La mia intervista a Martin Scorsese. «Silence», un viaggio dentro la violenza e la grazia

15356563_10154688912902508_869443098421653439_n«Quando ero giovane volevo fare un film sull’essere un prete […] Ma se davvero si ha la chiamata, come si fa ad affrontare il proprio orgoglio? […] E ho capito che, quasi sessant’anni dopo, stavo facendo quel film. Rodrigues è direttamente alle prese con quella domanda». Così Martin Scorsese a proposito di Silence, il suo ultimo film che a gennaio uscirà nelle sale cinematografiche. La pellicola è ispirata alla drammatica vicenda dei martiri giapponesi del XVII secolo.

Si tratta di un breve stralcio di un’ampia intervista che ho realizzato con il regista, e che per questo ho incontrato due volte, nella sua casa di New York e poi a Roma, all’inizio e alla fine di un dialogo durato otto mesi. L’intervista è pubblicata in forma integrale sul nuovo sito internet della Civiltà Cattolica, all’indirizzo www.laciviltacattolica.it sia in originale INGLESE sia in traduzione ITALIANA.

La ricerca su fede e grazia nella lunga genesi del film. Nel nostro colloquio Scorsese si mette a nudo rivelando il lungo processo di gestazione del film, ma anche un modo singolare di viverne la storia, che riconosce come parte della propria vita: una vita complessa, contraddittoria, ma alla ricerca di una grazia: «Da una parte c’era il desiderio di fare proprio questo film – racconta il regista – e dall’altra parte c’era la presenza del romanzo di Endo, di quella storia, come una specie di sprone a riflettere sulla fede; sulla vita e su come si vive; sulla grazia e su come la si riceve; su come alla fine possono essere la stessa cosa». È durato 19 anni il «lungo processo di gestazione» di questo lavoro» che è diventato «un modo di vivere con la storia e di vivere la vita – la mia vita – attorno a essa»; tanto che «guardo indietro e vedo che tutto nella mia memoria si riunisce come in una sorta di pellegrinaggio». Il regista si riconosce «ossessionato dallo spirituale» e «dalla domanda su ciò che siamo».

Dentro Silence. Sul personaggio che lo coinvolge di più: «Penso che il più affascinante e intrigante di tutti i personaggi sia Kichijiro… Kichijiro è Johnny Boy di Mean Streets… Johnny Boy e Kichijiro mi affascinano. Diventano ricettacoli di distruzione o di salvezza». A proposito della violenza di alcune scene, Scorsese annota che essere spirituali per lui significa «guardarci da vicino» e facendo questo dobbiamo accettare che «per il momento, la violenza è qui. È qualcosa che facciamo. Mostrarlo è importante. Così non si fa l’errore di pensare che la violenza sia qualcosa che fanno altri, che fanno “le persone violente”… Qualcuno dice che Quei bravi ragazzi è divertente. Le persone sono divertenti, la violenza non lo è».

 Un film di spiritualità cristiana ma non “alla Bernanos”. Il regista dice di aver trovato ispirazione in autori come Jacques Lusseyran (il leader cieco della resistenza francese), Dietrich Bonhoeffer, Elie Wiesel e Primo Levi, piuttosto che in Bernanos, in cui «c’è qualcosa di così duro, di inesorabilmente aspro. Invece in Endo la tenerezza e la compassione son sempre presenti». E ricorda il suo progetto interrotto di film didattici per la Tv sui santi, ispirati soprattutto dal Rossellini di Europa ’51 e Francesco giullare di Dio, «il più bel film su un santo che io abbia mai visto». Sulla figura di Cristo, mette invece al primo posto, nel cinema, Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini; nell’arte, il volto di Cristo dipinto da El Greco «più compassionevole di quello dipinto da Piero della Francesca». Per Scorsese — che ricorda l’importanza nella sua gioventù di un prete straordinario («padre Principe. Da lui ho imparato tantissimo, e tra l’altro la pietà con sé stessi e con gli altri») — la compassione è essenzialmente il «frutto della negazione dell’io».

Le influenze letterarie. Nella ricostruzione del processo di realizzazione dell’opera, emergono oltre alle influenze cinematografiche, le letture-guida del regista. Da Flannery O’Connor – afferma che il suo Il cielo è dei violenti lo ha sconvolto – alle Memorie del sottosuolo di DostoevskijTaxi driver è il mio Memorie del sottosuolo!»); dal Joyce di Ritratto dell’artista da giovane, che scontorna il Dio «tuoni e fulmini» della sua formazione religiosa di ragazzino, al confronto col mistero e con la meraviglia sull’umano nei libri Absence of Mind e Gilead di Marilynne Robinson.

Le vicende personali e la famiglia. Nel corso della nostra conversazione si affacciano inevitabilmente anche le vicende personali del regista italo-americano (la sua famiglia è arrivata da Polizzi Generosa, in provincia di Palermo). Dalla stimata figura del padre «in quel mondo» in cui «era presente la criminalità organizzata, sicché la gente doveva camminare sul filo del rasoio»; all’esperienza prima terribile e poi bellissima della nascita della figlia; dalla scuola di vita e di carattere obbligata dai suoi limiti fisici, fino alla memoria del suo «momento di autodistruzione, che riconosce come una forma di arroganza, di orgoglio».

La immagini e lo spirito. Alla mia domanda su come fa la fotografia di un film a farci vedere lo spirito, Scorsese risponde che «ci sono certe cose intangibili che le parole, semplicemente, non possono esprimere» e che si manifestano proprio «nel congiungersi delle immagini» all’interno di un film.  Lo spirito, dunque, si manifesta nell’editing, che è proprio l’azione del fare cinema.

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