Critica della ragione digitale

 Invito a leggere l’articolo che riproduco qui sotto scritto da Umberto Curi su “La Lettura” del Corriere della Sera di domenica 4 marzo. Un testo che muove nella direzione giusta…

di Umberto Curi

Che cosa significa pensare? A prima vista, questo interrogativo sembra essere talmente elementare, da risultare perfino banale. Parafrasando ciò che sant’Agostino affermava a proposito del tempo, si potrebbe osservare che se nessuno ci pone questa domanda, sappiamo benissimo di cosa si tratta. Mentre se dobbiamo trovare le parole per formulare una risposta, non sapremmo cosa dire. Né si può ritenere che paradossi di questo genere rappresentino delle eccezioni. Al contrario, in un saggio poco noto pubblicato originariamente alla fine degli anni Sessanta, commentando il passo agostiniano, Hans Georg Gadamer sottolineava che pressoché tutte le grandi questioni, intorno alle quali si interroga la filosofia, condividono la difficoltà sottesa al problema del tempo. Per ciascuna di esse, infatti, si può rilevare lo scarto fra ciò che intuitivamente siamo convinti di sapere e la possibilità di tradurre in un argomento compiuto la nostra convinzione. In questa prospettiva, si comprende allora per quali motivi la domanda relativa al pensare sia stata più volte riproposta nel corso di quella che si chiama la storia della filosofia.

Essa ricorre già nel titolo di un saggio redatto da Immanuel Kant nel 1786, vale a dire 5 anni dopo la pubblicazione della prima edizione della Critica della ragion pura. Muovendo dal presupposto secondo cui «la ragione è la pietra di paragone della verità», il filosofo di Königsberg sostiene che per «orientarsi nel pensiero» è necessario ricercare «il criterio decisivo della verità» non fuori di noi, ma nella nostra ragione. La conclusione del ragionamento kantiano diventa più chiara ove venga ricollegata alla «risposta» fornita alla domanda «Was ist Aufklaerung?» nel saggio omonimo comparso due anni prima. Se, infatti, si traduce il termine Aufklaerung non con «Illuminismo» (non vi è traccia di un «ismo» nell’originale tedesco), ma più appropriatamente con il processo del «rischiaramento», risulterà più immediatamente comprensibile il significato della posizione kantiana. Per uscire dalla minorità, e realizzare quindi un autentico rischiaramento, sarà necessario «pensare con la propria testa», vale a dire valorizzare l’uso autonomo delle proprie capacità intellettuali. La tematica del Selbstdenken, del «pensare da sé», coincide così con la risposta all’interrogativo «che cosa significa orientarsi nel pensiero». Se si vuole capire che cosa davvero vuol dire pensare, bisogna riferirsi all’imperativo di pensare con la propria testa.

A distanza di più di un secolo e mezzo, l’interrogativo proposto da Kant ritorna in un saggio desunto da un corso di lezioni svolto a Friburgo da Martin Heidegger. Da notare preliminarmente che l’attenzione del filosofo è rivolta anzitutto alla formulazione stessa della domanda, della quale si sottolinea l’intrinseca ambiguità. L’espressione tedesca «Was heisst», infatti, può essere intesa sia come «cosa significa», sia come «cosa ci chiama». In altre parole, cercando di rispondere all’interrogativo proposto nel titolo del saggio, Heidegger rileva che se vogliamo capire davvero «che cosa significa pensare», dobbiamo misurarci con una questione costitutivamente e irriducibilmente duplice. Da un lato, infatti, siamo noi (o, meglio crediamo di essere noi) a chiederci «che cosa vuol dire», mentre dall’altro lato è il pensare stesso a «chiamarci».

In questa seconda e più appropriata accezione, il pensiero ha bisogno di essere attivato, ha bisogno di una costante chiamata a pensare, come il re al suo miglior cavaliere, come Dio ad Abramo. Di qui un esito che può apparire paradossale. Ciò che ci dà da pensare non è in nessun modo stabilito da noi. Piuttosto, ciò che ci dà da pensare è il fatto che noi ancora non pensiamo, nel senso che non sappiamo cosa ci chiama a pensare. La conclusione fortemente problematica del saggio heideggeriano sottolinea che, a differenza dei nostri antenati pensatori, i quali non si ponevano il problema, la nostra epoca, il nostro tempo, dispone il pensiero verso questo enigma, ponendolo come il più «considerevole».

Nel tentativo di «argomentare» cosa significhi pensare, Kant e Heidegger possono essere assunti come punti di riferimento per l’età moderna e per quella contemporanea. Nel primo caso, pensare vuol dire pensare con la propria testa. Nel secondo caso, possiamo affermare che «arriviamo a capire cosa significa pensare quando noi stessi pensiamo», quando cioè ci apriamo nei confronti della chiamata a pensare.

Giunti a questo punto, ci si può legittimamente chiedere se, e fino a che punto, la formulazione kantiana e quella heideggeriana rappresentino ancor oggi le colonne d’Ercole, oltre le quali è interdetta ogni possibilità di navigazione filosofica, ovvero se il nostro presente non si configuri con caratteri tali da esigere il risoluto superamento di quei confini, e dunque l’inoltrarsi nel mare aperto di nuove concettualizzazioni. Non si tratta di una questione del tutto inedita, né ancor meno di un interrogativo meramente retorico. Già nella celebre Introduzione a Per la critica dell’economia politica del 1857, Marx si poneva un problema analogo, quando si domandava come fossero compatibili gli eroi omerici e la polvere da sparo, e cioè come si potesse continuare a riferirsi ad Achille come paradigma del valore guerresco, in presenza di grandi processi di trasformazione economica e sociale.

Ricalcando il senso del problema posto da Marx — e da lui lasciato significativamente aperto — la domanda potrebbe essere grossolanamente formulata nei termini seguenti. È possibile ancora oggi concepire il pensare nei termini in cui è definito da Kant e Heidegger, o l’irrompere di fenomeni del tutto nuovi impone una radicale riformulazione degli stessi strumenti logico-concettuali, mediante i quali si esprime il pensiero? Nel momento in cui tengono il campo il digitale e il virtuale, la globalizzazione e il «tempo reale», quali ripercussioni essi possono avere nella ridefinizione dello statuto del pensare? È compatibile la grammatica delle nuove tecnologie con la sintassi del pensiero tradizionale?

La risposta a questi interrogativi è meno semplice e intuitiva di quanto si possa credere. Di per sé, infatti, le modalità di ciò che definiamo il «pensare» dovrebbero essere in larga misura indipendenti dai «contenuti» specifici a cui esso si applica. A una diversa fenomenologia di «cose» da pensare potrebbe di principio corrispondere la riconferma delle forme con le quali tradizionalmente si esercita il pensiero.Ma qui emerge una novità che è potenzialmente in grado di dissolvere ogni rigida distinzione tra «forma» e «contenuto», complicando il quadro concettuale fin qui schematicamente delineato. L’universo dei social network e il linguaggio digitale — solo per citare due esempi fra i molti — non sono soltanto oggetti del pensare, ma interferiscono direttamente nel processo di costruzione del pensare, modificandone in maniera tendenzialmente molto incisiva la stessa logica di funzionamento. Ne consegue allora, sia pure in termini ancora molto problematici, che la stessa domanda «cosa significa pensare?» muti radicalmente di significato. Al punto da ritenere che essa vada oggi riformulata non in riferimento a Kant e ad Heidegger, ma a Steve Jobs e a Mark Zuckerberg.

Umberto Curi in http://lettura.corriere.it/critica-della-ragion-digitale/