La Chiesa è chiamata a far comprendere il senso di internet nella storia della salvezza

Chiudendo i lavori del 1º Seminário de Comunicação para Bispos do Brasil mi è stata data l’occasione di dire due parole, una sorta di breve riflessione finale. Sostanzialmente le cose che mi sono sentito di dire sono le seguenti:

La comunicazione aiuta la Chiesa a capire se stessa. Il cardinale Avery Dulles all’inizio degli anni Settanta voleva scoprire in che modo «gli stili mutevoli di comunicazione influenzano la conoscenza della natura, del messaggio, della sua missione della Chiesa». Dunque la comunicazione non è solamente un settore staccato di approfondimento. Essa aiuta la Chiesa a comprende che cosa essa stessa sia, il suo mistero. La comunicazione umana ha una valenza teologica.

La Chiesa aiuta internet a capire se stesso. La Chiesa può aiutare internet a essere ciò che è nel progetto di Dio. E’ questo il maggiore contributo della Chiesa alla Rete, almeno dal proprio punto di vista: aiutare l’uomo a capire che dentro le esperienze che vive c’è l’azione di Dio che muove l’umanità verso un compimento. Internet, con la sua capacità di essere, almeno in potenza, uno spazio di comunione, fa parte del cammino dell’uomo verso questo compimento in Cristo. Occorre dunque avere uno sguardo spirituale sulla Rete vedendo in Cristo che chiama l’umanità ad essere sempre più unita e connessa.

Quindi la teologia è chiamata a seguire almeno 4 ambiti di riflessione:

1. la teologia pastorale (che si occupa della comunicazione del messaggio cristiano)

2. la teologia della comunicazione che studia come la rivelazione aiuta a capire la comunicazione.

3. viceversa la teologia della comunicazione che studia come la comunicazione umana (con le sue domande profonde) aiuta a comprendere meglio Dio e la Chiesa (fides quaerens intellectum)

4. la riflessione teologica che parte dai prodotti culturali della comunicazione contemporanea. La Rete e il dialogo degli uomini in Rete come locus theologicus.