Quando il mio avatar si aggirava per Second Life… pregando

Snapshot-Mar 16 Palm Sunday-Service BackAnni fa, studiando il fenomeno Second Life, il mio avatar si aggirava tra le sue sim, alla ricerca di capire come si vive la «seconda vita». Quello che mi ha stupito allora era la varietà di presenza religiosa tra le regioni e isole. Ho trovato di tutto: da istituzioni «autodosse» e pan-denominazionali a templi di grandi religioni tradizionali. Esisteva anche una sorta di piazza delle religioni in cui si ritrovavano ricostruzioni di una cattedrale, di una moschea, di una pagoda, di un tempio zen, di un tempio indù, di una sinagoga, di un tempio Kiva. Tra le chiese anche simulazioni delle cattoliche Notre Dame di Parigi o della anglicana St. Paul di Londra. E queste chiese erano frequentate dagli avatar per la preghiera.

Mi ha colpito la testimonianza di un musulmano: «Io metto il mio avatar in posizione di preghiera e nello stesso tempo io prego. La mia preghiera nella mia stanza è valida e la mia preghiera online è simbolica». E come non ricordare la splendida cattedrale nell’isola di Epiphany dove padre Mark Brown guidava la preghiera dei vespri, molto frequentata da avatar? Insomma: col crescere degli spazi digitali molti avevano cominciato ad avvertire il bisogno di creare luoghi di preghiera o addirittura chiostri e conventi per tempi di sosta e di meditazione.

Certo, la Rete è stata anche incubatrice di nuove forme di religiosità che la considerano  come uno «spazio sacro», le cosidette «cybereligioni» quali il tecnopaganesimo o i culti ecologici tecno-spirituali. E comunque, attraversando queste realtà, a volte paccottiglia, è anche possibile farsi un’idea dell’enorme bisogno profondo di Dio che agita il cuore umano e che prende le forme più strane. Lo diceva già la grande scrittrice (cattolica) americana Flannery O’Connor: se credi e la tua fede non riesce a trovare una forma per esprimersi te ne vai in giro a far cose strane. Il «cuore affamato» evocato da sant’Agostino e cantato da Bruce Springsteen pulsa anche di bit.

I rischi? Si «naviga» con la mano: col mouse, col touchpad o direttamente su uno schermo. Per trovare e vedere occorre toccare. E’ la mano a guidare e gestire la visione in una logica di «apparizione», che può non essere senza conseguenze. La tentazione è quella di piombare in piena sensibilità neo-gnostica da self service dell’anima, illudendosi che il sacro sia a portata di mano: basta un click per passare da un sito di neo-stregoneria a quello di un’apparizione mariana, oppure da un tempio neo-pagano a un sito di cristiani tradizionalisti. La Rete facilmente può essere paragonata a una sorta di grande supermarket del religioso in cui è possibile trovare ogni genere di «prodotto» religioso con grande facilità. La Rete dunque, anche per i cristiani, è da sempre spazio di discernimento e di missione: evaderla significherebbe venir meno a una sfida impegnativa e importante.

Ma il mondo di Second Life era destinato a svanire. E così tutta la paccottiglia che crede di poter appiattire «spirituale» su «virtuale» e ridurre il «virtuale» a fake, «fasullo». La Rete sempre di più sta diventando un ambiente ordinario di vita, il tessuto connettivo delle nostre esperienze. Non un luogo di alienazione, ma uno spazio di integrazione ed estensione della nostra capacità di conoscenza e relazione.

Benedetto XVI nel suo messaggio di rinuncia al pontificato ha ribadito l’importanza di affrontare le sfide dei «rapidi mutamenti». E durante il suo ministero non si è sottratto alle sfide, anche riguardo all’ambiente digitale. Nel gennaio scorso nel suo messaggio per la giornata della comunicazioni, ha riconosciuto che «l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone». La Rete come luogo della «doppia vita» è una tappa infantile e, come tale, è destinata a sparire. La Rete dei network sociali è ormai la Rete della «prima vita» che connette  –  virtuosamente o meno è un’altra questione – volti, pensieri, immagini «reali» anche se digitali.  Internet è un luogo caldo di umanità dove gli uomini esprimono i propri desideri, i propri dubbi, persino – come il Papa stesso ha riconosciuto – il desiderio di verità e gli interrogativi di senso. E così l’uomo alla ricerca di Dio oggi si pone anche di fronte a uno schermo e avvia una navigazione.

E a questo punto però lo stesso Benedetto XVI ha sorpreso molti dicendo che i social networks non devono essere visti dai credenti semplicemente come uno strumento di evangelizzazione. La Rete non è da usare, ma da da «abitare». Se entriamo in questa prospettiva il concetto tradizionale di cyber-religione in quanto «cosa in sé» cade. Non c’è una religione off line e una on line: si vive la stessa fede che si esprime in entrambe gli ambienti. Semmai la questione è: se la Rete ha un impatto sul modo di pensare, e la teologia è intellectus fidei, cioè pensare la fede, come la Rete cambierà il modo di pensare la fede? Questo oggi è il punto. E Paolo VI in tempi non sospetti (1964) non ha esitato a dire che «il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale», immaginando futuristicamente lo «sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali».

Anche la terra digitale… Alessandro Zaccuri su “Cyberteologia”

Riporto qui la recensione di  Alessandro Zaccuri al mio Cybertoelogia apparsa sul mensile Popoli di maggio 2012. Zaccuri è girnalista e scrittore.

 

Qualche anno fa, quando le controversie sull’universo parallelo – e virtuale – di Second Life erano all’ordine del giorno, un giovane gesuita italiano se ne uscì con una proposta che fece discutere. Anche la terra digitale, sosteneva, è terra di missione, perché anche lì si trovano gli esseri umani, sia pure sotto la maschera di identità fittizie. Da allora molto è cambiato. Second Life non ha mantenuto le sue promesse, per esempio, e nel Web il gioco della finzione è stato soppiantato dalla logica della relazione: non più gli avatar di una realtà immaginaria, ma i “profili” attraverso i quali i social network cercano di restituirci alla nostra quotidianità.

Non per questo, però, padre Antonio Spadaro ha cambiato idea sulla necessità di una presenza credente, orante e dialogante in Internet. Anzi, ora che ha assunto la direzione della «Civiltà Cattolica» rilancia la sfida con questo Cyberteologia (Vita e Pensiero, pagine 152, euro 14,00). L’obiettivo, dichiarato con franchezza nel sottotitolo, è ancora quello di «pensare il cristianesimo al tempo della Rete», nella rinnovata convinzione che nessuna esperienza umana – per quanto mediata dalle tecnologie – possa essere considerata estranea al messaggio del Vangelo. In questo, e non solo in questo, il percorso di Spadaro assomiglia sempre di più a quello di uno dei suoi maestri, Marshall McLuhan, che come lo studioso messinese approdò alla riflessione sui media in seguito a un processo di ampliamento dell’originario interesse per la letteratura. Ma in Cyberteologia si impone con crescente evidenza un altro importante modello, quello dell’«ambiente divino» postulato dal grande Theilard de Chardin, le cui attese visionarie sembrano trovare compimento nella tessitura fittissima del Web 2.0.

Rispetto a buona parte della sua bibliografia di riferimento, spesso legata agli ambienti del tecno-entusiasmo statunitense, Spadaro conserva un invidiabile equilibrio teologico, che gli consente di apprezzare le analogie e di sottolineare le differenze, specie quando sono in gioco nozioni fondamentali come quella del Corpo mistico. Non viene meno, però, il gusto di una provocazione intellettuale sempre feconda, che invita tra l’altro a cogliere nella giusta prospettiva la dimensione del dono tipica della cosiddetta «etica hacker».

Cyberteologia su “La Stampa”

di Gianluca Nicoletti

La rete è sicuramente qualcosa di più di una tecnologia per trasferire dati tra computer. Nella fase attuale del social network, ancora di più è palese quanto l’essere connessi oramai non possa più considerarsi come un’attività accessoria. Mentre i guru di Internet appassiscono uno dopo l’altro come divinità decadute di antichi culti dimenticati, qualcuno comincia a riflettere sul fatto che la ciò che accade in rete possa coincidere con una dimensione di effettiva esistenza dell’essere umano.

“La rete tende sempre più a diventare trasparente, invisibile, tende esponenzialmente a non essere più “altro” rispetto alla nostra vita quotidiana”. A dire questo è un prete gesuita che da anni vive la rete come profonda e stimolante occasione di osservare l’umanità che si muove in quella terra riflessa. Una regione poco esplorata che ancora molti suoi colleghi guardano, nella migliore delle ipotesi, con sospettosa reticenza.

La “Cyberteologia” è quella branca della metafisica che studia le tracce di assoluto nell’ umanità digitale, quella possibile aspirazione alla trascendenza che è possibile scorgere nelle immense possibilità di combinazioni di pensieri ed espressioni umane che, in ogni istante dell’ inconcreto universo di Internet, si incrociano, sfiorano, entrano in collisione, si fondono per poi disperdersi di nuovo.

A sollecitarci a una riflessione cyberteologica è Antonio Spadaro, direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”, docente alla “Pontificia Università Gregoriana e membro importante di varie Pontificie istituzioni. Spadaro ha appena pubblicato “Cyberteologia, pensare il Cristianesimo al tempo della rete” (ed. V&P Vita e Pensiero), summa di tutto il suo viaggiare da anni in Internet come competente e curioso “missionario”.

Spadaro è presente già da tempo in rete con Leggi tutto “Cyberteologia su “La Stampa””