Senti Cyberteologia e ti viene in mente Philip Dick

Riprendo qui una intervista di Filippo Sensi apparsa su Europa il 27 aprile 2012

Senti cyberteologia e ti viene in mente Philip K. Dick, o magari uno di quei videogiochi spara-spara, magari con una curvatura esoterica, che spopolano tra gli smanettoni. E invece è una riflessione cognitiva ormai matura, anche se in progress, lo sforzo speculativo di “pensare il cristianesimo al tempo della rete”, come recita il sottotitolo dell’ultimo libro di Antonio Spadaro, da qualche mese direttore della Civiltà Cattolica, la più antica rivista italiana, come ci dice con orgoglio lui stesso, in una conversazione con Europa, a partire proprio dal suo volume (Cyberteologia, Vita e pensiero, 14 euro).

Quarantacinque anni, gesuita, con una formazione «mista, a cavallo tra una disciplina e l’altra», Spadaro ci tiene a preservare la fisionomia distinta della cyberteologia rispetto alle pastorali, alle sociologie della rete, perfino alle teologie contestuali: nei suoi interrogativi c’è, piuttosto, una urgenza epistemologica, una intelligenza delle fede che mira ad andare al nodo ultimo, verso il “Punto Omega”, per usare il lessico di un pensatore molto amato dal direttore della Civiltà Cattolica, Teilhard de Chardin.

«È un autore complesso, geniale, e il pensiero geniale è sempre sorgivo, fangoso, impastato», spiega Spadaro, «è la sua ambiguità a renderlo grande, ci impone di cogliere in lui più le domande che le risposte». Se l’itinerarium del teologo messinese, per ora, fa stazione presso la noosfera teilhardiana come tensione/attrazione dell’umanità, sempre più connessa come in un sistema nervoso planetario, verso Dio, il punto di partenza della sua riflessione è che Internet non può essere banalizzato come strumento, ma è ormai l’ambiente in cui ci muoviamo.

«La rete e la Chiesa – scrive – sono due realtà da sempre destinate a incontrarsi. La sfida, dunque, non deve essere come “usare” bene la rete, come spesso si crede, ma come “vivere” bene al tempo della rete». In questa contemporaneità della riflessione, anche etica, di Spadaro si può leggere un umanesimo profondo, mutuato dalla lunga frequentazione della letteratura, in particolare con la scrittura di Flannery O’Connor, la poesia di Gerard Manley Hopkins e di Walt Whitman (che il teologo ha anche tradotto); una dimensione che consente al teologo di utilizzare una sensibilità linguistica preziosa e penetrante. Come quando si interroga sulla persistenza, nel lessico della tecnologia, di concetti presi a prestito dal piano religioso, come “salvare”, “convertire”, “giustificare”, “condividere” («il linguaggio della fede è talmente denso di siginificato che poi sconfina», azzarda una risposta il direttore della Civiltà Cattolica).

O come quando chiede «come cambia la ricerca di Dio al tempo dei motori di ricerca», per negare, però, poi radicalmente la possibilità di una «googlizzazione della fede». Se l’assunto di partenza della cyberteologia è che non si può fare finta che questa dimensione della rete non solo esista, ma abbia un impatto significativo sulla nostra capacità di pensare il fatto cristiano, ne discende che una mera fenomenologia della rete, dei suoi usi, delle sue liturgie, dei suoi gadget resti insufficiente in questo lavoro di messa a fuoco. Cioè a dire, non si arriva al punto, se ci si ferma esclusivamente a impastare la fede della terminologia imposta dalle nuove tecnologie; non è un lavoro di traduzione, bensì di tradizione, quello che si richiede al teologo, di tradizione e di innovazione insieme.
Spadaro lo spiega, con un riferimento alla rivista che dirige, la Civiltà Cattolica: «Attenzione al fraintendimento di chi oppone innovazione e tradizione. Guardando alla storia della rivista, ad esempio, si può cogliere un grande sforzo di innovazione proprio alle sue origini. Era in italiano, e non in latino. Aveva diffusione nazionale, prima che l’Italia fosse unita. Si occupava di cultura alta, ma con un linguaggio leggibile, ordinario, comune, quasi militante».

Una passione per l’originario, per lo stato nascente cui il teologo non abdica mai, in nessuna delle sue attività, delle sue predilezioni. Perfino nella lettura delle Scritture, Spadaro si sofferma volentieri sul libro della Genesi, della «creazione del mondo come liberazione creativa dal caos». Perché «nella Bibbia – osserva, circondato dai libri del suo studio, l’amata Flannery O’Connor a portata di mano, in uno scaffale ordinato – la creazione non è ex nihilo, ma è un gesto creativo che mette ordine in un caos informe e spaventoso».

Così la sua cyberteologia prova a mettere a sistema le suggestioni speculative che già si trovavano nel precedente Web 2.0Reti di relazione e, più in generale, nella sua attività di blogger che lo scorso anno incuriosì perfino l’Economist. Ne è passato di tempo da quando Spadaro fondava la rivista letteraria Bomba Carta, un progetto culturale che coordinava iniziative di scrittura creativa assieme alla produzione di video e a letture via Internet. Oggi il direttore della Civiltà Cattolica è stato nominato da papa Benedetto XVI consultore del Pontificio Consiglio della cultura e delle comunicazioni sociali.

Eppure non ci sta, anzi quasi si allarma, quando si sottolinea il dato anagrafico, mettendolo in relazione al rilievo degli incarichi che ricopre: «Oggi in Italia definire giovane una persona di 45 anni è inquietante, perché indica che non c’è una adeguata valorizzazione dei giovani, con il conseguente rischio di innescare una competizione tra giovani e adulti». Prosegue il suo ragionamento: «In Italia si rischia di vivere una gerarchia legata più all’età che alla competenza: per carità, è indubbio che l’esperienza abbia una sua virtuosità. Ma se l’esperienza è un valore – rimarca Spadaro – anche la freschezza lo è. Attenzione, perciò, a far entrare questi due valori in conflitto».

E, d’altra parte, l’intero impianto della sua cyberteologia è all’insegna di uno sforzo di conciliazione, di reciproca comprensione tra due sfere, due dimensioni di cui il teologo conosce perfettamente il perimetro, senza confusioni, né sovrapposizioni di sorta. In un dialogo, però, continuo, pur nella differenza dei piani, quello dell’ambiente tecnologico e quello della Rivelazione: «Nella sfida che la mentalità hacker comincia a porre alla teologia e alla fede – scrive nel libro – va preservata l’apertura umana alla trascendenza, a un dono indeducibile, a una grazia che “buca” il sistema delle relazioni e che non è mai solamente il frutto di una connessione o di una condivisione, per quanto ampia e generosa».

Se così non fosse, avverte, la rete finirebbe per essere una «torre di Babele orizzontale», dando una fallace impressione di «onnipresenza», di «avvolgere tutto», dalla quale, tuttavia, sporge ed eccede la Rivelazione. Finora eravamo ai prolegomeni di una cyberteologia, di una fides quaerens intellectum al tempo dell’invadenza e delle opportunità liberate dai social network. «Ora il campo è aperto», ammette Spadaro, congendandoci. Se non ancora alle categorie, siamo, tuttavia, dentro un ecosistema di riflessione che promette di cambiare, e a fondo, la prospettiva teologica contemporanea.

Che si debba a un forty-something che si è occupato di Piervittorio Tondelli e Tom Waits, di Raymond Carver e Nick Cave o Andy Warhol è una sfida ai luoghi comuni con la quale spesso fraintendiamo il ruolo della Chiesa, il suo umanesimo, la sua missione.