Cyberteologia no Brasil: ebook de 20 artigos e entrevistas em português

Muitos têm me perguntado quando meu livro Cyberteologia será publicado no Brasil. Eu não sei. Decidi entretanto coletar 20 artigos e entrevistas em português a disponibilizar a todos os interessaram em aprofundar a Cyberteologia. Obviamente são textos curtos e fragmentados, mas você pode começar a ter uma idéia esperando por isca de Cyberteologia mesmo no Brasil.

Esta coleção intitulada “Cyberteologia no Brasil” é no formato ePub e pode ser lido com leitores de eBook normal e naturalmente também em dispositivos Android, iPhone, iPod touch e iPad.

O eBook livre pode ser baixado AQUI 

Aqui está a lista de artigos e entrevistas: http://readlists.com/1049509b/

Aqui é o ÍNDICE do livro:

  • Em busca de Deus em tempos de Google
  • A ciberteologia das redes
  • Entrevista sobre Cyberteologia com Padre Antonio Spadaro SJ
  • A internet é um ambiente, parte integrante da nossa própria vida
  • Espiritualidade e elementos para uma teologia da comunicação em rede
  • O que faria Jesus se fosse um hacker?
  • Habitar a Rede: como vencer o risco de viver em uma bolha filtrada?
  • Limitar o acesso à web? ”É como tirar um pedaço de território”
  • Como encontrar Deus nos «blogs»
  • O fenômeno do Blog: I-II-III-IV
  • Steve Jobs e Inácio de Loyola
  • Deus procurado e achado em todas as coisas
  • Uma Civiltà de escritores, poetas e navegadores da Web 
  • ”Somos chamados a estar nas fronteiras, encruzilhadas e trincheiras”
  • ”A fé nos ajuda a entender a Internet”
  • Antonio Spadaro – Wikipédia, a enciclopédia livre
  • Tweetstreaming de palestras “Comunicação que transforma vidas” e “Mística do comunicador” – Brasília, 19 de maio 2012

Boa leitura!

pe. Antonio Spadaro SJ

Critica della ragione digitale

 Invito a leggere l’articolo che riproduco qui sotto scritto da Umberto Curi su “La Lettura” del Corriere della Sera di domenica 4 marzo. Un testo che muove nella direzione giusta…

di Umberto Curi

Che cosa significa pensare? A prima vista, questo interrogativo sembra essere talmente elementare, da risultare perfino banale. Parafrasando ciò che sant’Agostino affermava a proposito del tempo, si potrebbe osservare che se nessuno ci pone questa domanda, sappiamo benissimo di cosa si tratta. Mentre se dobbiamo trovare le parole per formulare una risposta, non sapremmo cosa dire. Né si può ritenere che paradossi di questo genere rappresentino delle eccezioni. Al contrario, in un saggio poco noto pubblicato originariamente alla fine degli anni Sessanta, commentando il passo agostiniano, Hans Georg Gadamer sottolineava che pressoché tutte le grandi questioni, intorno alle quali si interroga la filosofia, condividono la difficoltà sottesa al problema del tempo. Per ciascuna di esse, infatti, si può rilevare lo scarto fra ciò che intuitivamente siamo convinti di sapere e la possibilità di tradurre in un argomento compiuto la nostra convinzione. In questa prospettiva, si comprende allora per quali motivi la domanda relativa al pensare sia stata più volte riproposta nel corso di quella che si chiama la storia della filosofia.

Essa ricorre già nel titolo di un saggio redatto da Leggi tutto “Critica della ragione digitale”

Steve Jobs ha spaccato la Compagnia di Gesù?

Regola uno del giornalismo: creare opposizioni, mettere uno contro un altro. così si fa la notizia. E Giacomo Galeazzi ha applicato questa regola con puntualità e decoro su “Vatican Insider” proclamando che “Steve Jobs spacca la Compagnia di Gesù“. Fatta la notizia, e goduto del titolo così accattivante, vediamo che cosa è accaduto e se Steve Jobs, morendo,  ha compiuto davvero questa insanabile gesuitica spaccatura. Ma Galeazzi ha saltato un passaggio importante… e rischia di far perdere di vista il punto. Cerchiamo di capire.

Galeazzi cita un mio post su questo blog (e non su La Civiltà Cattolica!) nel quale io farei “l’elogio funebre” del Ceo della Apple. E lo contrappone direttamente a un articolo apparso su America Magazine, la rivista dei gesuiti USA, dal titolo The Cathedral of Steve Jobs a firma di padre Raymond Schroth. Io nel mio post, scritto poco dopo la diffusione della notizia della morte di Jobs, volevo ricordare un suo famoso speech nel quale egli, già consapevole della sua malattia, diceva delle cose che ritengo valide, anche alla luce di alcune intuizioni di Ignazio di Loyola che fanno parte della mia spiritualità. Il mio intento era semplicemente quello di leggere l’esperienza di Jobs a partire da una serie di considerazioni fondamentali sulla vita, sulla morte e sulle disposizione nei confronti di ciò che conta veramente.

No, la mia non era né una boutade né una esagerazione, né la dichiarazione di una filiazione, ma una semplice riflessione a caldo. Quel mio post è stato condiviso sui social networks da circa 2000 persone. 

Il giorno dopo America Magazine pubblicava, a firma del gesuita James Martin, cultural editor della rivista, un articolo dal titolo Steve Jobs and the Saints. Padre James Martin nel suo post scrive qualcosa come: “non sto suggerendo di considerarlo un santo, ma di prendere in considerazione alcune caratteristiche che lo accomunano ai santi…”. In fondo i post di padre Martin e il mio sono pienamente in sintonia: colgono nel Ceo della Apple una icona pop della “santità” con elementi che hanno profondamente colpito le persone del nostro tempo. Qui non si discute l’uomo e che cosa ha fatto del suo successo, dei suoi soldi o cose de genere, tutti argomenti che meriterebbero un discorso a parte e ben articolato. Qui si discute di qualcosa che va ben al di là e tocca la sensibilità dell’uomo contemporaneo. Segnalo solamente che vinonuovo.it ha ripreso il mio pezzo e quello di padre Martin in una sintesi efficace, cogliendo il senso del discorso.

A distanza di tempo è uscita la riflessione di padre Schroth che legge in maniera decisamente più critica l’esperienza di Jobs e della Apple, e vede in Jobs un uomo privo di scrupoli. E dunque Galeazzi ha ragione nel percepire una differenza. Anziché elogiare l’espressone di una pluralità di opinioni sulla medesima testata (America magazine), ha preso la palla al balzo e ha rilanciato giornalisticamente la notizia della spaccatura della Compagnia di Gesù, opponendo invece le due sponde dell’Atlantico. Galeazzi non era al corrente dell’articolo di Martin, visto che non ne fa mai menzione. E fa uno scivolone (inevitabile) attribuendo direttamente alla rivista La Civiltà Cattolica la posizione su Jobs, la qual cosa non è vera, e attribuendomi un virgolettato di tre appellativi di Jobs del quale nel mio post non c’è traccia.

Adesso, lasciando al “Vatican insider” Galeazzi il suo mestiere di “fare” la notizia (ripresa anche da dagospia.com), stiamo attenti a non perderci nei bisticci. Si può giocare “ai gesuiti” come si gioca “ai soldatini”. Ma attenzione a chiudere gli occhi davanti a un fatto rilevante che deve far riflettere: mai un tempo si sarebbe immaginato di poter assistere alla “canonizzazione” di massa dell’amministratore delegato di una azienda che produce macchine. E questo è un dato di fatto: sono ben oltre 3o0.000.000 le pagine web che discutono della “santità” del Ceo della Apple. Perché questo è avvenuto?

E’ su questo piano che il discorso si fa serio ed esce dalla boutade giornalistica. Io avanzo una risposta: perché queste “macchine” (computer, tablet, smartphone,…) sempre di più stanno assumendo un valore che tocca le dimensioni più elevate dell’uomo: pensare, esprimersi, comunicare, capire il mondo. Steve Jobs è da intendere dentro questa cambiamento epocale come uno dei suoi maggiori fattori evolutivi e come un simbolo, una icona. Ed è questo il punto sul quale val la pena ancora riflettere.

 

La “trascendenza” dell’iCloud

Oggi è il giorno di iCloud. Nel mondo Apple si passa oggi dai contenuti residenti nei singoli dispositivi ai contenuti che risiedono “nella nuvola”, cioè in server centrali. Essi così restano sempre disponibili e scaricabili dall’alto verso il basso.

La logica del cloud computing è quella di centralizzare tutto. I dati da un punto vanno a finire tutti in una “nuvola” (cloud) nella quale restano sempre aggiornati e salvati, e dalla quale sono scaricati, usati,… Il cloud computing collega un punto con un deposito centrale sempre disponibile a tutti i punti che sono autorizzati ad accedervi. Tutto «sale» e tutto «discende». 

Il punto è che la Rete è un ambiente che segue e modifica le forme della conoscenza e della relazione, non un semplice strumento che risponde a modalità “strumentali”. Il cloud computing è una delle “logiche” della Rete sulla quale già Google ha fondato i suoi servizi. Ci sono già in Rete consigli su come prepararsi bene a questo passaggio. La mia domanda, a questo punto, è la seguente: come questa nuova metafora influirà nel nostro modo di pensare e di vivere, di relazionarci alla stessa conoscenza?

In questo caso notiamo che il linguaggio teologico resta una fonte del discorso tecnologico… A parte ogni possibile riferimento sub contraria specie alla Nube della Non Conoscenza, lo confermava Steve Jobs quando, parlando presentando iCloud ha usato espressioni come “Now some people think the Cloud is just a hard disk in the sky” o, meglio ancora: “The truth is in the cloud”.

Nel cloud computing il server nel quale sono depositati i propri dati è esterno al proprio computer, e i dati dunque sono sempre custoditi «altrove», in una dimensione «trascendente». Si sviluppa il senso di un «altrove» al quale devo essere aperto, ma anche di una conoscenza che sta sempre radicalmente «fuori» di me e che, nel contempo, è sempre disponibile. Quali le conseguenze non semplicemente per i nostri “strumenti” ma anche per il modo in cui vivremo il modo di conoscere e di rapportarci alla realtà?

P. S. Un esempio dell’impatto di questo approccio ai dati può essere riscontrato in campo ecclesiologico ed è interessante quanto sia in grado di provocare reazioni e dibattito.

Steve Jobs e i Gesuiti (secondo Umberto Eco)

Il 6 ottobre, appresa la notizia della morte di Steve Jobs, ho scritto di getto un post su questo blog. Un post su Steve Jobs e Ignazio di Loyola. E’ stato letto in 1 giorno da circa 2.000 persone e ripreso e tradotto qua e là. Sì, l’ho scritto perché tutti i devices tecnologici che ho usato dal 1991 sono stati sempre e solo targati Apple, e dunque quest’uomo con le sue intuizioni da 20 anni ha segnato la mia esperienza.

Ma il mio intento, in realtà, era più profondo, pur nella brevità del post: leggere l’esperienza di Jobs a partire da una serie di considerazioni fondamentali sulla vita e sulle disposizione nei confronti di ciò che conta veramente. Molti hanno ben inteso quel che volevo dire. Altri si sono fermati alla superficie immaginando che intendessi “santificare” Jobs o che intendessi far “risalire a Sant’Ignazio da Loyola le sue idee”, come ha scritto Gianni Riotta.  No, la mia non era né una boutade né una esagerazione, né la dichiarazione di una filiazione, ma una semplice riflessione.

In realtà la mia intuizione e il paragone con Ignazio di Loyola aveva come lontano background una riflessione di Umberto Eco che nel lontano settembre 1994 scriveva in una sua “Bustina di Minerva” de L’Espresso: il Macintosh è cattolico controriformista, e risente della “ratio studiorum” dei gesuiti. Inutile dire che il verbo “risente” usato da Eco indica non una filiazione diretta, ma una assonanza di significato. Vi invito quindi a rileggere il suo testo per continuare a riflettere…

* Ecco il TESTO ITALIANO di Eco     |    THE ENGLISH VERSION is provided below *

Non si è mai riflettuto abbastanza sulla nuova lotta di religione che sta sotterraneamente modificando il mondo contemporaneo.

Il fatto è che ormai il mondo si divide tra utenti del computer Macintosh e utenti dei computer compatibili col sistema operativo Ms-Dos. È mia profonda persuasione che il Macintosh sia cattolico e il Dos protestante. Anzi, il Macintosh è cattolico controriformista, e risente della “ratio studiorum” dei gesuiti. È festoso, amichevole, conciliante, dice al fedele come deve procedere passo per passo per raggiungere – se non il regno dei cieli – il momento della stampa finale del documento. È catechistico, l’essenza della rivelazione è risolta in formule compensibili e in icone sontuose. Tutti hanno diritto alla salvezza. 

Il Dos è protestante, addirittura calvinista. Prevede Leggi tutto “Steve Jobs e i Gesuiti (secondo Umberto Eco)”

Steve Jobs & Ignazio di Loyola

“Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita”: queste le parole che Steve Jobs pronunciò il 12 giugno 2005 in un famoso discorso per i laureandi di Stanford. Questo “commencement address”, è stata per lui una occasione unica per raccontare se stesso. Rileggere questo discorso nel giorno in cui Steve Jobs ha lasciato questa terra è forse un buon modo per onorarlo.

E Steve ha ragione. Le sue parole riecheggiano quelle di Ignazio di Loyola, il fondatore dei gesuiti, il quale ritiene che un modo per fare una buona scelta nella vita consiste nel fare «come se fossi in punto di morte; e così regolandomi, prenderò fermamente la mia decisione (Esercizi Spirituali, 186). La morte non è nel caso di Ignazio e di Steve uno spauracchio, ma la constatazione che i timori, gli imbarazzi e le futilità scompaiono davanti al pensiero della morte e resta ciò che veramente conta, ciò che è per noi veramente importante. Non so se Jobs fosse credente. Da questo discorso non si deduce un granché. Qui parlo semplicemente della disposizione interiore a fare delle scelta significative nella vita, puntando a ciò che conta. Nessun uomo, credente o non credente, può fare delle scelte nella vita pensando a se stesso come immortale.

E questo Steve lo dice in una maniera fantastica con una frasetta da nulla: «Siamo già nudi». Esatto. Leggiamo nel libro di Giobbe: «Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra» (1, 21). Considerare la nostra nudità è la strada di una saggezza di vita, l’unica che è in grado di farci dire, come Steve ha fatto nella intraducibile chiusura del suo discorso: “Stay hungry. Stay Follish”, cioè rimani affamato, rimani folle.

E soprattutto il pensiero di essere nudi e mortali ci spinge a vivere in maniera intensa. Dice Steve: “dovete trovare quel che amate”. E sembra far eco a Ignazio di Loyola che nei suoi Esercizi Spirituali insiste costantemente a capire e chiedere “quello che voglio e desidero” veramente (ad esempio Esercizi, 48).

Solo chi sa che la propria vita è nuda e sempre lo sarà non perderà tempo a far finta di coprirsi, di essere giovane in eterno, di pensare di essere il padrone del mondo, ma saprà che la vita ha in sé una fame profonda. E’ questa fame, riconosciuta esplicitamente nella sua profonda fede, che spinge Ignazio di Loyola a scrivere: «preferisco essere considerato stolto e pazzo per Cristo, che per primo fu ritenuto tale, piuttosto che saggio e accorto secondo il giudizio del mondo» (Esercizi Spirituali, 167).

Ciò che conta è avere una visione in questo mondo e percepire che questa diventa una missione a fare di questo mondo un posto migliore.

Ecco il testo dello speech di Steve Jobs a Stanford tradotto in italiano:

Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre Leggi tutto “Steve Jobs & Ignazio di Loyola”

La Chiesa tra Applicazione e Network. Le sfide metaforiche di una nuovo sistema

Tornando ancora una volta all’ultimo keynote di Apple, ha colpito la frase di Steve Jobs: “Documents in the Cloud really completes our iOS document storage story”. Che cosa intende Jobs con “document storage”, cioè “deposito dei documenti”? Intende quel che tutti conosciamo bene: il file system. In Mac Os, in Windows, in Linux etc… tutti noi abbiamo accesso ai nostri files dislocati in cartelle e directory.

Chi invece usa un iPad (dove la cosa è più evidente che in iPhone per l’uso specifico del device) si è reso conto che iOS è l’applicazione a gestire i contenuti che essa crea e l’utente non si pone nemmeno il problema di dove siano archiviati: ci sono applicazioni e ciascuna di essa ha i suoi documenti. O, viceversa: i nostri documenti sono accessibili direttamente dalle loro applicazioni. Al limite si possono inviare da una applicazione all’altra, se necessario.

Io stesso ho fatto fatica a vivere questa logica a tal punto che ho acquistato una applicazione come Air Sharing dovrei avrei collocato le mie cartelle e i miei files esattamente come faccio col mio computer. E’ stato un tentativo di ripristinare un file system su iPad. Il risultato è stato che non ho mai usato quella applicazione, pur continuando ad avvertirne fastidiosamente il richiamo.

Perché ho avuto queste reazioni? Per una semplice infrazione a una abitudine? Non credo. C’è di mezzo una logica, un “way of thinking” tutta spostata sull’applicazione. Insomma: scompare il contenitore globale, il concetto di depositum.

E’ chiaro che iCloud è funzionale a questa nuova logica che al momento risultata complicata da usare a causa della difficile condivisione dei file. Infatti fino ad oggi quando voglio condividere un file creato su iPad questo va trasferito nel Mac tramite iTunes. Con Documents in the Cloud ogni documento creato in una applicazione viene inviato ad ogni dispositivo e il file compare all’interno dell’applicazione, senza che io debba pormi il problema di capire dove sia andato a finire.

Che si sia d’accordo o meno qui cambia qualcosa di grosso: l’idea stessa di hard disk inteso come contenitore sembra tramontare. E così le sue gerarchie interne e le sue priorità. Emerge una nuova forma di gerarchia legata non ai contenitori di informazione ma alle loro fonti. Per cui l’accesso alle informazioni è possibile solo tramite ciò che le ha create o tramite la loro condivisione, ma sempre a partire dall’interno dell’applicazione che le ha create.

Ogni applicazione, a sua volta, diventa il contesto vitale ideale per l’informazione che genera. Per cui cui le “cartelle” (folders) diventano sempre di più “scaffali” (stacks). E così via…

Il linguaggio e le metafore plasmano il nostro modo di immaginare e di comprendere la realtà in generale. I teologi possono utilmente guardare alle evoluzioni scientifiche e tecnologiche per capire che cosa esse possano dirci circa il nostro mondo e quali metafore e analogie passano nutrire il pensare teologico… Siamo su un terreno instabile e ancora molto problematico: i due ambiti, quello teologico e quello informatico, certo appaiono completamente ben distinti e separati metodologicamente.

Avevo già notato la metafora teologica messa in gioco da Steve Jobs. Come questa re-visione del depositum avrà un impatto nel nostro modo ordinario di organizzare il nostro materiale intellettuale, il nostro modo di accedere all’informazione? La stessa idea di conversione avrà un valore sempre più limitato, ovviamente, a favore di quella di condivisione o di invio (send to). Il passaggio dal file all’applicazione come centro del sistema suggerirà questo cambiamento anche una qualche ricaduta di valore teologico?

Negli ultimi tempi, specialmente in ambito evangelico la Chiesa è stata letta alla luce dell’immagine del network, e se anche l’applicazione fornisse una immagine interessante (sebbene sempre parziale)?

Some Theology at WWDC 2011 by Steve Jobs…


 

 

 

 

Alcuni giorni fa parlavo di cloud computing. La sua logica è quella di centralizzare tutto. Le informazione di un punto vanno a finire tutte in una “nuvola” (cloud) nella quale restano sempre aggiornati e salvati, e dalla quale sono scaricati, usati,… Tutto «sale» e tutto «discende». Questo server è esterno al proprio computer, e i dati dunque sono sempre custoditi «altrove», in una dimensione «trascendente». Si sviluppa il senso di un «altrove» al quale devo essere aperto, ma anche di una conoscenza che sta sempre radicalmente «fuori» di me. Alla fine il linguaggio teologico restano una fonte del discorso tecnologico… lo conferma Steve Jobs quando deve parlare di iCloud