«Nell’anima della Cina». La mia introduzione alla presentazione a Civiltà Cattolica

Buonasera. Sono lieto di essere qui questa sera a presentare un volume frutto del laboratorio della rivista La Civiltà Cattolica, una delle più antiche riviste del mondo.

Ricordo che la nostra rivista negli ultimi 21 mesi ha pubblicato già 13 articoli sulla Cina. Il volume desidera entrare con discrezione, umiltà e ammirazione «nell’anima della Cina», cioè nel cuore di una cultura e di una civiltà antichissima.

Questa sera ascolteremo tre voci importanti ed estremamente rappresentative per i rispettivi ruoli: nel contesto italiano, europeo e vaticano. Siamo grati per la loro presenza che ci onora molto: il Presidente Paolo Gentiloni, il Presidente Romano Prodi e il p. Federico Lombardi. A loro è affidato il compito di parlarci della loro esperienza e della loro comprensione della Cina.

Il nostro non è un incontro POLITICO. Non intende esserlo. Intende essere invece un incontro di TESTIMONIANZA. Qui la Chiesa, l’Europa, lItalia testimoniano il ruolo della Cina nel passato, nel presente e, per quel che vediamo, nel futuro.

Innanzitutto penso che tutti qui possano fare proprie le parole che Papa Francesco ha detto in una intervista con Francesco Sisci — che è qui presente in sala — per Asia Times: «Per me, — ha detto il Papa — la Cina è sempre stata un punto di riferimento di grandezza. Un grande Paese. Ma più che un Paese, una grande cultura, con un’inesauribile saggezza». 

La cultura occidentale ha imparato tanto da questa grande cultura e dalla saggezza cinese che sono arrivati in Europa grazie allo studio e alla passione dei gesuiti e soprattutto dei figli della nostra Italia. Faccio un nome per tutti: il siciliano Prospero Intorcetta, grande studioso e traduttore di Confucio. Filosofi come Leibniz hanno fatto tesoro di questa lezione. Pure le lettere dei missionari gesuiti in Cina — veri e proprie reportage — al tempo dell’Illuminismo furono occasione di conoscenza della cultura cinese da parte di intellettuali quali Voltaire, Montesquieu e Rousseau. Grazie a uomini di Chiesa, cioè i gesuiti, la cultura cinese incide nel pensiero e anche nel gusto in maniera profonda nella grande cultura europea. Potremmo dire che i gesuiti sono stati pionieri nella sinizzazione dell’Occidente.

E anche alla nostra rivista papa Francesco — lo scorso febbraio in occasione della pubblicazione del numero 4000 — aveva dato come modello di riferimento un uomo che ha amato la Cina senza riserve: Matteo Ricci o Lì Mǎdòu, come conosciuto in Cina (1522-1610).

Questo gesuita di fine ‘500 — che si trasferì in Cina a 30 anni — compose un grande Mappamondo (坤輿萬國全圖). Esso servì a creare connessioni tra il popolo cinese e le altre civiltà. Il mappamondo offre una visione unitaria: è un ponte che collega visibilmente le terre, le culture e le civiltà che sono sotto il cielo. In un mondo diviso come il nostro, in un mondo di muri e ostacoli, l’ideale dell’armonia di una terra in pace deve animare la nostra azione.

Il presidente Xi Jinping in un discorso all’Unesco del 2014 usò l’immagine dei molti colori per descrivere il «magnifico atlante del cammino delle civiltà umane» sulla terra. Usò quindi l’immagine del mappamondo e della tavolozza di colori per esprimersi direttamente contro il cosiddetto «scontro di civiltà» e in favore dell’armonia. Ricordo che anche Papa Francesco ha usato l’immagine della tavolozza dei colori e ha proposto la «civiltà dell’incontro» come alternativa alla «inciviltà dello scontro».

Proprio nell’intervista ad Asia Times Francesco aveva affermato: «Il mondo occidentale, il mondo orientale e la Cina hanno tutti la capacità di mantenere l’equilibrio della pace e la forza per farlo».

Ma l’equilibrio a cui pensa Francesco non è certo il frutto del compromesso e della spartizione (il modello Yalta, per intenderci), ma quella del dialogo, quella dell’incontro di civiltà.

Abbiamo voluto pubblicare questo volume anche per contribuire alla riflessione sulla vita della Chiesa cattolica in Cina, che è presentata grazie anche ad interviste e testimonianze di voci cinesi. Da queste voci si comprende come anche oggi lo sviluppo e il progresso economico non hanno eliminato i bisogni spirituali. Tutt’altro.

In questo ambito prende senso la riflessione teologica. Nel contesto del confucianesimo e del taoismo tradizionali, la teologia cristiana cerca di collegare strettamente tra loro il cristianesimo e la grande tradizione del pensiero e della sensibilità cinesi.

Il cristianesimo va pensato in termini cinesi e alla luce della grande filosofia e saggezza cinese. Forse andrebbero approfondite meglio le dottrine a carattere filosofico e mistico dell’antico taoismo composte tra il IV e III secolo a.C. Nel Tao Te Ching, si potrebbero ritrovare alcune prospettive molto adatte al pensiero cinese per comprendere a fondo il Vangelo e, viceversa, per approfondire in maniera nuova il messaggio cristiano.

E il pensiero va subito ai meravigliosi testi teologici nati dal primo incontro tra il cristianesimo e la cultura cinese tra il VII e il IX secolo, vera teologia cristiana dai tratti profondamente cinesi.

La Chiesa in Cina è dunque chiamata ad impegnarsi con slancio nella sua missione di annunciare il Vangelo, per contribuire nel modo più efficace al bene del popolo cinese, con il suo messaggio religioso e con il suo impegno caritativo e sociale. Ed è chiamata per questo ad essere pienamente cinese e dai tratti cinesi, andando a fondo nel processo di inculturazione.

La storia del rapporto tra la Chiesa e la Cina è stato molto ricco ma anche molto teso e complesso. Bisogna dunque prendere tempo per far crescere un rapporto di fiducia. La fiducia, più che una «meta», è una via (道)… Ma è anche quel giusto mezzo (中庸) che, come nel guidare una bicicletta, fa star in piedi e permette, trovando la giusta velocità, di andare avanti e di non fermarsi. 

Il significato della copertina del volume, in fondo, è proprio questo: riporta il carattere cinese zhong, che significa «centro». È quello usato, tra l’altro, per comporre la parola Zhong yong, che esprime il concetto confuciano di «giusto mezzo», ma anche la parola Zhong guo, cioè «lo stato del centro», che è il nome della «Cina». Fu proprio Matteo Ricci ad usare questa espressione nella sua mappa.

In termini geopolitici, il centro del mondo oggi è abitato proprio da chi cerca con pazienza questo «giusto mezzo», prendendosi cura della nostra casa comune e della sua intima armonia, tanto amata dallo spirito cinese.