Reazioni al mio post su Chiesa tra Applicazione e Network

Riporto qui alcuni commenti interessanti al mio post La Chiesa tra Applicazione e Network. Le sfide metaforiche di una nuovo sistema che sono apparsi sul gruppo Facebook Vatican Blog Meeting 2011.

Luca Paolini: Antonio faccio fatica a comprendere e inserirmi in questa logica… Devo ancora capire se è più funzionale questa o il vecchio sistema. Per esempio il fatto di poter depositare un file in un luogo neutro mi permette di aprirlo con diverse applicazioni. Potrò fare la stessa cosa con iCloud? Me lo chiedo ma solo per ignoranza al momento. Altro problema la ricerca dei file che sul computer è più semplice. Mi sembra tutto molto caotico ma d’altra parte dobbiamo abituarci al caos che verrà :)

Luciano Giustini: Caro Antonio Spadaro S.J., interessante articolo… mi vengono in mente due osservazioni da “ingegnere” teologicamente (s)corretto. :) La prima osservazione è di carattere diciamo ideologico-tecnico e cioè il motivo per il quale si deve sempre prediligere il formato standard all’applicazione, è che date n applicazioni potenzialmente ci possono essere n formati diversi. Viceversa, nella storia dell’informatica alcune correnti di pensiero, più tecniche e pragmatiche, alle quali anche io aderisco, portano avanti il concetto che i dati (secondo categorie opportune) devono essere immagazzinati in formati standard definiti da enti normatori, quindi indipendenti tanto dalla piattaforma quanto dal produttore (si chiami Windows o Apple), con evidenti benefici per quanto riguarda l’interoperabilità. La seconda osservazione è più banale. La “nuvola” (icloud o come si chiami) va benissimo. Ma cosa succede quando non è disponibile la connessione alla rete? Semplice. Succede che i dati che non risiedono sul nostro “depositum” non possono essere accessibili.

Antonio Spadaro: Anch’io sto cercando di farmi qualche idea, provando a prolungare il discorso con una linea ideale che potrebbe anche toccare il modo di pensare la fede. Io ho la mente ben radicata nel file system. Ma, affacciandomi, sull’altra logica ne rimango molto “preso”, anche se non ho dimestichezza. Luciano chiarisce molto bene il discorso. La questione dello standard è davvero importante. Circa la connessione è vero: si dà per scontato che ci sia! Ma anche questo è molto interessante, dico proprio a livello di categorie di pensiero: cioè un contenuto dipende dalla sua connessione col suo deposito… quanti pensieri ne vengono fuori…

Luciano Giustini: Quello del “network computer”, peraltro, è un vecchio progetto: se ne parlava già nel 1998, e fu Oracle a proporlo. Poi non se ne fece nulla perché le connessioni erano lente e inaffidabili rispetto a oggi. Ma il concetto è rimasto lo stesso: ovvero delocalizzare dal computer (idea di “possesso”) ad un centro organizzatore e distribuito (idea di “condivisione”). Sono due filosofie di pensiero, se vuoi anche con analogie che tu proponi o cerchi nel mondo reale. D’altronde è quello che vedi anche nel vasto campo dei social network: la condivisione, ovvero non c’è più “Il sito” da cui partono contenuti e commenti, ma c’è una rete di contenuti che interagiscono secondo configurazioni (che poi si studiano anche in teoria dei grafi, in modo banale). Non c’è niente di nuovo in realtà: sono applicazioni, nel mondo virtuale, di organizzazioni di significato e sociali che già esistono nel mondo reale. Quando invece di esserci uno che parla ex cathedra, ovvero un sito web, c’è un insieme di persone che discutono inter pares, stiamo assistendo a un “facebook” realista :). Di ricadute ce ne sono sempre tante. Ma il dato secondo me significativo, è proprio quello che stiamo facendo noi ora: l’organizzazione dei dati non è che l’ultimo “sintomo” di un cambiamento in atto e cioè lo spostamento della discussione, e quindi anche del contenuto, dal proprio “centro” (pc, isola virtuale, sito web, ecc.), alla rete, al mondo social, a quel villaggio globale teorizzato tu sicuramente sai bene da chi. :-)

Massimo Melica: A mio avviso occorre partire da un’analisi diversa, ovvero che i dati inseriti in area cloud siano un backUp di quelli presenti sul proprio device. L’esempio più chiaro è quello reso dal noto DropBox in cui i dati risiedono sul proprio PC, mentre solo grazie alla nuovola sono aggiornati e condivisi su più terminali e magari con più soggetti. Se manca il collegamento si ritarda l’aggiornamento ma l’accesso ai dati è garantito dal proprio hd in locale. Una soluzione del genere favorisce il lavoro in rete e annulla il rischio della perdita dei dati. mentre mi sembra più idoneo parlare di sicurezza e cifratura dei dati posti nella nuovola per evitare usi impropri e violazioni della privacy. Questa tecnologia è risolutoria in strutture con più sedi e più operatori, ad esempio nel mio piccolo Studio, con tre sedi in Italia e due dipartimenti all’estero, è stata vincente per la sicurezza, la qualità e l’abbattimento dei costi.

Antonio Spadaro: Grazie dei feedback! In realtà cedo che si tratti di guardare al fatto in sé del cloud da prospettive differenti. Il mio interesse reale non è legato alla valutazione economica o pratica. La mia curiositas, diciamo così, è legata principalmente al significato “logico” dell’operazione e all’habitus che crea e modella. E’ un interesse, diciamo così, “antropologico”, al di là del fatto che questa cosa sia giusta/sbagliata o abbia motivazioni di ordine economico o implicazioni tecniche. Cioè non escludo tutto questo, anzi! Ma la mia domanda riguarda lo scenario che le tecnica apre e anche le metafore necessarie per dargli forma… Si prosegue nella riflessione… Grazie!

Néstor Mora: Great text P. Antonio. I’m sure that teology and technology can share more than one point of view. But, there is a perturbing concept in the text: the conversion concept is subtly desplaced for a new concept: share and/or sending. As the people understand the word from analogies, is really important be aware about the languaje and concept changes.  Also… I have pointed in my last post in EclesiasTIC blog a overtaken isse: ¿How the semantic web will influence the cristian comunication? The kerygma is a semantic message and the semantic web can filter with subtly ranking the messages we share. Yes, “share” is the word. Regards :)