Papa Francesco non “comunica”, ma crea “eventi comunicativi”. A proposito della lettera a Eugenio Scalfari

selfieRiporto qui una intervista che è apparsa sul quotidiani del gruppo L’Espresso a proposito della lettera del pontefice a Eugenio Scalfari. Rispondo alle domande di Andrea Iannuzzi.

Padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, gesuita come Francesco, esperto di media e comunicazione: si può dire, citando l’abusato McLuhan, che nella lettera del Papa a Eugenio Scalfari pubblicata da Repubblica il mezzo è parte integrante del messaggio?

Certamente. Per Papa Francesco non c’è unmessaggio e un mezzo. Ma c’è un messaggio che plasma e modella la forma nella quale si esprime. La prima forma è il suo stesso corpo. Papa Francesco gestisce la propria corporeità in maniera naturalmente sbilanciata sull’interlocutore. Non ha una compostezza rigida, ma è una flessibilità che lo spinge ora ad assumere una profonda concentrazione assorta, come avviene quando celebra la messa, ad esempio; ora uno slancio nel quale sembra che perda persino l’equilibrio. La statua più famosa di sant’Ignazio che è a Roma nella Chiesa del Gesù, lo fa apparire come se fosse una fiamma. Ecco, Papa Francesco gestisce la sua corporeità così, in maniera plastica, assumendo la postura che il messaggio che vuole comunicare esige. Si trasforma egli stesso in “messaggio”. Se questo vale per il suo corpo, questo vale anche per la sua voce e per la comunicazione epistolare che è a lui molto cara.

Scrivere una lettera a un giornalista, telefonare a un fedele, farsi fotografare insieme ad altri fedeli con il telefonino. Perché di Francesco continua a stupirci l’eccezionalità di questi “gesti normali”?

Il Papa ama la normalità. Più volte ha detto che bisogna essere “normali”. E questa è la chiave di lettura dei suoi gesti. le cose che a noi stupiscono così tanto erano parte della sua vita quotidiana di Vescovo vicino alla gente. Basterebbe fare una ricerca in Rete sulla immagini di Jorge Mario Bergoglio per vedere quante volte egli, da Vescovo, appare ripreso in gesti che stupiscono noi per la loro normalità. Gli argentini non sono affatto stupiti, però. Dunque qui non c’è alcuna strategia comunicativa: c’è solamente una volontà di essere stesso e di essere pastore come sempre è stato. Ricordiamo quel che disse in una intervista in Brasile: Se vai a vedere qualcuno a cui vuoi tanto bene, amici, con voglia di comunicare, vai a visitarli dentro una cassa di vetro? Non potevo, disse allora il Papa, venire a vedere questo popolo, che ha un cuore così grande, dietro una cassa di vetro. Per Papa Francesco la Chiesa è la “santa madre Chiesa”: è madre, e – disse ancora Bergoglio – non esiste nessuna mamma “per corrispondenza”. La mamma dà affetto, tocca, bacia, ama… Il linguaggio di Papa Francesco non è speculativo, ma missionario, proferito non per essere «studiato» ma per essere «ascoltato», raggiungendo subito chiunque lo ascolti in modo che reagisca.

repubblica

Dal punto di vista della comunicazione e della comunicazione digitale in particolare, questa iniziativa sembra rientrare perfettamente nella logica 2.0 della non-mediazione, del rapporto diretto tra utente e fonte, anche se paradossalmente in questo caso è  proprio il Papa a comportarsi da utente rivolgendosi direttamente al suo interlocutore autorevole? O è invece un segnale opposto, l’idea che una testata identitaria come Repubblica e un giornalista simbolo di laicità e dialogo come Scalfari possano essere il “mezzo” ideale per raggiungere i destinatari del messaggio?

Innanzitutto ricordiamoci che questa non è la prima comunicazione del Papa con una testata giornalistica. Si tratta di una tappa dentro un cammino che non prevede strategie rigide, appunto, ma un discernimento attento. Camminando si apre il cammino, insomma. E in questo senso credo che il Papa non intenda assestarsi su un solo modo di comunicare. Papa Francesco, in realtà, più che «comunicare» crea «eventi comunicativi», ai quali chi riceve il suo messaggio partecipa attivamente. In questo senso si ha una riconfigurazione del linguaggio che pone accenti differenti e priorità nuove. L’immediatezza del messaggio in Papa Francesco produce un paradosso: la sua autorevolezza ne risulta accresciuta e potenziata proprio perché la distanza viene abolita. Davanti a lui si avverte l’autorevolezza della figura e nello stesso tempo non si avverte alcuna distanza. Papa Francesco è poi facilmente «twittabile» per la sua spontanea capacità di comunicare contenuti densissimi che coinvolgono mente e cuore in frasi brevissime, anche ben meno dei canonici 140 caratteri. D’altra parte Papa Francesco ama molto il dialogo pacato, la conversazione lunga, che sente più adatta a casi come questo della lettera a Scalfari. Dunque la flessibilità del corpo del Papa vale anche per la sua parola, sia essa scritta o orale. E non c’è alcuna contraddizione, ma integrazione di modalità comunicative differenti.

Parliamo dei contenuti: “strada insieme” e “verità non assoluta” sembrano le parole chiave. Lei è d’accordo? Qual è il valore di questo messaggio?

Il Papa ha in mente una Chiesa che sia casa per l’umanità. Come si è ben compreso a Rio de Janeiro, egli ha in mente una società che tutti sono chiamati a costruire. I cristiani sono sollecitati a lavorare con tutti, come cittadini di uno Stato laico, alla costruzione dei legami sociali proprio grazie alle differenze. Ed è proprio la fede, per Papa Francesco, a far vedere e comprendere l’architettura dei rapporti umani nella città. La strada è di tutti e si cammina insieme. Questo per lui è il piano di Dio sulla città dell’uomo. La verità poi per lui non può essere “assoluta”. Questo tuttavia non nel senso del relativismo. Il Papa intende dire che se la verità fosse davvero “assoluta” sarebbe “sciolta” (questo è il senso latino della parola) da me, da te, dalle persone, dalla storia, dai contesti. E invece no: ciascuno coglie la verità del Vangelo a partire dalla propria storia, dalla propria cultura. La verità in questo senso è relativa alla propria precisa situazione esistenziale. In questo senso è Dio “non è un’idea assoluta”.

Francesco si muove nello scenario nazionale e internazionale da politico di rango. I suoi gesti e le sue parole sono politici, basti pensare alla visita a Lampedusa, agli interventi sull’omosessualità, fino all’ultima proposta di utilizzare i conventi chiusi per ospitare i rifugiati. C’è il rischio che questo agire politico possa essere strumentalizzato e usato per obiettivi di parte?

Il Papa può essere facilmente strumentalizzato, certo. Basta interpretarlo ideologicamente e il gioco è fatto. E invece il Papa non si stanca di ripeterlo: il vangelo va interpretato col vangelo non con altro. Quindi se il gesto o la parola del Papa è interpretato con categorie non evangeliche se ne capovolge il senso. Questo Papa è decisamente impegnativo anche per i giornalisti, credo. Sta falsificando le categorie più ovvie del recente passato quali conservatore/progressista, ad esempio. Davanti alla sua esperienza pastorale siamo tutti chiamati a capire meglio, ad ascoltare meglio, a non affrettare il giudizio, ad avere la pazienza dei tempi lunghi. Invece la tentazione è quella di aggrapparsi a categorie vecchie, e sostanzialmente politiche ma non evangeliche.

La Chiesa e la comunicazione. Lei e la rivista che lei dirige, Civiltà Cattolica, state sperimentando strade e modalità innovative sulla base del presupposto che la rete e i social media in particolare non sono un mezzo ma un luogo di vita. In questo senso dobbiamo aspettarci una presenza più assidua e “nuova” di Papa Francesco negli ambienti digitali?

Sì e lo stiamo vedendo. Dico sì non nel senso che il Papa sbarcherà su nuove reti sociali o sia necessariamente più presente di quanto non lo sia. Intendo dire che, siccome il Papa esprime una autenticità alla quale molti sono sensibili, la sua parola naturalmente rifluisce nell’ambiente digitale e viene condivisa e commentata. La Rete è piena di re-tweet dei tweet del Papa o di tweet di singole persone che rilanciano privatamente questa o quella sua frase. Ma la rete pullula anche di scatti e di video. La rete non è un ambiente fittizio, ma parte dell’ordinaria esperienza dell’uomo di oggi. In rete rifluiscono le domande, le speranze, le attese della gente. Papa Francesco, col suo messaggio così immediato, è presente nell’ambiente digitale soprattutto grazie alle gente che lo porta lì dentro. Una esperienza personale, se vuole: ricordo il primo appuntamento dei giovani col Papa a Copacabana. Io ero lì, sulla spiaggia, a commentare in diretta per Rai Uno quel che stava accadendo. A un certo punto però è caduto il segnale video satellitare internazionale. Le televisioni del mondo hanno smesso di fornire le immagini in diretta. Da quel
momento ciò che abbiamo visto era solo il materiale foto e video condiviso sui social dai giovani testimoni. E’ stato un evento che mi ha fatto riflettere molto su questa dinamica social che coinvolge il Papa e che egli è in grado di generare.