Se l’Osservatore Romano dice che finiremo tutti hikikomori…

Il 29 novembre scorso l’Osservatore Romano ha pubblicato un articolo di Christian Martini Grimaldi dal titolo “Tra realtà e pregiudizio” dedicato alle relazioni umane dentro e fuori dalla rete. E’ un articolo che sembra smentire l’intelligenza e la sapienza del magistero pontificio sulle comunicazioni di Benedetto XVI (proprio alla vigilia della sua presenza su Twitter!) con la semplice e inutile riproposizione di alcuni stereotipi.

L’articolo prende spunto da una mia frase che è in realtà (nell’articolo non è detto) parte di un mio articolo su Avvenire. In quella frase dico che finché si manterrà il dualismo tra la vita off line e la vita on line – considerando banalmente la prima come la vita “vera” e la seconda come la vita irrimediabilmente “finta” – si moltiplicheranno le alienazioni. Finché si dirà che per vivere relazioni reali bisogna chiudere le relazioni in rete si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente che vive di banalità effimere.

Il messaggio che cercavo di comunicare è che la vita è una sola, sia che essa viva nell’ambiente fisico sia che essa viva nell’ambiente digitale. La rete non è una realtà parallela, ma è chiamata ad essere uno spazio antropologico interconnesso radicalmente con gli altri spazi della nostra vita.

Cosa fa l’autore dell’articolo sull’Osservatore Romano? Scrive che no, la rete è invece solo una «bolla priva di realismo fisico», che in rete dunque finiamo o finiremo tutti per essere “hikikomori”, cioè quei giapponesi che vivono isolati dal resto del mondo, come dimostrato da una serie di fatti e di sindromi che Grimaldi annota, concludendo che, alla fine, sostanzialmente è tutta colpa della rete.

Ma come si fa ancora a ragionare in questo modo, mi chiedo? Cosa fa l’autore dell’articolo? Parte dalla patologia e arriva acriticamente alle sue conclusioni. E’ insomma come se io parlassi dei criminali (della vita “reale”) e quindi deducessi che il mondo è un posto cattivo dove tutti gli uomini finiscono per essere gente depravata. L’autore dell’articolo dimentica tutta la solidarietà che si esprime in rete, l’open source, lo scambio virtuoso, la capacità di condivisione positiva,… Per lui tutto questo non esiste: finiremo tutti per essere hikikomori.

Due considerazioni:

1. Credo che non si debba attribuire alla rete ciò che invece dipende dai nostri limiti relazionali e umani e che trasferiamo sul web esattamente come negli altri ambienti che frequentiamo offline. Attribuire al web le colpe che sono nostre è una forma di deresponsabilizzazione, di inaccettabile posizione di determinismo tecnologico. Questa esteriorizzazione del negativo mi sembra priva di senso.

Il web non ci «determina», invece, e può essere «abitato». Ovviamente però l’abitare non può prescindere dalla saggezza di un adattamento (non Viagra sempre facile) all’ambiente nel quale pian piano si iscrivono i propri valori. E’ una sorta di addomesticamento dello spazio. Articoli come quello pubblicato dall’Osservatore Romano non aiutano ad acquisire la consapevolezza necessaria per abitare quello che i vescovi italiani negli Orientamenti Pastorali CEI, 51 hanno definito come  il “nuovo contesto esistenziale”.

2. L’articolo dell’Osservatore Romano va direttamente in rotta di collisione con il magistero pontificio sulle comunicazioni. Come non ricordare le parole di Benedetto XVI nel suo Messaggio per la 45a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali quando dice che le nuove tecnologie della comunicazione, se usate saggiamente, «possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, di verità e di unità che rimane l’aspirazione più profonda dell’essere umano»? Ripeto: «desiderio di senso e di verità»! E ricordiamo che il titolo del messaggio era Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale. Che l’articolista dell’Osservatore lo abbia dimenticato?

Dobbiamo ricordare, tra l’altro, che con l’apertura dell’Anno della fede e la chiusura del Sinodo sulla «nuova evangelizzazione», Benedetto XVI ha scelto il seguente tema della 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: «Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione». Il Papa dunque ci invita a riflettere sui social networks, collegando ad essi sia la fede sia l’evangelizzazione. E non è un caso, forse, che alcuni interessanti interventi dei padri sinodali si sono soffermati proprio sulla questione dei nuovi linguaggi e della cultura digitale.

L’articolo dell’Osservatore Romano, dicendo che finiremo per essere tutti “hikikomori” sembra capovolgere di 180 gradi questa prospettiva.Il Papa infatti definisce i networks sociali come «porta» e «spazio», cioè uno spazio di esperienza. Il suo invito quindi è ad allargare i nostri orizzonti, ascoltare i desideri profondi che l’uomo ormai oggi esprime molto bene anche in Rete, luogo in cui si fa esperienza reale. Siamo anni luce da posizioni acritiche di dualismo digitale come quelle espresse dall’articolo in questione.

Quando il Papa chiede di “usare saggiamente” le tecnologie delle comunicazione centra il punto: ci vuole saggezza, vigilanza, prudenza cristiana. Questa saggezza è ciò di cui c’è bisogno, non di pessimismo capace solo di creare ulteriori schizofrenie. E’ un compito che richiede responsabilità. Quella responsabilità che non può essere oscurata da, a mio avviso, inaccettabili posizioni di determinismo tecnologico quali quelle espresse da Grimaldi.

E poi articoli di questo genere a che servono? A fare una laudatio temporis acti, un elogio dei bei tempi andati?  La Chiesa non si è mai limitata a questo perché sa di essere chiamata a un compito per più alto e impegnativo.