La mirada de BERGOGLIO es la de MAGELLANES

Ecco il mio TweetBook sul viaggio di Papa Francesco in Turchia (free download)

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Dal 27 al 30 Novembre sono stato in Turchia – prima ad Ankara e poi a Istanbul – per seguire il viaggio di Papa Francesco in quel Paese. Ho commentato in diretta fatti e avvenimenti con Vania De Luca e Antonio Silvi per Rai News come ospite, ma ho potuto vivere gli eventi, in particolare quelli legati all’incontro con il Patriarca Bartolomeo, con una partecipazione che ho voluto condividere con amici e followers su Twitter.

Ecco in questo libro raccolti tutti i miei tweets inviati in quei giorni. Sono quasi tutti fotografici: istantanee di un grande evento che ho avuto la grazia di vivere. Troverete anche due link a file audio: uno è il canto del muezzin ad Ankara e un altro il canto del coro del Phanar.

 Per scaricarlo gratuitamente clicca QUI o l’immagine accanto >>>  Microsoft_Word

 

“Nel cuore di ogni padre”: Papa Francesco mette in crisi la crisi dell’Occidente

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Pubblico qui il testo del mio articolo apparso sul Corriere della Sera domenica 23 novembre 2014 come presentazione del volume Papa Francesco,  Nel cuore di ogni padre. Alle radici della mia spiritualità, Milano, Rizzoli, 2014 che sarà in libreria il 26 novembre 2014. Il volume sarà presentato a Civiltà Cattolica il 4 dicembre alle ore 18.00 da p. Marco Tasca, Ministro Generale dei Francescani Conventuali, Lucio Caracciolo, direttore di Limes e Mauro Magatti, Ordinario di Sociologia della globalizzazione presso l’Università Cattolica di Milano.

Chi è Jorge Mario Bergoglio? Se lo sono chiesti e se lo chiedono in molti. La poliedricità semplice di papa Francesco attira non solamente la gente, «il popolo fedele di Dio», come lo chiama lui, ma anche analisti, intellettuali, saggisti. Nel cuore di ogni padre è importante, anzi fondamentale, per rispondere a questa domanda, perché contiene un concentrato di riflessione e di meditazione viva, rivelatore della radice ignaziana e gesuitica che anima il pensiero e l’ azione di papa Francesco.

Il volume è una raccolta di scritti, realizzata dallo stesso Bergoglio, divisa in tre parti: la prima contiene riflessioni sulla Compagnia di Gesù, il suo modo di procedere, la sua formazione. La seconda e la terza riportano meditazioni per gli Esercizi spirituali. L’ ultima parte si rivolge specificamente ai superiori religiosi. Il volume esce nel 1982, quando Bergoglio ha quarantasei anni, e contiene scritti anteriori a quella data, a partire dal 1974. Si tratta di un tempo estremamente importante e delicato per lui. Il 31 luglio 1973, era stato nominato Provinciale dei gesuiti argentini. E rimase in carica, come è di prassi, per sei anni, e cioè fino al 1979. Il suo Provincialato, lo sappiamo, coincise con un momento complicato per l’ Argentina. Il Papa non ne ha mai fatto mistero. Nella mia intervista fu chiaro: «Il mio governo come gesuita all’ inizio aveva molti difetti. Quello era un tempo difficile per la Compagnia: era scomparsa una intera generazione di gesuiti. Per questo mi son trovato Provinciale ancora molto giovane. Avevo trentasei anni: una pazzia. Bisognava affrontare situazioni difficili». E concluse: «Col tempo ho imparato molte cose. Il Signore ha permesso questa pedagogia di governo anche attraverso i miei difetti e i miei peccati». Proprio perché questi scritti fotografano una situazione non semplice, alla fine del suo Provincialato, contengono il nucleo del pensiero e dell’ azione di Bergoglio.

Si tratta di un nucleo caldo e ribollente, a tratti complesso, vivo a tal punto che questo volume mi è parso da subito essenziale, fondamentale. Fu lo stesso papa Francesco a citarlo, parlandomene durante quella mia intervista. L’ unico a cui ha fatto riferimento tra quelli che aveva pubblicato in precedenza. Fortunatamente la biblioteca della «Civiltà Cattolica» lo possedeva ed è stato sufficiente leggere solo alcune pagine di questa sorta di Summa ignaziana di Bergoglio per rendermi conto della sua importanza. Nel pomeriggio del 19 agosto 2013 sono entrato per la prima volta nella camera di papa Francesco a Santa Marta. Avevamo concordato quel giorno per l’ intervista che poi apparve su «La Civiltà Cattolica» e altre riviste dei gesuiti, ed è stata pubblicata da Rizzoli con il titolo La mia porta è sempre aperta . L’ impressione che mi è rimasta di quel primo incontro è di una accoglienza fluida e di un dialogo che non ammetteva un rapporto rigido tra intervistatore e intervistato. Ero lì per porgli domande, anche impegnative, e avere risposte. Avevo uno schema da seguire, eppure sin da subito non ci sono riuscito. La domanda iniziale, infatti, non era scritta nei miei appunti. Gli chiesi: «Chi è Jorge Mario Bergoglio?».

antoniospadaro_2014-nov-23Prima che lui aprisse bocca nella mia mente erano presenti due risposte: «Francesco è un gesuita» e «Francesco è un Papa latinoamericano». Lui, ricordo, mi fissò in silenzio. Pensavo di aver fatto un passo falso. Poi mi fece un rapido cenno per farmi capire che avrebbe risposto e mi disse lentamente: «Non so quale possa essere la definizione più giusta… Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore». Papa Francesco, continuando a riflettere, compreso, disse: «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”». Queste sue parole hanno a che fare direttamente con questo libro. Ascoltandole, mi resi conto che il Papa mi aveva dato una risposta duplice: lui si percepisce come un peccatore salvato, ma, parlando a me, gesuita proprio come lui, ha voluto definirsi alla luce della sua spiritualità e della sua scelta di vita come gesuita. Nel 1974 padre Bergoglio aveva partecipato alla XXXII Congregazione Generale della Compagnia di Gesù. Il primo decreto emanato da quest’ assemblea mondiale di rappresentanti dell’ ordine inizia con la domanda: «Che cosa vuol dire essere gesuita?». La risposta fu: «Vuol dire riconoscersi peccatore, ma chiamato da Dio a essere compagno di Gesù Cristo, come lo fu Ignazio». Quel giorno, papa Francesco mi ha parlato di sé alla luce di un carisma che tocca profondamente la sua identità. Leggere Nel cuore di ogni padre è fondamentale per comprendere la radice profonda della sua spiritualità gesuitica, perché sono pagine impregnate di linguaggio tipico e proprio della Compagnia di Gesù.

E la radice latinoamericana? Credo che questo sia il luogo adatto per una riflessione in merito. Molto si è scritto dell’ origine latinoamericana del Pontefice. E questo è corretto perché il suo è un Pontificato che davvero viene «dalla fine del mondo» e vive di equilibri «geopolitici» peculiari. La sua stessa visione è legata all’ esperienza di pastore a Buenos Aires e alle dinamiche ricche e complesse vissute dall’ episcopato latinoamericano riunitosi ad Aparecida nel 2007. Tuttavia sarebbe un errore interpretare l’ ascesa al Pontificato di Francesco solo come una estrema semplificazione delle complesse e gigantesche impalcature problematiche intellettuali romane ed europee a favore degli atteggiamenti pastorali di «carità» e «misericordia» vissuti in una certa America Latina. Questa posizione è in sé molto debole innanzitutto perché ignora che il dibattito culturale in Argentina, in particolare, è stato ed è tuttora profondamente innervato di temi che hanno avuto il loro inizio in Europa. La cultura teologica di quel Paese, specialmente quella condivisa in ambito gesuitico, ha vissuto un ponte privilegiato con la Mitteleuropa. Sono molti i professori che hanno studiato in Germania. La cultura francese e, ovviamente, quella italiana hanno avuto largo spazio. Quella spagnola è espressa dalla medesima lingua. I «problemi» legati alla società e ai diritti della persona vedono Paesi come l’ Uruguay in largo anticipo (e qui uso il termine con valenza esclusivamente cronologica) rispetto all’ Europa.

Invece ciò che lo stesso Bergoglio definisce come «l’ originalità della nostra situazione» consiste non nell’ ignoranza delle grandi questioni che scuotono il «primo mondo» e i «Paesi del “centro”», ma il constatare che esse sono vissute con un’ ermeneutica differente: « Desacralizzazione, morte di Dio , dialogo con ideologie che qui ci appaiono aliene… ed equivarrebbero più o meno a vedere uno struzzo accoppiarsi con un fagiano». Bergoglio postula una vera ermeneutica popolare tutta da sviluppare, una maniera di vedere la realtà e una coscienza storica. Qui c’ è il nucleo del discorso: ben consapevole della «crisi» del centro, dell’ Occidente cioè, e delle sue radici, Bergoglio con le sue parole e i suoi gesti sta ponendo in atto un processo spirituale e culturale che destabilizza quella stessa crisi, liberando energie sopite. E tutto questo vivendo una estrema semplicità di stile e di contenuto. Ma in Bergoglio la semplicità non è mai ingenuità. Un suo amico una volta mi disse che Francesco è un «Papa Apple » perché, come i computer della Mela, a fronte di una estrema complessità interna di funzionamento, ha una interfaccia semplicissima. Il senso di terremoto, di scuotimento, persino di «confusione» che qualcuno avverte è il frutto di questa azione culturale e spirituale (e simbolica) di disincagliamento…

 

Il cristianesimo non è una ideologia. Ancora su Papa Francesco a Eugenio Scalfari

Foto storiche di Bergoglio, nuovo Papa con il nome di Francesco IPropongo qui una mia riflessione a partire dalla lettera che Papa Francesco ha scritto a Eugenio Scalfari. E’ apparsa sul quotidiano “l’Unità” del 12 settembre 2013 col titolo “Il cristianesimo non è una ideologia”.

Quest’estate ero a Buenos Aires per una conferenza alla Società argentina di teologia. A pranzo si parlava di Papa Francesco, e io facevo cenno allo stupore che le sue parole e i suoi gesti suscitano in molti dalle nostre parti. La risposta di alcuni dei miei interlocutori è stata che loro si stupivano del nostro stupore. Perché Bergoglio è sempre stato così: aperto a un dialogo senza porte e finestre. Il vescovo di Roma che telefona o che scrive lettere è lo stesso vescovo di Buenos Aires che in quella sede faceva le stesse cose. Ma adesso le fa da Papa, appunto.

Il significato della lunga lettera a Eugenio Scalfari, dunque, è da trovare nella visione che Papa Francesco ha sempre avuto del rapporto umano. Non c’è testimonianza né comunicazione della fede, del resto, se non c’è prima e alla base un rapporto umano. Lo abbiamo visto in Brasile: la prossimità, fatta di abbracci e parole, non è per lui una questione di puro stile esteriore, ma parte integrante e imprescindibile del suo ministero e del messaggio che intende comunicare: il Vangelo. Quello di Papa Francesco è un agire comunicativo per cui non c’è distanza tra la sua persona e ciò che fa o dice. Sa insomma di essere un uomo e non una «icona». Le sue dunque sono lettere, non oracoli. E quella a Scalfari è una lettera che attinge a piene mani all’esperienza personale di fede del Papa.

Scalfari si era professato un non credente affascinato da Gesù di Nazareth, che comunque crede che Dio sia una «invenzione consolatoria degli uomini». Si era rivolto al Papa senza immaginarsi una risposta, credo, ma aprendo una interlocuzione su temi importanti. Francesco è naturalmente attratto da interlocuzioni serie con persone che si professano non credenti o anche credenti di altre religioni. Non dimentichiamo che alla fine del suo primo incontro con gli operatori dei media il Papa aveva impartito la sua benedizione in silenzio. Dunque l’ha impartita, ma silenziosamente, perché – aveva detto – «molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti». Si è trattato allora di un gesto singolare, compiuto «rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio». La potenza di questa benedizione silenziosa ha attraversato persino le barriere dei cuori, giungendo a toccare chiunque proprio grazie alla creazione di un «evento comunicativo» che non ha lasciato fuori nessuno.

Nel suo splendido dialogo col rabbino Skorka aveva detto: «Perfino con un agnostico, perfino dal suo dubbio, possiamo guardare insieme verso l’alto e cercare la trascendenza». Sono parole forti. Sempre in quella conversazione forse troviamo la chiave di lettura della missiva a Scalfari: «Quando mi ritrovo con degli atei, condivido problematiche umane, ma non propongo subito il problema di Dio, a meno che non siano loro a chiedermelo. Se accade, spiego perché io credo». Scalfari glielo ha chiesto. E il Papa ha risposto.

Insomma il Papa dialoga perché vuole condividere un pezzo di strada e sa che il Vangelo si testimonia incarnandolo in un atteggiamento «non arrogante», lontano dall’irrigimento. La verità non irrigidisce, ma rende liberi. E richiede che anche l’altro interlocutore non sia rigido e sia invece libero. La verità non mette sulla difensiva, ma rende possibile la testimonianza e il dialogo. Insomma: qui c’è il senso e lo stile della missione secondo Bergoglio e la sua positiva sfida alla Chiesa che è chiamata ad essere radicalmente callejra, di strada, di frontiera, di missione.

Qui io personalmente ritrovo anche il Bergoglio formatosi a una spiritualità umanistica, come quella gesuitica, che sa costruire ponti, che gode dei terreni comuni e si nutre di autenticità di relazione naturalmente intensa anche con l’ateo: «Non gli direi mai che la sua vita è condannata, perché sono convinto di non avere il diritto di giudicare l’onestà di quella persona. E ancor meno se mostra di avere virtù umane, quelle che rendono grande una persona e fanno del bene anche a me». Lo aveva detto al rabbino Skorka e lo ha ripetuto a chiare lettere: «La questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza».

Non è affatto debolezza o captatio benevolentiae. Le motivazioni di questo atteggiamento sono profonde. Il discernimento spirituale ha insegnato a Bergoglio che «l’esperienza spirituale dell’incontro con Dio non è controllabile» (parole sue). Anche l’ateo, dal punto di vista di un credente, ha una vita spirituale, come qualunque essere umano. Nessuno è escluso dalla grazia, anche se non riesce a riconoscerlo. E qui troviamo un’altra grande sfida del pontificato di Papa Francesco: la trasmissione della fede in un mondo complesso, considerando quello che Ignazio di Loyola chiamava un presupponendum aperto e positivo circa gli atteggiamenti, le parole, la sincera ricerca degli altri.

Posto ciò, Papa Francesco ha parlato di Cristo col quale bisogna confrontarsi «nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda». Se c’è una cosa che Bergoglio non tollera è l’ideologia. Una fede che ha al cuore altro (precetti, certezze, qualunque altra cosa) rispetto alla potenza che scaturisce dalla persona di Gesù rasenta l’ideologia. Questo è un punto prezioso della lettera del Papa a Scalfari: la verità del Vangelo non è mai «assoluta», dice il Papa, perché non è mai slegata (ab-soluta, in latino) dalla relazione. Ciascuno coglie la verità del Vangelo e la esprime a partire dalla propria storia, dalla propria cultura, dalla propria situazione esistenziale.

E ancora il Papa ha ribadito: Dio «non è un’idea». L’originalità della fede cristiana sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare al rapporto che Gesù ha con Dio. Un rapporto che include tutti gli uomini, compresi i nemici. Gesù include non esclude. Da qui discendono due elementi fondamentali, apparentemente lontani tra loro. Il primo è l’importanza della Chiesa: senza di essa per Bergoglio non sarebbe stato possibile l’incontro personale con Cristo. Senza la comunità la fede resta come appesa: senza sacramenti, senza fraternità, senza intelligenza delle Scritture. Il secondo elemento è l’importanza che riveste per Bergoglio la laicità dello Stato, perché – come
ha detto in Brasile – «senza assumere come propria nessuna posizione confessionale, rispetta e valorizza la presenza della dimensione religiosa nella società, favorendone le espressioni più concrete». Tutte. Questa lettera di Papa Francesco è dunque una tappa all’interno di un dialogo aperto con chi è ateo o agnostico. E tuttavia è anche una lettera che sfida il credente, lo pungola a vivere una vita che lo apre al mondo e alle sue contraddizioni, sapendo che Cristo è l’unico principio e fondamento della sua fede.

Papa Francesco non “comunica”, ma crea “eventi comunicativi”. A proposito della lettera a Eugenio Scalfari

selfieRiporto qui una intervista che è apparsa sul quotidiani del gruppo L’Espresso a proposito della lettera del pontefice a Eugenio Scalfari. Rispondo alle domande di Andrea Iannuzzi.

Padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, gesuita come Francesco, esperto di media e comunicazione: si può dire, citando l’abusato McLuhan, che nella lettera del Papa a Eugenio Scalfari pubblicata da Repubblica il mezzo è parte integrante del messaggio?

Certamente. Per Papa Francesco non c’è unmessaggio e un mezzo. Ma c’è un messaggio che plasma e modella la forma nella quale si esprime. La prima forma è il suo stesso corpo. Papa Francesco gestisce la propria corporeità in maniera naturalmente sbilanciata sull’interlocutore. Non ha una compostezza rigida, ma è una flessibilità che lo spinge ora ad assumere una profonda concentrazione assorta, come avviene quando celebra la messa, ad esempio; ora uno slancio nel quale sembra che perda persino l’equilibrio. La statua più famosa di sant’Ignazio che è a Roma nella Chiesa del Gesù, lo fa apparire come se fosse una fiamma. Ecco, Papa Francesco gestisce la sua corporeità così, in maniera plastica, assumendo la postura che il messaggio che vuole comunicare esige. Si trasforma egli stesso in “messaggio”. Se questo vale per il suo corpo, questo vale anche per la sua voce e per la comunicazione epistolare che è a lui molto cara.

Scrivere una lettera a un giornalista, telefonare a un fedele, farsi fotografare insieme ad altri fedeli con il telefonino. Perché di Francesco continua a stupirci l’eccezionalità di questi “gesti normali”?

Il Papa ama la normalità. Più volte ha detto che bisogna essere “normali”. E questa è la chiave di lettura dei suoi gesti. le cose che a noi stupiscono così tanto erano parte della sua vita quotidiana di Vescovo vicino alla gente. Basterebbe fare una ricerca in Rete sulla immagini di Jorge Mario Bergoglio per vedere quante volte egli, da Vescovo, appare ripreso in gesti che stupiscono noi per la loro normalità. Gli argentini non sono affatto stupiti, però. Dunque qui non c’è alcuna strategia comunicativa: c’è solamente una volontà di essere stesso e di essere pastore come sempre è stato. Ricordiamo quel che disse in una intervista in Brasile: Se vai a vedere qualcuno a cui vuoi tanto bene, amici, con voglia di comunicare, vai a visitarli dentro una cassa di vetro? Non potevo, disse allora il Papa, venire a vedere questo popolo, che ha un cuore così grande, dietro una cassa di vetro. Per Papa Francesco la Chiesa è la “santa madre Chiesa”: è madre, e – disse ancora Bergoglio – non esiste nessuna mamma “per corrispondenza”. La mamma dà affetto, tocca, bacia, ama… Il linguaggio di Papa Francesco non è speculativo, ma missionario, proferito non per essere «studiato» ma per essere «ascoltato», raggiungendo subito chiunque lo ascolti in modo che reagisca.

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Dal punto di vista della comunicazione e della comunicazione digitale in particolare, questa iniziativa sembra rientrare perfettamente nella logica 2.0 della non-mediazione, del rapporto diretto tra utente e fonte, anche se paradossalmente in questo caso è  proprio il Papa a comportarsi da utente rivolgendosi direttamente al suo interlocutore autorevole? O è invece un segnale opposto, l’idea che una testata identitaria come Repubblica e un giornalista simbolo di laicità e dialogo come Scalfari possano essere il “mezzo” ideale per raggiungere i destinatari del messaggio?

Innanzitutto ricordiamoci che questa non è la prima comunicazione del Papa con una testata giornalistica. Si tratta di una tappa dentro un cammino che non prevede strategie rigide, appunto, ma un discernimento attento. Camminando si apre il cammino, insomma. E in questo senso credo che il Papa non intenda assestarsi su un solo modo di comunicare. Papa Francesco, in realtà, più che «comunicare» crea «eventi comunicativi», ai quali chi riceve il suo messaggio partecipa attivamente. In questo senso si ha una riconfigurazione del linguaggio che pone accenti differenti e priorità nuove. L’immediatezza del messaggio in Papa Francesco produce un paradosso: la sua autorevolezza ne risulta accresciuta e potenziata proprio perché la distanza viene abolita. Davanti a lui si avverte l’autorevolezza della figura e nello stesso tempo non si avverte alcuna distanza. Papa Francesco è poi facilmente «twittabile» per la sua spontanea capacità di comunicare contenuti densissimi che coinvolgono mente e cuore in frasi brevissime, anche ben meno dei canonici 140 caratteri. D’altra parte Papa Francesco ama molto il dialogo pacato, la conversazione lunga, che sente più adatta a casi come questo della lettera a Scalfari. Dunque la flessibilità del corpo del Papa vale anche per la sua parola, sia essa scritta o orale. E non c’è alcuna contraddizione, ma integrazione di modalità comunicative differenti.

Parliamo dei contenuti: “strada insieme” e “verità non assoluta” sembrano le parole chiave. Lei è d’accordo? Qual è il valore di questo messaggio?

Il Papa ha in mente una Chiesa che sia casa per l’umanità. Come si è ben compreso a Rio de Janeiro, egli ha in mente una società che tutti sono chiamati a costruire. I cristiani sono sollecitati a lavorare con tutti, come cittadini di uno Stato laico, alla costruzione dei legami sociali proprio grazie alle differenze. Ed è proprio la fede, per Papa Francesco, a far vedere e comprendere l’architettura dei rapporti umani nella città. La strada è di tutti e si cammina insieme. Questo per lui è il piano di Dio sulla città dell’uomo. La verità poi per lui non può essere “assoluta”. Questo tuttavia non nel senso del relativismo. Il Papa intende dire che se la verità fosse davvero “assoluta” sarebbe “sciolta” (questo è il senso latino della parola) da me, da te, dalle persone, dalla storia, dai contesti. E invece no: ciascuno coglie la verità del Vangelo a partire dalla propria storia, dalla propria cultura. La verità in questo senso è relativa alla propria precisa situazione esistenziale. In questo senso è Dio “non è un’idea assoluta”.

Francesco si muove nello scenario nazionale e internazionale da politico di rango. I suoi gesti e le sue parole sono politici, basti pensare alla visita a Lampedusa, agli interventi sull’omosessualità, fino all’ultima proposta di utilizzare i conventi chiusi per ospitare i rifugiati. C’è il rischio che questo agire politico possa essere strumentalizzato e usato per obiettivi di parte?

Il Papa può essere facilmente strumentalizzato, certo. Basta interpretarlo ideologicamente e il gioco è fatto. E invece il Papa non si stanca di ripeterlo: il vangelo va interpretato col vangelo non con altro. Quindi se il gesto o la parola del Papa è interpretato con categorie non evangeliche se ne capovolge il senso. Questo Papa è decisamente impegnativo anche per i giornalisti, credo. Sta falsificando le categorie più ovvie del recente passato quali conservatore/progressista, ad esempio. Davanti alla sua esperienza pastorale siamo tutti chiamati a capire meglio, ad ascoltare meglio, a non affrettare il giudizio, ad avere la pazienza dei tempi lunghi. Invece la tentazione è quella di aggrapparsi a categorie vecchie, e sostanzialmente politiche ma non evangeliche.

La Chiesa e la comunicazione. Lei e la rivista che lei dirige, Civiltà Cattolica, state sperimentando strade e modalità innovative sulla base del presupposto che la rete e i social media in particolare non sono un mezzo ma un luogo di vita. In questo senso dobbiamo aspettarci una presenza più assidua e “nuova” di Papa Francesco negli ambienti digitali?

Sì e lo stiamo vedendo. Dico sì non nel senso che il Papa sbarcherà su nuove reti sociali o sia necessariamente più presente di quanto non lo sia. Intendo dire che, siccome il Papa esprime una autenticità alla quale molti sono sensibili, la sua parola naturalmente rifluisce nell’ambiente digitale e viene condivisa e commentata. La Rete è piena di re-tweet dei tweet del Papa o di tweet di singole persone che rilanciano privatamente questa o quella sua frase. Ma la rete pullula anche di scatti e di video. La rete non è un ambiente fittizio, ma parte dell’ordinaria esperienza dell’uomo di oggi. In rete rifluiscono le domande, le speranze, le attese della gente. Papa Francesco, col suo messaggio così immediato, è presente nell’ambiente digitale soprattutto grazie alle gente che lo porta lì dentro. Una esperienza personale, se vuole: ricordo il primo appuntamento dei giovani col Papa a Copacabana. Io ero lì, sulla spiaggia, a commentare in diretta per Rai Uno quel che stava accadendo. A un certo punto però è caduto il segnale video satellitare internazionale. Le televisioni del mondo hanno smesso di fornire le immagini in diretta. Da quel
momento ciò che abbiamo visto era solo il materiale foto e video condiviso sui social dai giovani testimoni. E’ stato un evento che mi ha fatto riflettere molto su questa dinamica social che coinvolge il Papa e che egli è in grado di generare.

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Jorge Mario Bergoglio – Francesco
GUARIRE DALLA CORRUZIONEUMILTÀ, LA STRADA VERSO DIO

Saluto: Lorenzo Fazzini, direttore Editrice Missionaria Italiana
Introduce e modera: padre Antonio Spadaro S.I., direttore de La Civiltà Cattolica
Intervengono: don Luigi Ciotti, presidente di Libera e prof. Lucetta Scaraffia, Università La Sapienza, editorialista de L’Osservatore Romano

Martedì 26 marzo – ore 11
Sala Curci, La Civiltà Cattolica | Via di Porta Pinciana, 1 – 00187 Roma

“Peccatori sì, corrotti no!” di Jorge Mario Bergoglio

Ci farà molto bene, alla luce della parola di Dio, imparare a discernere le diverse situazioni di corruzione che ci circondano e ci minacciano con le loro seduzioni. Ci farà bene tornare a ripeterci l’un l’altro: «Peccatore sì, corrotto no!», e a dirlo con timore, perché non succeda che accettiamo lo stato di corruzione come fosse solo un peccato in più. (…) Il corrotto (…) passa la vita in mezzo alle scorciatoie dell’opportunismo, al prezzo della sua stessa dignità e di quella degli altri. Il corrotto ha la faccia da non sono stato io, “faccia da santarellino”, come diceva mia nonna. Si meriterebbe un dottorato honoris causa in cosmetica sociale. E il peggio è che finisce per crederci. E quanto è difficile che lì dentro possa entrare la profezia! Per questo, anche se diciamo “peccatore, sì”, gridiamo con forza “ma corrotto, no!”.

Papa Francesco e la comunicazione

Papa Francesco, sin dal primo incontro con la gente che lo acclamava subito dopo la sua elezione al Pontificato, ha imposto uno stile comunicativo sobrio, semplice, asciutto ma estremamente efficace. Le sue frasi sono brevi, ritmate, decise, ma pronunciate con la dolcezza naturale dell’accento argentino. Il suo obiettivo appare essere una comunicazione che crei contatto diretto con chi ascolta, coinvolgendolo quanto più è possibile nell’evento della comunicazione. Ad esempio, il silenzio della preghiera che ha chiesto a tutti e al quale lui si è unito prima di dare la prima benedizione “Urbi et Orbi” ha coinvolto tutti in un medesimo gesto.

La sua sobrietà ha fatto pensare a qualcuno che egli sia decisamente lontano dai cosiddetti “nuovi mezzi di comunicazione” a volte erroneamente intesi come espressione di una “novità” massificante, fonte di fraintendimenti.

In realtà a Papa Francesco interessa sostanzialmente una cosa: l’apertura della Chiesa, l’uscita da una possibile condizione di autoreferenzialità. Dunque la comunicazione, quella vera, capace di creare ponti. Ha affermato in una intervista molto recente: “se la Chiesa rimane chiusa in se stessa, autoreferenziale, invecchia. E tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima“.

Queste strade sono le strade del mondo dove la gente vive, dove la gente è raggiungibile effettivamente, le frontiere del nostro tempo, così radicate nella missione e nel carisma della Compagnia di Gesù, tra l’altro, secondo ciò che Paolo VI e Benedetto XVI hanno ribadito. E tra queste strade per Papa Francesco ci sono anche quelle digitali. Infatti ha affermato in quella intervista:

“Cerchiamo il contatto con le famiglie che non frequentano la parrocchia. Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve, cerchiamo di essere una Chiesa che esce da se stessa e va verso gli uomini e le donne che non la frequentano, che non la conoscono, che se ne sono andate, che sono indifferenti. Organizziamo delle missioni nelle pubbliche piazze, quelle in cui si raduna molta gente: preghiamo, celebriamo la messa, proponiamo il battesimo che amministriamo dopo una breve preparazione. È lo stile delle parrocchie e della stessa diocesi. Oltre a questo cerchiamo anche di raggiungere le persone lontane attraverso i mezzi digitali, la rete web e dei brevi messaggi“.

Da queste espressioni possiamo forse intuire la visione che ispirerà Papa Francesco nel prendere decisioni sulla comunicazione intesa come ponte per raggiungere le persone.

Habemus Papam Franciscum!