Hackers e cristiani: quando l’ironia è inutile. Risposta a Dario Fertilio

In un giorno assolato d’agosto (l’11 per la precisione), di quelli nei quali si fa fatica a trovare “notizie”, Dario Fertilio, giornalista, scrive sul Corriere della Sera un articolo dal titolo Le troppe conversioni postume, nel quale riprende il tema della lettura cristiana degli scrittori. Ho già affrontato il discorso qui e rinvio a quel post per eventuali approfondimenti.

Fertilio tira in ballo anche me, ma su un altro campo, scrivendo: «… “Civiltà Cattolica” che, per la penna di padre Antonio Spadaro, scrive senz’ ombra di ironia: “I cristiani e gli hacker oggi, in un mondo votato alla logica del profitto, hanno comunque molto da darsi, come dimostra del resto anche l’ esperienza degli hacker che fanno della loro fede un impulso del loro lavoro creativo»”. Fertilio si riferisce a un mio articolo apparso su La Civiltà Cattolica che poi ho ripreso anche su questo blog in full text.

Interessante vedere come il mio discorso sugli hacker ancora crei ancora dibattito e il fatto che fare un discorso critico su cristianesimo e cultura hacker debba necessariamente far sorridere anche un intellettuale come Fertilio. Deduco che Fertilio non conosca personaggi come Larry Wall, l’inventore del linguaggio Perl, o Tom Pittman, uno dei primi «filosofi» hacker. Mi spiace che il dibattito culturale su questi temi che implicano vere e proprie visioni della vita debbano essere così banalizzati.  Deduco infine anche che la differenza tra hackers e crackers sia ancora tutta da capire.

Il 21 aprile scorso sempre sul Corriere della Sera, Carlo Formenti aveva espresso opinioni differenti. E mi consola anche perché Formenti è un esperto del campo. E così mi consola l’articolo di Armando Torno, sempre apparso nello stesso giorno dell’articolo di Fertilio, su padre Busa, “Il gesuita che mise San Tommaso nel Pc”, recentemente scomparso, articolo che non chiede ironia quando si parla di cose che tutto sono tranne che ridicole.