano che è giornalista a considerare questa visione rivoluzionaria del modo di intendere comune. Per il cristiano la «notizia» non è innanzitutto un contenuto ma la persona che la incarna. Il Vangelo, cioè la Buona Notizia, per il credente non è solamente un libretto ma è il Cristo stesso che salva la mia vita.

Detto questo, in realtà comprendiamo quanto oggi sia attuale questa visione. Al tempo dei social networks non c’è informazione che non sia condivisione o che non sia aperta alla condivisione. Il tempo del broadcasting, a mio avviso, cioè quello della trasmissione pura e semplice di un messaggio, sta tramontando defintivamente. La notizia passa se è condivisa tra persone (facebook, twitter…). Pensiamo alla “primavera araba” o al mondo in cui i giovani oggi assumono (nel bene e nel male) le informazioni. Se l’informazione passa per condivisione allora passa anche portandosi dentro e dietro una parte di coloro che la condividono, la loro esperienza, il loro vissuto.

Insomma: oggi la dinamica dell’informazione ci fa capire come il giornalismo non sia affatto in crisi ma – in forme ancora difficili da comprendere e valutare bene – sta diventando una dimensione antropologica, un elemento della vita di tutti. Accanto al giornalismo come arte e come mestiere si sta sviluppando il giornalismo come parte della nostra umanità, una dimensione esistenziale. La notizia non può più essere informazione ma è e deve essere comunicazione, non solo contenuto, ma «testimonianza».

In questo San Francesco di Sales ci aiuta a capire e il suo messaggio è di straordinaria attualità per il giornalismo moderno. Perché nel 1923 fu proclamato da Papa Pio XI patrono della stampa cattolica, dei giornalisti, degli scrittori, oltre che dei sordomuti? E sottolineo di passaggio questo legame tra i giornalisti e i sordomuti che non è da sottovalutare.

Sostanzialmente perché si accorse che le persone evitavano le sue prediche e dunque, per opporsi all’eresia calvinista, decise di confutare i loro errori con fogli volanti, da lui scritti fra una predica e l’altra e disseminati in tante copie, che, passando di mano in mano, dovevano finire con raggiungere anche i calvinisti. Francesco di Sales non «dava notizie» ma comunicava se stesso, la sua fede, le cose nelle quali credeva.

Ma accanto a questo volantinaggio è da considerare la capacità di scrivere lettere, pare 30.000, delle quali ce ne sono rimaste solo 2.000. E la lettera è appunto una comunicazione che coinvolge pienamente chi scrive. Benedetto XVI nel suo Messaggio per la 45 Giornata Mondiale delle Comunicazioni ha scritto che «quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali». E oggi le tecnologie dell’informazione, contribuendo a creare una rete di connessioni, spingono gli uomini a farsi «testimoni» dei valori sui quali fondano la propria esistenza.

Il modello che abbiamo davanti agli occhi, quello di Francesco di Sales, dunque è quello di un giornalismo che comunica passione e ha un intento di coinvolgimento, partecipazione, formazione. La stessa attenzione alla «verità» non è una semplice e fredda attenzione alla «oggettività» o alla «neutralità», ma alla comprensione del valore delle cose.

Il giornalismo è dunque una forma di testimonianza capace di interrogare chi scrive e chi legge, chi trasmette e chi riceve, sulla visione delle cose e sui significati, sui valori…Venendo qui, anche celebrando questa eucarestia intendo rappresentare la redazione della mia rivista, La Civiltà Cattolica, che cerca di vivere dal 1850 questa vocazione giornalistica: la condivisione di una esperienza intellettuale illuminata dalla fede cristiana e profondamente innestata nella vita culturale, sociale, economica, politica dei nostri giorni.

La Civiltà Cattolica è una rivista singolare: la sua redazione è una comunità di persone che pensano ma che anche vivono insieme. Ed è la rivista più antica d’Italia, avendo ormai 162 anni di vita. Non è rivista che «si tiene in vita», ma è rivista che «esprime una vita» intellettuale. Resterà viva finché esprimerà una vita. E’ questo il senso del giornalismo: dare forma di notizia alla vita brulicante del mondo.

In particolare, sin dall’editoriale del primo fascicolo del 1850 la nostra rivista ha interpretato così la propria «cattolicità»: «Una Civiltà cattolica non sarebbe cattolica, cioè universale, se non potesse comporsi con qualunque forma di cosa pubblica»

Quindi auguro la stessa cosa a tutti i giornalisti che sono cattolici: che la vostra cattolicità si esprima anche come desiderio di universalità, come desiderio di comporsi con qualunque forma di cosa pubblica. Il Signore ci aiuti a vivere questa apertura come una forma di amore per il mondo creato da Dio, e come testimonianza per fare di questo mondo un luogo migliore.